Dopo Tangentopoli la legislazione urbanistica è stata
smantellata. Le metropoli sono diventate terreno di conquista
degli speculatori. Fiumi di cemento hanno inondato i nostri
territori. Ripristinare la legalità, bloccare le espansioni
urbane, riqualificare le periferie, recuperare il costruito
abbandonato: ecco tutto ciò che andrebbe fatto per fermare
il saccheggio del territorio e delle città.
Regole e legalità cancellate
Il 1993 segna lo spartiacque per comprendere cosa è
avvenuto nel territorio e nelle città. Tangentopoli aveva
mostrato lo stretto intreccio tra l’urbanistica e la corruzione:
a Roma e Milano, solo per fermarci alle due maggiori città,
le regole venivano sistematicamente cambiate dalla politica
collusa con la proprietà fondiaria e con l’affarismo.
Nulla di nuovo. Una storia iniziata nell’immediato dopoguerra:
la Roma dominata dalla Società generale immobiliare,
la Napoli dei tempi di Lauro, lo scandalo di Agrigento, il sacco
di Palermo avevano dimostrato l’arretratezza del sistema
economico che dominava le città. È stata la speculazione
parassitaria a imporre il proprio dominio: dappertutto erano
sorte periferie sfigurate e incivili.
Eppure in quel periodo il legislatore aveva risposto agli scandali
con una serie di riforme che avevano collocato l’Italia
nel panorama dei paesi virtuosi. Regole e strumenti pubblici
chiari e efficaci: la legge sull’edilizia pubblica del
1962, [del 1971 e del 1978 – n.d.r.] la legge ponte del
1967, la Bucalossi del 1977, la Galasso del 1985, la legge sulle
aree protette del 1991. Era stato mancato l’obiettivo
di scindere in maniera definitiva il diritto di proprietà
dal diritto di edificare analogamente agli altri paesi europei
poiché il tentativo di riforma di Fiorentino-Sullo fallì
nel 1963 per la violentissima reazione del blocco immobiliare.
Ciò nonostante, la risposta agli scempi urbanistici portò
a una profonda evoluzione della legislazione.
La risposta allo scandalo di Tangentopoli è stata di
segno opposto: la legislazione urbanistica è stata infatti
smantellata. La cultura delle regole viene sostituita dalla
prassi della deroga. I piani regolatori, e cioè il quadro
coerente dello sviluppo delle città, vengono sostituiti
dall’urbanistica contrattata: volta per volta si decide
la dimensione e i caratteri degli interventi urbani, al riparo
di qualsiasi trasparenza. Conseguenza inevitabile, se si pensa
che le elezioni politiche del 1994 portarono alla vittoria Silvio
Berlusconi che all’interno del suo programma aveva promesso
«padroni a casa propria» slogan che dà il
via alla serie di leggi – mai contrastate negli anni dei
governi di centro-sinistra – che avrebbero messo in crisi
il governo pubblico del territorio.
Quando scompaiono le regole trionfa l’illegalità.
Questo è avvenuto in molti casi, dall’attacco continuo
alla magistratura al falso in bilancio alle prescrizioni facili.
Ma è nelle città che il malaffare ha trionfato.
Quanto emerge dall’inchiesta della magistratura su Sesto
San Giovanni ne è la più chiara dimostrazione.
I colloqui tra i protagonisti vertono sull’esigenza di
variare le volumetrie da realizzare nell’area ex Falk
da un milione a un milione e mezzo di metri cubi. Senza alcuna
procedura di evidenza pubblica si regalano alla proprietà
fondiaria 500 mila metri cubi: un arricchimento in termini economici
di oltre 200 milioni di euro. Ammettiamo pure per assurdo che
non ci sia stata alcuna tangente: il fatto grave è che
attraverso l’urbanistica contrattata si alterano le regole
di mercato. Altri operatori che sulla base delle scelte urbanistiche
avevano deciso di investire in differenti aree vengono danneggiati
e se non vogliono soccombere hanno un’unica strada: venire
a patti con la politica e iniziare la contrattazione urbanistica.
Questa patologia spiega il motivo per il quale non c’è
nessun operatore edilizio di altri paesi europei che investa
sul mercato italiano: chi è abituato al rispetto delle
regole non può avventurarsi in un far west dominato da
taglieggiatori, speculatori e amministratori pubblici infedeli.
