Fisco,
populismo e lotta di classe in Italia
di Vladimiro Giacchè |
Il problema
della tassazione e della fiscalità si trova al crocevia dei più
importanti snodi della politica contemporanea. Lo ritroviamo al
centro della sceneggiata storica dei Tea Parties
statunitensi, tutta rivolta a creare un’artificiosa continuità simbolica
con la settecentesca “rivolta del tè” contro le tasse imposte dalla
madrepatria inglese alle proprie colonie, affermando però oggi qualcosa
di ben diverso, e cioè la libertà contro le tasse, intese come simbolo
dello spauracchio del “Big Government”.
Lo troviamo al centro delle gigantesche falle del tessuto istituzionale
e di governance dell’Unione Europea rivelate dalla crisi
attuale, che hanno uno dei principali luoghi d’origine precisamente
nella volontà – iscritta nei Trattati – di non assoggettare tutti
gli Stati dell’Unione (o almeno dell’Eurozona) ad una medesima disciplina
e regolamentazione fiscale. Infine, lo troviamo al centro del discorso
ideologico populista e reazionario berlusconiano, di cui rappresenta
da sempre uno dei principali punti di forza. Grazie alla capacità
di trasfigurare nella forma di una “lotta contro l’oppressione fiscale”
quella che è in verità – come vedremo – una delle più efficaci e
efferate configurazioni assunte dalla lotta di classe in questo
Paese. La cosa migliore è partire proprio dall’esame di alcune delle
più caratteristiche enunciazioni del Berlusconi-pensiero
sulle tasse.
1. Il fisco nel Berlusconi-pensiero
“Se lo Stato ti chiede più di un terzo di quanto guadagni,
c’è una sopraffazione nei tuoi confronti, e allora ti ingegni per
trovare sistemi elusivi e addirittura evasivi ma in sintonia con
il tuo intimo sentimento di moralità”. In questa frase, pronunciata
da Berlusconi – con audace mossa situazionistica
– proprio alla festa della Guardia di Finanza (11 novembre 2004),
è contenuta tutta intera l’ideologia berlusconiana del fisco. Questa
ideologia, dispiegata con grande potenza mediatica, e accettata
di fatto anche da buona parte dell’opposizione di centro-sinistra
(di allora e di adesso), è facile a sintetizzarsi: il fisco è la
manifestazione di uno Stato predone e onnipotente, e rappresenta
un attacco alla libertà della proprietà ed al diritto di godere
i frutti del proprio lavoro. Rispetto a questo attacco, il “cittadino”
ha diritto di difendersi come può: cioè non pagando le tasse. Più
di recente – a conferma della sua coerenza in materia – Berlusconi
ha anche enunciato la quota-limite oltre la quale si situerebbe
l’ “oppressione fiscale”, e cioè il 33%: il fisco è “equo” quando
la “sua richiesta si situa pressappoco intorno a un terzo di ciò
che il cittadino guadagna”. Lo ha detto il 10 settembre 2010 a Yaroslavl, in occasione del Global Policy Forum promosso dal
presidente della Federazione Russa Medvedev.
Perfettamente in linea con il Berlusconi-pensiero,
il documento governativo – penosamente condito di affermazioni pseudo-filosofiche
– che accompagnava la “riforma” fiscale tremontiana
dell’epoca (lo si può leggere sulla Gazzetta Ufficiale n.
91 del 18 aprile 2003): “Nella nostra visione, il limite naturale,
fondamentale e costituzionale dell’imposizione fiscale è rappresentato
dal lavoro e dalla proprietà privata, basi fondamentali della libertà
della persona e della ricchezza della nazione”. E ancora: “Se il
presupposto del prelievo non è quanto serve allo stato, ma quanto
può dare il privato; se non si ha una visione autoritaria dello
stato, che può imporre quanto vuole; se insomma si accetta il principio
del limite dell’imposizione, costituito dal rispetto del lavoro,
della proprietà, e dei frutti che ne derivano, è evidente che la
misura della giusta imposta dipende unicamente dal consenso dei
cittadini. Da quanto i cittadini sentono giusto di dover pagare
allo stato a titolo di imposta sui frutti (2)
del loro lavoro e della loro proprietà”. Si tratta,
è il caso di ammetterlo, di affermazioni quasi commoventi: era almeno
dai tempi di Kant che l’Uomo, la libera
volontà umana, la coscienza dell’individuo non venivano posti così
al centro del discorso politico. E va detto che sul punto i Berluscones
sono coerenti: basti pensare che, in un recente e impagabile elogio
delle società offshore tessuto da Oscar Giannino, l’argomentazione-chiave
è rappresentata dal richiamo al fatto che “la libertà prevale, e
tra le massime espressioni della libertà vi è appunto quella dell’organizzazione
della proprietà, al fine di ridurne i gravami a cominciare da quelli
fiscali”: precisamente per questo motivo le società offshore
possono dirsi, ad avviso dello stesso Giannino, “vero presidio di
libertà” . (3)
Il problema, ovviamente, è che in realtà quello di cui
qui si parla non è la libertà dell’Uomo astrattamente inteso. No:
l’individuo al cui “intimo sentimento di moralità”, al cui “senso
della giustizia” Berlusconi e i suoi fidi collaboratori fanno appello,
difendone a spada tratta la “libertà”,
è una categoria di persone molto più ristretta. È l’Evasore. Per
essere più precisi: l’evasore potenziale, colui che può
evadere il fisco. Cioè essenzialmente il libero professionista,
l’imprenditore (persona fisica) e ovviamente l’impresa stessa
(persona giuridica). Purtroppo, infatti, la commovente esaltazione
della volontà e della libera scelta come cardini del sistema fiscale,
non vale per i lavoratori dipendenti: i quali possono invece ammirare
attoniti, ad ogni 27 del mese, direttamente sul cedolino l’entità
di quanto della loro busta paga finisce in tasse. E notare, con
comprensibile disappunto, che il peso delle ritenute alla fonte
per il lavoro dipendente è cresciuto costantemente nel periodo che
va dagli anni Ottanta ad oggi. Al riguardo vale la pena di riproporre
i dati citati in un documento prodotto da un gruppo di lavoro del
Nens sulla fiscalità: “L’entità delle
ritenute rispetto alle imposte dirette sale dal 40% circa del 1980
al 525 del 2008; al tempo stesso i proventi Irpef da redditi non
di lavoro dipendente insieme alle imposte sostitutive (dell’Irpef)
si riducono dal 37% a poco più del 24%. Ciò mentre la quota dei
redditi di lavoro dipendente sul valore aggiunto totale si riduceva
dal 66% al 53%. In altre parole i redditi da lavoro dipendente si
sono ridotti come quota del reddito nazionale e al tempo stesso
sono stati penalizzati dal prelievo fiscale”. 3
La “Libertà dalle tasse” berlusconiana è insomma
una libertà di ceto o di casta. E come tale presuppone che gli altri,
i non-liberi, paghino di più e tappino le falle create al bilancio
dello Stato dall’espressione della “volontà libera” e dall’“intimo
senso di moralità” dell’Evasore.
