Una
campagna del mondo del lavoro contro il massacro imposto
dall'euro
Intervista di Fabio Sebastiani (Liberazione a Luciano Vasapollo
, professore di economia applicata alla "Sapienza"
, Universita' di Roma , e Dir.Scient. Centro Studi Cestes-Proteo |
Prof
Luciano Vasapollo mi sembra che nemmeno il compromesso raggiunto
tra Obama e i repubblicani è riuscito a convincere i mercati
finanziari. Vuol dire che le modifiche a cui stiamo assistendo sono
più profonde di quanto sembrino?
Se dovessi dare un titolo a questa intervista direi
“niente di nuovo sul fronte occidentale”. Tutto quello
che appare come qualcosa di nuovo come il default degli Usa in realtà
va avanti da Bretton Woods del 1971. Con la fine degli accordi gli
Usa decidono in base al loro potere potilico e militare di imporre
il loro indebitamento come proprio modello di sviluppo basato sull’importi
facendo pagare il costo agli altri: debito privato, debito pubblico,
e consumo sostenuto dal mix tra debito interno ed esterno avendo
molto deboli i cosiddetti fondamentali macroeconomici e una economia
reale che già da allora mostrava i caratteri della crisi
strutturale e sistemica.
Cosa è cambiato nell’odierno
scenario?
Dopo la caduta del muro di Berlino si apre una
fase di guida unipolare del mondo basata sullo strapotere politico
e militare Usa ,che con l’imposizione dell’acquisto
dei loro titoli imponevano il sostenimento della loro crescita basata
sull’indebitamento e sull’economia di guerra Poi si
apre la fase che a suo tempo definimmo non di globalizzazione ma
di competizione globale, basata non sul modello importatore degli
americani ma con l’Europa che cerca i suoi spazi di affermazione
economica puntando a sul ruolo internazionale con una forte posizione
di esportatore svolto dalla Germania. Lo stesso modello di economia
basata sulla esportazione viene realizzato dalla Cina,che grazie
ai suoi avanzi nella bilancia dei pagamenti decide di diventare
il maggior compratore del debito statunitense: Il modello tira e
ovviamente accade che le banche tedesche e lo Stato cinese acquistano
i titoli degli Usa e, in parte, anche degli altri membri dell’Europa
che devono subire lo strapotere tedesco e con questo la costruzione
dell’unione europea come nuovo polo imperialista che pur mancando
di grande forza interna politica e militare impone la logica economica-finanziaria
con guida della Germania .
Ad un certo punto, però, qualcuno
presenta il conto…
Quando scoppia la crisi dei subprime negli Usa,
la crisi volutamente viene evidenziata come crisi di carattere finanziario
per lo scoppio delle bolle speculative immobiliari e finanziarie,
ma è semplicemente la punta dell’iceberg che evidenzia
una crisi dell’economia reale nei meccanismi stessi dell’accumulazione,
cioè sono gli stessi meccanismi del modo di produzione capitalistico
che si sono inceppati già dai primi anni ’70 e che
dimostrano che la crisi è irreversibile ed è di carattere
sistemico. E’ evidente che con le privatizzazioni, con l’attacco
al costo del lavoro , al sistema del welfare, ai diritti , con la
finanziarizzazione dell’economia hanno cercato di coprire
la crisi dell’economia reale che si porta dietro il carattere
della strutturalità e sistemicità.E così si
fa più aspra e diretta la competizione globale alla ricerca
della centralizzazione della ricchezza in poche mani,con scenari
sempre più frequenti di guerra economica- finanziaria,guerra
commerciale , guerra sociale contro le classi subalterne e guerra
militare espansionista per la conquista e il dominio sulle risorse
energetiche sempre più scarse, per sostenere i ritmi del
processo di accumulazione internazionale(vedi da ultimo la guerra
alla Libia) .
Nel mentre, la finanziarizzazione ha allargato il giro
segnando l’arrivo dei paesi che prima venivano denominati
paesi in via di sviluppo.
