Qualcuno
ebbe a dire che l’energia è il motore delle cose. E’ tanto vero
se pensiamo che, in termini biologici, come l’acqua, senza energia
non ci sarebbe vita. Questo vale, oltre che per quelle di tutti
gli altri essere viventi, anche per la società umana. Cioè tradotto
in termini economici e sociali: senza energia non c’è sviluppo.
Un assunto semplice, ma dal quale non si può prescindere.
Siamo di fronte ad una crisi economica
che non ha precedenti, che per la sua globalità non ha paragoni
neanche con quella detta della “Lunga Depressione” del
1873-1895 o con la “Grande Depressione” del 1929. Una crisi
globale, che colpisce l’intero pianeta, visto che nessuna regione
della terra è esente, oggi, dagli influssi del ciclo capitalista.
Inoltre quella attuale, come mai era successo in quelle del
passato, si combina con una profonda crisi del paradigma energetico
predominante, basato sull'uso irrazionale e predatore del combustibile
fossile, una risorsa limitata e non rinnovabile.
Una crisi energetica molto meno percepita rispetto ad altre
crisi ambientali, come ad esempio quella climatica, quest’ultima
come prodotto stesso delle attuali scelte energetiche e degli
attuali modelli di sviluppo, anche in virtù da un lato del suo
occultamento da parte del sistema economico, dei suoi governi
e dei suoi mezzi di informazione, dall’altro per l’incapacità
dei settori anticapitalisti di saperla affrontare in termini
politici e sociali, senza parlare di coloro che, seppur all’opposizioni,
si propongono come co-gestori della crisi stessa.
Questa è invece resa evidente e palese dall’aumento del prezzo
del petrolio, che ormai da alcuni anni si sta verificando in
modo vertiginoso, e al quale non si può più porre rimedio calmierandolo
con il metodo del pompaggio più rapido per aumentare la sua
disponibilità sul mercato, aumentando quindi l’offerta rispetto
alla domanda.
Infatti ciò che Hubbert, con la sua ormai famosa “curva”
matematica, aveva pronosticato già nel 1956, cioè il picco geologico
del tasso di estrazione del petrolio, si è effettivamente verificato.
Di questo pochi ne parlano, addossando l’aumento del prezzo
del greggio a operazioni speculative, o a condizioni geopolitiche,
o all’ostilità di alcuni governi possessori dei giacimenti.
In realtà la crisi petrolifera, e quindi quella energetica,
è determinata prevalentemente da fattori geologici associati
a quelli economici. Cioè significa che i giacimenti, per disponibilità
quantitativa dei pozzi o per collocazione geografica e fisica,
non sono più di facile raggiungimento e quindi l’energia impiegata
per estrarre petrolio non è più giustificabile rispetto a quella
ottenibile dal petrolio stesso che si estrae, quindi l’energia
netta che si ricava è uguale o inferiore a zero. Questo rispetto
anche alla previsione della scoperta di nuovi possibili giacimenti
che si riduce sempre di più. Tale crisi, dovuta al “picco”,
è ormai di carattere mondiale, visto che dopo gli Stati Uniti
che sono stati i primi a “piccare” ormai attorno al 1970, si
stima che sono ormai l’80% i paesi che hanno “piccato” sui complessivi
possessori di giacimenti.
Questo vale per il petrolio quanto varrà a breve, se non
lo è già, per il gas naturale.
L’attuale crisi energetica pone quindi
imperativamente una soluzione in tempi rapidi. La ricerca di
tale soluzione, e la necessità di trovarla in tempi molto brevi,
rende la crisi economica stessa ancora di più difficile soluzione,
visto che l’alternativa è un nuovo paradigma energetico basato
sulle fonti rinnovabili, ma molto difficile da realizzare, ancor
più sotto la crisi, e che quindi attualmente il sistema capitalista
non può permettersi.
Questo perché necessità di forti
investimenti in ricerca, tecnologia, produzione, cioè risorse
economiche che dovrebbero essere sottratte a quelle necessarie
agli orientamenti attuali per il tentativo di soluzione della
crisi economica, e che si stanno reperendo con il taglio della
spesa sociale, riduzione dell’occupazione, privatizzazione dei
servizi e dei settori produttivi strategici, sostenendo le banche
private e le borse, per rispondere alle necessità dell’Unione
Europea determinate e imposte dai suoi paesi centrali, come
principalmente Germania e Francia, attraverso la Commissione
Europea e diktat della Banca Centrale Europea. Investimenti
e modelli che comunque non potrebbero prescindere dalle fonti
energetiche non rinnovabili, anche in virtù della loro realizzazione
stessa.
