Politica e classe perchè?
Una associazione marxista per riqualificare la nostra azione rivolta
ad affrontare le sfide politiche e teoriche del XXI Secolo
1.
Il XXI Secolo ha visto approfondirsi e rendersi evidenti le contraddizioni
del capitalismo e della sua egemonia politica e culturale sulla società.
L’ultimo ventennio del secolo trascorso era stato caratterizzato dallo
scatenamento di un conflitto globale teso alla liquidazione dell’opzione
del comunismo dalle prospettive dell’umanità.
Con
la dissoluzione degli Stati del “socialismo reale” nei paesi dell’Europa
dell’Est, si è cercato in tutti i modi di affermare che “la storia era
finita” e che il modello liberale in politica e liberista in economia,
fosse l’unico orizzonte progressivo e possibile per l’umanità. Su questo
ed anche per questo è stato costruito un blocco storico che ha inteso
spazzare via ogni ipotesi di cambiamento in senso comunista ed ogni soggettività
che si richiamasse a questa ipotesi anche sulla base di esperienze diverse.
Per
almeno venti anni ha agito concretamente un monopolio del pensiero liberale
su ogni manifestazione della vita sociale e un violento tentativo di liquidazione
storica che ha portato alla implosione di Stati, di interi partiti, di
intellettuali e di movimenti che si richiamavano, a vario titolo, al socialismo
come esperienza storica e al comunismo come prospettiva.
Per
la consapevolezza di queste tendenze e sollecitato dalla realtà, in diversi
ambiti “liberal” e riformisti, è stato recentemente
aperto e chiuso un cosiddetto dibattito sul socialismo. La conclusione
a cui sono approdati i suoi ispiratori è che il modello liberal-liberista
è l’unico che possa assumere in sé sia le aspirazioni alla libertà che
quelle all’uguaglianza sociale. La gran parte di quella che fino ad oggi
è la rappresentazione politica della sinistra italiana si è sostanzialmente
accomodata negli interstizi di questa conclusione, affidando l’aspirazione
all’uguaglianza alla sola capacità del capitalismo di auto- riformare
se stesso di fronte agli eccessi dei suoi spiriti animali.
Gettate
alle ortiche le intuizioni e le elaborazioni di Marx,
Lenin e degli altri protagonisti teorici e politici dell’assalto al cielo
del XX Secolo, la sinistra ufficiale ed istituzionale si è ritirata nell’angolo
di una prospettiva che, nelle sue ricette concrete e nei migliori dei
casi, configura un approccio ad ipotesi keynesiane e sotto/riformiste.
Ogni
velleità ed ogni ambizione ad un cambiamento politico e sociale profondo
della società e delle relazioni internazionali, ogni ipotesi di tenere
aperta e riaprire con forza la prospettiva del socialismo e del comunismo
è stata rimossa o addirittura espulsa con arroganza e supponenza da quella
che viene oggi definita “ la comunità politica democratica”. Nei tentativi
in corso non si vuole solo liquidare la complessità e le articolazioni
della storia del movimento operaio, ma si vuole annegare il bambino nell’acqua
sporca eliminando ogni riferimento, ogni allusione ed ogni riflessione
critica utile per tenere viva la progettualità comunista.
Addirittura
in alcuni paesi - e la tentazione si sta facendo forte anche nel nostro
e nell’insieme dell’Unione Europea - l’opzione comunista è stata posta
fuorilegge o perseguita culturalmente come ideologia totalitaria paragonabile
al nazismo (fino ad arrivare, qui in Italia, alla criminalizzazione della
Resistenza).
Ma
una domanda sorge spontanea: se l’ipotesi comunista è stata sconfitta
dalla storia come mai tanta preoccupazione e acrimonia verso idee, libri,
persone, organizzazioni che non ritengono liquidata tale ipotesi? Perché
mai perdono tempo con apposite commissioni, con leggi, dibattiti, libri,
convegni, campagne mediatiche, riscrittura dei testi scolastici, riunioni
dei consigli di facoltà degli atenei, per esorcizzare e neutralizzare
un nemico che si ritiene sconfitto? E’ in atto, dunque, il tentativo di
impedire con ogni mezzo necessario che il comunismo – nella sua dimensione
rivoluzionaria e non riformista – possa essere una opzione politica presente
nello scenario politico globale.
2.
