La
grande rapina della privatizzazione dell’acqua. Che
cosa insegna all’Italia il caso inglese
di Tommaso Fattori
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Anticipiamo il testo dell'introduzione all'edizione
italiana dello studio di David Hall ed Emanuele Lobina – ricercatori
del PSIRU (Public Services International Research Unit) dell'Università
di Greenwich – "Da un passato privato ad un futuro pubblico.
La privatizzazione del servizio idrico in Inghilterra e nel Galles",
edizioni Aracne (di prossima uscita).
Questo rigoroso studio sugli effetti della “più grande
rapina legalizzata” della storia britannica – definizione
del quotidiano conservatore Daily Mail– contiene elementi
importanti per il dibattito sulla privatizzazione del servizio idrico
che sta attraversando il nostro paese, grazie all’iniziativa
referendaria "2 sì per l’acqua bene comune"
promossa da una vastissima coalizione sociale.
Un dibattito nel quale colpisce l’astrattezza ideologica delle
tesi dei privatizzatori, aggrappati a modelli economici irreali,
talvolta per l’ ingenuità tipica di chi vive asserragliato
nell’accademia senza contatto con il mondo esterno, più
frequentemente per i forti interessi materiali connessi ai processi
di privatizzazione. L’astrattezza di queste argomentazioni,
spesso comicamente ammantate di pragmatismo, rifiuta con ostinazione
di confrontarsi con i dati di fatto e con l’esperienza empirica,
là dove i processi di privatizzazione del servizio idrico
integrato siano avanzati e consolidati da anni. Anzi, sono proprio
alcune esperienze di privatizzazione “riuscita”, come
quella inglese o gallese, ad essere portate ad esempio da chi evidentemente
non ha idea di ciò di cui sta discettando o confida nell’ignoranza
di chi ascolta.
Non è un mistero che in Italia il modello inglese venga portato
ad esempio tanto dal governo di centro-destra che da parte dell’
opposizione, soprattutto perché consente di pronunciare una
parola magica di gran moda: authority. L’ authority, intesa
come autorità indipendente di regolazione e controllo, appare
alle menti neoliberiste un’entità quasi metafisica,
che tutto dovrebbe risolvere all’interno di un mercato monopolistico
privatizzato, coniugando armoniosamente il profitto di pochi e l’interesse
generale. David Hall ed Emanuele Lobina mostrano invece, con dati
incontrovertibili, come la mitica authority dell’acqua –più
precisamente si tratta dell’Office of Water Service (Ofwat)-
non sia affatto in grado di regolare o controllare alcunché,
per limiti strutturali ed insuperabili di questo meccanismo, lasciando
alle società private la possibilità di ricavare immensi
profitti e di distribuire agli azionisti lauti dividendi attraverso
la gestione monopolistica dell’acqua. Il servizio idrico è
a domanda anelastica (la stessa quantità vitale d’acqua
è necessaria ad una famiglia in tempi prosperi e in tempi
di crisi, ai ricchi e ai poveri) ed è un servizio fondamentale
perchè permette concretamente l’ accesso ad un bene
comune essenziale ed insostituibile per la vita. Un bene che dovrebbe
riguardare la sfera dei diritti fondamentali è così
consegnato al dominio dei profitti. L’authority finisce per
essere una mera foglia di fico, che copre e legittima questo processo
di spoliazione.
Hall e Lobina evidenziano come l’ente regolatore Ofwat sia
stato continuamente raggirato dai gestori privati, che, nel migliore
dei casi, hanno intascato extraprofitti riducendo gli investimenti
programmati (ossia già pagati in tariffa dai cittadini).
I casi più gravi non sono però emersi grazie al controllo
di Ofwat ma perchè denunciati, a posteriori, dagli stessi
autori dei misfatti, pentiti e decisi a svelare i meccanismi messi
in piedi a danno dell’ interesse generale. Negli scandali
che hanno coinvolto Severn Trent, ad esempio, “l’informatore”
è stato un ex manager che ha ammesso d’aver ricevuto
l’ ordine di alterare dati rilevanti al fine d’ottenere
dal regolatore un aumento
delle tariffe. Una vicenda che ha poi permesso di scoprire, attraverso
successive confessioni, come una gran mole di dati forniti dalle
società private ad Ofwat fossero falsi o gonfiati: dai dati
sulle perdite di rete fino a quelli sulla consistenza reale delle
morosità. Tutto ciò non fa che corroborare la tesi
dell’impossibile governo e controllo pubblico delle gestioni
privatizzate, avvolte nel guscio del diritto privato e regolate
dal diritto societario. Un’impossibilità, aggiungerei,
che non dipende tanto dalla
cattiva volontà di singoli individui o da limiti organizzativi
contingenti ma da fenomeni strutturali, come le “asimmetrie
informative”: le conoscenze rilevanti si trovano tutte in
mano al gestore (il gestore “sa” perché “fa”)
ed è il gestore privatizzato che trasmette le informazioni
sensibili al controllore, il quale non può che dipendere,
nella sua attività di regolazione e controllo, da questi
dati. Altrimenti detto, il gestore ha strutturalmente maggiori informazioni
rispetto al regolatore e cerca di trarre il massimo
vantaggio da questa asimmetria conoscitiva, a discapito del pubblico
interesse. “Fare” significa “sapere” e sapere
significa “potere”: nessun ente regolatore potrà
mai recuperare quel cumulo di conoscenze legate alla gestione diretta
che migra inevitabilmente dalla sfera del pubblico alla sfera del
privato nel momento stesso in cui viene privatizzato un servizio
essenziale. Il pubblico perde le conoscenze necessarie per esercitare
