La
disputa per il controllo delle fonti d’acqua in America
Latina
di Andrea Necciai
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La caccia all’oro blu nel continente
latinoamericano.
Se il novecento è stato indubbiamente il secolo del petrolio,
l’acqua, fonte di vita e bene irrinunciabile per l’umanità
intera, si può già considerare l’ ”oro
blu” del ventunesimo secolo. In uno scenario in cui la penuria
di risorse idriche a livello mondiale coincide con un progressivo
aumento della loro domanda, il “valore di mercato” dell’acqua
è cresciuto in modo esponenziale, tanto da portare alla nascita
di un’inedita classe di imprenditori e affaristi “cacciatori
d’acqua”, specializzati nella compravendita dell’”oro
blu”.
Alla logica del mercato non può sottrarsi nemmeno l’America
latina. Come è noto, il subcontinente può contare
su riserve idriche imponenti: il Rio delle Amazzoni, il Paranà
e l’Orinoco sono tra i fiumi più importanti al mondo
e il solo Brasile possiede la quinta parte di tutta l’acqua
del pianeta; il lago Titicaca, che si estende tra il Perù
e la Bolivia, e quello di Maracaibo (Venezuela) soddisfano da soli
il fabbisogno di acqua di milioni di persone.
Di conseguenza, stando a questi dati, la popolazione latinoamericana
dovrebbe poter disporre di una quantità di acqua pari a circa
3.100 metri cubi annui pro capite, mentre secondo le statistiche
il valore ufficiale è di soli 29 metri cubi. E’ questo
uno dei più grandi paradossi dell’America latina: una
terra ricchissima di fonti idriche, i cui abitanti non sono però
in grado di disporre della loro acqua in modo adeguato e “democratico”.
Secondo fonti ONU, attualmente in tutta l’America latina
ci sono ancora 130 milioni di persone che non hanno accesso all’acqua
potabile. La situazione più critica è quella del Brasile:
la nazione che possiede la più grande riserva di acqua dolce
al mondo deve affrontare addirittura il rischio di razionamento
nelle grandi città; e questo accade non solo a causa dell’eccessiva
distanza delle sorgenti ma soprattutto perché l’acqua,
sempre più sottratta al consumo domestico, viene preferibilmente
“dirottata” verso l’utilizzo agro-industriale,
sotto la gestione delle imprese transnazionali.
Nei paesi dell’area latinoamericana operano numerose aziende
europee che gestiscono le reti idriche per la fornitura pubblica
dell’acqua. La maggior parte di queste imprese private sono
filiali locali che fanno capo alle tre principali corporation del
settore a livello globale: le francesi Suez e Vivendi che controllano
più del 70% del mercato mondiale dei servizi idrici, e la
tedesca RWE-Thames. Questi tre “giganti”, che forniscono
acqua a circa 300 milioni di utenti in 130 paesi, si situano tra
le 100 multinazionali più ricche, con un introito totale
di quasi 160.000 milioni di dollari [dati del 2002] e con un tasso
di crescita del 10% annuo.
Le battaglie per l’acqua pubblica.
In America latina, la corsa all’accaparramento delle fonti
d’acqua da parte delle multinazionali ha una lunga storia.
Tuttavia, il caso più eclatante - e drammatico per le sue
conseguenze sociali - si verificò in Bolivia nel 2000, quando
la Banca Mondiale impose al governo del paese andino la privatizzazione
dei servizi idrici in cambio della concessione di un prestito di
25 milioni di dollari. Qualche mese dopo nella regione di Cochabamba,
una tra le area più povere della Bolivia e popolata da mezzo
milione di persone, l’intera rete di distribuzione dell’acqua
fu acquistata dall’impresa statunitense Bechtel. Nel giro
di poco, il prezzo delle tariffe aumentò a tal punto da scatenare
l’ira di decine di migliaia di abitanti. La protesta culminò
in una serie di gravi disordini,
e in uno sciopero generale che paralizzò la città.
Alla fine delle ostilità, Bechtel fu costretta a cedere e
a fare le valigie dalla Bolivia.
