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COME
SI FABBRICA LA CRISI DEL CIBO
di
Walden Bello
Quando lo scorso anno decine di migliaia di persone in Messico manifestarono
contro l'aumento del 60 per cento sul prezzo delle tortillas, molti analisti
diedero la colpa ai biocarburanti. Per via delle sovvenzioni governative
Usa gli agricoltori americani utilizzavano sempre di più i campi
di grano per la produzione dell'etanolo anziché per gli alimenti,
e questo fece lievitare il prezzo del frumento. Il fatto che il grano
venisse trasformato in biocarburante anziché in tortillas fu senz'altro
una delle cause che fecero schizzare i prezzi alle stelle, sebbene la
speculazione sul biocarburante richiesta dai mediatori internazionali
possa avere avuto un ruolo più determinante. Uno studio realizzato
dalla Fao (delle Nazioni Unite) su quattordici paesi ha rilevato che la
quantità di cibo importato tra il 1995 e il 1998 era nettamente
superiore al periodo 1990-1994. Il fatto non destò alcuna sorpresa
finché uno dei più importanti obiettivi della Convenzione
sull'agricoltura del Wto (Organizzazione mondiale del commercio) fu quello
di aprire i mercati nei paesi in via di sviluppo così da poter
assorbire il surplus di produzione nei paesi del nord.
E quindi, come disse nel 1986 il ministro dell'agricoltura americano John
Block: «L'idea che i paesi in via di sviluppo si possano sostentare
autonomamente è un concetto anacronistico. Essi potrebbero assicurarsi
una migliore nutrizione facendo affidamento sui prodotti agricoli americani,
che nella maggior parte dei casi hanno un prezzo più basso».
Quello che Block non disse è che il prezzo contenuto dei prodotti
americani era determinato dalle sovvenzioni che diventavano ogni anno
più corpose nonostante il Wto avesse il compito di controllarle.
Dai 367 miliardi di dollari nel 1995, l'ammontare totale delle sovvenzioni
all'agricoltura erogate dai governi dei paesi sviluppati è cresciuto
fino a raggiungere nel 2004 i 388 miliardi di dollari. Sin dalla fine
degli anni Novanta le sovvenzioni hanno inciso sul 40 per cento del valore
della produzione agricola nell'Unione Europea e per il 25 per cento negli
Stati Uniti. I fautori del libero mercato e i difensori delle esportazioni
sottocosto possono apparire su posizioni opposte, ma le politiche che
sostengono portano al medesimo risultato: la globalizzazione capitalistica
dell'agricoltura.
TRA MONSANTO E CARREFOUR
I paesi in via di sviluppo si stanno via via integrando in un sistema
dove la produzione della carne e del grano diretta all'esportazione è
dominata da grosse industrie agricole come quelle gestite dalla multinazionale
tailandese Cp e dove la tecnologia è continuamente aggiornata dai
progressi dell'ingegneria genetica realizzati da ditte come la Monsanto.
E l'eliminazione delle barriere tariffarie ed extra tariffarie sta facilitando
la nascita di catene di punti vendita di prodotti agricoli a livello mondiale
dove i consumatori di ceto medio-alto fanno il gioco di colossi commerciali
quali Cargill e Archer Daniels Midland e di ipermercati come Tesco (Inghilterra)
e Carrefour (Francia). Nell'organizzazione di questo mercato globale c'è
poco spazio per le centinaia di milioni di poveri che vivono nelle città
o nelle campagne. Questi sono confinati in gigantesche favelas di periferia
dove si trovano a combattere con costi alimentari spesso molto più
alti rispetto a quelli dei supermercati, o vivono in risicate realtà
rurali, intrappolati in attività agricole marginali e sempre di
più vittime della fame. E così, all'interno di una stessa
nazione, la carestia dei ceti emarginati coesiste spesso con la prosperità
di quelli integrati nella globalizzazione. Questo non è semplicemente
lo sgretolamento dell'autosufficienza e della sicurezza nel processo dell'alimentazione
ma è ciò che l'africanista Deborah Bryceson di Oxford chiama
«de-ruralizzazione» - l'eliminazione di una modalità
produttiva che fa della realtà rurale un terreno congeniale all'accumulazione
intensiva di capitali.
Questa trasformazione rappresenta un trauma per centinaia di milioni di
persone, poiché la produzione agricola non è un'attività
meramente economica, è uno stile di vita atavico, una cultura spodestata
o emarginata, che in India ha spinto i contadini al suicidio. Nello stato
dell'Andhra Pradesh, i contadini che si sono suicidati sono aumentati
da 233 nel 1998 a 2.600 nel 2002; nel Maharashtra, i suicidi si sono triplicati,
da 1.083 nel 1995 a 3.926 nel 2005. Possiamo dire che 150.000 contadini
indiani si sono tolti la vita.
Il crollo dei prezzi dovuto al libero mercato e alla perdita del controllo
sul grano a favore delle grosse aziende biotecnologiche è parte
di un problema complesso. L'attivista della giustizia globale, Vandana
Shiva, dice: «Nell'epoca della globalizzazione il coltivatore (o
coltivatrice) della terra sta perdendo la sua identità sociale,
culturale ed economica di persona che produce. Un contadino diventa ora
un 'consumatore' del costosissimo grano e degli ancora più costosi
prodotti chimici venduti da forti multinazionali grazie al potere dei
proprietari terrieri e dei finanziatori locali».