il proprio controllo nel momento in cui è all'impresa che
passa tanto il "fare" che il "saper fare" (know
how), che gli è inscindibilmente connesso. Un soggetto regolatore
esterno, per esempio, non può essere in grado di avere perfetta
conoscenza dei processi produttivi e delle tecnologie impiegate,
dati necessari per stabilire con precisione i costi di produzione
del gestore privato. Ecco perché al fenomeno delle asimmetrie
informative segue automaticamente la “cattura del regolatore”:
se l’autonomia conoscitiva del regolatore è limitata,
anche la capacità di giudizio e intervento viene impedita,
così l’ente che dovrebbe regolare e controllare tende
piuttosto ad adeguare le sue analisi alle interpretazioni offerte
dai gestori, perdendo ogni neutralità e schiacciando il proprio
punto di vista su quello dei soggetti controllati. Oltretutto, gli
enti regolatori si devono solitamente rapportare a società
privatizzate la cui governance effettiva è in mano a grandi
soggetti multinazionali, che entro la società hanno il reale
potere decisionale. Il caso inglese gallese trova quindi un perfetto
pendant nell’esperienza italiana, dove le Aato, ossia le autorità
di ambito che dovrebbero regolare e controllare i gestori, non sono
affatto riuscite a regolare le società privatizzate, adeguandosi
sostanzialmente alle richieste e alle esigenze dei controllati,
a partire da quelle relative alla definizione delle tariffe. Agli
albori della privatizzazione in Italia vi è il caso dell’Ato
aretino, in Toscana, dove alla fine degli anni ’90 la gestione
fu affidata tramite gara ad una società mista, con all’interno
una cordata di privati guidati dalla multinazionale francese Suez.
Proprio ad Arezzo il presidente dell’autorità di controllo
si dimise dal suo incarico denunciando l’ impossibilità
di regolare la società privatizzata e rilevando la "debolezza
endemica del rapporto pubblico-privato" [1] all’interno
di una società mista, per quanto formalmente a maggioranza
pubblica. In Italia il governo s’appresta nel 2011 a sostituire
le autorità d’ambito territoriali con un’authority
regolatrice nazionale sul modello inglese, ma si tratta di uno specchietto
per le allodole: privatizzare il servizio idrico significa consegnare
di fatto saperi e poteri alle gestioni privatizzate, come l’esperienza
d’oltremanica mostra in modo limpido.
Qualcuno potrebbe ottimisticamente sostenere che
in Italia la nuova ondata di privatizzazione dell’acqua offrirà
maggiori garanzie perché intende muovere da premesse diverse:
a differenza del modello inglese e gallese analizzato da Hall e
Lobina, il modello di privatizzazione italiano dovrebbe prevedere,
in origine, l’affidamento della gestione ad operatori privati
tramite gara (o, in alternativa, l’ingresso di soci privati
nelle Spa in house almeno con il 40% di partecipazione nel pacchetto
azionario, soci da individuare sempre tramite procedura ad evidenza
pubblica). Le gare potrebbero pur esser vinte da società
di capitali interamente pubbliche, si aggiunge, come per velare
ed occultare la logica privatrizzatrice del provvedimento [2], il
cui obiettivo immediato è spazzar via proprio le gestioni
in house. Lo si sarà facilmente intuito, in
questo caso la nuova parola magica è gara: come se la gara
potesse mutare d’ incanto un pervicace “monopolio naturale”
– in ogni territorio passa un solo acquedotto e c’è
un solo fornitore possibile - in un mercato concorrenziale.
Invece il monopolio naturale si trasforma così in un solido
monopolio privato, con vita peraltro assai lunga, solitamente ventennale
o trentennale (addirittura 50 anni in Inghilterra e Galles, dove
sono state privatizzate persino le infrastrutture). Per sua natura
il servizio idrico non può essere liberalizzato ma solo privatizzato
e l’esperienza, ancora una volta, dimostra come la “concorrenza
per il mercato” (il meccanismo di gara), che nella teoria
dovrebbe compensare e risarcire l’assenza di un’impossibile
“concorrenza nel mercato”, si riveli solo l’evanescente
copertura per l’ingresso di soggetti privati a caccia di rendite
garantite in un mercato monopolistico. Lo dimostra
l’esperienza internazionale ma anche italiana, dato che le
offerte presentate in occasione di gare effettuate nel nostro paese
sono state una o due al massimo: il mercato dell’acqua privatizzata
è dominato da oligopoli e questi pochi attori si mettono
d’accordo fra loro per spartirsi rendite monopolistiche, come
accaduto fra le presunte “concorrenti” Acea e Suez nelle
gare realizzate in Italia nel decennio passato. L’Autorità
antitrust, nel 2007, multò le due multinazionali “per
aver posto in essere un’intesa restrittiva della concorrenza
(…), che ha avuto per oggetto e per effetto un coordinamento
delle rispettive strategie commerciali nell’ambito del mercato
nazionale della gestione dei servizi idrici”. Più precisamente
“l’istruttoria ha consentito di verificare che Acea
e Se (Suez ndr) hanno raggiunto sin dal 2001 un accordo di
massima sul coordinamento delle rispettive attività nel settore
dei servizi idrici. In particolare, le parti hanno concordato la
partecipazione congiunta a numerose gare relative a gestioni idriche
in Italia – a partire da quelle bandite in Toscana, dove la
forma operativa del PPP è stata adottata per la prima volta
in maniera estesa (…) – ovvero combinazioni con soggetti
terzi al fine di condizionare gli esiti di procedure ad evidenza
pubblica (gare, ndr)”.