Ma torniamo ora al discorso ideologico contemporaneo
in materia di tassazione. Se la smaccata variante “pro-evasore”
è una caratteristica esclusiva di Silvio Berlusconi, il discorso
“anti-tasse” è un topos del pensiero conservatore e liberista contemporaneo.
Non è ovviamente questa la sede per un’analisi storica del fenomeno,
ma è importante fissare almeno alcuni punti. La marea della retorica
antitasse inizia negli anni Settanta e monta progressivamente, diventando
letteralmente invincibile dalla fine degli anni Ottanta. Negli anni
Settanta finiscono i 25 anni di rapidissimo sviluppo economico postbellico
e comincia una crisi di valorizzazione del capitale di lunga durata
in tutti (o quasi) i Paesi a capitalismo maturo. In questi Paesi,
dopo aver fatto ampio uso di ammortizzatori sociali per impedire
che le conseguenze della crisi (leggi disoccupazione tornata di
massa, deindustrializzazione, delocalizzazioni) avessero conseguenze
esplosive sull’assetto economico e sociale, le classi dominanti
improvvisamente si accorgono degli “sprechi” rappresentati dal welfare
State e della sua “insostenibilità”. Cominciano gli anni delle privatizzazioni,
dello “Stato minimo”, della deregulation. La polemica “anti-tasse”
nasce e si sviluppa in questo contesto, e ha una duplice funzione:
da un lato, ottenere una sostanziale riduzione della tassazione
delle imprese e invertire la tendenza (predominante ancora negli
anni Settanta) a recepire nella legislazione il principio della
progressività delle imposte; dall’altro, indebolire lo Stato (“affamare
la bestia”, secondo la raffinata formulazione di Ronald Reagan),
al fine di assoggettare al profitto privato quante più possibili
funzioni da esso svolte e al tempo stesso rendere semplicemente
impensabile anche solo l’ipotesi di un controllo statale/pubblico
dell’economia. Il primo aspetto ridà fiato ai profitti netti (dopo
le tasse) delle imprese private e opera una redistribuzione del
reddito da “Robin Hood alla rovescia”. Il secondo aspetto fa sì
che al trend decrescente (da allora e sino ad oggi) dei salari diretti
si unisca una diminuzione reale dei salari indiretti (le prestazioni
sociali, appunto), e financo una trasformazione
dei salari differiti (i contributi pensionistici) in forme di finanziamento
del capitale, immediatamente sussunte
e assoggettate alle sue logiche. (4)
L’ideologia “anti-tasse” è immediatamente “falsa coscienza” nel
più pieno significato del termine. E non soltanto per il fatto di
celare (neppure troppo accuratamente, a dire il vero) interessi
di classe. Ma anche per il fatto di “dimenticarsi” delle numerose
funzioni che lo Stato svolge a beneficio del capitale e che sono
rese possibili unicamente dalla tassazione. Anche volendo mettere
tra parentesi gli ingenti trasferimenti alle imprese che vanno sotto
il nome di agevolazioni pubbliche o sotto altri nomi, (5)
si pensi alle condizioni generali di produzione,
intese come infrastrutture (fisiche e giuridiche), come formazione,
come ricerca e sviluppo tecnologico.
È chiaro ed è logico che tutte queste funzioni – essenziali
per la stessa riproduzione allargata del capitale – hanno un costo,
che qualcuno dovrà pur sostenere. Ma l’ideologia “anti-tasse” del
neoliberismo rampante chiama questo costo “oppressione fiscale”
e contro di esso leva la bandiera degli “sgravi fiscali”. Già George
Lakoff ha opportunamente osservato come
già il fatto stesso di accettare questo linguaggio significhi far
propria la visione del mondo della reazione, contribuendo alla sua
propagazione: “Pensate a quello che evoca la parola ‘sgravio’. Perché
possa esserci uno sgravio si presuppone che ci sia una situazione
gravosa, che qualcuno soffra, e la persona che rimuove la causa
di questa sofferenza diventa un eroe…
Quando alla parola ‘sgravi’ si aggiunge l’aggettivo ‘fiscali’, il
risultato è una metafora. Le tasse sono un’afflizione. Chiunque
le elimini è un eroe, e chiunque cerchi di impedirglielo è un malvagio…
Le parole che evocano questo frame partono dalla Casa Bianca e si
diffondono attraverso i comunicati stampa a tutte le stazioni radio,
a tutte le emittenti televisivi e a tutti i giornali... E ben presto
anche i democratici parlano di “sgravi fiscali” – dandosi la zappa
sui piedi”. (6)
In Italia, alla metafora degli “sgravi fiscali” si accompagnano
altre metafore. Prima tra tutte: “mettere le mani nelle tasche degli
Italiani”. Gustavo Zagrebelsky ha notato
come ci sia davvero, dietro questa espressione, “un’idea generale
del rapporto tra cittadini e Stato. Questa: che le imposte e tasse
siano taglieggiamenti e furti e che i governanti, chiedendo ai cittadini
di partecipare alle spese pubbliche, si comportino da ladri. Su
questa premessa, è chiaro poi che l’evasore non può essere considerato
un asociale che si sottrae ai propri doveri di cittadino responsabile
nei confronti della collettività e, anzi, che sia un parassita che
vive alle spalle dei suoi concittadini. Lo si deve guardare come
un tartassato che fa bene a cercar di difendersi da chi (lo Stato)
cerca di derubarlo. In fondo, se non è un benemerito, è almeno uno
che merita tutta la nostra comprensione. Tanto che la norma che,
al prezzo della rinuncia da parte dell’amministrazione finanziaria
alle sue pretese legali, consente il rientro a poco prezzo di capitali
illegalmente esportati è denominato ‘scudo fiscale’, come se si
dovesse apprestare una protezione contro il nemico” (7)
Queste considerazioni meritano un’unica chiosa:
proprio quest’ultima locuzione, “scudo fiscale”, evidenzia comunque
la specificità italiana, pur all’interno del mainstream
liberista anti-tasse. In effetti, in tutti i casi in cui la stampa
straniera si è occupata della (vergognosa) ennesima manovra di regalo
fiscale agli evasori coperta dai nostri media con l’eufemismo di
“scudo fiscale”, l’ha chiamata col suo nome: “tax amnesty”, “amnistia fiscale”.
E veniamo quindi alla particolarità del caso italiano, emblematicamente
riflessa in questa specifica torsione ulteriormente eufemistica
del discorso dominante sul fisco.
2. Il caso italiano: un evasione “sbalorditiva”, ma non
troppo
La pressione fiscale in Italia si è attestata nel 2009,
secondo l’Istat, al 43,2%, in aumento rispetto al 42,9% del 2008
(essenzialmente a causa del calo del pil).
Già a questo riguardo va osservato che in questo 43% rientrano ben
14 punti di contributi sociali che finanziano il sistema previdenziale.