C’è da dire che il modello esportatore
tedesco ha ormai sempre più bisogno di importatori anche
direttamente europei,ed è così che la Germania deve
investire l’avanzo che matura comprando titoli dei PIIGS (Portogallo,Irlanda,
Italia, Grecia ,Spagna) che sono costretti sempre più ad
indebitarsi per rispondere alle regole dell’euro, soffocando
le proprie economie e massacrando il mondo del lavoro per garantire
che la “questione” dell’Euro rimanga funzionale
allo sviluppo esportatore della Germania e in seconda battuta agli
interessi francesi. Gli stessi Stati Uniti hanno un indebitamento
in parte sostenuto dalla Germania oltre che dalla Cina. La competizione
però oggi è sempre più alta e i Brics vogliono
il loro spazio. Gli Usa così non hanno più la forza
politica e militare per imporre il loro modello di sviluppo al mondo
basato sul loro indebitamento. Oggi il presidente degli Usa è
costretto a chiedere l’innalzamento del debito proprio per
questo ,perché sa che fuori dai suoi confini non troverebbe
tanti soggetti disposti a finanziare il suo paese in base al precedente
modello economico; è la prova che è finito il mondo
a guida unipolare basato sull’egemonia statunitense.
Che poi in fondo è anche il
problema dell’Italia che ora sembra essere entrata in una
spirale tra recessione e maggiori interessi sulla vendita dei titoli
che dovrebbero servire a finanziare il debito…
L’ Italia si comporta come gli Usa perché
spostano il problema del debito più avanti, cioè per
tentare di far fronte al deficit , che è un dato congiunturale
di flusso lo trasformano in esposizione strutturale di stock ,cioè
in debito sovrano che massacrerà le generazioni future di
lavoratori. E’ lo stesso identico meccanismo. Dalle finanziarie
lacrime e sangue di oggi si passa ad uno stato di lacrime e sangue
permanente contro il mondo del lavoro. La parte di defict che si
capitalizza, quindi, è una mannaia per le generazioni del
futuro.
Insomma, è scattata la trappola della speculazione
finanziaria…
E’ chiaro che così si pone il problema
non della crisi finanziaria ma di una crisi del modello di accumulazione,
in crisi è l’intero sistema capitalista. La finanza
speculativa che doveva essere quella in crisi si sta riaffacciando
in modo prepotente inventando altri armi e nuovi terreni di combattimento;
la speculazione finanziaria come un avvoltoio è lì
e con gli strumenti creativi aggredisce chi non accetta le regole
di dominio e che non effettua attacchi sempre più pesanti
contro il salario diretto, indiretto e differito. Per uscire dal
debito greco si stanno approntando nuovi strumenti di finanza creativa
che dilazionano l’indebitamento e creano le premesse di nuovi
collassi. La finanzia continua a svolgere il ruolo di massacro e
speculazione e questo ai danni delle casse pubbliche, dei salari,
dello Stato sociale.
Le proposte per tentare di mettere
un argine a questa situazione?
La cosa assurda è che chi dovrebbe confezionare
proposte in grado di tirarci fuori da questa situazione sta in realtà
pensando agli interessi di una parte del paese,i ricchi e i soliti
noti, come dimostra l’ultima legge finanziaria di Tremonti.
Una prima risposta può essere lanciare una campagna del mondo
del lavoro non contro l’Europa ma contro le regole del massacro
sociale imposte dalle compatibilità economico-finanziarie
dell’euro. La seconda questione che va posta all’ordine
del giorno è rilanciare una serie di politiche di una efficiente
nazionalizzazione e statalizzazione delle banche e dei settori strategici
dell’economia. Il debito sovrano sta diventando un nodo nei
paesi deboli perché con i soldi pubblici si sono finanziate
le banche. Quindi la prima nazionalizzazione deve essere del sistema
bancario. E poi porre immediatamente la soluzione del nodo dei settori
strategici di energia, trasporti e comunicazioni che devono da subito
andare in mano allo Stato. Sembrerebbe un ritorno agli anni 50-60,
quando si creò in Italia una forte economia mista, con un
welfare vero e un futuro per i giovani.
Ultimamente hai partecipato ad alcuni
incontri internazionali a Cuba, Bolivia, Spagna, Irlanda. Quali
sono i temi del confronto?
Gli economisti critici ed eterodossi nelle loro
varie componenti stanno cercando di trovare un accordo su un programma
minimo di controtendenza da proporre e insieme praticare con il
ruolo centrale del sindacalismo conflittuale di classe. Da un punto
di vista logico, esistono varie alternative possibili alla attuale
competizione globale e poi fino alla maggiore determinazione del
superamento del modo di produzione capitalista, ognuna con distinti
gradi di probabilità in funzione di ragioni tecnico-economiche
o politico-sociali. In ogni caso, qualsiasi proposta attuabile dovrà
“fare i conti”, in primo luogo, con la tecnologia. Il
cambio tecnologico può rappresentare un progresso tecnico
e sociale se è frutto di una decisione collettiva dei lavoratori,
maggioritaria, responsabile, aperta al dialogo, negoziata e contrattata.
