Si
è conclusa il 22 giugno scorso la
Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile (UNCSD), denominata anche Rio+20, in quanto
svolta a 20 anni di distanza dal Vertice della Terra di Rio
de Janeiro (UNCED) del 1992. A pochissimi giorni di distanza,
il 28 giugno 2012, il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini,
si è affrettato a partecipare a una conferenza stampa tenuta
a Roma, dove ha lanciato gli Stati Generali della Green Economy
da tenersi a Rimini il prossimo novembre. Evo Morales nel suo
intervento a Rio+20 ha attaccato duramente l’ambientalismo capitalista
e “l’economia verde”. Alcune ONG e alcuni settori della sinistra
italiana si scoprono improvvisamente contrari alla green economy.
Questo
è il quadro, per sommi capi, di ciò che è successo in questa
seconda metà di giugno. Tutto ciò ci impone alcune riflessioni,
anche forti delle analisi che come Rete dei Comunisti abbiamo
fatto in questi ultimi anni su questi temi.
Venti
anni fa il Vertice della Terra di Rio de Janeiro, se pur evidenziando
gli enormi limiti di questi summit e le storture stesse contenute
in gran parte della sua dichiarazione finale, aveva comunque
aperto la strada a delle possibilità che si potevano ritenere
interessanti: si era sottoposto per la prima volta a livello
internazionale, e almeno formalmente accettato, il concetto
di sostenibilità dello sviluppo basato sul principio ambientale,
su quello economico e su quello sociale, un concetto sostenuto
dalla chiara affermazione della precauzione e della responsabilità
comune ma differenziata; aveva dato le basi a quelle che poi
sarà la Conferenza delle Parti sui Cambiamenti Climatici
tenutesi annualmente e al Protocollo di Kyoto che è stato fino
ad oggi l’unico trattato vincolante.
In
questi venti anni le cose sono andate diversamente da quelle
che ci si poteva augurare: il concetto di sviluppo sostenibile
non ha mai assunto nessun valore di equità e giustizia, assorbito
e strumentalmente utilizzato invece dalle varie coniugazioni
del capitalismo; le Conferenze delle Parti sui Cambiamenti Climatici
sono state un totale fallimento, in particolare le tre ultime
edizioni dove era impellente la necessità di un nuovo trattato
vincolante alla scadenza del Protocollo di Kyoto e dove si è
tentato di far di tutto per non differenziare più le responsabilità
tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, e
quindi i relativi impegni per ridurre gli effetti dei cambiamenti
climatici; lo stesso Protocollo di Kyoto non è mai stato effettivamente
attivato e non rinnovato alla sua scadenza.
Rio+20,
dominato dai poli imperialisti, ha stravolto totalmente quel
poco di buono che Rio del 1992 aveva tentato di produrre. La
crisi sistemica, diventata lampante dal 2007, la competizione
globale acutizzatasi in questi ultimi dieci anni, la guerra
di egemonia che sta definendo le nuove gerarchie all’interno
dell’Unione Europea, hanno condotto questo vertice verso l’esatta
direzione nella quale i poli imperialisti lo volevano portare.
La dichiarazione finale ignora qualunque necessità temporale,
qualunque impegno vincolante e abbonda di espressioni del tutto
vaghe.
Riteniamo
quindi inesatto parlare di fallimento. Lo stesso titolo, “Il
futuro che vogliamo”, della dichiarazione finale è eloquente.
Le premesse, infatti, c’erano tutte, è assolutamente strumentale
indire un vertice che, come afferma la pagina dedicata del sito
del Ministero dell’Ambiente del Governo Italiano, “rappresenta
una sfida importante che mira, attraverso uno sforzo congiunto
da parte dei governi e dell’intera società civile, a raggiungere
obiettivi comuni e tutelare gli equilibri del pianeta, verso
un nuovo assetto per lo sviluppo sostenibile globale e per l’umanità”,
abbia poi come tema principale e pressoché unico la Green Economy.
Cara ad Obama e
alle lobby da lui rappresentate, e così entusiasticamente accettata
da ampi settori politici italiani anche della sinistra e da
quelli sindacali, primi fra tutti la CGIL (che con la sua IRES ha
fatto ampi studi elogiativi sull’impatto quantitativo sull’occupazione),
trova sempre più i favori di ampi settori del capitale, anche
di quello europeo. A parte tutti i principi astratti e teorici
sulla “green economy” che parlano di mirabolanti effetti positivi
sull’ambiente e sull’occupazione, la sua applicazione pratica
a oggi si concretizza in enormi investimenti pubblici in termini
d’incentivi e sgravi fiscali al capitale e leggi di sostegno
all’incentivazione della produzione e al consumo.