Del resto, siamo il paese dei tre condoni edilizi, una vergogna
sconosciuta negli altri paesi.
Le periferie più grandi e desolate d’Europa
Dopo circa vent’anni dalla sua affermazione è
venuto il momento di tentare un bilancio degli effetti sulle
città e sul territorio dell’urbanistica contrattata.
Esso deve partire da una constatazione statistica: nel quindicennio
che va dalla ripresa del mercato delle costruzioni (1995) ad
oggi, un fiume di cemento e asfalto si è riversato sul
paese. L’Istat ha certificato (2009) la costruzione di
oltre 3 miliardi di metri cubi di cemento, una produzione edilizia
imponente, molto simile per dimensioni a quella realizzata
negli anni Cinquanta-Settanta quando l’Italia era investita
da grandi flussi demografici e da indici di crescita economica
a due cifre. La cancellazione delle regole urbane ha dunque
giovato al mondo della proprietà fondiaria e delle costruzioni.
Ha giovato anche alla qualità delle nostre città?
La risposta è inequivocabile. Le periferie – che
rappresentano la parte preponderante delle nostre città
– sono in assoluto, con alcune lodevoli eccezioni, le
più brutte, disordinate e invivibili dell’intera
Europa. Lo sono per le carenze dei sistemi di trasporto, per
la qualità dei servizi pubblici e degli stessi edifici.
I luoghi scelti per realizzare le nuove periferie hanno anche
contraddetto la regola usuale della città liberale, quella
cioè di espandersi in adiacenza ai precedenti tessuti,
mantenendo la città compatta e minori i costi di funzionamento
urbano. In ogni parte del territorio agricolo sono nati centri
commerciali, nuclei abitati, residence, cittadelle del consumo:
lo sprawl urbano è la caratteristica più evidente
del ventennio liberista. Le città italiane nel ventennio
dell’urbanistica contrattata sono diventate più
estese, più disordinate, socialmente più ingiuste.
La speculazione immobiliare ha fatto enormi affari. Gli altri
sono stati costretti a spostarsi nelle sempre più lontane
e squallide periferie.
Una gigantesca periferia senza struttura e senza relazioni:
abbiamo il più basso livello di infrastrutture su ferro,
il più alto numero di automobili ad abitante, con il
più elevato livello di superficie urbanizzata a parità
di popolazione, un consumo di suolo senza uguali nei paesi ad
economia forte. Un’ immensa «non città»,
anonima e disordinata. Una frammentazione che genera consumi
energetici insostenibili, disfunzioni economiche e scarsa qualità
della vita.
Verso il default urbano
Raccogliamo dunque gli effetti di processi giustificati dall’ideologia
di uno «sviluppo» che oltre a lasciare macerie urbane
ha anche vuotato le casse delle amministrazioni pubbliche. Paradigma
di quanto è avvenuto nelle città italiane è
il caso di Parma. Una città ricca, con una parte antica
meravigliosa e una periferia storica bella, è stata saccheggiata
dietro lo schermo dello sviluppo. Oggi Parma ha un deficit di
bilancio che pesa sulle spalle delle future generazioni per
600 milioni di euro.
Del resto, la stagione delle «grandi opere» è
servita soltanto al saccheggio. Dietro i concetti dell’ammodernamento
del paese sono state avviate opere dannose e inutili: dal Mose
al ponte di Messina; dal corridoio della Val di Susa alle emergenze
della Protezione civile, è stata messa a punto una macchina
perfetta che ha favorito soltanto le cricche del malaffare e
dilapidato risorse pubbliche. Del resto, per collocare in un
panorama più vasto le dinamiche italiane, non si deve
dimenticare quanto è avvenuto in Grecia. Anche lì
l’ ideologia liberista ha imposto a tutti i costi lo svolgimento
dei Giochi olimpici nel 2004: il deficit di bilancio accumulato
per la folle sfida è stato di 20 miliardi di euro dilapidati
in cattedrali nel deserto, poco meno di un decimo del debito
che sta collassando quella nazione.