E, come giustamente puntualizzato dallo studio del Nens
già citato, “l’assimilazione dei contributi alle imposte, del tutto
comune nel dibattito corrente, è errata”: infatti i contributi non
rappresentano una tassa, ma “una forma di risparmio (forzato) individuale
che sarà consumato in futuro dai titolari”; le imposte rappresentano
quindi il 29%, e vanno a finanziare la spesa pubblica, che include
anche la spesa per interessi sul debito pubblico, più elevata in
Italia di diversi punti percentuali rispetto agli altri Paesi europei
.(8) Ma il punto fondamentale
è un altro: la “pressione” (attenti alla metafora in agguato!) di
cui sopra riguarda soltanto una fetta della popolazione. La vera
specificità italiana riguarda infatti l’elevato livello di evasione
fiscale, che si attesta secondo l’Istat a 247 miliardi di euro di
imponibile evaso, pari a 120 miliardi annui di tasse dovute e non
pagate (cioè oltre il 60% dell’intero gettito Irpef): per avere
un’idea di che cosa è in gioco, basti dire che le tasse evase sono
pari a 8 punti di prodotto interno lordo (mentre l’imponibile evaso
corrisponde al 16-18% del Pil). Ancora: le rendite immobiliari dichiarate
sono inferiori del 22% rispetto alle rendite catastali, mentre gli
immobili presenti in catasto sono il 16% in più di quelli indicati
dai contribuenti. (9)
C’è chi considera cifre come quelle riportate ancora
ottimistiche. Secondo recenti stime del centro studi di Confindustria,
ad esempio, l’economia sommersa sarebbe pari addirittura al 20%
del pil, all’incirca 300 miliardi di euro. E il Fondo Monetario
Internazionale nel 2002 aveva giudicato il peso dell’economia sommersa
in Italia pari addirittura al 27% del pil,
ossia il doppio del valore medio dei Paesi appartenenti all’Ocse.
(10)
In ogni caso, anche stando alle cifre più ottimistiche, le tasse
dovute e non pagate ammontano ogni anno ad una cifra pari a quasi
3 volte la famigerata finanziaria “lacrime e sangue” da 90.000 miliardi
di lire varata dal governo Amato ai tempi della svalutazione della
lira del 1992. Ogni anno l’“intimo sentimento di moralità”
degli evasori sottrae al fisco questa cifra.
Berlusconi, dacché è al governo, ha provveduto a manifestare
il suo ossequio nei confronti di questo “intimo sentimento di moralità”
in diversi modi. Il più noto è stato rappresentato, nella XIV legislatura,
da due condoni tombali consecutivi (tali cioè da sanare una volta
per tutte l’evasione pregressa e da bloccare gli accertamenti fiscali
in corso), nel 2002 e 2004. Per avere un’idea degli effetti concreti
del condono (e a riprova dell’irrilevanza del conflitto di interessi
...), basterà citare il caso della Fininvest: che nel 2003 ha versato
al fisco 35 mln € per avere il condono su oltre 190 mln
di evasione.(11) Ma c’è di
più: grazie alla normativa, che aveva stabilito che per gli importi
superiori a 3.000 euro per le persone fisiche e a 6.000 per le persone
giuridiche fosse sufficiente versare la prima rata per rendere valido
il condono, spesso non sono state versate neppure le somme dichiarate
in sanatoria. A gennaio del 2010 la Corte dei Conti ha così accertato
che le somme ancora dovute ammontavano a qualcosa come 4,6 miliardi
di euro (pari a circa il 18% del totale delle somme dovute dai condonati).(12)
Né va dimenticata la cancellazione delle tasse di successione
anche per i grandi patrimoni, o la (prima) sanatoria per il rientro
dei capitali esportati illegalmente (per lo più evasione fiscale
mascherata) dietro il pagamento di un obolo ridicolo.(13)
E, da ultimo in ordine di tempo, sarà il caso di ricordare la vendita
del 16,8% del capitale di Mediaset da parte dello stesso Berlusconi:
questa vendita, avvenuta nell’aprile 2005, ha fruttato a Berlusconi
e famiglia un guadagno di 1,9 miliardi di euro completamente
esentasse – grazie ad una provvidenziale norma, da poco approvata,
che detassava completamente le plusvalenze ricavate dalla vendita
di investimenti azionari immobilizzati.(14)
Non dubitiamo che “l’intimo sentimento di moralità” di Berlusconi
e dei suoi cari ne abbia tratto grande soddisfazione ...
Per quanto riguarda l’attuale legislatura, le cose non
vanno meglio. E, come sempre nel caso italiano, bisogna tenere presenti
sia normative di detassazione, sia normative finalizzate a minimizzare
il danno per gli evasori. Nella prima categoria il provvedimento
chiave è rappresentato dalla completa esenzione dall’Ici dell’abitazione
principale (d.l. 27 maggio 2008, n. 93). I critici di questo provvedimento
ricordano (giustamente) che “già nella precedente legislatura il
Governo di centro-sinistra aveva stabilito una parziale detassazione
ai fini Ici dell’abitazione principale”. Lo aveva fatto, però, stabilendo
un tetto ragionevole alla possibilità di usufruire dell’esenzione.