Né sarebbe stato difficile immaginarlo, dal momento che la
quota di capitale azionario di Acea in mano alla “concorrente”
Suez è sempre stata consistente (nella primavera del 2011
la partecipazione è salita addirittura dal 10 all’
11,5%). Il fine di questa alleanza era evidente: “un simile
accordo di cooperazione (…) è stato volto a mantenere
ed aumentare il rispettivo potere di mercato secondo criteri di
mera strategia imprenditoriale e non di maggior efficienza industriale”.
Suez non intendeva “lasciare Acea ad approfittare da sola
dei margini realizzabili nel settore non regolamentato”: “obiettivo:
utilizzare Acea come ‘braccio armato’ di Suez per l’acqua
in Italia.” [3]
Per un altro verso, non esiste un solo economista (in grado di separarsi,
anche per un istante, dagli amatissimi modelli astratti), che non
conosca la banale verità: nel servizio idrico, dove gli affidamenti
durano decenni, non sono mai possibili gare che permettano di valutare
con attendibilità quale sia la migliore offerta economica,
perché i termini fondamentali del contratto dovranno essere
necessariamente rivisti nel tempo e ha ben poca importanza l’
offerta avanzata in origine. In altre parole, tutti gli elementi
economicamente determinanti su cui basare la scelta -a partire dagli
investimenti e dalle tariffe- dovranno essere rinegoziati svariate
volte dopo la gara, nel corso del lungo periodo d’affidamento
del servizio. In gare di questa natura conta l’ arbitrarietà
e la discrezionalità di chi sceglie ma ancor più conta
la forza ed il potere dei soggetti economici privati che si propongono
per la gestione del servizio. Sarà poi il gestore che avrà
ottenuto l’affidamento ad essere, nel corso delle successive
rinegoziazioni, in posizione dominante (detenendo sapere e potere),
anche se trovasse di fronte a sé il miglior regolatore al
mondo. Insomma, la pragmatica Thatcher, nel demolire i servizi pubblici,
ha almeno evitato ai poveri inglesi la ridicola pantomima della
gara.
I privatizzatori sostengono inoltre che l’arrivo dei privati
porti di per sé un aumento degli investimenti nel settore,
per la ristrutturazione degli impianti e per la realizzazione di
nuove infrastrutture (in Italia soprattutto per la depurazione delle
acque reflue). Per innescare un simile meccanismo virtuoso, si dice,
basta legare i profitti agli investimenti: se il privato tanto più
investe quanto più guadagna, sarà spinto ad investire
moltissimo, perseguendo il proprio interesse che si tradurrà
anche in beneficio per tutti. Certo, le bollette si alzerebbero,
sia perché gli investimenti vanno pagati interamente in tariffa
(in base al sistema del full cost recovery), sia perché
è giusto “premiare”, con i legittimi profitti,
l’investitore privato; ma se il gestore privato risultasse
efficiente, s’aggiunge, potrebbe diminuire i costi operativi
e così i cittadini quasi non s’accorgerebbero del profitto
e dei dividendi privati caricati sulle tariffe. Il caso inglese
e gallese dimostrerebbero bene la realizzabilità di un simile
miracolo, viene spesso ribadito. Se invece dal magico mondo dei
modelli astratti torniamo all’ esperienza del mondo reale,
vediamo che le cose non stanno così, né mai
potrebbero stare così. Innanzitutto, a proposito di profitti
occorre una premessa: chiunque abbia dimestichezza con i processi
di privatizzazione sa bene quali e quanti modi vengano utilizzati
normalmente dai privati dell’acqua per ottenere profitti ed
extra-profitti, fra cui, ad esempio, il travestire da investimenti
spese che nelle gestioni pubbliche figuravano più onestamente
in bilancio come voci per normalissimi costi di gestione ordinaria;
spacciare per consulenze e trasferimento di know-how quelli che
invece sono “utili anticipati” per i soci privati; affidare
appalti a società direttamente o indirettamente controllate
o collegate, senza passare da gara (spezzettando l’
appalto in più parti quando si tratti di lavori superiori
ai 4,8 milioni di euro). Ma è necessario porci la domanda
di fondo: davvero sono i privati a far partire gli investimenti?
Cosa ci insegna, in proposito, il famoso caso inglese- gallese?
Hall e Lobina mostrano chiaramente due cose. La prima è che
il motore degli investimenti in Inghilterra e Galles è stata
più semplicemente la necessità esogena di rispettare
le nuove direttive UE, specialmente in materia di qualità
delle acque. In altre parole, qualunque gestore, pubblico o privato,
avrebbe dovuto realizzare le opere e programmare nuovi investimenti.
La seconda, che negli ultimi anni di gestione pubblica (dalla metà
degli anni ’ 80), dopo un periodo precedente di stallo, il
ciclo d’investimenti era già ripartito ad un tasso
di crescita medio persino superiore a quello riscontrato nei successivi
anni di gestione privata.
Ma gli elementi importanti che Hall e Lobina evidenziano
sono molteplici.