Dall’epoca “luddista” – l’epoca di
quegli operai che distruggevano le macchine che andavano ormai a
prendere il loro posto nelle fabbriche tessili –, i sindacati
dei lavoratori hanno rinunciato a controllare, a regolare e a partecipare
nel senso e nell’orientamento del cambio tecnico. È
stata una decisione che si è lasciata sempre in mano degli
imprenditori e del capitale.
Invertire questa tendenza secolare implica intendere in altra maniera
lo sviluppo democratico, comprendere che il dibattito sulla tecnologia,
che è parte del dibattito tra marxisti, esige che tra i lavoratori
vi sia una cultura tecnologica – che oggi non c’è
–, delle strutture che servano a canalizzare e organizzare
il dibattito sul cambio tecnico e non, per esempio, il processo
attuale di privatizzazione delle risorse e di orientamento scientifico
nelle università, che è il passo che precede lo sviluppo
tecnologico. In secondo luogo, si dichiara la necessità di
un cambiamento radicale socioculturale (quello che in termini gramsciani
si chiama un cambio di egemonia che modifichi il senso comune),
che inverta le relazioni causali tra l’economia e la politica.
La politica è sempre stata al servizio dell’economia,
quantomeno dal XIX secolo. Il discorso politico occultava precedentemente
questi interessi nell’essenza dell’economia; ma nel
XX secolo c’è stata una svolta, il discorso politico
è stato colonizzato dagli interessi economici, al punto che
oggi sembra che parlare di politica sia esclusivamente parlare di
economia, di spesa pubblica, di interessi, di imposte, di marche
legali, di legislazione del lavoro o legislazione commerciale. Questo
è logico in un sistema che subordina lo sviluppo sociale
agli interessi di mercato.
E le proposte concrete e immediate
?
Penso che il discorso sulle nazionalizzazioni,
investimenti in edilizia pubblica,lavoro e salario pieno e a totalità
di diritti veri,di uscita dall’euro e, importante, l’azzeramento
del debito siano i primi punti qualificanti. Siccome l’economia
finanziaria non crea risorse perché sul medio periodo è
un gioco a somma zero, perché quindi in questo ballo mascherato
delle celebrità , cioe dei potentati finanziari ci devono
entrarci gli Stati, quindi i lavoratori su cui si scarica tutta
la durezza e drammaticità della crisi? In Grecia non è
bisogna dilazionare ma dare un taglio netto. E’ quello che
poi è stato fatto in Sud America, ad esempio quando in Argentina
hanno girato le spalle al Fondo monetario internazionale. Se tu
entri nella logica della diminuzione del tasso di interesse e allungamento
del debito il ricatto diventa continuo e l’economia reale
perde completamente i parametri di sostenibilità sociale
e ambientale. Per questo, una alternativa globale ridefinisce il
discorso politico nel terreno del sociale e subordina, a questo
discorso politico sul sociale, il discorso economico e il discorso
politico sull’economia. Costruire in maniera indipendente
le proprie prospettive muovendosi da subito nella piena autonomia
da qualsiasi modello consociativo, concertativo e di cogestione
della crisi. Solo così l’autonomia di classe assume
il vero connotato di indipendenza dai diversi modelli di sviluppo
voluti e imposti dalle varie forme di capitalismo, ma soprattutto
da sempre lo stesso sistema di sfruttamento imposto dall’unico
modo di produzione capitalistico;e quindi in tal senso il movimento
dei lavoratori non può e non deve essere elemento cogestore
della crisi ma trovare anche nella crisi gli elementi del rafforzamento
della sua soggettività tutta politica.
Nessuna gestione della crisi da parte dei lavoratori , non accettare
le compatibilità della sopravvivenza del sistema del capitale,
l’indipendenza del mondo del lavoro dallo sviluppismo capitalista
significa non collaborare ma proporre il proprio programma minimo
di classe fuori dalle compatibilità del capitale esprimendo
così tutta la propria autonomia nella conflittualità;entrare
nel gioco significa morire nel gioco!!!Sono sempre i più
deboli che soccombono , cioè prosperano i fondi pensione
e di investimento e perdono i lavoratori con la privazione di pensioni,
salari, welfare.
Subordinare l’economia alla politica sarebbe una alternativa
alla mondializzazione capitalista realmente esistente. Non è
altra cosa del vecchio, ma non antico né superato, programma
delle organizzazioni internazionali di classe: la subordinazione
del capitale al lavoro, della produzione all’essere umano.
AGOSTO 2011
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