Il nuovo governo ha invece “cancellato le norme precedenti e ha
stabilito l’esenzione totale dall’Ici di tutte le abitazioni dichiarate
dai contribuenti come abitazioni principali, con l’unica eccezione
delle abitazioni di lusso e di quelle nelle ville e nei castelli
(complessivamente 73.263 abitazioni a fronte di 32,5 milioni di
unità abitative esistenti in Italia al dicembre 2009). Con tale
misura tanto maggiore è il valore catastale del fabbricato abitato,
tanto maggiore è il beneficio per il contribuente. Complessivamente
si sono sacrificati sull’altare della demagogia elettorale circa
3,3 miliardi di euro ogni anno. Tutto ciò con buona pace di chi
la casa non la possiede, costretto a pagare il canone di locazione
senza alcun significativo intervento dello Stato”.(15)
Il secondo cantiere, quello del sostegno (o – che è lo stesso – del mancato
contrasto) all’evasione, è stato anch’esso aperto subito: “il Governo
Berlusconi ha provveduto a smantellare, con il d.l. 25 giugno 2008,
n. 112, gli strumenti messi a punto dal Governo Prodi per contrastare
l’evasione e favorire l’emersione delle basi imponibili. Ci si riferisce
alla ingiustificata soppressione degli elenchi telematici clienti
e fornitori, alla tracciabilità dei compensi professionali, alla
trasmissione telematica dei corrispettivi, all’abbassamento della
soglia antiriciclaggio per l’uso del contante, ecc.”. È importante
sottolineare che si trattava di strumenti “strategici non tanto
per rafforzare la repressione delle evasioni quanto, piuttosto,
per prevenirle favorendo la progressiva emersione ‘naturale’ delle
transazioni economiche. In particolare, va rilevato come l’incrocio
telematico dei rapporti clienti e fornitori risulti di grande efficacia
sia per contrastare le frodi (false fatturazioni, caroselli, ecc.),
sia per individuare i più abituali e frequenti fenomeni di occultamento
di costi e ricavi. Ed è dipesa, probabilmente, proprio dall’efficacia
di questi strumenti la necessità di sopprimerli prontamente, …proprio nel momento in cui essi avevano iniziato a dare i
loro frutti sia sul piano dell’incremento della compliance
che della repressione dell’evasione”. Soltanto due anni dopo
il governo ha fatto una parziale marcia indietro, prevedendo, con
l’art. 21 del d.l. 31 maggio 2010, n. 78, l’obbligo di trasmissione
telematica all’Agenzia delle Entrate delle fatture di importo superiore
a 3.000 euro. Ma, ancora una volta, è stato osservato con ragione
che “si tratta di un obbligo del tutto parziale e non ancora concretamente
attuato, il cui adempimento sarà paradossalmente più complesso della
semplice e più efficace trasmissione annuale dei dati di sintesi
relativi ai rapporti con clienti e fornitori”.(16)
Un’altra decisione governativa che ha gravemente indebolito il contrasto dell’evasione
è stata la riduzione del 50% delle sanzioni dovute in caso di definizione
bonaria dei rilievi formulati in sede di controllo. Questo intervento,
attuato in due tempi (art. 83, comma 18, del d.l. 25 giugno 2008,
n. 112, e art. 27 del d.l. 29 novembre 2008, n. 185), ha abbassato
dal 25% al 12,5% la misura delle “sanzioni applicabili in caso di
definizione dei verbali, degli inviti al contraddittorio e di acquiescenza
agli accertamenti non preceduti da processi verbali o da inviti”.
Questa misura ha ridotto significativamente i livelli di adempimento spontaneo,
data la conseguente maggiore convenienza ad evadere, colta al volo
dagli interessati. E’ evidente, infatti, che per bilanciare il dimezzamento
delle sanzioni sarebbe stato necessario incrementare notevolmente
la frequenza dei controlli, Ma questo non è avvenuto: “i controlli,
o almeno quelli approfonditi, sono, al contrario, diminuiti”. Anche
in questo caso, dopo due anni, si è avuta una – molto parziale –
marcia indietro: si è stabilito che la misura della sanzione nei
casi di definizione bonaria dei verbali e degli inviti al contraddittorio
passi, dal 1° febbraio 2011, dal 12,5% al 16,66%.
Non va dimenticato, ovviamente, lo “scudo fiscale” promosso da Tremonti tra
fine 2009 e inizio 2010: 104 miliardi di euro detenuti all’estero
e non dichiarati, in gran parte frutto di evasione (e peggio), sono
stati “regolarizzati” versando un obolo del 5% del valore, ossia
molto meno della più bassa aliquota Irpef. E si tratta di denaro
del quale lo Stato italiano, secondo le leggi previgenti, avrebbe
potuto trattenere il 50%. Questi soldi sono stati “scudati” – come
si dice con orrido neologismo – e alla fine di questa brillante
operazione finanziaria, presentata come “lotta ai paradisi fiscali”
e contemporaneamente come finalizzata a “mantenere aperte le aziende,
per non licenziare, per continuare l’attività” (Tremonti dixit),
hanno fatto questa fine: per il 50% (!) sono rimasti all’estero,
per il 30% sono serviti a comprare prodotti finanziari, per il 10%
sono stati investiti in immobili, e soltanto il 10% è stato investito
nell’impresa di famiglia (dati del Ministero dell’Economia).(17)
Inoltre, con l’art. 3, comma 2-bis, del d.l. 25 marzo 2010, n. 40, convertito
dalla legge 22 maggio 2010, n. 73, è stata prevista la possibilità
di estinguere gratuitamente i giudizi pendenti davanti alla Commissione
tributaria centrale e di estinguere, con il versamento del 5% e
senza applicazione di sanzioni e interessi, i giudizi pendenti innanzi
alla Corte di cassazione, se relativi a ricorsi iscritti a ruolo
in 1° grado da più di 10 anni, per i quali risulti soccombente in
1° e 2° grado l'amministrazione finanziaria. Anche qui, la ratio
della norma è chiara: “con tale disposizione…
è stato consentito ai contribuenti che ne abbiano interesse la possibilità
chiudere unilateralmente, senza oneri o con oneri ridottissimi,
vertenze coltivate dal fisco nei gradi superiori di giudizio. Si
tratta di una disposizione, che già altre volte si era cercato di
inserire in ‘veicoli’ legislativi, finalizzata a favorire senza
alcuna giustificazione poche centinaia di soggetti quasi tutti con
vertenze di particolare rilevanza, probabilmente timorosi di incappare
nella più rigorosa giurisprudenza della Cassazione e della Commissione
centrale in materia di elusione e di abuso del diritto. In sostanza
si è trattato di una sorta di condono personalizzato, privo di ogni
giustificazione”. Nei fatti, hanno poi aderito alla norma soltanto
33 società, tra le quali la Mondadori, che ha così sanato, grazie
al miserabile obolo di 8,6 milioni di euro, un contenzioso che la
opponeva al fisco; se avesse perso la causa, avrebbe dovuto versare
350 milioni di euro.(18)
In questo scenario, è decisamente scandaloso che, ogni
qual volta si tenta comunque – in particolare da parte dell’Agenzia
delle Entrate – di stringere appena un po’ le maglie dei controlli,
parta subito l’accusa di “deriva da Stato di polizia” (Consiglio
Nazionale dei dottori commercialisti, il 13 gennaio scorso); e che
si debbano leggere sul quotidiano della Confindustria tirate filosofiche
sulla fiducia tradita al cittadino condonante, se per accidente
la Corte di Giustizia europea stabilisce che il condono Iva già
usufruito era incompatibile con il diritto comunitario e che quindi
il maltolto deve essere restituito.(19)
Tra leggi su misura e condoni tombali, inefficacia e
lentezza dell’attività di recupero, pubblici elogi del “sentimento
di moralità” degli evasori e politiche conseguenti, è davvero difficile
stupirsi del fatto che si sia ormai in presenza di una vera e propria
crisi fiscale dello Stato. Aspetto non meno grave, siamo
di fronte alla neutralizzazione e al capovolgimento per legge
e per prassi del principio costituzionale della progressività delle
imposte. Vale infatti la pena di ricordare che secondo la Costituzione
della Repubblica Italiana i cittadini debbono pagare le tasse “in
ragione della loro capacità contributiva” e con un sistema tributario
“informato a criteri di progressività” (art. 53 della Costituzione).