Prima di tutto mostrano come nei primi dieci anni di privatizzazione
un terzo degli investimenti siano stati in realtà finanziati
da un insieme di “sussidi pubblici”. Anche in Italia
le associazioni di categoria che riuniscono le Spa dell’acqua
continuano a chiedere finanziamenti pubblici a fondo perduto –quindi
denaro della fiscalità - a favore dei gestori privati per
effettuare investimenti straordinari, in violazione della normativa
europea e del meccanismo del full cost recovery (implicita ammissione,
fra l’altro, che il meccanismo della privatizzazione della
fonte di finanziamento e della gestione non sta funzionando) [4].
Insomma, socializzare i costi e privatizzare gli utili.
I due autori ricordano anche come, dopo il picco
raggiunto nel 1992, gli investimenti delle gestioni privatizzate
abbiano iniziato a calare costantemente, mentre non scendono affatto
le tariffe pagate dai cittadini che anzi continuano a lievitare,
malgrado il loro andamento debba essere teoricamente legato agli
investimenti. Nelle tariffe i cittadini inglesi e gallesi pagano
per decenni investimenti in gran parte mai realizzati. Gli operatori
privati ottengono continuamente da Ofwat l’applicazione di
tariffe
più salate, gonfiando con regolarità le spese per
investimento previste, salvo poi ridistribuire agli azionisti, sotto
forma di dividendi, la differenza fra investimenti programmati e
investimenti effettivamente realizzati. Un furto scandalosamente
spacciato per capacità dei privati di risparmiare sulle spese
previste migliorando in corso d’opera l’“efficienza
del capitale” (fulgido esempio di cosa s’ intenda per
“efficienza” della gestione privata). Di fatto, si tratta
di milioni di extra-profitti che passano dalle tasche dei cittadini
a quelle degli azionisti privati delle società di gestione,
malgrado l’esistenza della mitica Authority a regolare e vigilare,
con aplomb britannico. Hall e
Lobina portano dati precisi su questa impennata di profitti ed extra-dividendi
distribuiti dalle società privatizzate dell’acqua:
nel 2005-6 l’ammontare del “risparmio” tocca il
miliardo di sterline (il 22% di spesa in meno rispetto alla stima
degli investimenti su cui Ofwat aveva stabilito la tariffa).
Così i privati hanno continuato ad intascare dividendi da
favola mentre le tariffe dei cittadini hanno continuato a crescere
senza sosta. Gli studi citati concordano nel rilevare una relazione
diretta fra aumenti delle tariffe ed incremento dei profitti per
i gestori. Nei primi 10 anni di privatizzazione i profitti delle
principali dieci società idriche inglesi sono cresciuti del
147%: circa il 30% della bolletta pagata dal cittadino è
intascata dagli azionisti privati sotto forma di dividendi. Nelle
Spa dell’acqua italiane, quel 7% di “adeguata remunerazione
del capitale investito” contro cui si è rivolta l’
iniziativa referendaria [5] incide mediamente, nel 2011, per il
15% sul totale
della bolletta pagata (senza mettere in conto extra-profitti e utili
indiretti che i soci privati sono in grado di realizzare a danno
dei cittadini). In Inghilterra e Galles all’impennata del
245% delle tariffe dal 1989 al 2006 (39% oltre il tasso d’inflazione),
non è corrisposto nessun miglioramento del servizio, nessuna
“efficienza” magicamente infusa nel sistema dai privati.
L’ analisi dei dati mostra come, in termini reali, i costi
operativi siano rimasti gli stessi mentre l’aumento costante
delle tariffe sia da imputare principalmente “a vari elementi
associati al capitale – i costi del capitale, l’ interesse,
i profitti- che sono quasi raddoppiati in termini reali”.
Vale la
pena ricordare come vi sia universale accordo fra gli studiosi del
settore sul fatto che un aumento dell’1% della remunerazione
del capitale investito equivale a oltre il 10% di riduzione dei
costi di gestione: il maggiore costo del capitale divora facilmente
eventuali margini di efficienza, intesi come riduzione dei costi
operativi. Le gestioni privatizzate costano di più e sono
nella maggior parte dei casi tutt’altro che efficienti. Il
mantra ideologico della maggior efficienza del privato rispetto
al pubblico, ossessivamente ripetuto negli anni ’80 e ’90,
ormai non è più intonato neppure da Banca Mondiale
e Fondo Monetario Internazionale, che pure avevano puntato molto
sulla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, acqua in
primis. Tutti gli studi sui servizi idrici ribadiscono che non esiste
alcuna superiore efficienza delle gestioni private rispetto a quelle
pubbliche, come ammette la stessa analisi pubblicata dalla Banca
Mondiale nel 2005, opportunamente citata da Hall e Lobina: statisticamente
“non c’è una differenza significativa fra l’andamento
dell’efficienza degli operatori pubblici e quello dei privati”.
A parità d’ efficienza gestionale, però, l’ottimo
privato costerà necessariamente alla collettività
molto più dell’ottimo pubblico, data l’intrinseca
necessità del privato di produrre profitti e remunerare i
capitali investiti: l’obiettivo di una gestione privatistica
del servizio idrico è, innanzi tutto, la creazione di valore
per gli azionisti (non la garanzia del diritto d’accesso universale
al bene acqua). Maggiori profitti si possono ottenere aumentando
le tariffe, tagliando il costo del lavoro, riducendo la qualità
del servizio. I profitti si possono incrementare anche aumentando
i volumi d’acqua venduti (anziché incoraggiare il risparmio
e la tutela della risorsa), riducendo gli investimenti effettivi
rispetto a quelli programmati (e perciò pagati in tariffa),
spacciando interventi d’ordinaria manutenzione per investimenti.
