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LA
FAME DEL MONDO
di Charles-Andrè Udry
Il testo “La
fame del mondo”, che riprendiamo dal giornale La Brèche,
richiama l’attenzione su un aspetto cruciale dell’attuale
corso del capitalismo internazionale: quello della cosiddetta crisi alimentare.
La cosiddetta crisi finanziaria, che è soltanto la forma visibile
di una crisi complessiva del sistema capitalistico internazionale, sta
monopolizzando l’attenzione di tutti. Abbiamo già trattato
di questo tema in un testo pubblicato sul sito di “à l’encontre”
il giorno 25 febbraio. Ci ritorneremo su nel numero di maggio del giornale
occupandoci della sua dimensione “elvetica-internazionale”.
Vogliamo qui, invece, chiarire qualche aspetto cruciale della “crisi
alimentare” mondiale. E’ utile ricordare che la fame è
la forma più acuta della povertà. E la povertà è
la causa fondamentale di questa situazione alimentare che prevale su una
gran parte del pianeta. Le rivolte della fame che già si sono verificate
in più di 11 paesi costituiscono la prova di una situazione ormai
intollerabile. A stare agli stessi criteri della Banca mondiale, con meno
di 4,70 franchi svizzeri per giorno la gente è costretta a privarsi
del cibo – e questo mentre i prezzi dei generi alimentari tendono
a mondializzarsi e stanno impennandosi vertiginosamente da più
di un anno.
Secondo le stime della FAO e della Banca mondiale, circa tre miliardi
di individui sono costretti a vivere con meno di 3 franchi svizzeri al
giorno. Al di sotto di questa soglia è il puro e semplice disastro.
Eppure da 1,2 a 1,5 miliardi di individui sono condannati a vivere con
1,6 franchi svizzeri al giorno. Dunque è gente costretta a privazioni
strazianti: la malnutrizione, l’insufficienza di cibo, le carenze
di vitamine, di carotene, di iodio, di ferro, così come quelle
di zucchero, di grassi, di proteine, fanno esplodere le malattie. Malnutrizione
e sottoalimentazione si combinano. Nei periodi tra un raccolto e l’altro,
che possono durare anche più di sei mesi, la fame fa la sua comparsa.
E allora la morte falcia.
Il numero delle persone che soffrono la fame è passato, a stare
ai dati ufficiali, dagli 915 milioni del 1994 agli 852 milioni del 2004.
Queste cifre sono fornite con minore rapidità di quelle che hanno
per oggetto le “perdite” finanziarie delle grandi banche.
A questo macabro calcolo bisogna poi aggiungere i morti per fame, che
nello stesso periodo sono stati 90 milioni. Ed infine, se si può
utilizzare una simile formula, c’è da aggiungere i circa
10 milioni di persone che nei paesi ricchi hanno “realmente”
fame.
La maggioranza degli affamati (all’incirca il 75%) è costituita
da consumatori-produttori di prodotti agricoli e di cibo dell’Africa
(inclusa la parte mediterranea di questo continente), in Asia e in America
Latina. Tra gli affamati figurano al primo posto i contadini pauperizzati
che lavorano manualmente. E poi coloro che sono condannati all’esodo
dalle campagne a causa della fame e della povertà e vanno ad ingrossare
le bidonvilles. L’immagine della fame provocata esclusivamente dalle
“guerre etniche” è davvero riduttiva. Ed è evidente
la sua funzione ideologica.
Primo “problema”: il sistema agricolo mondiale capitalistico
(con il posto di rilievo che occupano in esso l’agrobusiness (le
grandi società agro-alimentari), i commercianti di beni alimentari,
i super-potenti proprietari terrieri, i produttori di sementi (Syngenta,
Monsanto) e di macchinari agricoli (John Deere, Massey Ferguson, Fendt),
nonché le politiche europee e statunitensi di sovvenzione alla
agricoltura “produttivistica”) fabbrica ogni anno decine di
milioni di affamati.
Questa agricoltura capitalizzata (dagli enormi investimenti) marginalizza
i contadini poveri, senza terra o che possiedono soltanto un mezzo ettaro
da coltivare in proprio. Ora, nell’agricoltura mondiale questi contadini
impoveriti sono la maggioranza della popolazione delle campagne. È
questo il caso dell’America Latina, del Sud Africa o dello Zimbabwe,
e anche dell’India, delle Filippine, dell’Indonesia. E sta
diventando così, passo dopo passo, anche in Cina e in Vietnam.
Il “libero scambio” e la “libera circolazione”
dei capitali non fanno che rafforzare il potere di quelli che comandano
sulle terre più produttive, e che in aggiunta possono anche godere
degli aiuti diretti o indiretti degli stati. Le disuguaglianze di sviluppo
e lo scambio diseguale tra produzione agricola e produzione industriale
inaspriscono ulteriormente tutto questo processo.
L’aiuto alimentare –che in certi casi d’urgenza è
rilevante– rappresenta solo l’1% della produzione agricola
mondiale. E, male utilizzato, esso abbatte la produzione agricola locale.
Il mercato non risponde ad altro che alla domanda solvibile: se ci sono
zone del mondo in cui la povertà fa sì che la gente abbia
una capacità di acquisto di beni alimentari del 25% inferiore ai
bisogni di base di una alimentazione quotidiana minimamente sufficiente,
in queste “zone sociali” la produzione non sarà disponibile.
Esiste dunque in alcune regioni dell’Africa e anche in alcune zone
del Messico e del Nord Est brasiliano una sottoproduzione effettiva, ciò
che non è affatto compreso da molti degli esponenti delle ong “umanitarie”.
E per terminare: lo sgonfiamento della bolla immobiliare ha fatto esplodere
una nuova bolla speculativa nel settore dei beni alimentari: a seconda
del bene, il rialzo dei prezzi provocato dalla speculazione è stato
tra il 30 e il 40%.
La “crisi alimentare” mostra, dunque, il vero volto del capitalismo
mondiale, ed è per questo che si moltiplicano i discorsi umanitari
con l’intento di deviare l’attenzione delle masse.
(da La brèche, aprile 2008)
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