Meglio
la finestra - Liberarci dall'Euro, per un'altra Europa
di Marino
Badiale, Fabrizio Tringali - Megachip [1] |
1. Introduzione
Il tema dell'Europa diventerà uno dei punti cruciali
della discussione politica in Italia nei prossimi mesi, perché le
nuove regole europee in tema di finanza pubblica hanno
conseguenze durissime per l'Italia. La discussione sul “che fare”
di fronte a tali norme diventerà estremamente accesa quando il governo
italiano comincerà ad agire secondo il loro dettato. Chi voglia
combattere il degrado che attanaglia il nostro paese, e opporsi
alla rovina cui ci porta l'attuale organizzazione economica e sociale,
deve aver ben chiaro lo scenario che ci troveremo di fronte
nel breve e medio periodo.
L'analisi che qui proponiamo inizia illustrando la recente
riforma che il Consiglio europeo ha varato lo scorso
24-25 marzo. Gli accordi introducono nuove regole di governo
delle finanze pubbliche dei paesi dell'Eurozona, con lo scopo di
garantire la stabilità dell'Euro e di far ripartire la crescita
del PIL nell'area Euro.
L'articolo è diviso in tre parti: nelle prima descriveremo
i fatti, cioè spiegheremo le principali caratteristiche di
questa riforma epocale, e le motivazioni che hanno spinto l'Europa
a prendere tali decisioni.
Nella seconda ci soffermeremo sulle gravissime conseguenze
sociali e politiche che i nuovi accordi comporteranno per il nostro
Paese.
Nella terza discuteremo le possibili risposte politiche
alla situazione descritta. In particolare affronteremo il tema di
una possibile Europa diversa dalla attuale, cioè delle caratteristiche
dell'Unione Europea di cui avremmo bisogno, che sono diametralmente
opposte a quelle dell'attuale UE. Dopo aver discusso e criticato
alcune proposte possibili, tireremo le logiche conclusione della
nostra analisi, che anticipiamo qui: è necessario difendere il
popolo italiano dall'attuale Unione Europea, promuovendo al più
presto l'uscita del nostro Paese dall'Euro.
2. I fatti.
Il problema che le nuove regole europee si propongono
di affrontare è quello del debito pubblico di alcuni paesi europei,
i famigerati “PIIGS” (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).
E' noto che la crisi economica, iniziata nel 2007 negli USA
e dilatatasi poi al mondo intero nel 2008, si è trasformata per
questi paesi in possibilità di “crisi del debito sovrano”,
cioè in una possibile incapacità di onorare il loro debito pubblico.
I meccanismi di questo passaggio sono diversi nei vari paesi, perché
diverse sono le situazioni di partenza e le loro storie rispettive.
Si può comunque genericamente affermare che la causa
prossima dei problemi è rappresentata in primo luogo dalla trasformazione
dei debiti privati in debiti pubblici, tramite le diverse forme
di aiuto al settore finanziario adottate dai diversi paesi, e in
secondo luogo dalla crisi dell'economia reale, con drastica
riduzione del PIL e con la necessità di spese anticicliche.
Questa situazione ha generato una dinamica negativa
del rapporto debito/PIL (in questa fase il parametro fondamentale)
che si teme possa sfuggire al controllo. In questa realtà agiscono
i timori degli investitori, che chiedono interessi sempre più alti
per sottoscrivere le nuove emissioni di titoli di Stato dei paesi
in difficoltà, uniti a manovre speculative che accentuano
le difficoltà. Il risultato è che il debito continua a crescere,
fino al rischio di insolvibilità.
Pertanto l'Unione Europea ha deciso di intervenire, promuovendo
negoziati finalizzati alla stesura di un nuovo patto di stabilità
e crescita.
I negoziati hanno portato alla riforma della governance europea, approvata il 24-25 marzo 2011. Ecco alcune
delle novità principali:
A. Gli
accordi stabiliscono obiettivi molto chiari, che i paesi
membri sono tenuti a rispettare:
- pareggio di bilancio entro 5 anni
- riduzione del debito per un importo annuale
pari ad un ventesimo della cifra eccedente il rapporto del 60 per
cento fra debito e PIL
Il mancato rispetto di questi parametri darà
luogo a sanzioni.
B. I
Paesi in difficoltà potranno accedere a prestiti in base
all' European Stability Mechanism
[2].
C. Viene
introdotto l'“Euro Plus Pact”.