I dati e gli studi raccolti da Hall e Lobina compongono un quadro
preoccupante- per quanto non inaspettato - degli effetti della privatizzazione,
che va ben al di là degli impressionanti aumenti tariffari
che hanno colpito i cittadini e in particolare le famiglie più
povere (costrette a spendere il 4% del loro reddito per pagarsi
l’acqua, se non a subire il “distacco” dal servizio
per morosità). Mostrano gli impatti negativi sul lavoro e
sui lavoratori, diminuiti nel settore del 21%, anche se le gestioni
private hanno
fatto in seguito massiccio ricorso ad esternalizzazioni e lavoro
precario (meno pagato e meno qualificato), a danno della qualità
del servizio. Mostrano il gran numero d’incidenti ambientali
causati dalle società privatizzate, Suez ed Enron in testa.
Mostrano infine come le reti idriche siano peggiorate e si siano
deteriorate ad una velocità superiore alla capacità
dei gestori di rinnovarle e come, a dieci anni dalla privatizzazione,
la qualità dell’acqua potabile risultasse ormai al
di sotto degli standard minimi, presentando quasi ovunque valori
oltre i limiti consentiti rispetto a numerose sostanze dannose per
la salute.
Scorrendo i dati raccolti si scopre come casi d’acqua
razionata e di fornitura interrotta non riguardino solo alcune realtà
del sud Italia (dove sono gli interessi mafiosi a condizionare il
“governo” dell’acqua e la sua fornitura) ma, in
occasioni di siccità, abbiano colpito persino aree dell’est
inglese, a causa di incapacità gestionali delle società
private dell’acqua, che in precedenza avevano preferito distribuire
maggiori dividendi anziché realizzare importanti investimenti.
A proposito delle perdite di rete (terreno su cui avrebbe dovuto
misurarsi la capacità d’investimento privato), difficile
non notare come la città più grande della Gran Bretagna,
Londra - gestita dalla
privatissima Thames Water - abbia perdite del 40%. Volendo fare
un paragone con realtà comparabili del nostro paese, ossia
con le città italiane più grandi, si
osserverà come a Roma, gestita dalla Spa mista e quotata
in borsa Acea (nel cui capitale sociale vi sono Suez, banche private
e l’imprenditore delle costruzioni Caltagirone) si registrino
perdite di rete del 35%. A Milano, dove si ha una gestione ancora
a totale capitale pubblico che ha ereditato strutture e saperi dell’azienda
municipalizzata, si registrano a tutt’oggi perdite del 10%,
fra le più basse di tutta Europa. A Milano si registrano
anche tariffe fra le più basse del continente, tra l’altro.
Pure a Napoli l’acqua è gestita da una società
a totale capitale pubblico: le tariffe sono basse e le perdite di
rete sono del 18%, il miglior dato del paese subito dopo Milano,
sempre secondo i dati dell’indagine Civicum-Mediobanca del
2010.
Il caso inglese-gallese impone dunque una riflessione complessiva
sul capitolo degli investimenti. In Italia per anni è stato
ripetuto che l’ingresso dei privati all’interno di Spa
miste sarebbe stato indispensabile per ottenere i capitali freschi
necessari per gli investimenti. In verità, ora che i soci
privati fanno parte già da molti anni di un numero considerevole
di Spa, l’ esperienza indica alcune evidenze. La prima è
che i privati sono entrati ottenendo, in cambio di basse capitalizzazioni
(i capitali vengono conferiti per poter entrare nella compagine
azionaria), la governance effettiva della società, a partire
dalla nomina dell’amministratore delegato. La seconda è
che
i capitali utilizzati per gli investimenti derivano dall’autofinanziamento
- la liquidità messa a disposizione dai cittadini attraverso
le tariffe - ma soprattutto sono il frutto dei prestiti ottenuti
a caro prezzo dalle banche (capitale di debito conseguito attraverso
mutui o project financing), che saranno a loro volta ripagati dalle
future bollette. Le banche che prestano il denaro alle società,
a tassi d’interesse di mercato, sono a loro volta socie delle
medesime Spa. Anche in Inghilterra e Galles la dinamica è
stata la
medesima: privatizzato il servizio, ben presto le principali fonti
dei capitali per le società private sono state le banche.
Il livello dell’indebitamento delle società con gli
istituti di credito è cresciuto da un valore pressoché
nullo ad un valore medio del 60% con punte del 75%.