La cosa, nell’indifferenza generale, ha formato mesi fa anche l’oggetto
di un preoccupato editoriale di Eugenio Scalfari su Repubblica:
“la verità è che la politica fiscale in atto ha connotati tipicamente
classisti, colpisce in basso anziché in alto ed ha di fatto trasformato
la progressività fiscale in una vera e propria regressività, con
tanti saluti al principio costituzionale”.(20)
Ma in verità crisi fiscale dello Stato e regressività
delle imposte sono perversamente legate attraverso la riduzione
della spesa pubblica. In questo modo salariati e pensionati, già
penalizzati perché pagano le tasse, perché le pagano in misura proporzionalmente
superiore alla loro capacità contributiva, e perché vedono aumentare
le tasse indirette sui beni e le tariffe sui servizi pubblici, vengono
colpiti una volta di più: attraverso la riduzione della qualità
e dell’ampiezza di copertura dei servizi sociali, che dovranno
quindi comprarsi “sul mercato”. Che cosa questo significhi lo capisce
bene ogni lavoratore che abbia dovuto pagarsi una visita medica
o dentistica in uno studio privato. In questo caso, egli avrà avuto
anche l’occasione di sperimentare di persona come funzioni realmente
il “fisco distratto” nel nostro Paese: infatti nella metà dei casi,
a fronte di onorari assai esosi, non ha ricevuto alcuna ricevuta.(21)
3. Evasione fiscale, lotta di classe e “Italia dei piccoli”
Quanto sopra impone di considerare il problema della
fiscalità in termini ben diversi da una questione di carattere morale:
la fiscalità è infatti una delle forme storicamente più efficaci
assunte dalla lotta di classe nel nostro Paese, e come tale
va considerata. Di fatto, il principio costituzionale della progressività
delle imposte in Italia è rovesciato. Nel nostro Paese –
caso unico tra le nazioni a capitalismo avanzato – il gettito proviene
infatti in misura non solo prevalente, ma addirittura quasi esclusiva
dal lavoro dipendente. Mentre i padroni (ma anche le grandi corporazioni
professionali e la grande maggioranza dei lavoratori autonomi) le
tasse semplicemente non le pagano – o le pagano in proporzione ridicola
rispetto al reddito effettivo. A questo riguardo il governo Berlusconi
non ha fatto che portare alle estreme conseguenze le caratteristiche
di fondo del sistema fiscale italiano.
I risultati di tutto questo sono ovvi tanto sul piano
della funzionalità dello Stato (devastata dagli effetti della crisi
fiscale dello Stato, assai più che dagli “sprechi”), quanto su quello
dell’iniquità e delle sperequazioni sociali: il (non) funzionamento
del meccanismo fiscale opera di fatto come un Robin Hood alla rovescia,
che toglie ai poveri per dare ai ricchi. Meno ovvia è un’altra conseguenza
del “fallimento” fiscale: ossia il fatto che, nel corso dei
decenni, esso ha grandemente contribuito a rimescolare le carte
all’interno della stessa borghesia italiana, riconfigurandone le
gerarchie, e creando specifiche opportunità di sviluppo per alcune
sue componenti a scapito di altre.
Tra gli effetti di lungo periodo dell’evasione fiscale,
il principale è senz’altro rappresentato dalla struttura produttiva
frammentata (quella che una volta veniva elogiata come “l’Italia
dei piccoli” ed oggi finalmente si cominciare a chiamare “nanismo”):
in effetti, l’evasione ha rappresentato uno dei principali fattori
competitivi delle piccole imprese italiane.
Come è noto, nel corso degli ultimi decenni il peso delle
piccole imprese sul totale delle aziende italiane (già superiore
a quello di tutti gli altri Paesi capitalistici avanzati) è costantemente
aumentato: in altri termini, il nanismo industriale italiano
è cresciuto. Su questo fenomeno è fiorita una vastissima letteratura
apologetica. Si è addirittura parlato dell’economia italiana come
di un “calabrone” che avrebbe sfidato con successo le leggi economiche,
infrangendo (caso unico al mondo) la legge per cui la crescita della
dimensione delle imprese (in termini di capitali impiegati e di
mezzi di produzione posti in opera) è un fattore determinante per
il successo economico in una economia capitalistica avanzata; o,
se si vuole, confutando la concezione marxista per cui la concentrazione
e la centralizzazione dei capitali rappresentano fondamentali tendenze
immanenti allo sviluppo del modo di produzione capitalistico.(22)
Tutte sciocchezze, ovviamente. Il successo delle piccole
imprese italiane era infatti imperniato su 3 fattori: le periodiche
svalutazioni competitive della lira, il basso costo del lavoro (tra
i più bassi dell’Europa dei 15), e – appunto – l’abnorme evasione
fiscale, che per decenni ha rappresentato il più significativo “aiuto
di Stato” a questa tipologia di imprese. Che l’evasione fiscale
e contributiva (grazie all’evasione in senso stretto ed al lavoro
nero) abbia costituito nel corso degli anni uno dei maggiori (indebiti)
vantaggi competitivi per le piccole e medie imprese è così poco
un mistero, che alcuni autori ne parlano in premessa dei loro ragionamenti
su piccole imprese e distretti industriali. Ecco ad esempio cosa
scrivono Sebastiano Brusco e Sergio Paba:
“per ragioni diverse, soprattutto nella legislazione civilistica
e fiscale, le imprese minori sono state a lungo difese sia dalla
destra che dalla sinistra. Sino al principio degli anni novanta,
ancora in sostanziale concordia con l’opposizione, il governo ha
consentito loro livelli molto alti di evasione fiscale, sia per
averne il consenso, sia per compensarle della capacità di creare
occupazione”.(23)Del
resto, persino Antonio Fazio, che non definiremmo uno strenuo difensore
dei diritti dei lavoratori, ha potuto parlare anni fa di “abnorme
estensione del lavoro irregolare”.(24)
Ed è il meno che si possa dire, in presenza circa tre milioni di
unità di lavoro irregolari presenti in Italia, che sottraggono al
fisco 52,5 miliardi di euro di imponibile, pari a 10,8 miliardi
di euro di imposta (ciò senza contare l’evasione contributiva e
l’evasione del valore aggiunto prodotto da questi lavoratori in
nero).(25)
Le cifre appena citate sono di grande aiuto per comporre
il puzzle della crisi attuale dell’economia italiana. Le
cose stanno in maniera molto semplice. Negli anni Ottanta e Novanta
molte imprese sono sopravvissute, ed anzi hanno prosperato, pur
non essendo competitive. Lo hanno potuto fare grazie a profitti
illegali: ossia a profitti che nascevano dalla violazione delle
leggi fiscali (evasione) e dalle leggi che regolano la contribuzione
previdenziale (economia sommersa). Qui ovviamente il discorso sulla
fiscalità si lega ad un altro elemento cruciale del “vantaggio competitivo”
delle piccole e medie imprese: il basso costo del lavoro. Entrambi
gli elementi hanno cooperato a rendere profittevoli imprese che
non avrebbero potuto esserlo in assenza di quei presupposti. Ed
entrambi questi fattori sono stati periodicamente rafforzati, fintantoché
è stato possibile, dalle “svalutazioni competitive”, che consentivano
di ripristinare la concorrenzialità dei prodotti italiani sul piano
del prezzo; poi, come noto, quest’ultimo fatto è venuto meno.