La proposta di una
“economia verde” parte da un’analisi econometrica per cercare,
in modo mistificatorio, di far credere in uno sviluppo economico
(dove comunque l’indicatore rimane il PIL) che considera i danni
ambientali. Ma il PIL, per essere sostenuto, non può prescindere
dal modello di produzione capitalista. Nella “economia verde”
i rapporti di produzione, il fine della produzione, i rapporti
sociali, sono gli stessi di prima. Non può essere altrimenti.
E’ per questo che non può neanche realizzare quel miracolo occupazionale
che viene sbandierato.
Allora è evidente che si tratta di un tentativo del capitale
di riattivare un nuovo profittevole sistema di accumulazione
per cercare di uscire dalla sua crisi, che però questa volta
non è semplicemente congiunturale, e va oltre la modalità strutturale
configurandosi come crisi di carattere sistemico in cui sono
gli stessi meccanismi di accumulazione che rischiano di non
riattivarsi profittevolmente.
Chi
si illude che sia possibile una diversa coniugazione, o è un
ingenuo o è in cattiva fede.
La green economy
è questa, e non può essercene un’altra all’interno della compatibilità
sistemica e della cogestione della crisi.
Allora ci trova
perfettamente d’accordo l’analisi del Presidente Evo Morales,
come chiaramente prospettata nel suo intervento a Rio lo scorso
giugno: “L’ambientalismo
dell’ “economia verde” è il nuovo colonialismo per sottomettere
i nostri popoli e i governi anticapitalisti”.
La strategia degli
imperialismi è quella di mettere a profitto le risorse naturali,
la sua eventuale momentanea conservazione non è altro che un
modo di mettere temporaneamente da parte risorse per un’appropriazione
privata nel momento in cui queste possono dare maggior valore
in termini di accumulazione.
Per
questo Evo Morales aggiunge: “Perciò
l’ambientalismo è solo un modo di realizzazione del capitalismo
distruttore, un modo graduale e scaglionato di distruzione mercificata
della natura”. Come è anche una forma di privazione della
sovranità dei popoli sulle proprie risorse, “ma l’ambientalismo del capitalismo è pure
un colonialismo predatore perché permette che gli obblighi che
hanno i paesi sviluppati di preservare la natura per le future
generazioni siano imposti ai paesi in via di sviluppo, mentre
i primi si dedicano in modo implacabile a distruggere mercificando
l’ambiente, i paesi del nord si arricchiscono in mezzo a un’orgia
depredatrice delle fonti naturali di vita e obbligano noi paesi
del sud a essere i loro guardaboschi poveri. […] Vogliono creare
meccanismi d’intromissione per monitorare, giudicare e controllare
le nostre politiche nazionali, vogliono giudicare e punire l’uso
delle nostre risorse naturali con argomenti ambientalisti”
(il discorso completo di Evo Morales
è possibile leggerlo su
http://www.contropiano.org/it/ambiente/item/9980-la-“green-economy”-è-un-nuovo-colonialismo).
Una strategia degli
imperialismi, dunque, e una nuova forma di colonialismo, per
impedire processi fuori dal capitalismo, tenere i paesi in via
di sviluppo sottomessi e aumentare il loro debito estero. La
risposta a questo non può essere che una, come disse Fidel Castro,
ricordato anche nel discorso di Evo Morales: “Esistono i debiti ecologici e non i debiti esteri, e sono i primi che
devono essere pagati e non i secondi”.
Rio+20 ha dunque
riacceso il motore della green economy che ultimamente sembrava
viaggiare a bassi giri. Il Ministro dell’Ambiente Corrado Clini
non si fa certo sfuggire l’occasione e con una conferenza stampa
dello scorso 28 giugno lancia gli Stati Generali della Green
Economy. Il Ministro, in perfetta sintonia con il Governo di
cui fa parte, cioè quello che sta interpretando al meglio il
desiderio della grande borghesia italiana di agganciarsi a quella
europea e tentare di svolgere un ruolo da protagonista nella
competizione globale e nei nuovi assetti interni all’UE, coglie
perfettamente “le opportunità” che si prefigurano dopo Rio+20.
Si terranno a Rimini il 7 e 8 novembre prossimo nell’ambito
di Ecomondo, saranno organizzati dalle associazioni degli imprenditori
e dal Comitato Promotore presieduto da Edo Ronchi e ai quali,
come preannunciato, parteciperanno dall’OCSE alla Commissione
Europea, dai sindacati confederali alla Confindustria, dalle
associazioni ambientaliste a quelle cosiddetta della società
civile. La composizione ci sembra eloquente. Siamo veramente
curiosi di sapere esattamente chi saranno coloro che parteciperanno
e siamo certi che non ci stupiremo, già alcuni si preparano
e si accreditano. Quello che possiamo sicuramente dire è che
ci sentiamo in dovere di opporci a questi Stati Generali, così
come pensiamo dovrebbe fare la sincera sinistra anticapitalista,
il sindacalismo conflittuale e i movimenti sociali, e non solo
quelli direttamente impegnati in ambiti ambientali.
