La legge 133/08 e le mani degli imprenditori sui rubinetti dell’acqua

di Marco Benevento - Associazione Politica e Classe


La legge 133 con i suoi allegati si presenta come l’ennesimo ma più profondo attacco al sistema di tutele e garanzie sociali costruito con lotte e conquiste nei decenni passati .
Questa legge sta passando alla cronaca per i tagli ai fondi alla scuola e all’università , ma leggendo gli allegati e i diversi articoli, si scopre che l’essenza della legge 133 siano le privatizzazioni .
Non si tratta di vendere res pubblica per riempire le casse dello stato, ma è più semplicemente la cessione agli imprenditori privati dei beni pubblici come sanità, istruzione, edilizia popolare e beni comuni come l’acqua trasformandoli in merce .
Leggendo il testo di legge mi immagino che per mettere nero su bianco codici e codicilli, articoli e commi che rimandano a leggi già in vigore , da qualche parte ci sia un stuolo di commercialisti, avvocati e tecnici che con truffaldino e servile entusiasmo lavorino su precise direttive delle lobbies industriali e finanziarie, quando va bene o anche mafiose .
Non è un caso che oltre a politici inquisiti per mafia e delitti legati a dinamiche “affaristiche “, negli scranni del parlamento le professioni più rappresentate siano quelle degli avvocati, dei commercialisti e dei notai .
Ogni giorno calano nei meandri giuridici e con approccio professionale lavorano affinché la legge consenta che per esempio l’università da pubblica diventi una fondazione privata, oppure che ai privati sia concesso : l'affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica, in applicazione della disciplina comunitaria e al fine di favorire la più ampia diffusione dei principi di concorrenza,(comma 1 art 23 bis legge 133 ).
Con questo linguaggio grigio e amministrativo, si da conto del colpo di mano che consente ai capitalisti di appropriarsi per vie legali dell’erogazione dell’acqua e metterla quindi sul mercato in base alla legge della domanda e dell’offerta .
Si è scardinato a fine di lucro la legge sull’acqua del 1994 (la legge Galli) che dichiarava questo un bene demaniale pubblico che fa parte parte del patrimonio inalienabile delle regioni.
Con i suoi 530 miliardi annui a livello mondiale il business dell’ oro blu , non poteva privarsi della quota italiana che rappresenta una buona fetta dei consumi . L’Italia è prima in Europa per il consumo d’acqua e terza nel mondo con 1.200 metri cubi di consumi l’anno pro capite. Più di noi soltanto gli Stati Uniti e il Canada.
Queste cifre ci aiutano a comprendere quali appetiti ha smosso il profumo del business dell’acqua anche qui in Italia .
Un affare destinato a crescere parallelamente alla crescita della domanda di acqua che nel corso dell’ultimo secolo si decuplicata, mentre di contro la sua disponibilità sta diminuendo vertiginosamente.
Dare la gestione dell’acqua ai privati specificando la vocazione mercantile della legge si configura quindi come un atto barbaro e immorale , rispetto al quale dovremo mettere in campo la forza, l’intelligenza e l’organizzazione del conflitto sociale.

Legge 133 Art. 23-bis ...