Il costo del capitale privato è notoriamente
molto più alto del costo del capitale ottenibile tramite
finanza pubblica. Il modo in assoluto più costoso per finanziare
gli investimenti è quello di ricorrere al capitale privato,
vuoi che si tratti di capitale equity (azioni), vuoi che si tratti
di capitale di debito (indebitamento con le banche). A maggior ragione
ciò vale in un servizio come quello idrico, che necessita
di notevoli quantità di denaro per realizzare gli investimenti
e dove quindi il costo del capitale incide enormemente sul costo
complessivo del servizio. Questa semplice verità è
confermata ancora una volta dal caso inglese e gallese: quando si
debba trovare denaro per far funzionare un servizio -mostrano le
cifre e i grafici raccolti da Hall e Lobina- il finanziamento tramite
capitale azionario si è rivelato il più costoso in
assoluto (dividendi da pagare agli azionisti). Segue il finanziamento
degli investimenti tramite prestito bancario, che è più
conveniente dell’equity ma pur sempre costoso (interessi sul
capitale prestato). Il modo in assoluto più conveniente per
ottenere capitale per gli investimenti è, ovviamente, il
ricorso a forme di finanza pubblica. In altre
parole, se invece di finanziarsi attraverso l’equity, se invece
di ricorrere alla borsa o di prendere prestiti in banca vi fossero
aziende pubbliche dell’ acqua, il passaggio a forme di finanziamento
privo di rischi (titoli di debito pubblici) permetterebbe di risparmiare
ogni anno cifre colossali. Per gli stessi motivi anche in Italia
la proposta alternativa di finanziamento del servizio idrico avanzata
dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua prevede, al posto
della costosissima combinazione di capitale equity e capitale di
terzi che la privatizzazione porta con sè, un insieme di
strumenti di finanza pubblica e di fiscalità generale, nel
contesto di una gestione del servizio tramite soggetti di diritto
pubblico [6]. Ciò permette di fuoriuscire dalla morsa stritolante
del grande capitale finanziario, che, per far funzionare servizi
d’interesse generale, obbliga a ricorrere all’equity
e al costosissimo mercato privato del credito, con l’unico
fine di far fruttare il capitale. La tariffa dell’acqua si
trasforma in “prezzo” e il cittadino si trasforma in
consumatore, obbligato a finanziare la creazione di ricchezza per
i detentori di capitale privato per poter accedere ad un bene vitale
come l’ acqua. E’ questo il senso profondo della trasformazione
di un bene comune in “merce”.
Gli strumenti di finanza pubblica in grado di mettere a disposizione
risorse per gli investimenti ad un costo notevolmente più
basso sono molteplici, dai titoli di debito classici a quelli più
innovativi, dai “Bot di scopo” di lunga o lunghissima
scadenza ai bond irredimibili (che possono esser emessi anche localmente).
Il “prestito irredimibile” non prevede la restituzione
del capitale -non incide quindi sul debito pubblico- e in cambio
garantisce al prestatore una rendita perpetua ad un tasso d’interesse
congruo. Questo strumento, il cui costo sarebbe pagato attraverso
le tariffe, potrebbe esser utilizzato per coprire gli investimenti
necessari a ristrutturare le reti. Allo stesso tempo occorre quantomeno
ripensare la funzione delle banche pubbliche, o di ciò che
ne resta (Cassa depositi e prestiti), se non proporsi di progettare
una nuova generazione d’istituti di credito pubblici, che
potrebbe contemplare anche l’istituzione di una specifica
banca dell’acqua, sul modello dell’ olandese Nederlandse
Waterschapsbank.
La logica autentica del servizio pubblico si sposa
in modo naturale e automatico con gli strumenti della finanza pubblica
perché rifiuta ogni finalità speculativa: non è
orientata alla distribuzione di dividendi e di profitti, ossia alla
remunerazione dei capitali, bensì alla copertura dei costi
attraverso i ricavi e alla necessità di reinvestire nel servizio
tutti gli “avanzi di bilancio” (che per questo non possono
essere definiti “utili”). In altre parole, la logica
pubblica si pone il problema del costo del capitale ma
non quello della sua remunerazione in termini speculativi. In tal
senso sono pensati gli strumenti della finanza pubblica per reperire
fondi per gli investimenti al minor costo possibile. Affinché
si dia questo cambio di paradigma, però, occorre uscire definitivamente
dal quadro delle società di capitali, che sono per loro natura
costrette a ricorrere al mercato privato del credito per finanziarsi.
Ma è ineludibile un altro nodo. E’ necessario anche
il parziale ricorso alla fiscalità generale per finanziare
l’accesso al minimo vitale d’acqua cui ha diritto ciascuna
persona (indipendentemente dalla sua condizione sociale) e per effettuare
gli investimenti in nuove infrastrutture. Il full cost recovery,
viceversa, è il meccanismo che pretende di caricare sulle
tariffe tutti gli investimenti, oltre ai consumi, ai costi di gestione
del servizio, ai profitti e ai dividendi per gli azionisti. Un meccanismo
che, peraltro, non sta funzionando: in Italia, da quando è
stato adottato circa a metà degli anni ’90, gli investimenti
sono crollati di due terzi ed oggi vengono realizzate poco più
della metà delle opere programmate. La domanda di fondo è:
chi deve pagare gli investimenti per nuove infrastrutture, solo
il cliente-utente o anche il cittadino-contribuente? I costi di
una nuova infrastruttura acquedottistica o di un nuovo depuratore
(esattamente come un nuovo ospedale o una nuova scuola) se costruiti
grazie a fondi provenienti dalla fiscalità generale saranno
pagati, in proporzione, in misura maggiore dai contribuenti più
ricchi. In altri termini, le aree più avanzate di un paese
o di una regione sosterranno quelle più povere e i cittadini
più facoltosi parteciperanno alla realizzazione dei diritti
dei concittadini meno abbienti, dato che l’imposizione fiscale
è progressiva. All’opposto, caricare tutti i costi
infrastrutturali in tariffa significa costruire un meccanismo di
finanziamento fortemente regressivo dal punto di vista distributivo.