Di fatto, l’evasione fiscale ha consentito il proliferare
di una forma tutta specifica e tutta italiana di rendita:
tanto con riguardo alle cosiddette libere professioni, quanto con
riguardo alle piccole imprese. I profitti così ottenuti sono stati
tesaurizzati (ossia dirottati verso i patrimoni personali e familiari
degli imprenditori), e molto più di rado reinvestiti nelle imprese.
Questo per due motivi: perché la contabilità parallela era parte
integrante del meccanismo dell’evasione, e perché il permanere in
dimensioni estremamente contenute d’impresa ed in nicchie anche
assai ristrette di mercato (risultato necessario della mancanza
di investimenti) era in fondo funzionale al mantenimento di quei
margini di profitto illegali. A questi due motivi “interni” ne possiamo
poi aggiungere un terzo, sottolineato di recente da Angelo Provasoli
e Guido Tabellini: “le imprese restano piccole e sottocapitalizzate
anche perché i mercati finanziari temono che i bilanci non siano
veritieri”.(26)
Tutto questo ha concorso a tre fenomeni estremamente
negativi per l’economia italiana: indebolimento della grande industria,
posizionamento della frontiera competitiva italiana sulla competitività
basata sul prezzo, mantenimento di produzioni tradizionali con un
basso tasso di innovazione di prodotto e di incorporazione di ricerca
(giacché la ricerca costa e soltanto le medie e grandi imprese possono
permettersela). È anche di questo insieme di fenomeni che pagano
oggi il prezzo le centinaia di migliaia di lavoratori licenziati
o in cassa integrazione: perché è questo insieme di fenomeni che
ha contribuito a rendere gran parte delle produzioni italiane non
competitive e che ha fatto sì che al tracollo della produzione e
dell’export nel 2008-2009 non abbia fatto seguito una ripresa significativa.
Per dirla con Pierluigi Ciocca, vicedirettore generale della Banca
d’Italia, oggi il sistema produttivo del nostro Paese paga limiti
che risiedono principalmente “nella qualità, nella composizione
merceologica, nel vecchio pertinace modello di specializzazione”;
ed è proprio la ridotta dimensione delle imprese che “congela quel
modello, restringe l’investimento all’estero, limita le esportazioni”.(27)
Sono parole scritte ben prima della crisi attuale, ma che conservano
tutta la loro attualità.
Il forte nesso tra lotta all’evasione (quale strumento
di redistribuzione fiscale) e recupero della competitività di sistema
è stato di recente sottolineato da Salvatore Bragantini
con queste parole: “Una forte ridistribuzione del carico fiscale
è il bandolo della matassa; afferratolo, incideremmo sui nostri
problemi. Per tornare competitivi, attaccare la corruzione e instaurare
la rule of law è più importante che ridurre
il costo del lavoro, lo provano fior di ricerche. Le attività che
vivacchiano grazie all’evasione chiuderanno ma – integrando gli
ammortizzatori sociali – ne usciremmo più forti. Finirebbe il vantaggio
competitivo di chi evade le tasse su chi le paga; calerebbe il debito
pubblico, e la corruzione che infesta il Paese”.(28)
4. Linee guida per una politica di equità fiscale
A questo punto del nostro ragionamento, è possibile trarre
una prima conclusione in relazione al giudizio sulla crisi italiana
attuale. Al contrario di quanto afferma un diffuso luogo comune,
non si può dire che essa abbia tra le sue cause una fiscalità sfavorevole
alle imprese, come non si può dire che essa sia nata da costi del
lavoro troppo elevati. È vero il contrario: essa nasce in una situazione
che vede una fiscalità di fatto più che favorevole per le imprese
(in particolare per le imprese peggiori, che per una sorta di legge
di Gresham dell’imprenditoria si sono
spesso fatte largo attraverso l’evasione a spese di società più
competitive, ma con il vizio insanabile di pagare le tasse), e in
un contesto caratterizzato da costi del lavoro estremamente contenuti.
Ma si può dire di più: forte evasione e bassi costi del lavoro
sono tra le cause della crisi italiana. Entrambi questi fattori
non solo non hanno giovato nel lungo periodo all’economia italiana,
ma hanno contribuito a spingerla nel vicolo cieco di un modello
competitivo perdente, sotto almeno due profili: scoraggiando l’innovazione
ed il passaggio da settori produttivi maturi a settori in sviluppo
e a più elevato contenuto tecnologico, e agendo da freno ai processi
di concentrazione industriale; ed è ancora una volta l’anomia fiscale
italiana a produrre effetti devastanti sulla capacità dello Stato
di effettuare investimenti che avrebbero migliorato le condizioni
generali di produzione e, per questa via, la competitività. Marcello
De Cecco ha adoperato l’espressione di “keynesismo
delinquenziale” per connotare l’evasione di massa legalizzata consentita
in particolare alle piccole imprese. Non si sottolineerà mai abbastanza
come questo “keynesismo” (a differenza
di quello stricto sensu) non abbia svolto e non possa svolgere alcuna funzione
progressiva in termini di sviluppo delle forze produttive e di aumento
della ricchezza socialmente prodotta.(29)
Al contrario, esso rappresenta un enorme macigno sulle possibilità
per questo Paese di situarsi su una frontiera competitiva decente
e non regressiva (e perdente).
Se questo è vero, il tema della lotta all’iniquità fiscale
oggi, in particolare in Italia, è centrale sia sul terreno della
lotta di classe, sia su quello dello sviluppo economico (oltreché
sociale e civile) del Paese. È anche un tema praticabile? Sul punto,
come noto, sussiste ormai una sorta di “fatalismo turco” soprattutto
a sinistra. Si è diffusa l’idea che sia strutturalmente impossibile
combattere l’evasione e che comunque condurre una battaglia di questo
tipo sarebbe impopolare tra gli stessi ceti maggiormente rappresentati
dalla sinistra e dal centro-sinistra. Entrambi gli assunti sono
falsi. La verità è che per condurre con efficacia tale battaglia
sono oggi disponibili tutti gli strumenti tecnici necessari: semplicemente,
occorre la volontà politica di usarli. Per usare le parole di Provasoli e Tabellini: “Non vi è una ragione tecnica che spieghi
perché l’evasione fiscale sia così diffusa nel nostro paese, tanto
da essere un fenomeno di massa. La ragione è politica. Se davvero
si volesse, l’evasione fiscale potrebbe essere sostanzialmente debellata
con investimenti non elevati”.(30)
Quanto alla presunta impopolarità, altra diffusa credenza connessa
alla prima, essa trova in realtà la sua motivazione negli errori
compiuti in passato, ed in particolare dalla “politica dei due tempi”
seguita dall’ultimo governo Prodi, che con mossa di sconfortante
insipienza ha in primo luogo colpito i lavoratori dipendenti con
un sostanziale aumento delle tasse (finanziaria 2006), e solo dopo
ha intrapreso una lotta (in parte anche efficace) contro l’evasione:
creando in tal modo una paradossale solidarietà tra i tartassati
veri (i salariati) e i ladri fiscali.