Si tratta di un patto per la competitività di stampo fortemente
liberista, che impone agli stati membri di rivedere diversi
aspetti della legislazione nazionale, prevalentemente nel campo
del lavoro. Flessibilità, contenimento dei salari e della spesa
pensionistica sono i capisaldi di questo pacchetto.
D. Viene
varato il “Six Pack”: si tratta
di sei proposte di legge, di cui gli stati membri hanno già
avviato l'iter legislativo. Contengono diverse norme, prevalentemente
finalizzate ad aumentare le sanzioni in caso di sforamento
dei parametri di stabilità, e a rendere automatica la loro applicazione,
attraverso il reverse mechanism (la Commissione Europea attiva automaticamente
le sanzioni, a meno che il Consiglio non si pronunci diversamente).
E. Viene
confermato il cosiddetto “Semestre Europeo”, varato nel 2010.
Si tratta di una procedura di sorveglianza multilaterale dei bilanci
nazionali, affidata ad una task-force presieduta dal presidente
del Consiglio europeo. Lo scopo è rafforzare il coordinamento delle
politiche economiche degli Stati membri. Le raccomandazioni emesse
devono essere recepite dagli stati membri. Prevalentemente si
tratta di spinte alla liberalizzazione/privatizzazione, alla
riforma del lavoro e al ridimensionamento della spesa
per la previdenza sociale.
L’avvio del primo Semestre europeo quest’anno è stato
segnato dalla ‘Annual Growth
Survey’ della Commissione, pubblicata
a gennaio, che ha messo in luce 10 azioni che l’Ue dovrà
intraprendere nel 2011/2012. Tra di esse è prevista la riforma
dei sistemi pensionistici
[3].
L'insieme di queste norme garantisce agli organismi di
Bruxelles una forte capacità di orientamento delle politiche economiche
degli Stati nazionali, ai quali resta un margine di manovra molto
ristretto.
Occorre inoltre notare che, accanto a queste misure già
varate, si stanno elaborando misure ulteriori che toglierebbero
agli Stati ogni residua forma di sovranità sull'economia. Il Presidente
della BCE Jean-Claude Trichet ha
recentemente proposto che le autorità dell'Eurozona possano avere
“il diritto di veto su alcune decisioni di politica economica
a livello nazionale” [4].
In particolare, secondo Trichet, Bruxelles
dovrebbe poter bloccare qualsiasi decisione di uno Stato che riguardi
“le principali voci di spesa del bilancio e gli elementi essenziali
per la competitività del Paese”.
Per avere un quadro completo della situazione, occorre
però chiedersi quali siano le reali motivazioni che hanno spinto
l'Europa a prendere queste decisioni. Per dare una risposta serve
sapere chi è che detiene la maggior parte del debito
pubblico dei paesi PIIGS, e cosa comporterebbe l'eventuale
insolvenza (default) di uno Stato membro dell'Euro.
La maggioranza del debito italiano è in mano a banche
e governi esteri: in base ai dati raccolti dal New York Times,
la Francia ne possiede oltre un terzo. Importanti quote sono in
mano anche a Germania e Gran Bretagna [5].
La situazione della Grecia è simile: buona parte del
suo debito è in mano a stranieri, fra i quali la regione Lombardia
e la stessa BCE, che possiede un portafoglio di titoli greci per
un valore nominale di circa 50 miliardi di euro. Ovviamente i creditori
esteri hanno interesse ad evitare il default di uno Stato
di cui detengono grosse quantità di titoli, per evitare le perdite
relative alla conseguente ristrutturazione del debito. Dunque sia
la BCE, che gli stati creditori, hanno interesse a garantire la
solvibilità dei paesi a rischio default. Al massimo potrebbero accettare
una “ristrutturazione soft” del debito, come ambienti tedeschi sembrano
suggerire per quanto riguarda la Grecia. Il principale scopo
delle nuove regole europee, e delle politiche draconiane
che queste imporranno al nostro Paese (e agli altri PIIGS), è semplicemente
quello di proteggere gli investimenti degli stati
economicamente più forti, e della stessa BCE.
3. Le conseguenze.
Quali effetti produrranno per il nostro Paese i vincoli
della nuova governance europea?
Il già citato quaderno di approfondimento dell'ISPI
[6] ci
ricorda che il nuovo patto di stabilità e crescita obbliga gli Stati
ad azzerare il deficit di bilancio in cinque anni e a ridurre il
rapporto debito/PIL seguendo un programma stringente.
“Per l'Italia, che ha un rapporto debito/PIL eccedente il 110%, questo implica
una riduzione compresa fra due e tre punti percentuali di tale rapporto,
almeno per i primi anni (…). Si tratta di un aggiustamento importante,
pari in valore assoluto ad oltre 40 miliardi di euro l'anno” [7].