In molte altre zone del subcontinente, associazioni di consumatori
e gruppi di iniziativa civile continuano a portare avanti - con
alti e bassi - la loro estenuante lotta contro la privatizzazione
dell’acqua pubblica. In Argentina, le associazioni di consumatori
si oppongono da un decennio alla privatizzazione degli impianti
dell’acqua corrente da parte della Suez-Lyonnaise, “che
ha provocato col tempo l’inquinamento del Rio de la Plata,
oltre che un meccanismo di corruzione generalizzata e di profitti
privati senza precedenti […].”*
Nel 2004 in Uruguay, un’alleanza di lavoratori ed associazioni
ha promosso un referendum nazionale per chiedere una riforma costituzionale
che sancisse l’acqua come “diritto umano e bene pubblico”,
per sottrarla alla grinfie delle imprese. In quella consultazione
più del 60% della cittadinanza uruguaiana votò a favore
della riforma, e dunque contro la privatizzazione dell’acqua.
In Cile, al contrario, si susseguono le proteste da parte delle
organizzazioni ecologiste e civili per la svendita delle reti fluviali.
Già durante il regime di Pinochet, l’80% dei fiumi
cileni fu ceduto al settore privato, principalmente alla compagnia
spagnola ENDESA, per la produzione di energia idroelettrica.
Gli abitanti delle zone più povere del Perù hanno
intrapreso da anni una lotta senza quartiere contro le imprese erogatrici,
a causa dei livelli proibitivi che hanno raggiunto le tariffe della
loro acqua. A Lima, la gente povera arriva a pagare l’acqua
- per giunta molto inquinata - fino a 3 dollari al metro cubo dovendosi
anche preoccupare del suo trasporto, tutto a spese proprie.
In Guatemala, nella zona della frontiera con il Messico, contadini,
lavoratori ed ecologisti protestano da anni contro la costruzione
di cinque dighe sul Rio Usumacinta, il più grande fiume della
regione. Oltre allo sfruttamento idroelettrico il mega progetto,
facente capo al faraonico Piano Puebla Panamà (PPP), prevede
la costruzione di un sistema di acquedotti diretti alla penisola
dello Yucatan, dove gli immensi latifondi di prodotti d’esportazione
richiedono ingentissime quantità d’acqua per l’irrigazione.
Secondo le organizzazioni ecologiste, i danni finora causati all’ecosistema
guatemalteco per la realizzazione di questa grande opera sono incalcolabili.
Non così distante dal bacino dell’Usumacinta, “la
popolazione indigena del Chiapas (Messico) ha intrapreso una dura
battaglia contro “Coca Cola”, che vorrebbe assicurarsi
il controllo delle riserve acquifere della regione. In una nazione
dove la maggior parte della popolazione deve sopportare il razionamento
dell’acqua, più del 30% del consumo di acqua dolce
si concentra proprio nello stato del Chiapas, dove la multinazionale
si è saldamente insediata facendo pressioni sui governi locali
per ottenere le concessioni necessarie ad acquisire la proprietà
privata sulle sorgenti d’acqua.”*
Spesso la Banca Mondiale e il BID (Banca Interamericana di lo Sviluppo)
agevolano l’ingresso delle multinazionali nei mercati latinoamericani.
Tanto Suez come Vivendi ricorrono alla loro influenza presso gli
enti creditizi multilaterali affinché l’erogazione
privata dell’acqua diventi la “condizione” per
la remissione di un debito o per la concessione di nuovi prestiti
a favore dei governi locali. Il BID, ad esempio, vanta [nella regione
latinoamericana] crediti per 58.000 milioni, ciò gli conferisce
lo straordinario potere di imporre la privatizzazione dell’acqua
ai municipi “disperati”. E in effetti, alcuni dei prestiti
più sostanziosi concessi dal BID nello scorso decennio erano
direttamente destinati alle multinazionali, con lo scopo di cominciare
i processi di privatizzazione dell’acqua in paesi come l’Argentina,
la Bolivia e l’Honduras.”*
Note: “La furia del oro azul”, di Tony Clarke e Maude
Barlow – Lacantara.
* da Al Revés 16 - Maggio 2011 pubblicato su
www.resistenze.org
Maggio 2011
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