Sardegna.
No al nucleare, un plebiscito
di Teresa Corona
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REFERENDUM SARDO. Plebiscito contro le
centrali nuke Vota il 60%
CAGLIARI
La Sardegna dice no al nucleare, forte e chiaro, con una maggioranza
quasi bulgara che arriva al 97,64 per cento. Era importante il test
della piccola isola in mezzo al Mediterraneo, amministrata dal figlio
del commercialista di Berlusconi «Ughetto» Cappellacci.
Il primo referendum in Italia dopo il disastro di Fukushima e soprattutto
dopo il retromarcia clamoroso imposto dal governo nazionale.
Il governatore Cappellacci, però, sorprendendo tutti, ha
scelto per una volta di dire no al governo «amico» targato
Berlusconi: i sardi andranno al voto lo stesso, aveva affermato
sicuro nei giorni caldi dello stop. C'è da dire che il voto
di ieri, pur confermando una volontà netta e chiara, ha solo
valore consultivo. Per capirci, se dopodomani l'esecutivo invertisse
la rotta e decidesse di far arrivare una centrale atomica nell'isola,
non conterebbero nulla i voti contrari. Sta di fatto che comunque
Ugo Cappellacci, almeno in questo caso, è andato per la sua
strada. Forse perché anche lui, dopo il G8 scippato e la
sparizione dei fondi Fas ancora bloccati, ha iniziato a diffidare
delle promesse del premier. O forse anche perché, vista la
mobilitazione popolare che aveva incendiato l'oristanese quando
nel novembre dell'anno scorso il sito di Cirrus era stato considerato
tra i papabili per lo stoccaggio delle scorie, temeva la reazione
dei sardi. Così il governatore ha promosso e sponsorizzato
il referendum consultivo regionale. E i sardi hanno risposto in
massa dicendo no almeno dall'atomo: già dalle 22 di domenica
sera era chiaro che il quorum (era necessario almeno il 30%) sarebbe
stato abbondantemente superato. Ieri i dati ufficiali raccontano
di un 59,34% che si è espresso, con picchi del 61,39 nella
provincia di Cagliari e del 65 in quella di Carbonia e Iglesias.
La Sardegna è comunque la prima regione italiana ad aver
dato la parola agli elettori che hanno rifiutato non solo le centrali
nucleari ma anche i siti di stoccaggio delle scorie. Cappellacci
da parte sua tenta di appropriarsi questa schiacciante vittoria.
Una mossa strategica con cui spera di risollevare le sorti della
sua giunta traballante, tenuta insieme più dallo scambio
di poltrone che da un progetto politico serio.
A fare la differenza sarà comunque il risultato di questa
tornata amministrativa, dove in ballo ci sono due roccaforti della
destra potente, quella che conta, legata dagli affari e dal cemento.
Cagliari e Olbia, dove il centro destra si presenta diviso e dilaniato
dalle lotte interne. Cappellacci dunque, pur sostenendo una battaglia
buona e giusta, aveva bisogno come il pane di questa vittoria indiscutibile
contro il nucleare. Solo così può ancora dire al popolo
sardo che, in fondo in fondo, anche lui si è battuto per
tutelare i loro interessi. Certo è che l'isola attraversa
una crisi senza precedenti: le industrie, quelle poche che c'erano,
sono pronte a smantellare e a chiudere i battenti e la pastorizia,
colonna portante dell'economia isolana, è sul piede di guerra.
Un disastro, che si traduce in un'emorragia interminabile di posti
di lavoro al quale la giunta ha reagito spargendo briciole a ogni
settore in crisi senza risolvere i problemi strutturali. Il risultato
sono scioperi e proteste che fanno tremare i palazzi del potere
(ultima quella dei «tartassati di Equitalia», erano
in quindicimila) perché potrebbero tradursi in un calo di
consensi. E a quel punto anche i fedeli alleati (Psd'Az e Udc) potrebbero
decidere di abbandonare la barca che affonda. Sono lontani i tempi
in cui Cappellacci al fianco di Berlusconi invitava i sardi a sorridere
promettendo centomila posti di lavoro.
* da "il manifesto" del 17 maggio 2011
Maggio 2011 |