Tale importo potrebbe diminuire in presenza di una crescita
significativa del PIL, mentre “minore sarà la crescita del PIL,
maggiore sarà l'onere a carico della finanza pubblica, onere che
potrebbe velocemente diventare insostenibile nell'ipotesi di un
tasso di crescita non superiore all'1% annuo” [8].
Poche righe più avanti il quaderno ISPI citato smorza
qualsiasi ottimismo, rilevando quanto sia poco credibile una previsione
di crescita per l'Italia superiore all'1,5% annuo.
Dello stesso avviso è la Corte dei Conti, che
nel rapporto 2011 sottolinea come, dopo la grande recessione
del biennio 2008-2009, dal 2010 gli andamenti del PIL mostrano una
tendenza al modesto aumento (+1.3%). Tuttavia
“La fine della recessione economica non comporta il ritorno ad una gestione
ordinaria del bilancio pubblico, richiedendosi piuttosto sforzi
anche maggiori di quelli finora accettati. Tanto più che va tenuto
conto delle implicazioni dell’inasprimento dei vincoli europei,
ed in particolare della nuova regola, assistita da apposita sanzione
di tipo praticamente automatico, secondo la quale i paesi che registrano
un rapporto fra debito pubblico e prodotto superiore al 60% dovranno
ridurre lo scarto fra il dato effettivo e questo valore-soglia di
un ventesimo all’anno (del 3% all’anno, pari, oggi, a circa 46 miliardi
nel caso dell’Italia)" [9].
La Corte prosegue la sua analisi descrivendo uno scenario
inquietante:
“Le simulazioni presentate nel Rapporto segnalano, a tal riguardo, come, con
l’ipotizzata continuazione di tassi di crescita molto modesti, il
rispetto dei nuovi vincoli europei richieda un aggiustamento di
dimensioni paragonabili a quello realizzato nella prima parte degli
anni novanta, per l’ingresso nella moneta unica. A differenza di
allora, però, gli elevati valori di saldo primario andrebbero conservati
nel lungo periodo, rendendo permanente l’aggiustamento sui livelli
della spesa”.
Dunque le misure che si renderanno necessarie
per il rispetto dei parametri europei possono essere paragonate
a quelle che furono adottate per ottenere l'ingresso nell'Euro.
Ma con una importantissima differenza: la fase di aggiustamento
dei conti pubblici precedente all'ingresso nella moneta unica fu
relativamente breve, temporalmente circoscritta. La fase nella
quale stiamo per entrare, invece, si protrarrà per un tempo indefinito,
sicuramente molto lungo.
Da questa dilatazione del periodo di difficoltà, emerge
un problema cruciale, che molti studiosi mettono in rilievo: manovre
di queste dimensioni, protratte per anni, avranno un profondo
effetto depressivo. Andranno cioè a incidere negativamente sulla
crescita del PIL, che già si prevede stentata. Se succederà questo,
allora gli obiettivi fissati (che, ricordiamolo, riguardano il rapporto
debito/PIL) potrebbero essere molto più lenti da raggiungere del
previsto, o addirittura rivelarsi non raggiungibili: se diminuisce
il debito ma contemporaneamente diminuisce anche il PIL, il rapporto
fra i due può benissimo restare costante o anche aumentare. Sembra
sia questo lo scenario che si profila per la Grecia: manovre durissime
che abbattono il debito ma anche l'economia, cosicché il rapporto
debito/PIL non diminuisce. Questo rende necessarie altre manovre,
che a loro volta abbattono ulteriormente il PIL, e così via, in
una spirale depressiva dalla quale non si vede via d'uscita
[10].
E' dunque probabile che le manovre di riduzione della
spesa pubblica che l'UE intende imporci non avranno gli effetti
previsti in termini di riduzione del rapporto debito/PIL.
Come se non bastasse le UE continuerà a spingere perché
gli Stati assumano politiche di stampo iperliberista.
E nel prossimo futuro potrà sostanzialmente imporle, tramite gli
strumenti introdotti dalle nuove regole. Scorrendo diversi documenti
prodotti da vari organismi dell'Unione, emerge che alcuni dei provvedimenti
ritenuti necessari per il rilancio della crescita sono i seguenti:
A. Ancorare
i salari alla produttività aziendale, cancellando o ridimensionando
il peso dei contratti nazionali di lavoro.