La de-ruralizzazione è ad uno stato avanzato in America Latina
e in Asia. E se la Banca Mondiale dice il vero, l'Africa sta viaggiando
nella stessa direzione. Come fanno giustamente notare la Bryceson e le
sue colleghe in un recente articolo del 2008, il rapporto sullo sviluppo
mondiale che tratta per esteso l'agricoltura in Africa, nel continente
è in corso un progetto di trasformazione dell'agricoltura basata
sull'attività rurale ad un'industria agricola su vasta scala. Comunque,
come in altri paesi oggi, i banchieri passano da una sfiducia latente
a una manifesta opposizione. Al tempo della colonizzazione, negli anni
Sessanta, l'Africa era una rete di export alimentare. Oggi importa il
25 per cento del suo fabbisogno; quasi ogni paese rappresenta una rete
di importazione alimentare. Fame e carestia sono diventate un fenomeno
ricorrente, che negli ultimi tre anni ha visto scoppiare l'emergenza cibo
nel Corno d'Africa, nel Sahel e nell'Africa Centrale e Meridionale.
Ad aggravare l'impatto negativo dell'adeguamento strutturale si aggiungevano
le inique regole economiche dell'Europa e degli Stati Uniti. La liberalizzazione
ha permesso ai paesi europei esportatori di manzo di mandare in rovina
gli allevatori dell'Africa occidentale e meridionale. Con le loro sovvenzioni
legittimate dal Wto i coltivatori americani misero sul mercato mondiale
il cotone a un prezzo che andava dal 20 al 55 per cento del costo di produzione,
generando così il fallimento degli agricoltori dei paesi sopra
menzionati.
Secondo le stime dell'Oxfam, il numero di africani del sub Sahara che
vivevano con meno di un dollaro al giorno era quasi raddoppiato fino a
raggiungere i 313 milioni tra il 1981 e il 2001 (il 46 per cento dell'intero
continente). Il ruolo che ebbe l'adeguamento strutturale nella creazione
della povertà era duro da negare. Come ammise il responsabile dell'economia
africana per la Banca Mondiale: «Non pensavamo che i costi umani
di questi programmi sarebbero stati così elevati, e che il ritorno
economico avrebbe avuto un processo così lento».
UNA STRATEGIA ALTERNATIVA
Le organizzazioni contadine del mondo sono diventate più combattive
nella loro resistenza alla globalizzazione dell'industria agricola. E'
per la pressione dei coltivatori che i governi del sud del mondo hanno
rifiutato un più libero accesso ai loro mercati agricoli ed hanno
richiesto un taglio netto alle sovvenzioni all'agricoltura da parte di
Stati Uniti ed Europa, facendo sì che Doha Round del Wto mettesse
fine alle negoziazioni. Gli agricoltori hanno creato una rete internazionale;
una delle più attive è quella chiamata Via Campesina (strada
di campagna). Questa, non solo cerca di far fuori il Wto dal settore agricolo
e si oppone ad un modello di agricoltura industriale capitalistica globalizzata;
propone anche una nuova strategia di alimentazione alternativa. Che vuol
dire innanzi tutto il diritto di un paese a stabilire i termini della
propria produzione e consumo di prodotti alimentari, ma soprattutto a
mantenere le distanze dalle regole del commercio globale stabilite da
istituzioni come il Wto. Questo significa anche consolidare la forza dei
piccoli proprietari terrieri proteggendoli dai danni di un sistema di
importazione a basso costo; significa prezzi più convenienti per
agricoltori e pescatori; significa l'abolizione di tutte le sovvenzioni
dirette e indirette all'esportazione. Significa inoltre l'eliminazione
delle sovvenzioni interne che hanno provocato l'insostenibilità
del settore agricolo. La realtà di Via Campesina è anche
chiamata a mettere la parola fine al regime dei Trip, che permette alle
corporazioni di brevettare le semenze. Via Campesina si oppone all'agrotecnologia
basata sull'ingegneria genetica e pretende una riforma agraria. In contrasto
ad una monocultura globale integrata, Via Campesina offre la visione di
un'economia agricola internazionale composta da varie nazioni che commerciano
tra di loro dando priorità al fabbisogno interno del paese. Considerato
una volta la reliquia dell'era preindustriale, ora il mondo contadino
rappresentano l'opposizione ad un'agricoltura industriale capitalistica,
fatto che lo potrebbe consacrare alla storia. Questo mondo è diventato
ciò che Carlo Marx descriveva come «una classe che rappresenta
la coscienza politica di un popolo», anche andando contro le sue
teorizzazioni che ne pronosticavano la fine. Nella crisi alimentare i
contadini sono in prima linea ed hanno alleati e sostenitori. Loro non
entrano di nascosto e in punta di piedi nella lotta contro la de-ruralizzazione,
i cui sviluppi nel ventunesimo secolo stanno dimostrando che la panacea
del capitalismo industriale agricolo è un incubo. Nella crescente
crisi ambientale dove le disfunzioni sociali della vita urbana industrializzata
si vanno accumulando e l'industrializzazione dell'agricoltura crea una
maggiore precarietà alimentare, le organizzazioni del movimento
agricolo hanno una sempre maggiore rilevanza non solo per gli agricoltori
ma per tutti coloro che sono minacciati dalle catastrofiche conseguenze
che una visione capitalistico-globalizzata potrebbe avere sul settore
produttivo, sulla comunità e sulla vita stessa.
da "IL MANIFESTO" del 6 – 6 - 2008 (Traduzione
di Silvana Pedrini)
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