La politica dei due tempi, semmai, dev’essere
rovesciata. Per il semplice motivo che “se non si riduce drasticamente
l’entità dell’evasione fiscale nel nostro Paese nessun intervento
strutturale credibile sarà proponibile”.(31)
Ma anche per un altro motivo: perché solo in tal modo sarà possibile
rendere percepibile ai veri tartassati dal fisco il nesso tra quella
battaglia e il miglioramento della loro situazione. Il modo migliore
per ottenere questo risultato è quello di adoperare il gettito recuperato
proveniente dalla lotta all’evasione (o una sua quota, che comunque
non dovrà essere inferiore al 50%) per ridurre le aliquote delle
fasce Irpef, a partire da quelle più basse. In questo modo si renderà
percepibile chi è realmente il derubato dall’evasore, e quindi deve
beneficiare della lotta all’evasione. Se, come si è plausibilmente
sostenuto, l’obiettivo di dimezzare l’evasione fiscale nel torno
di una legislatura è raggiungibile, è evidente che le risorse disponibili
per questa redistribuzione (per una volta dall’alto verso il basso,
e non viceversa) sarebbero considerevoli. Gli strumenti principali
di questa lotta all’evasione sono già tecnicamente disponibili:
si tratta della tracciabilità delle transazioni introdotta dal governo
Prodi (e prontamente azzerata dal successivo governo Berlusconi,
salvo recuperla incompletamente due anni
dopo), a cui andrebbe aggiunta la trasmissione automatica al fisco
dei saldi finanziari di tutti i contribuenti (già tecnicamente possibile
grazie all’anagrafe dei conti correnti fiscali).(32)
In parallelo alla lotta all’evasione andrà avviato un
ribilanciamento della fiscalità dalle attività economiche
produttive alla rendita, dal risparmio alle attività speculative
(ad es. tassando in misura maggiore le seconde case e terze case,
aumentando dal 12,5% al 20% la tassazione dei redditi da capitale
e riducendo invece dal 27% al 20% l’imposta sul conto corrente).
Si tratta di proposte talmente rivoluzionarie che una parte di esse
è stata recentemente avanzata dall’Ocse.(33)Oltre
a questo va introdotta una tassa sulle grandi fortune (che già esiste
in Francia al di sopra dei 790.000 euro di patrimonio) e una vera
e propria tassa patrimoniale. Infine, è proponibile una rimodulazione
e maggiore articolazione delle aliquote fiscali, introducendo ulteriori
scalettature che consentano di colpire maggiormente i redditi più
alti (per i quali non sembra inappropriato stabilire una tassazione
pari o superiore al 50%).(34)
Non sembra invece accettabile aumentare il carico fiscale sulle
imposte indirette; al riguardo va tra l’altro tenuto presente che
l’imposta Iva è tra le più evase, e che quindi una lotta conseguente
contro l’evasione consentirebbe di aumentare il gettito Iva di un
importo tra il 2% e il 3% del Pil senza alcun aumento di aliquote.(35)
5. Conclusione: No taxation without representation
L’applicazione all’Italia di oggi del famoso slogan dei
Tea Parties americani (quelli originali
del Settecento, non la destra parafascista dei giorni nostri) darebbe
risultati decisamente paradossali. Per il semplice motivo che chi
oggi nel nostro Paese paga gran parte delle tasse non gode di alcuna
decente rappresentanza né in Parlamento né sui media. Nel primo
caso, è arcinoto infatti che gran parte del corpo parlamentare proviene
dai ranghi delle cosiddette libere professioni (che sono invece
perlopiù corporazioni parafeudali), mentre del tutto esiguo è il
numero dei lavoratori del settore privato (un po’ meglio vanno le
cose per quanto riguarda il settore pubblico, esso stesso comunque
sottorappresentato). Quanto al secondo, non occorre particolare
acume per intendere che la realtà del lavoro è intenzionalmente
rigettata dal mondo del nostro infotainment, televisivo e no. Nonostante questo, e
nonostante la costante manipolazione mediatico-populistica del tema
delle tasse, a quanto pare la stragrande maggioranza degli Italiani
ha le idee piuttosto chiare in materia: secondo un sondaggio Censis
condotto nel novembre 2010 l’evasione è considerata un problema
gravissimo o grave dall’89,7% degli intervistati; inoltre il 58%
degli intervistati ritiene (del tutto a ragione) che l’evasione
sia aumentata negli ultimi 3 anni; infine, appena un 11% degli intervistati
crede alla favoletta dell’evasione “per
necessità”.(36)
Ce n’è abbastanza per ritenere che oggi la battaglia
per un fisco equo, che rappresenta un tassello essenziale per riprendere
il percorso interrotto della modernizzazione del nostro Paese, avrebbe
anche il consenso necessario per essere portata avanti con successo.
La palla passa quindi, in questo come in molti altri casi, ai soggetti
– politici e sociali – che vogliano raccogliere e far propria questa
elementare esigenza di giustizia e di progresso sociale ed economico.
Ma anche qui, a ben vedere, si torna a parlare del problema della
rappresentanza di ceti e classi che da tempo non hanno più voce.
1 Per una critica
in dettaglio di questo imbarazzante documento, un vero e proprio
guazzabuglio di corbellerie pseudoteoriche,
si veda M. Prospero, La lezione filosofica della riforma fiscale,
in il manifesto, 3 febbraio 2005.
2 Elogio
delle società offshore, vero presidio di libertà, in Panorama
Economy, 27 ottobre 2010.
3 Prospettive
di riforma fiscale in Italia, ottobre 2010, p. 5. Il contributo,
alla cui stesura hanno partecipato tra gli altri Maria Cecilia Guerra,
Tommaso Di Tanno e Vincenzo Visco, è scaricabile dal sito www.fiscoequo.it
, la rivista telematica dell’associazione Legalità ed equità fiscale.
4 Vedi ad es.
C. Marazzi, Capitale & linguaggio. Dalla New Economy all’economia
di guerra, Roma, DeriveApprodi, 20022,
p. 13.
5 Si pensi
anche soltanto alle “spese per la difesa nazionale”, che per i soli
Stati Uniti sono ammontate a qualcosa come 800 miliardi di dollari
nell’ultimo esercizio fiscale.
6 G. Lakoff, Non pensare all’elefante!, 2004; tr. it. Roma, Fusi orari, 2006, p. 17.
7 G. Zagrebelsky, Sulla lingua del tempo presente, Torino,
Einaudi, 2010, pp. 54-55.
8 Prospettive
di riforma fiscale in Italia, cit., p. 1.
