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NULLA
DI FATTO DAL VERTICE FAO E IL MONDO HA BISOGNO DI
UN ECOSOCIALISMO "PURO"
di Daniel Tanuro
Il
vertice Fao si avvia a chiudersi con le solite dichiarazioni di facciata,
senza andare alla radice dei problemi, senza mettere in discussione gli
interessi che sorreggono la politca degli Ogm o dei biocombustibili e
senza alleggerire la posizione di quote crescenti di popolazione mondiale
gettata nella miseria e nella fame. In realtà l'impennata dei prezzi
agricoli, l'utilizzo degli agrocarburanti sono la conseguenza di un «capitalismo
puro» applicato all'agricoltura e incompatibile con l'ecologia.
L'articolo che segue, di Daniel Tanuro, fa luce su questa realtà
e indica un terreno di lavoro, l'ecosocialismo, importantissimo per una
nuova sinistra anticapitalista.
L'impennata
dei prezzi dei prodotti alimentari non è casuale. Deriva fondamentalmente
da una contraddizione nei rapporti tra industria e agricoltura capitaliste
che Marx aveva già messo in evidenza nel Capitale: «È
nella natura delle cose che le sostanze animali e vegetali, la crescita
e la produzione delle quali sono soggette a certe leggi organiche e legate
a tempi naturali determinati, non possono essere aumentate rapidamente
nella stessa misura che, ad esempio, le macchine, la cui riproduzione
può (se le condizioni naturali non cambiano) essere effettuata
rapidamente in un paese industriale sviluppato. È dunque possibile
e persino inevitabile (…) che la produzione e l’aumento della
porzione del capitale costante che consiste in capitale fisso (macchine
, ecc.) superi considerevolmente la porzione che consiste in materie prime,
di modo che la domanda di queste aumenta più rapidamente provocando
l’aumento dei prezzi.»
La corsa agli agrocarburanti inasprisce questa contraddizione al massimo
grado, aprendo uno spazio considerevole agli speculatori, la cui attività
aggrava a sua volta l’aumento dei prezzi. In sede di analisi si
può concludere che gli agrocarburanti costituiscono l’anello
debole per eccellenza della risposta capitalista alla sfida energetica
e climatica. In effetti, questa risposta, che viene elaborata a tastoni,
sotto la pressione delle lobby industriali concorrenti, sollecita da tutte
le parti l’agricoltura: questa dovrebbe non solo nutrire l’umanità,
ma anche assorbire il carbonio, fare viaggiare le automobili, produrre
elettricità e calore, proteggere la biodiversità e il paesaggio,
fornire materiali da costruzione e plastiche biodegradabili… È
evidentemente impossibile: la biomassa non può fare tutto e tutto
assieme, soddisfacendo in ogni ambito le esigenze di crescita dettate
dal capitale. Si possono rinviare le scadenze, spostare in avanti il problema
con ogni sorta di mezzi (che hanno effetti di ritorno più o meno
perversi), ma è impossibile saltare questa dura realtà:
ci sono dei limiti, bisogna scegliere.
Chi sceglierà, come, in funzione di che? È la domanda chiave
poiché, per il mercato, riempire i serbatoi dei camion e degli
aerei che portano le merci verso la domanda solvibile è più
importante che nutrire le persone che hanno il portafoglio vuoto quanto
lo stomaco. Dal punto di vista costi/benefici è inattaccabile.
Dal punto di vista sociale è inaccettabile. Di conseguenza, oltre
a mettere in luce il carattere sempre più sistemico della crisi
capitalista, gli agrocarburanti illuminano anche una alternativa di società,
e anche di civiltà, che si può riassumere molto semplicemente:
in base alla sua logica immanente, il sistema, di fronte alla sfida climatica
ed energetica, cercherà di risolvere la quadratura del cerchio
produttivista per mezzo di un attacco brutale alle condizioni di esistenza
di centinaia di milioni di persone, magari anche alla loro stessa esistenza.
Di conseguenza, dire che questo modo di produzione non è più
portatore di alcun progresso umano è dire poco: sta accumulando
un potenziale di barbarie senza precedenti.
È possibile invertire la tendenza, scongiurare la catastrofe climatica/capitalistica
che si sta preparando, tracciare un’alternativa degna di questo
nome. Ma il punto di partenza indispensabile è comprendere che
il modo capitalistico di produzione, distribuzione e consumo ( e non «il
comportamento delle persone»!) costituisce esattamente IL problema.
È un modo insostenibile, e la congiuntura attuale lo dimostra chiaramente:
in un contesto segnato dalla riduzione delle risorse in idrocarburi e
dall’obbligo imposto dal clima di abbandonare a brevissimo termine
i combustibili fossili, è semplicemente impossibile continuare
a produrre merci just in time su scala mondiale, compensando la diminuzione
tendenziale del tasso di profitto con la superproduzione-superconsumo
di prodotti a obsolescenza sempre più rapida, e la diminuzione
della parte dei salari con un aumento dei consumi di lusso. Questo scenario
produttivista globalizzato e sempre più disegualitario non può
che sfociare su una combinazione di crisi ecologiche e sociali di eccezionale
ampiezza. Per evitarle, è necessario prendere misure che spezzino
la logica dell’accumulazione, riabilitino l’iniziativa pubblica
e ridistribuiscano le ricchezze, nel Nord come nel Sud.
In un tale contesto, la disgrazia serve a qualche cosa: agganciando i
prezzi agricoli a quelli del petrolio, la folle politica liberale-produttivistica
dimostra in modo lampante che il sociale e l’ecologico formano una
sola lotta planetaria. Non è più possibile, in effetti,
opporsi alla diminuzione dei redditi da lavoro senza denunciare la corsa
agli agrocarburanti. Ormai, difendere le condizioni di esistenza dei salariati
implica di contestare allo stesso tempo la politica climatica, energetica
e agricola del capitalismo mondializzato. L’una non va senza l’altra.
È una svolta. Lungi dall’essere un incidente di percorso,
questa svolta deriva da uno sviluppo combinato dell’industria e
dell’agricoltura capitaliste di cui Marx aveva colto bene la dinamica,
quando scriveva: «La grande industria e la grande agricoltura sfruttata
industrialmente agiscono nello stesso senso. All’inizio si distinguono
poiché la prima rovina di più il lavoro, dunque la forza
naturale dell’uomo, l’altra più direttamente la forza
naturale della terra. Ma, sviluppandosi, finiscono per darsi la mano:
il sistema industriale nelle campagne finisce per indebolire anche gli
operai, e l’industria e il commercio, da parte loro, forniscono
all’agricoltura i mezzi per esaurire la terra».
Ecco a che punto siamo. Per riprendere un’espressione di Michel
Husson: siamo entrati decisamente nel «capitalismo puro» mondiale
di cui Marx aveva elaborato il modello. La risposta non può essere
che un «puro ecosocialismo» che unifichi le rivendicazioni
sociali e quelle ecologiche in una prospettiva di emancipazione. Ma bisogna
anche che l’ecosocialismo si radichi nelle lotte sociali concrete.
In questo senso, la situazione attuale, con la sua combinazione di tensioni
sul potere d’acquisto, sull’energia, sul clima e sulle risorse
alimentari, apre possibilità, utilizzate in misura insufficiente,
di introdurre le questioni ecologiche nelle lotte dei salariati, nelle
organizzazioni sindacali, non come questioni parallele, ma direttamente
come questioni sociali. Svolgendo una funzione più importante in
questo contesto, la sinistra radicale si rafforzerebbe come portatrice
di un’alternativa globale di società.
23/05/2008
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