Insomma, quando un bene essenziale come l’acqua viene interamente
finanziato tramite tariffa, compresi gli investimenti infrastrutturali
straordinari, ricchi e poveri si trovano a pagare l’ investimento
senza nessuna proporzione al reddito percepito e senza alcun meccanismo
di solidarietà sociale. Inoltre -dato che ricchi e poveri
hanno bisogno della stessa quantità d’acqua per bere,
cucinare, lavarsi- tariffe più salate incideranno in misura
molto diversa sui redditi, come ben mostra il
capitolo che Hall e Lobina dedicano all’impatto della privatizzazioni
sulle fasce deboli.
C’è chi taglia corto e sostiene che privatizzare interamente
la fonte di finanziamento del servizio attraverso il full cost recovery,
pur con i suoi effetti socialmente regressivi, è una necessità
dei tempi: i soldi pubblici sono scarsi ed è inevitabile
scegliere fra sanità e acquedotti, fra scuole e depuratori,
come se si potesse vivere senza diritto alla salute o senza accesso
all’acqua potabile, come se qualcuno ci chiedesse di scegliere
se preferiamo smettere di dormire o smettere di respirare. Certamente
se oggi vi è un problema di priorità di spesa questo
non si pone fra acquedotti e ospedali bensì, più probabilmente,
fra servizi essenziali e spese per armamenti, ad
esempio. Se gli italiani potessero scegliere direttamente se considerano
prioritaria l’acqua o l’acquisto dei nuovi caccia F35,
la cui spesa assorbirà nei prossimi anni circa 13,5 miliardi
di euro, l’esito della consultazione sarebbe scontato. Insomma,
altre sarebbero le priorità o le alternative su cui dovremmo
interrogarci come cittadini, dato che la fiscalità generale
viene impiegata direttamente o indirettamente per cofinanziare tante
delle inutili “grandi opere” previste nella così
detta legge obiettivo. Senza aerei da guerra o senza nuove autostrade
si può vivere, persino meglio, ma non senz’acqua. Se
poi venisse rafforzata la lotta all’evasione fiscale, al contrario
incoraggiata dai governi attraverso condoni di ogni genere, e se
si studiassero specifiche “tasse di scopo” (ad esempio
una tassa sulle bottiglie in plastica per le acque
minerali) sarebbe possibile ricostruire a perfezione l’intero
sistema idrico integrato del paese, grande opera utile e necessaria,
senza incidere sul debito e sul deficit pubblico.
Infine, la vera vittima della privatizzazione è
la democrazia. I nodi sono l’ assenza di qualsiasi controllo
democratico sul bene acqua una volta che ne sia stata privatizzata
la gestione e la perdita di ogni potere decisionale da parte dei
cittadini. Amministrazioni locali, consigli elettivi e cittadini
sono allontanati dal governo del bene e le scelte si trasferiscono
nelle società di gestione private e nei loro consigli d’amministrazione.
Persino la proprietà del bene acqua, che formalmente resta
bene demaniale e pubblico (tanto in Inghilterra quanto in Italia)
passa sostanzialmente nelle mani di chi gestisce il servizio idrico:
si tratta della differenza fra proprietà formale e sostanziale
del bene. Il reale proprietario del bene diviene il soggetto che
gestisce ed eroga il servizio. Hall e Lobina mostrano come in Inghilterra
e Galles il deficit democratico investa tanto le società
di gestione quanto l’ ente regolatore, l’Ofwat: né
le prime né quest’ultimo sono responsabili davanti
agli organi rappresentativi, locali o nazionali. L’ Ofwat
è talmente indipendente da essere indipendente persino dai
cittadini, si potrebbe dire. Pur in un quadro differente, anche
in Italia la privatizzazione ha necessariamente condotto allo stesso
esito: le Spa che gestiscono il servizio idrico integrato sono divenute
vere e proprie istituzioni post-democratiche, arene decisionali
chiuse e opache in cui si è spostato il governo del territorio.
Le Spa, guidate dalla logica della massimizzazione del valore per
gli azionisti, rappresentano il nuovo luogo d’elaborazione
e definizione delle politiche territoriali. Gestiscono beni comuni
fondamentali come l’acqua, spesso assieme ad altri servizi
pubblici locali (Multiutilities). La Spa mista pubblico-privata,
declinazione su scala territoriale delle forme post- democratiche
della governance globale, è in Italia il modello prevalente
di privatizzazione: la Spa mista è un tavolo di concertazione
a-democratico cui siedono cordate di soggetti privati (fra cui multinazionali
italiane e straniere, banche, imprenditori del cemento) e personale
nominato dai sindaci, senza alcun legame con i consigli elettivi.
Ricostruire le catene di responsabilità all’interno
dei meccanismi decisionali delle Spa è impossibile, la privatizzazione
delle decisioni e delle scelte è definitiva: non vi è
più nulla di pubblico nè di democratico in questo
sistema di governance locale.
Sarebbe lungo ripercorrere come si sia giunti fin qui. Certo è
che all’origine di questi processi di privatizzazione e “de-democratizzazione”
vi sono precise scelte politiche, in buona parte legate ai cicli
di riforma della pubblica amministrazione avviati negli anni ’90.