Se si mettono queste caratteristiche del territorio in relazione
con la crisi economica e finanziaria che sta colpendo sempre
più intensamente il paese e che provocherà un’inevitabile
diminuzione delle capacità di spesa delle amministrazioni
pubbliche, gli interrogativi sul futuro delle nostre città
si fanno allarmanti. Non avremo risorse per portare i servizi
nel territorio diffuso e – ciò che in prospettiva
è più importante – non potremo competere
con i livelli di efficienza delle città europee, con
la qualità dei servizi erogati ai cittadini, con la loro
capacità di fare rete – e richiamare investimenti
privati – proprio in virtù dell’alto livello
di funzionalità.
Viaggiamo verso una prospettiva insostenibile. Nella crisi
globale una struttura forte del territorio è un potente
fattore di traino di nuove attività: territori a bassa
densità non sono invece in grado di competere con i livelli
di concentrazione di servizio esistenti nelle città del
mondo. La Comunità europea prevede che nel 2020 l’80
per cento della popolazione degli Stati membri vivrà
in ambiente urbano. La sfida per la ripresa economica passa
dunque per le città e l’Italia è la cenerentola
rispetto ai paesi, che anche in questi anni di liberismo non
hanno abbandonato la cultura del governo delle città.
Abbiamo minato le stesse basi per una nuova fase di sviluppo
e per tentare di colmare la distanza dobbiamo essere in grado
di rendere concrete due condizioni: bloccare per sempre le espansioni
urbane perché è un costo che non possiamo permetterci
più e investire risorse pubbliche per migliorare le città.
Assistiamo purtroppo a una rincorsa bipartisan a espandere ancora
le città e a impoverirle cancellando il welfare urbano,
i trasporti,fino a ipotizzare di svendere i monumenti.
È come se una banda di malfattori si fosse impadronita
del paese. Continua infatti l’assalto alle coste marine
ancora integre. Dalla Sardegna alla Sicilia l’unico motore
di sviluppo è il cemento. Assistiamo poi a un altro assalto
all’ integrità dei luoghi condotto mediante nuovi
mostri giuridici come i «piani casa» (nel Lazio
si deroga perfino per le aree ricomprese nei parchi) o le «zone
a burocrazia zero» volute dal ministro Tremonti con le
quali si possono superare anche i vincoli paesaggistici che
hanno rilevanza costituzionale sulla scorta dell’articolo
9. Salvatore Settis ha lanciato l’allarme sul rischio
della definitiva cancellazione dei paesaggi storici italiani.
Se a questo si aggiunge ancora che – deroghe a parte
– i vigenti piani regolatori prevedono espansioni illimitate
(solo i recenti piani di Roma e Milano prevedono un incremento
di 120 milioni di metri cubi di cemento, e cioè un milione
di nuovi abitanti in due città che perdono popolazione
da circa trenta anni!) c’è davvero da preoccuparsi.
Occorre interrompere questa folle corsa alla distruzione del
paese.
Le città e il territorio sono beni comuni
Solo in base a nuovi princìpi giuridici si potrà
fermare il saccheggio del territorio e delle città. È
necessario un nuovo paradigma e, se finora lo sviluppo delle
città e del territorio ha favorito la speculazione immobiliare
e il mondo delle imprese colluse con la politica, è venuto
il momento di riportare i destini delle città e del territorio
nelle mani delle popolazioni insediate. Occorre affermare che
il territorio, le città e le risorse naturali che consentono
la vita insediativa sono beni comuni non negoziabili. Le
istituzioni pubbliche, attraverso le forme della partecipazione
attiva della popolazione, ne sono i custodi e i garanti nel
quadro delle specifiche competenze. È questo il pilastro
su cui deve essere rifondato il governo del territorio. I beni
comuni non possono essere trasformati in funzione dell’
esclusivo tornaconto dei proprietari degli immobili ma ogni
mutamento deve essere deciso dalle amministrazioni pubbliche
attraverso forme di partecipazione delle comunità insediate,
specie in questo periodo di scarse risorse economiche.
Il principio generale si completa con due corollari. In primo
luogo occorre conoscere quanto è avvenuto. Finora non
ci sono dati ufficiali su quante abitazioni sono state costruite
e quante sono invendute, quante aree industriali sono dismesse,
quante aree urbane sono prive delle più elementari opere
di urbanizzazione. Per completare il quadro conoscitivo è
necessario applicare un anno di moratoria edilizia in cui sono
consentiti soltanto gli interventi in corso, quelli di recupero
e ristrutturazione di edifici esistenti ma è preclusa
ogni urbanizzazione di terreni agricoli. Una sorta di simmetria
con l’anno di sospensione dell’entrata in vigore
della «legge ponte» che la
proprietà immobiliare impose e che servì per compiere
alcuni dei più gravi misfatti che deturpano ancora oggi
il territorio.