Il fatto è che, a dispetto degli auspici del “pensiero unico”, la realtà
contemporanea stia rivelando le contraddizioni del dominio capitalistico
sul piano economico, ambientale, sociale fino a riproporre tale contraddizione
nei confronti delle prospettive stesse del futuro dell’umanità. Quindici
anni di guerre (Golfo, Jugoslavia, ex URSS, Somalia, Medio Oriente), secessioni,
l’infarto ecologico del pianeta, il riemergere di sanguinose ambizioni
coloniali, arretramenti sociali pesanti sia nei paesi capitalisti sviluppati
che in quelli emergenti nella periferia, la regressione della stessa democrazia
formale e di tutti gli spazi di lotta e di organizzazione a fronte di
un crescente e inedita “democratura” (secondo
la definizione adottata dalla sinistra sudamericana), si sono incaricati
di mostrare concretamente le conseguenze di questo dominio.
Il
capitalismo ha visto così nuovamente offuscarsi la sua pretesa di essere
l’ultimo movimento progressivo della storia e l’unico orizzonte possibile
per la specie umana. Ma le contraddizioni, da sole, non portano automaticamente
a cambiamenti di segno progressista ed alla trasformazione dello stato
di cose esistente. Al contrario – se non vengono spiegati e non trovano
opzioni di superamento in campo – questi fattori rischiano di precipitare,
di nuovo, in scenari reazionari, regressivi e guerrafondai ancora peggiori.
E’
accaduto però che nel XXI° Secolo la storia
si sia rimessa in moto lo stesso indipendentemente dai suoi detrattori
e dai suoi liquidatori. Lo dimostra la riapertura e l’interesse e, per
certi aspetti, l’originale dibattito sulle caratteristiche del Socialismo
del XXI° Secolo in America Latina, dove la resistenza di Cuba
e l’affermarsi del Venezuela bolivariano, hanno
creato un’onda lunga che sta attraversando e riverberando nell’intero
continente sudamericano. Un dibattito, questo, che lievita, anche contraddittoriamente,
nel vivo dello scontro e nella consapevolezza di doversi confrontare con
i devastanti dispositivi diplomatici, finanziari e militari dell’imperialismo
e dei suoi organismi sopranazionali.
Molti
hanno sottovalutato, ed alcuni volutamente sminuito, il significativo
dato politico che vedeva nelle assemblee mondiali dei movimenti sociali
che concludevano i forum sociali di Porto Alegre
o di Mumbay, comparire uno striscione dal titolo esemplificativo
“Un altro mondo è possibile…solo con il socialismo”.
Un portato ideale e materiale che esprimeva un afflato enorme verso l’aspirazione
a profondi cambiamenti. Una consegna teorica a cui riferirsi, specie qui
in occidente, per sviluppare una efficace battaglia contro le derive eurocentriche.
Il
dibattito sul socialismo del XXI Secolo non è stato riaperto dunque in
un cenacolo, o in un laboratorio astratto ma dentro la dialettica concreta
dei movimenti sociali che hanno cambiato e stanno cercando di modificare
i rapporti reali in un intero continente. Un effetto a cascata che già
positivamente si avverte in altre aree del pianeta come nel continente
asiatico, il territorio dove vive la maggioranza dell’umanità e dove si
registra una nuova fase di crescita del movimento comunista, è il caso
del Nepal, dell’India e delle Filippine, realtà nella quale sono i comunisti
a dirigere il fronte antimperialista.
3.
In Europa, come anche in Italia, questo dibattito e questa nuova spinta
propulsiva si innestano in una situazione sostanzialmente arretrata e
appiattita sull’opzione riformista. La situazione non è però omogenea.
In alcuni paesi europei agiscono ancora dei presidii consistenti sul piano
politico e culturale ma che ancora stentano a coordinarsi per riavviare
una controtendenza. Non solo. Il prevalere di una concezione della teoria
e della politica identitaria e continuista,
spesso alimenta una stupida rissosità ideologica tra le varie correnti
della storia del movimento operaio.
Questa
difficoltà non riesce ancora ad evolversi in una rimodulazione verso una
dialettica leale e franca che consenta, finalmente, un bilancio storico
e una riflessione critica ed autocritica sulle esperienze che stanno alle
nostre spalle. Le differenze e le divergenze ci sono e non vanno nascoste.
Esse agiscono concretamente anche sul piano dell’azione politica nella
realtà di ogni singolo paese dentro i movimenti sociali, dentro i sindacati,
dentro le scelte sul piano politico o parlamentare.