Il massimalismo
non ha mai fatto parte né della storia né della cultura della
Rete dei Comunisti, sappiamo che la costruzione del superamento
del modo di produzione capitalista passa attraverso processi
che possono avere anche strade diverse e che il realizzabile
è ciò che è possibile, ma crediamo anche che nessuna rivendicazione
di giustizia sociale e di giustizia ambientale, come nessun
percorso di controtendenza è possibile prescindendo da un’analisi
di classe.
Vasti settori della
sinistra italiana ed europea, anche quella che si autodefinisce
radicale, dell’associazionismo e di alcuni movimenti sociali,
sono sempre più incapaci di farlo e allora spesso parlano di
audit popolare sui debiti pubblici, di riforma dell’Unione Europea,
di controllo dei beni comuni, di nuovi modelli energetici, prescindendo
dagli imperialismi, dagli effetti del colonialismo storico e
attuale, dall'individuazione del ruolo delle multinazionali,
dallo scontro all'interno degli attuali rapporti di produzione,
dal ruolo della scienza e della tecnologia nello sviluppo dei
mezzi di produzione del capitale. Al contempo ignorano processi
di transizione che si stanno realizzando nel mondo, in particolare
in quei paesi dell’America Latina aderenti all’ALBA, e che si
stanno caratterizzando per la nazionalizzazione delle risorse
naturali, programmi di pianificazione economica, rifiuto del
pagamento del debito estero, uscita dagli organismi internazionali
oppressivi, indipendenza politica ed economica, non traendo
da questi nessun tipo d’indicazione.
Una sinistra sempre
più appiattita su una visione eurocentrica, su finalità elettoralistiche,
su modelli di cogestione, se pur alternativi, della crisi e
dell'attuale sistema economico e sociale, incapace di porsi
nell'ottica della costruzione dell'organizzazione e della sedimentazione
dei conflitti sociali, anche quelli di tipo ambientale, e che,
solo partendo da questa, sia in grado di dare senso e forza
alla rappresentanza politica che esprima poi la necessità per
quella istituzionale.
Un’incapacità che
lascia spazio altresì a quei settori che si esprimono anche
attraverso le ONG e che, come sottolineato dal Vice Presidente
boliviano Alvaro Garcia Linera che le ha definite la malattia
infantile del destrismo, svolgono spesso un ruolo di controllo
strumentale contro i processi rivoluzionari, funzionali al neocolonialismo
e causa di corruzione.
In questo quadro
è dunque facile assistere a tesi che parlano di capitalismo
finanziario che ha “drogato” l’economia e che, di fatto, pongono
quindi una visione di un capitalismo buono in opposizione a
uno cattivo, di “new deal verde” per una nuova green economy
dal volto democratico in opposizione a quella, come loro la
definiscono, che si affida solo al mercato e che agisce esclusivamente
sulla riduzione delle immissioni di carbonio.
Le
emergenze ambientali, che costringono l’umanità a difendersi
dalle privatizzazioni delle risorse naturali, dalla distruzione
sfrenata di queste, dall’alterazione irrimediabile degli ecosistemi,
dai cambiamenti climatici, rendono evidente come il problema
non sia inquadrabile nel conflitto uomo-natura, ma nella contraddizione
capitale-natura.
Una
contraddizione che ci pone di fronte, con forza dirompente,
il fine stesso del capitalismo che ha le sue basi nell’accumulazione
e nel consumo, che interpreta le risorse naturali come proprie,
le distruzioni ambientali come un male necessario o, ancor peggio,
come un suo diritto. E’ per questo che la contraddizione con
la natura, come quella di genere, di razza, di migrazione, tra
nord e sud del mondo, tra industrializzazione e ruralità è del
tutto interna al conflitto capitale-lavoro e quindi interna
al conflitto di classe.
L’alternativa
non può essere quindi una diversa green economy, una versione
della crescita quantitativa keynesiana incentrata sulla mercificazione
dell’ambiente come tentativo per determinare un nuovo processo
d’accumulazione capitalista, la compatibilità e la cogestione.
La visione deve essere solo ed esclusivamente politica, a iniziare
da un’approfondita e corretta analisi e dalla costruzione di
un’opposizione che sappia spostare l’asse dagli interessi particolari
a quelli collettivi, attraverso la costruzione del conflitto
e la sedimentazione delle forze, anche a partire da un programma
tattico di controtendenza, ma di classe e nell’ottica della
trasformazione radicale, su vertenze socio-ambientali,
per creare organizzazione attraverso la richiesta di riforme
strutturali da contrapporre al riformismo compatibile, come
possibile strada da percorrere per la soluzione, quantomeno
parziale ma consistente, dei problemi energetici e ambientali.
* Commissione
Ambiente della Rete dei Comunisti
Luglio 2012