Il secondo corollario riguarda il fatto che su ogni opera di
rilevanza territoriale, da un nuovo centro commerciale a una
grande opera, è la popolazione insediata che deve esprimersi
attraverso le mature forme di partecipazione, e cioè
i referendum confermativi. Visto che le regole sono state infrante,
occorre ricostruirle a partire da un nuovo protagonismo: quello
dei custodi del bene comune, i cittadini.
Insieme al nuovo principio su cui deve rifondarsi il governo
del territorio e delle città, è poi urgente definire
le principali linee di azione da intraprendere per una nuova
forma di governo. Lo faremo individuando nove fondamentali provvedimenti.
Le politiche individuate hanno bisogno di investimenti pubblici.
Una prassi normale nella storia delle città: esse sono
infatti luoghi pubblici per eccellenza e la loro evoluzione
è stata sempre alimentata dalla lungimiranza di coloro
che la governavano. Oggi non si investe più perché
«non ci sono più soldi». Una menzogna vergognosa.
Non passa giorno in cui non apprendiamo scandali e ruberie compiuti
ai danni del territorio e dell’ambiente. È purtroppo
vero che le risorse pubbliche vengono spese per opere inutili,
per alimentare un sistema di potere che sfugge ormai al controllo
democratico. La spesa pubblica per i provvedimenti contenuti
in questo elenco serve per favorire la ricerca tecnologica e
nuove produzioni, per rendere le città più vivibili.
È un investimento per il futuro del paese e delle giovani
generazioni.
1. Chiudere la fase dell’espansione urbana. È
preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore
espansione delle città e ridurre a zero il consumo di
suolo ai fini insediativi e il mantenimento della parte naturale
che è il luogo della biodiversità. Alcune normative
regionali hanno già stabilito che nuovi impegni di suolo
a fini insediativi e infrastrutturali devono essere consentiti
esclusivamente qualora non sussistano alternative di riuso e
riorganizzazione degli insediamenti e delle infrastrutture esistenti.
La norma di principio valida su tutto il territorio nazionale
potrebbe affermare ad esempio che «la realizzazione di
nuovi insediamenti di tipo urbano o
ampliamenti di quelli esistenti, ovvero nuovi elementi infrastrutturali,
nonché attrezzature puntuali può essere definita
ammissibile soltanto ove non sussistano alternative di riuso
e di riorganizzazione degli insediamenti, delle infrastrutture
o delle attrezzature esistenti».
L’esperienza ci insegna però che una simile norma
non ha da sola la forza per fermare l’espansione urbana.
Sono troppe le deroghe che consentono il nascere di nuovi insediamenti.
L’efficacia della norma può essere resa stringente
recuperando una proposta che da tempo Italia Nostra propugna,
quella di inserire le aree agricole all’interno delle
categorie dei beni tutelati ai fini paesaggistici dalla legge
Galasso. Si dovrà dunque aggiungere al codice dei Beni
culturali e paesaggistici (decreto legislativo 22 gennaio 2004,
n. 42) un comma che afferma: «Il territorio agricolo è
vincolato come bene paesaggistico» in modo che sia conseguentemente
sottoposto alla tutela dei piani paesaggistici.
Un piccolo e combattivo nucleo di sindaci ha dato vita al movimento
«Stop al consumo di suolo», dimostrando che sono
i cittadini a chiedere che le città non crescano più:
si tratta di estendere all’intero paese ciò che
è già in movimento.
2. Il territorio del lavoro. I suoli agricoli sottratti alla
monocultura del mattone e dell’asfalto possono fornire
una prospettiva produttiva. Ai fini di una lungimirante gestione
del territorio nazionale, infatti, si deve recuperare un uso
agricolo consapevole, puntare sulla qualità del prodotto,
sulla riconversione biologica, sulla filiera corta. Un tema
decisivo per il futuro economico del paese, una prospettiva
che comporta la possibilità di integrazioni di reddito,
la riscoperta delle radici culturali e della qualità
del cibo. L’avvio di nuove politiche sarebbe di grande
importanza perché i territori collinari e montani si
stanno spopolando sempre più velocemente, con gravi rischi
sulla stessa stabilità geologica dei versanti.