Tuttavia
lo statico attardarsi su questa situazione ritarda la possibilità/necessità
di riaprire a tutto campo una battaglia politica e culturale che inchiodi
l’avversario alle sue contraddizioni. Un generale salto politico di questo
tipo favorirebbe la capacità della politica comunista di emanciparsi dallo
stadio attuale della mera testimonianza a quello dell’egemonia. In sostanza,
se non interviene un qualificato scatto politico, esiste il rischio della
liquidazione totale dell’opzione del comunismo e la sua progressiva riduzione
alla mera prospettiva riformista.
Nel
contempo, però, dobbiamo rifuggire da tentazioni e da scorciatoie politiciste che potrebbero ridurre, anche inconsapevolmente,
l’agire organizzato dei comunisti ed aspetti di residualità e di “folklore
comunista”. Una condizione che diverrebbe puramente fisiologica, per certi
aspetti endemica all’attuale modello sociale, ma sostanzialmente innocua
sullo scenario politico e per gli esiti futuri dello scontro di classe.
In
Italia abbiamo alle spalle una storia importante per il movimento operaio
che ha visto convivere e confliggere il più
grande partito comunista europeo e la sinistra rivoluzionaria più forte
di tutta l’Europa. L’onda lunga di questa esperienza agisce ancora concretamente
ma dentro una disgregazione fortissima ed a fronte di un tentativo esplicito
di liquidazione politica, culturale e – se necessario – giudiziaria. L’accanimento
contro la storia del PCI e quello contro i movimenti degli anni Settanta,
sono diventati – loro malgrado e in modo impensabile fino a qualche anno
fa – del tutto paralleli e speculari. Ma l’incontro tra queste due esperienze,
avvenuto ad esempio con la nascita del Movimento per la Rifondazione Comunista
e poi nel PRC e PdCI (nati come resistenza identitaria
alla liquidazione del PCI con la svolta della Bolognina),
ha reso possibile che soggetti che si erano duramente affrontati nei decenni
precedenti, si ritrovassero a condividere – pur provenienti da strade
diverse – l’esigenza di tenere aperta una ipotesi politica, teorica, pratica
fondata sulla difesa della propria storia e sulla prospettiva ancora attuale
del comunismo.
Questa
esperienza ha attraversato e coinvolto in Italia decine di migliaia di
compagne e compagni, ma solo pochi di essi hanno mantenuto una dimensione
di militanza attiva. Per un verso su questo patrimonio umano e politico
ha agito la delusione e la disgregazione dovuti alle svolte e alla involuzione
dei partiti comunisti del nostro paese. Una disillusione dovuta in parte
alle scissioni che hanno caratterizzato la storia di questi quindici anni,
ma che è anche l’oggettiva conseguenza degli effetti di una situazione
sociale concreta di un paese ormai integrato nel cuore del capitalismo
maturo. Uno spaccato societario dove le possibilità di mediazione, cooptazione,
depotenziamento del conflitto di classe, sono superiori e più sofisticate
rispetto ad altri quadranti geo-politici (America Latina, Asia, Medio
Oriente).
4.
Tuttavia questo patrimonio politico ed umano di compagne e compagni si
disperde e si ritrova con una variabilità ed imprevedibilità impressionante.
E’ quella che abbiamo definito in questi anni come “la militanza nomade”
che ha riempito le manifestazioni da Genova 2001 in poi. Questo patrimonio
umano agisce ancora come blocco di opinione e di “resistenza culturale”
nei segmenti della società in cui è collocato (scuola, posti di lavoro,
università, associazioni specifiche o di quartiere etc.) e nelle stesse
formazioni politiche che in vario modo si richiamano al marxismo, al comunismo,
all’anticapitalismo, dove è in atto un vivace confronto di idee. E’ un
patrimonio umano che esprime una forte esigenza di identità politica e
una forte domanda di luoghi di discussione e approfondimento ma – avendo
spesso anni di militanza pesante alla spalle – ritiene che questi ambiti
debbano essere sostanzialmente diversi da quelli offerti dallo scenario
presente - partiti, organizzazioni - fondati sulla militanza attiva sia
nella sua accezione migliore (quella su base volontaria) o peggiore (il
funzionariato e la cooptazione nella comunità
politica dominante). Esiste, inoltre, una fascia di compagni e compagne
che si sono avvicinati da poco alla politica, sono fasce giovanili che
non trovano nei partiti un involucro dove investire le loro energie perché
li percepiscono come strutture immobili rispetto alla dinamica della vita
sociale e culturale del paese, si trovano, cioè, di fronte a strutture
imbalsamate che, quando concedono qualcosa, lo fanno per mere esigenze
tattiche, rimanendo schiave di una visione statica del fare politica.