Questo
sta generando in molti casi opzioni diverse, come quella bellica
che tenta di controllare in modo più vantaggioso i giacimenti,
come abbiamo visto in Iraq e in altre zone del Medio Oriente,
o più recentemente in Libia, o come potremmo vedere in futuro
in America Latina nei paesi possessori di risorse energetiche,
soprattutto in quelli come Venezuela, Bolivia, Ecuador, attualmente
avversi ai poli imperialisti. Opzione che seppur ha un risultato
nell’immediato, non ha nessuna possibilità di soluzione effettiva
a lunga scadenza.
Nell’attuale
passaggio storico dove l’Unione Europea, che fino ad oggi ha
avuto soprattutto un carattere economico e finanziario, si sta
trasformando in una struttura politica di Stato sovrannazionale
che decide sulle scelte politiche ed economiche dei singoli
Stati, si sta passando da una competizione tra poli imperialisti
ad una maggiore accentuazione della competizione all’interno
del polo imperialista della stessa Unione Europea. Questo non
solo tra i paesi centrali e quelli della periferia, dove ovviamente
predominano gli interessi dei primi a danno delle condizioni
economiche e sociali dei lavoratori dei secondi con programmi
di vera e propria macelleria sociale, dove a farne maggiormente
le spese sono attualmente i settori popolari dei cosiddetti
PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), e che si
accentueranno ancora di più in futuro indipendentemente da quale
schieramento politico sarà a governarli, ma soprattutto tra
gli stessi centrali.
E
questo si sta verificando anche in campo energetico, dove la Francia continua a sviluppare
l’opzione nucleare e cerca nuovi luoghi di produzione delle
fonti energetiche non rinnovabili da controllare (vedi guerra
in Libia), mentre la Germania accelera sulle
rinnovabili, dichiara la sospensione della produzione di energia
nucleare, e sviluppa l’esportazione di tecnologia a quest’ultima
collegata.
La
green economy, altra opzione che si sta
percorrendo, trova la sua espressione, e molto, in campo energetico,
suscitando le simpatie di molti settori politici italiani anche
della sinistra, e da quelli sindacali, primi fra tutti la CGIL. La sua applicazione pratica ad oggi si concretizza
in enormi investimenti pubblici in termini di incentivi e sgravi
fiscali al capitale e leggi di sostegno alla incentivazione
della produzione e al consumo. Nella “economia verde” i rapporti
di produzione, il fin della produzione, i rapporti sociali,
sono gli stessi di prima. Non può essere altrimenti in una visione
econometrica che presuppone il PIL. In questo quadro si inserisce
anche la produzione di agro-combustibili, che altro non fanno,
nel mantenere gli attuali livelli di consumo, che aumentare
la distruzione ambientale e acutizzare la crisi alimentare.
Una
situazione insomma rispetta alla quale non si riesce a vedere
via d’uscita se non si cambia il punto di osservazione, cioè
se non ci si pone nella prospettiva della creazione di un diverso
modello di sviluppo. Modello di sviluppo che non può essere
semplicisticamente affidato a Piani di Azioni di Efficienza
Energetica come quelli approvati dalla Conferenza Stato Regioni
nel luglio 2011, al mercato dei Certificati Verdi e dei Certificati
Bianchi, ad una maggiore efficienza energetica, al risparmio,
a nuovi presupposti stili di vita, quasi come se tutto fosse
risolvibile con comportamenti diversi, individuali e collettivi,
all’interno della compatibilità capitalista, in un mondo globalizzato
dove circa 3 miliardi di persone vivono con meno di 2 dollari
al giorno, dove la crisi sta colpendo pesantemente gli strati
popolari anche nel cosiddetto Primo Mondo, i paesi emergenti
(Cina, India, Brasile, Russia, Sudafrica) stanno accelerando
in modo vertiginoso la loro crescita che richiede necessariamente
un apporto energetico impensabile fino a soli pochi anni fa,
la competizione globale e la mondializzazione del capitale sta
imponendo l’imperialismo e il neocolonialismo in tutto il mondo.
In
questo abbiamo il dovere di esprimere il nostro punto di vista,
di stimolare il dibattito, non per proporci come co-gestori
della crisi, ma per sottolinearne le contraddizioni, per portare
all’interno di questa le rivendicazioni del proprio soggetto
sociale di riferimento interne alle lotte e al conflitto sociale,
in uno sforzo di qualificazione dell’analisi e delle richieste
in quello che abbiamo ha già definito in vari nostri documenti
“Programma Minimo di Controtendenza”.