Compito delle autorità pubbliche è riattivare
il tessuto sociale dell’Italia «marginale».
Un solo esempio: i terreni abbandonati costano poco sul mercato
immobiliare e le amministrazioni pubbliche potrebbero dunque
inserirsi come operatori attivi e acquisire estese porzioni
di territori da affidare poi alle comunità locali. Non
sarebbe questa una spesa pubblica «classica», improduttiva.
È al contrario un modo intelligente di investire sul
futuro del paese, utilizzando ad esempio le risorse liberate
attraverso la vendita delle proprietà pubbliche non indispensabili.
3. Pareggio di bilancio dei conti pubblici a carico della rendita
parassitaria. Il blocco delle espansioni urbane porterebbe un
consistente riequilibrio dei bilanci pubblici. Si spendono ingenti
risorse per inseguire e raggiungere tutti i frammenti delle
espansioni urbane nati recentemente. A carico della collettività
resta infatti il pesante compito di realizzare le strade e le
infrastrutture energetiche, di garantire i servizi pubblici,
i trasporti e la quotidiana gestione dei quartieri. Questi oneri
sono ormai insostenibili poiché la crisi economica ha
ridotto le capacità di spesa delle amministrazioni. Si
deve dunque stabilire il principio che ogni attività
di trasformazione urbanistica presuppone l’esistenza o
la preliminare realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria,
secondaria e generale, a iniziare dalle reti di trasporto su
ferro. A carico del privato vanno anche tutte le spese di mantenimento
e di gestione dei nuovi insediamenti: è ora di chiudere
il rubinetto che prosciuga le casse dello Stato.
In questo modo si possono cancellare le folli previsioni dei
piani regolatori comunali. Se vogliamo davvero cambiare le città
non possiamo consentire che si costruisca in luoghi privi di
sistemi di trasporto non inquinante. I cittadini hanno il diritto,
come in ogni altro paese europeo, di vivere in modo civile e
non essere costretti a passare molte ore al giorno in spostamenti
in automobile. È ora che gli attori edilizi si facciano
carico della realizzazione delle infrastrutture, interrompendo
il comodo gioco di scaricarne i costi sulle amministrazioni
pubbliche che non sono più in grado di farsene carico.
Stesso ragionamento vale nel campo dell’erogazione dei
pubblici servizi dove si sperpera un altro fiume di risorse
economiche attraverso un impressionante numero di società
di scopo. In nome dell’ideologia della presunta «efficienza»,
ad esempio, a Parma sono state create 34 società partecipate
per gestire compiti ordinari come erogare l’acqua. Anche
nell’area bolognese e in molte altre città i servizi
pubblici sono gestiti da un numero imponente di società.
Presidenze, consigli di amministrazione, consulenti d’oro
che riportano docilmente i soldi ai decisori politici.
In questa stessa ottica di recupero di risorse economiche deve
essere sottoposto a radicale revisione il paradigma della svendita
del patrimonio pubblico così di moda nei circoli della
finanza internazionale e dei politicanti nostrani. Nulla in
contrario: proprietà pubbliche non utilizzate per il
soddisfacimento delle esigenze collettive possano essere poste
in vendita. Ma ciò deve in primo luogo escludere i beni
culturali poiché un paese che guarda al futuro non vende
le sue radici. In secondo luogo deve avvenire soltanto dopo
aver coinvolto le popolazioni locali, poiché quel patrimonio
appartiene a loro, e dopo aver verificato che quegli immobili
da vendere non
possano servire per abbattere il flusso delle risorse pubbliche
spese per pagare affitti di uffici pubblici alla grande proprietà
immobiliare. A Roma, ad esempio, importanti istituzioni –
ad iniziare dal parlamento – pagano canoni altissimi a
immobiliaristi e faccendieri anche se esistono ancora grandi
edifici pubblici localizzati in posizione centrale. Invece di
svenderli, potrebbero essere riutilizzati al posto di quelli
per i quali si pagano i canoni di affitto.
Un altro eloquente esempio riguarda lo stesso ministero dell’Economia
guidato da Giulio Tremonti, e cioè l’istituzione
che più di ogni altra dovrebbe perseguire una rigorosa
politica di risparmio. La sede del ministero ubicata a ridosso
del laghetto dell’Eur è stata di recente dismessa
e venduta per consentire l’ennesima speculazione immobiliare.