Esiste,
infine, una miriade di compagni che ha scelto di dare continuità alla
propria militanza sul terreno sindacale, molto spesso nel sindacalismo
di base, o come scelta di risulta rispetto a quella espressa nei partiti
o a sua integrazione, ma che vivono questa condizione come parziale e/o
provvisoria e spesso anelante ad orizzonti politici nuovi.
Questa
esigenza di tante compagne e compagni di riaffermazione di una propria
identità politica sia a fronte degli orrori del presente che conformano
il senso comune (militarismo, razzismo, nazionalismo, sessismo, mercatismo,
individualismo) sia davanti all’opportunismo dilagante innescato dalla
cooptazione nel sistema dominante, esprime, a vari livelli d’intensità,
anche una esigenza di luoghi di discussione in cui recuperare, socializzare
e rendere attiva e generalizzabile una resistenza culturale all’omologazione
e alla liquidazione/manipolazione della propria storia.
Prendendo
atto di una realtà diffusa, ed in tendenza con l’obbiettivo di arginare
fenomeni di disgregazione e di polverizzazione militante, riteniamo di
dover mettere a disposizione uno strumento collettivo come una ASSOCIAZIONE.
Alla sua costruzione e al suo programma di iniziativa chiamiamo a collaborare
fattivamente tutte le generazioni di “resistenti”, i singoli compagni
e tutti coloro che non intendono lasciare il terreno all’avversario e
ai liquidazionisti.
Questa
proposta, però, contiene un’avvertenza che facciamo a tutti ed anche a
noi stessi: recuperare e difendere un patrimonio storico e una identità,
non significa ripiegare minimalisticamente, accontentarsi della pura testimonianza
o di una nicchia residuale. La nostra scommessa, l’obbiettivo a cui lavoriamo
è quello di saper cogliere gli elementi dinamici del conflitto capaci
di determinare una teoria ed una prassi all’altezza della “situazione
di fase”. Un compito da sviluppare dinamicamente e da socializzare anche
alle nuove generazioni che nella cassetta degli attrezzi per ora non hanno
trovato a disposizione le idee/forza e gli strumenti di conoscenza e azione
delle generazioni precedenti.
Il
Socialismo nel XXI Secolo non è solo storia, è anche la riapertura di
una prospettiva concreta per l’intera umanità.
Le finalità dell’Associazione marxista
“Politica e Classe” per il socialismo del XXI secolo.
La
nostra associazione nasce in sintonia con esigenze analoghe animate o
in cantiere in diverse realtà di compagni che tentano di riaggregarsi
dopo anni di diaspora e dispersione. Noi valutiamo positivamente questo
processo di crescita dell’associazionismo marxista e comunista nel nostro
paese. Intendiamo dare il nostro contributo indicando alcune finalità
precise sulle quali dare vita e far crescere la nostra associazione e
sulle quali confrontarsi con le altre esperienze associative che stanno
maturando
L’Associazione intende
•
Creare un ambito di confronto che non abbia la pretesa di ricadute politiche
ed organizzative immediate assicurando le condizioni per una discussione
leale e non formale;
•
Lavorare per dare vita ad una sinergia tra le varie associazioni finalizzata
a costruire un ambito comune - una consultazione permanente - sulla base
dei comuni interessi e della convergenza su obiettivi comuni nella battaglia
politica, teorica e culturale nel nostro paese;
•
Recuperare alla discussione comune un patrimonio storico, teorico e culturale
largamente rimosso o sotto attacco nel dibattito attuale nella sinistra
e nella società;
•
Incentivare le occasioni e le iniziative della solidarietà internazionalista
favorendo le possibilità di confronto con realtà provenienti da altri
paesi;
•
Sperimentare o rafforzare strumenti di informazione e circolazione del
dibattito e dell’elaborazione con particolare attenzione alle nuove generazioni,
sia attraverso l’uso di apposite pagine web o su carta sia attraverso
gli strumenti di comunicazione disponibili;
•
Puntare alla qualità dell’intervento politico nella situazione lì dove
esso sia ritenuto necessario e corrisponda alle finalità dell’associazione
e sia unanimemente decisa.
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