In Italia le responsabilità della politica nell’erosione
del pubblico sono spesso anche precedenti: non di rado élites
politiche si sono surrettiziamente appropriate dei beni di tutti,
considerando i beni comuni come loro beni privati e trasformando
la gestione pubblica in una gestione clientelare o lottizzata. Le
Spa miste – le partnership pubblico-private – rappresentano
l’esito finale e il perfetto
connubio di questa doppia forma di privatizzazione del bene comune:
emancipatesi dal diritto pubblico per abbracciare il diritto privato,
allontanatesi da ogni partecipazione e controllo dei cittadini,
élites politiche e cordate di soggetti privati hanno dato
vita ad un nuovo luogo di governance opaco e a-democratico. A queste
istituzioni viene consegnato il governo dell’acqua e dei beni
comuni, ossia de facto il governo del territorio e l’elaborazione
concreta delle politiche pubbliche locali. Queste istituzioni sono
fortezze senza porte né finestre, in cui privatezza e segretezza
si fondono nell’opposto di ciò che dovrebbe essere
una gestione pubblica,
trasparente e democraticamente partecipata dei beni comuni.
Hall e Lobina ricordano come alla fine degli anni ’80 fu Margareth
Thatcher, dunque ancora una volta la politica, a decidere la privatizzazione
di servizi e beni che, essendo “comuni”, non avrebbero
dovuto essere alienabili, in quanto non a disposizione delle maggioranze
politiche e del princeps di turno. In quell’epoca le aziende
private furono persino fatte entrare nella governance dello stato,
ottenendo voce in capitolo nella stesura di alcune leggi (attraverso
la creazione delle istituzioni così dette “quasi governative”,
spiegano Hall e Lobina). Uno studio sul peso delle Spa privatizzate
nella definizione delle leggi nazionali e regionali sui servizi
pubblici probabilmente rivelerebbe elementi interessanti anche sul
potere effettivo assunto in Italia – nella definizione del
quadro giuridico – da soggetti privati e dalle loro organizzazioni
di categoria. Potenti amministratori delegati si sono vantati, in
alcune occasioni pubbliche, di avere “ispirato”, se
non direttamente scritto, questo o quel determinato articolo di
legge relativo alle privatizzazioni.
Nel passato remoto, in Italia come in gran parte dei paesi europei,
le prime strutture e le prime gestioni del servizio idrico erano
private. Gestioni la cui inefficienza, il cui costo e la cui incapacità
di assicurare l’universalità del servizio – e
di conseguenza di garantire la salute pubblica – spinsero
a compiere una scelta di civiltà: all’inizio del ‘900
un’ondata di municipalizzazioni condusse alla gestione pubblica
dell’acqua, per garantire a tutti l’accesso a questo
bene fondamentale. Chi pensa alla rivatizzazione come ad un sinonimo
di “modernizzazione” ha un concetto molto antico e regressivo
di modernità. I nuovi cicli di privatizzazione costituiscono
un ritorno al passato, a logiche di profitto e d’esclusione,
non certo un passo avanti. Il futuro deve essere certamente “pubblico”,
come ricorda il titolo del saggio di Hall e Lobina, ma il pubblico
deve essere ripubblicizzato. Se infatti la gestione pubblica è
una condizione necessaria, perché consente di escludere i
profitti di pochi da un bene di tutti, non è però
una condizione di per sé sufficiente. Il nuovo pubblico deve
essere trasparente e partecipato democraticamente dai cittadini,
non espropriato da oligarchie politiche. Clientelismi, lottizzazioni,
degenerazioni burocratiche e tecnocratiche sono state il primo stadio
della “privatizzazione” e del sequestro dei beni di
tutti da parte degli interessi di pochi. In futuro la gestione dell’acqua
e dei beni comuni dovrà essere “comune”: gli
esempi in questo senso si stanno moltiplicando, da Siviglia a Parigi.
Beni comuni e ripubblicizzazione del pubblico sono la sostanza di
una nuova politica per il XXI secolo, come insegnano i movimenti
per l’acqua di tutto il pianeta.
NOTE
(1) Rimando a Tommaso Fattori, Impero Spa: i mercanti d’acqua,
2008 disponibile all’indirizzo http://www.perunaltracitta.org/images/quaderni/fattori.pdf
(2) Si tratta del “Decreto Ronchi”, oggetto del primo
dei due quesiti referendari del 12/13 giugno 2011 (abrogazione dell’art.23
bis della legge 133/08 e successive modifiche, appunto quelle introdotte
da Ronchi nel 2009).
(3) E’ possibile scaricare qui la delibera del 22 novembre
del 2007 dell’ autorità garante della concorrenza e
del mercato: http://www.acquabenecomunetoscana.it/IMG/pdf/Sentenza_antitrust_Acea-Suez_Nov_2007.pdf
(4) Nella primavera del 2010 Federutility ha scritto al governo
chiedendo senza giri di parole lo stanziamento di “fondi pubblici
di accompagnamento e sostegno per cofinanziare gli interventi previsti”
nel settore idrico. Nella stessa direzione anche le richieste di
Cispel alla regione Toscana, regione in cui il servizio idrico integrato
in 5 Ato su 6 è gestito da Spa miste.
(5) Si tratta del secondo quesito sottoposto a referendum popolare
il 12/13 giugno 2011: abrogazione parziale dell’art. 154 del
D.lgs 152/06 (decreto ambientale)
(6) La proposta è consultabile all’indirizzo http://www.acquabenecomune.org/investimenti.pdf
Luglio 2011
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