Le strutture lavorative prima concentrate sono state smembrate
e ora sono localizzate in due immobili tra loro distanti. Paghiamo
i costi del disservizio e lauti canoni di affitto a grandi società
immobiliari: lo Stato svende e il privato ci guadagna.
4. Il diritto all’abitare. Occorre pertanto invertire
questo meccanismo perverso: la vendita degli immobili pubblici
deve essere decisa dalla collettività dopo attenta verifica
della loro potenzialità di essere riutilizzati per fini
istituzionali o per risolvere i fabbisogni abitativi. La grande
produzione edilizia di questi anni non ha infatti risolto il
problema delle abitazioni. Sono centinaia di migliaia le famiglie
che non hanno casa o vivono in abitazioni improprie. Nelle grandi
città italiane esistono oltre 300
mila abitazioni nuove invendute. Ciononostante, i valori economici
degli immobili hanno subìto un’impennata provocando
l’espulsione dalle zone centrali delle città di
un numero enorme di famiglie a medio e basso reddito. Una nuova
legge «sull’abitare», e cioè sul diritto
di tutti non soltanto ad avere un tetto, ma anche ad avere una
città efficiente e accogliente è un altro fondamentale
tassello del programma di governo.
Anche in questo settore va affermato un nuovo principio: a
tutti i cittadini sono garantiti i diritti fondamentali all’abitazione,
ai servizi, alla mobilità, al godimento sociale del patrimonio
culturale, alla dignità umana. La legislazione dello
Stato determina le quantità minime di dotazioni di opere
di urbanizzazione, di spazi per servizi pubblici, e la fruizione
collettiva e per l’edilizia sociale, nonché i requisiti
inderogabili di tali dotazioni.
5. Le radici culturali da conservare. Nel delirio della cancellazione
delle regole, si è tentato perfino di aggredire le radici
della nostra storia urbana, i centri antichi. Nel cosiddetto
«piano casa» berlusconiano si alludeva infatti anche
alla possibilità di trasformare le tipologie presenti
nei centri storici e continuamente si tenta di forzare le norme
esistenti. Converrà dunque ribadire con una legge ad
hoc che gli insediamenti storici non possono essere manomessi,
ma conservati gelosamente per le future generazioni.
In forza della competenza legislativa esclusiva dello Stato
in materia di tutela dei beni culturali dovranno essere vincolati
ope legis gli insediamenti urbani storici e le strutture insediative
storiche non urbane; le unità edilizie e gli spazi scoperti,
i siti in qualsiasi altra parte del territorio, aventi riconoscibili
e significative caratteristiche strutturali, tipologiche e formali.
Le radici culturali delle città e dei territori non possono
essere modificate.
6. Periferie da rendere belle. Se da un lato si chiude la fase
della crescita urbana, il governo delle città deve essere
in grado di dare sbocchi concreti a un comparto produttivo che
rappresenta comunque una percentuale importante del sistema
produttivo italiano. In tal senso devono essere facilitate e
avviate a trasformazione tutte quelle aree urbane che hanno
bisogno di riqualificazione urbanistica. Si tratta dei tessuti
abusivi ancora oggi privi dei requisiti minimi di civiltà
e vivibilità (marciapiedi pedonali, piazze e servizi
pubblici) e dei tessuti produttivi dismessi: è questo
un patrimonio volumetrico imponente che potrebbe rappresentare
– in una chiave sistematica – la chiave di volta
di una riqualificazione urbana.
In tal senso va varato un provvedimento legislativo «quadro»
(la materia urbanistica è «concorrente» tra
Stato e Regioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione
e lo Stato deve limitarsi alla definizione di norme quadro)
che incentivi attraverso aiuti economici, fiscali e procedurali
il rinnovo urbano e la creazione di periferie belle.
7. La riconversione tecnologica ed ecologica delle città.
I provvedimenti fin qui elencati appartengono a un orizzonte
che potremmo definire «tradizionale», nel senso
che fa i conti con la crisi urbana ma non tiene conto della
necessità sempre più impellente della riconversione
ecologica delle aree urbane, del risparmio energetico, del cambiamento
climatico in atto. Abbiamo edifici e città energivore:
puntare al risparmio energetico serve a mettere in moto un gigantesco
volano di ricerca, produzione e occupazione superiore a qualsiasi
altro investimento nelle cosiddette «grandi opere».