9 D. Di Vico,
Gli alibi finiti sull’evasione e l’impegno che serve, Corriere
della Sera, 22 maggio 2010; Prospettive, cit., p. 2;
A. Provasoli, G. Tabellini, Il fisco e i patrimoni da accertare,
in Il Sole 24 Ore, 14 aprile 2010.
10 Cifre tratte
da S. Tutino, Economia sommersa, evasione
fiscale e strumenti di contrasto; vedi anche S. Pisani, Metodi
di stima dell’evasione basati sul confronto tra dati statistici
e dati fiscali”, relazione al Workshop Le cifre dell’economia
sommersa e il loro utilizzo, Università degli Studi di Napoli,
24 marzo 2003. Vedi anche S. Tamburello, Economia sommersa a
quota 317 miliardi nel 2003, in Corriere della Sera,
25 agosto 2003 e F. Schneider - D.H.
Ernste, Shadow
Economics: Size,
Causes and Consequences, in Journal of
Economic Literature,
2000, p. 104.
11 Berlusconi
chiude i conti (quelli con il fisco), in MF, 5.9.2003.
12 O. Saccone,
Condono 2002, gli evasori dimenticano di versare 4,6 mld, scaricabile da http://www.fiscoequo.it
.
13 Il 10-15%
di questi capitali sono tornati all'estero quasi subito: Tre
miliardi di euro tornati in Svizzera, in il Sole 24 ore,
13.10.2003.
14 Sono chiamate
“immobilizzate” le partecipazioni di lungo periodo delle imprese,
cioè quelle partecipazioni non assunte per “fare trading”,
ossia per compiere speculazioni di breve periodo; a tali partecipazioni
– che sono inserite in una parte specifica del bilancio – appartengono
ovviamente quelle che consentono il controllo azionario di una società.
15 L’iniqua
politica fiscale del governo Berlusconi, sconti ai ricchi e più
evasione, 30 novembre 2010, scaricabile dal sito: http://www.fiscoequo.it
. A questo documento ci si riferirà anche per quello che segue.
16 Ibidem.
Sul punto vedi anche V. Visco, Occhio (telematico) ai furbi,
il Sole 24 Ore, 30 maggio 2010.
17 V. Malagutti, Tremonti flop, il Fatto Quotidiano, 11 settembre
2010.
18 M. Giannini,
Mondadori salvata dal Fisco, uno scandalo ‘ad aziendam’
nell’interesse del Cavaliere, la Repubblica, 19 agosto 2010.
19 Vedi, rispettivamente,
Debito pubblico record: 1.870 miliardi. Sono 31 mila euro per
ogni cittadino, la Repubblica, 14 gennaio 2011 e S. Padula,
Se il fisco punisce chi condona, il Sole 24 Ore, 28 ottobre
2010.
20 E. Scalfari,
Il fisco classista che blocca il Paese, la Repubblica, 5
settembre 2010.
21 Secondo
un’indagine condotta anni fa dalla Swg,
alla domanda circa le categorie professionali che più spesso non
rilasciano fatture per le loro prestazioni, gli intervistati hanno
risposto: “il 45% medici e dentisti; il 17% i commercianti; il 14%
gli idraulici; il 10% i parrucchieri; l’8% i meccanici, gommisti,
elettrauto e carrozzieri; il 7% bar e ristoranti; il 26% altri artigiani
(elettricisti, falegnami, pittori, tecnici); l’11% gli avvocati”.
Vedi G. Contin, Grandi evasori, tasse
non pagate per 10 manovre, Liberazione, 23 dicembre 2004.
22 Vedi ad
esempio in K. Marx, Il Capitale,
libro III, i capp. 13 e 15.
23 S. Brusco,
S. Paba, Per una storia dei distretti
industriali italiani dal secondo dopoguerra agli anni novanta, in
F. Barca (a cura di), Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra
ad oggi, Donzelli, Roma 1997, p. 265. Questa analisi
è condivisibile, ad eccezione di un solo – ma rilevante – aspetto:
negli anni Novanta non si è verificata alcuna cesura sotto il profilo
dell’impunità fiscale. E, come abbiamo visto sopra, in tempi più
recenti l’evasione è stata smaccatamente protetta e difesa.
24 Nelle Considerazioni
finali del governatore della Banca d’Italia, 31 maggio 2003,
p. 20.
25 Dati dell’Ufficio
Studi della CGIA di Mestre: vedi Teleborsa, 26 maggio 2010.
26 A. Provasoli, G. Tabellini, Come battere l’evasione fiscale
in due mosse, il Sole 24 Ore, 3 giugno 2010.
27 P. Ciocca,
L’economia italiana: un problema di crescita, relazione letta
alla Società italiana degli economisti, Salerno, 25.10.2003,
p. 1, 3, 8.
28 S. Bragantini, Battaglia (vera) contro l’evasione per rilanciare
la competitività, Corriere della Sera, 14 aprile 2010.
29 Un eloquente
esempio delle sciocchezze correnti al riguardo anche nel centrosinistra
è offerto dalla risposta di Michele Serra a un’indignata lettrice
del Venerdì di Repubblica (la quale gli comunicava di non
riuscire a trovare lavoro se non al nero): in essa si afferma tra
l’altro che “lavoro nero, evasione fiscale, elusione di leggi e
di norme sono stati il lievito di una crescita formidabile ma disordinata…
Che ha prodotto un evidente progresso economico, ma anche un altrettanto
evidente regresso etico e civile” (Venerdì di Repubblica,
21 gennaio 2011, p. 16). Si tratta di affermazioni che non trovano
alcun riscontro fattuale, ma in compenso rappresentano un’eccellente
raffigurazione della sciocca deriva pseudo-etica
di una “sinistra” che ha perduto qualsivoglia capacità di leggere
i più elementari dati economici.
30 A. Provasoli, G. Tabellini, Il fisco e i patrimoni da accertare,
il Sole 24 Ore, 14 aprile 2010.
31 Prospettive
di riforma fiscale in Italia, cit., premessa.
32 Prospettive
di riforma fiscale in Italia, cit., p. 3.
33 Ocse.
La ricetta per la crescita: “Tassare gli immobili non le imprese”,
Corriere della Sera, 15 dicembre 2010.
34 L’ipotesi,
avanzata nel più volte citato documento Prospettive di riforma
fiscale in Italia, di ridurre la prima aliquota dal 23% al 20%
e quella del 38% al 36% (p. 6), appaiono praticabili solo in quanto
oltre un determinato tetto di reddito scattino imposte superiori
al limite massimo attuale, che è del 43%.
35 Prospettive
di riforma fiscale in Italia, cit., p. 7.
36 M. C. Guerra,
Gli Italiani e l’evasione fiscale, in www.lavoce.info,
2 novembre 2010: articolo scaricabile da http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001988.html
. Quanto alla cosiddetta “evasione di necessità”, si può aggiungere
che non è affatto necessario che il contrasto all’evasione debba
prioritariamente rivolgersi ad essa.
GIUGNO 2011
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