Bisogna
rompere la rete della tonnara dove i paesi forti dell'Unione
Europea hanno fatto entrare i popoli dell'eurozona senza, come
è nelle tonnare, dargli la possibilità di tornare indietro.
In
questo quindi si inquadra una progettualità complessiva che
abbia al centro un diverso modello di sviluppo, basato già nell’immediato
sulla compatibilità ambientale, la qualità della vita, il soddisfacimento
dei nuovi bisogni, la centralità del lavoro e la valorizzazione
del tempo liberato, la redistribuzione del reddito, del valore
e la socializzazione dell’accumulazione, della ricchezza complessivamente
prodotta.
Questo
è possibile solo se si ribalta l’attuale situazione dove il
discorso politico è subordinato all’economia. Condizione che
determinerebbe un nuovo ruolo dello Stato non solo regolatore,
ma anche redistributore, gestore e occupatore. Il mercato non
è in grado di disciplinare se stesso, allora è necessaria la
mediazione politica che salvaguardi l’interesse sociale generale.
Porre gli orientamenti del credito sotto il controllo democratico,
tanto più se partecipativo, significa favorire le attività socialmente
utili, sottoporle ad un criterio di rendimento sociale ed ecologico,
sviluppare occupazione e attività produttive. Una richiesta
quindi di democrazia partecipativa che si è manifestata con
chiarezza nei referendum di giugno scorso, dove 27 milioni di
italiani, oltre ad avere asserito la difesa dei beni comuni
e scelte energetiche compatibili con la salute e con la salvaguardia
della natura, ha anche con forza voluto esprime la volontà popolare
di poter essere protagonisti in prima persona nel disegnare
il proprio futuro.
Questo
è tanto più vero in campo energetico come presupposto fondamentale
di un nuovo modello di sviluppo, dove un nuovo paradigma ha
bisogno, come già detto, di investimenti. Cioè denaro che possa
arrivare da un credito scevro dal criterio del massimo profitto,
possibile solo attraverso la nazionalizzazione delle banche
e attraverso il non pagamento del debito, e che si possa investire
nei settori strategici produttivi necessariamente, anche questi,
di proprietà dello Stato.
Quindi
è assolutamente necessario affiancare un indirizzo dello sviluppo
che sia governato da un efficiente ruolo pubblico nei settori
produttivi strategici, primo fra tutti quello dell’energia.
Cioè
in particolare la nazionalizzazione della produzione e distribuzione
elettrica e degli idrocarburi, come elemento essenziale di un
nuovo sviluppo socio-ecosostenibile. Capace quindi di gestire
la transizione dall’uso delle fonti esauribili a quelle rinnovabili
attraverso piani di riqualificazione del settore produttivo
e distributivo, dell’utilità sociale, della giustizia energetica,
dell’occupazione qualitativa. In grado di rompere la spirale
delle privatizzazioni, che ha dato alle imprese private acquirenti
del patrimonio pubblico grandi benefici, attraverso la socializzazione
dei costi, la messa a loro disposizione di reti e tecnologie
sviluppate con denaro pubblico, la non imputabilità come costi
interni di quelli derivanti dalle distruzioni ambientali. Privatizzazioni
che oltre ad aver distrutto il welfare e precarizzato il lavoro,
hanno disatteso completamente le motivazioni addotte dai suoi
fautori, cioè migliori condizioni di acquisto per l’utente finale
dovute al regime di concorrenza, innovazione e qualità nei prodotti
e nei servi erogati, creando invece condizioni di monopolio
privato o situazioni di trust.
Contemporaneamente
è di fondamentale importanza la riappropriazione collettiva
della scienza, e quindi della ricerca e delle tecnologie che
ne derivano. Indirizzo che dia alla scienza e alla tecnologia
lo scopo di utilità sociale, che sia quindi completamente gestito,
sviluppato e finanziato, attraverso il credito pubblico, dallo
Stato, presupposto essenziale per l’interesse collettivo. Cioè
un controllo pubblico sugli scopi della scienza e della ricerca
e sullo sviluppo della tecnologia, che accompagni gli aspetti
politici e quelli economico-finanziari nella transizione energetica.
Un
processo che potrà funzionare solo se gestito, se non da una
pianificazione, quantomeno da una programmazione economica.
Allora
in questo quadro complessivo si possono ipotizzare anche nuovi
Piani Energetici Nazionali realmente efficaci, socialmente ed
ecologicamente compatibili, come elemento essenziale di un nuovo
modello di sviluppo, presupposto tattico per un cambiamento
radicale anticapitalista.
*Rete
dei Comunisti