Anche qui alcune esperienze già sono in campo. Il progetto
«casa clima» delle provincie di Trento e Bolzano
ha dimostrato di aver saputo essere volano di interventi di
sostituzione edilizia e di risparmio energetico.
Occorre però definire un provvedimento legislativo che
aggredisca la questione urbana in maniera complessiva, dalla
produzione energetica, ai sistemi di illuminazione fino alla
forestazione urbana, definendo politiche efficaci e finanziando,
anche attraverso forme di sgravio fiscale, l’evoluzione
energetica delle città.
Occorre aprire una fase di profonda e radicale innovazione
tecnologica delle città e del territorio in grado di
far tesoro del patrimonio di innovazione, di ricerca e di produzione
che in altri paesi è ormai una solida realtà produttiva.
Come è noto i nostri sistemi di trasporto urbano sono
tra i più antiquati e inquinanti. Esistono invece infiniti
esempi di sperimentazioni e attuazione di sistemi a impatto
energetico e ambientale ridotto (tramvie, filovie, reti ciclabili
integrate con i nodi del trasporto pubblico).
È il caso di sottolineare che si dovrà interrompere
il consumo di suolo agricolo che oggi viene alimentato da progetti
di fonti energetiche alternative. Troppe aggressioni al paesaggio
collinare dell’Italia sono già state compiute:
discutibili impianti eolici e pannelli fotovoltaici deturpano
paesaggi storici, si pensi soltanto al caso di Sepino. Nel futuro
le fonti energetiche di nuova concezione devono trovare spazio
nelle aree già compromesse lasciando intatti i territori
aperti.
Va infine superata l’arretratezza dei sistemi di smaltimento
dei rifiuti urbani. Basta guardare all’Europa dove sono
diventati un volano economico. A parte poche aree virtuose,
siamo il paese delle discariche in cui viene sepolto tutto,
compresi i materiali riciclabili, e di quelle abusive gestite
dal circuito della criminalità organizzata. Il ciclo
dello smaltimento dei rifiuti urbani deve invece diventare un
elemento connotativo di politiche di risanamento ambientale
e di innovazione delle filiere produttive.
8. Territori sicuri. Antonio Cederna poneva sullo stesso piano
la tutela dell’ integrità culturale delle città
e la salvaguardia dell’integrità fisica dei territori.
Siamo un paese ad alta fragilità geologica e abbiamo
ogni anno un numero impressionante di frane. Tragedie che coinvolgono
intere comunità locali e distruggono interi territori.
Meglio prevenire che intervenire su emergenze senza fine.
Una nuova politica di gestione del territorio passa prioritariamente
per la sua messa in sicurezza, per il potenziamento dell’Ufficio
geologico centrale (oggi lasciato nell’oblio); nella redazione
della carta geologica nazionale che ancora non vede colpevolmente
la luce; nell’avvio di politiche di regimazione dei corsi
d’acqua. Piccole opere preziose invece di grandi, inutili
cattedrali nel deserto.
9. Il ripristino della legalità. È del tutto
evidente che per essere efficace, le nuove norme in materia
di governo del territorio devono essere perfezionate con l’abrogazione
delle normative derogatorie. In ordine di importanza devono
essere cancellati l’accordo di programma, e cioè
il grimaldello che scardina le procedure urbanistiche ordinarie,
e la strumentazione d’emergenza sperimentata in questi
anni dai «galantuomini» della Protezione civile,
i «piani casa», le zone a burocrazia zero, le compensazioni
urbanistiche e quelle ambientali.
Scorciatoie che servono soltanto a nascondere il saccheggio.
E in tema di legalità un discorso particolare merita
l’esigenza di bonificare i troppi siti inquinati esistenti
sul territorio nazionale. È un problema che investe sia
il Nord, che riutilizza i suoli precedentemente produttivi senza
le necessarie bonifiche (come ad esempio a Santa Giulia a Milano),
sia il Meridione, in cui il circuito dei rifiuti gestito dalla
malavita organizzata ha riversato sul territorio ogni tipo di
veleno. Un paese civile non può continuare ad abbandonare
intere popolazioni al rischio di morbilità o di
malattie ereditarie. Ripristinare la legalità serve alla
salute di un paese smarrito.
* Urbanista