B. Riformare
ulteriormente le pensioni (aumentando l'età pensionabile e diminuendo
ulteriormente il rapporto tra contributi versati e valore della
pensione percepita).
C. Realizzare
privatizzazioni.
Ricordiamo che in base all'European
Stability Mechanism,
in caso di rischio default l'eventuale prestito di salvataggio
sarà vincolato ad un pacchetto di riforme decise dai tecnocrati
europei.
Lo scenario che ci aspetta è quello di una progressiva
perdita di sovranità nazionale a favore della UE, finalizzata
all'implementazione delle fallimentari politiche liberiste
da essa imposte.
E' facile prevedere gli effetti sociali di tutto questo. Si tratta di misure che costringeranno
a tagliare drasticamente la spesa destinata alla salute, alla
scuola, ai servizi sociali. Gli enti locali subiranno ridimensionamenti
ai bilanci ben maggiori di quelli già realizzati, trovandosi costretti
a tagli draconiani ai servizi pubblici, con fortissime ricadute
negative per le condizioni di vita di tutti noi. La scuola e
l'Università subiranno ulteriori tagli, a partire da una situazione
come quella attuale, nella quale esse sono già sostanzialmente al
limite della sopravvivenza. L'attacco ai diritti dei lavoratori
continuerà, secondo la linea scelta in Italia da Marchionne.
Il lavoro sarà sempre più precario. La depressione economica
rafforzerà il drammatico problema della disoccupazione, mentre
le famiglie avranno sempre maggiori difficoltà a fungere, come hanno
fatto finora, da sostituti del Welfare State.
La conseguenza sarà la cancellazione di ogni residua
forma di Stato sociale, un ulteriore e drammatico aumento della
disoccupazione e del lavoro senza diritti, la drastica diminuzione
delle condizioni di vita di larghissimi strati della popolazione.
Una delle conseguenze dell'impoverimento materiale e
culturale che ne risulterà, sarà che l'Italia non sarà più in grado
di competere sui segmenti del mercato ad alta specializzazione.
Quale potrà essere il ruolo del nostro paese, di questa
Italia impoverita e depressa, all'interno dell'Europa? Sarà probabilmente
quello di fornire una riserva di forza lavoro dequalificata e sottopagata;
di fungere da discarica per i rifiuti della parte più forte dell'Europa,
e da fornitrice di servizi finanziari occulti tramite le nostre
mafie.
Quello che stiamo delineando è lo scenario di una profonda
involuzione che renderà il nostro paese in sostanza un paese
del Terzo Mondo [11].
4. Reazioni possibili.
Dopo aver descritto la situazione e i suoi esiti più
probabili, è naturale sollevare la questione del “che fare”. Come
opporsi al degrado e alla decadenza che si prospetta per l'Italia?
Se si assume di continuare a rimanere nella moneta unica, vi sono
due possibilità: in primo luogo, impegnarsi per impostare una battaglia
politica a livello europeo finalizzata a cambiare le direttive
di politica economica dell'UE, in secondo luogo ottemperare a ciò
che ci viene imposto cercando però di adottare misure di segno
sociale opposto a quello che è probabile aspettarsi, per esempio
aumentando le imposte che gravano sui ceti abbienti o recuperando
risorse con la lotta all'evasione fiscale e all'economia sommersa.
Discutiamo allora queste due possibilità.
4.1. La lotta per “un'altra Europa”. L'idea di lottare per una “Europa diversa”, un “Europa
dei popoli” contrapposta all'attuale “Europa della banche”, rappresenta
come è noto uno slogan molto diffuso nella sinistra dei vari paesi
europei. Ma nonostante esso abbia rappresentato il riferimento generale
di molti movimenti e partiti, fin dalla nascita dell'UE, in tutti
questi anni non è stato fatto nessun passo significativo
non solo nella costruzione della fantomatica “altra Europa”,
ma neppure nella costruzione di un serio movimento dei popoli
europei di opposizione all'Europa attuale.
Crediamo che sia tempo di chiedersi i motivi di questa
assenza. Chi sostiene la possibilità di restare nell'UE
per impostare una battaglia di cambiamento, ha il dovere
di indicare quale sia il soggetto sociale di riferimento
per tale battaglia.
Chi dovrebbe lottare per “un'altra Europa”? La risposta
ovvia dovrebbe essere “i ceti subalterni dei vari paesi europei”
(a seconda delle preferenze ideologiche, al posto dei “ceti subalterni”
si possono ovviamente mettere “la masse popolari”, “i ceti dominati”,
“il proletariato”, e così via). La questione fondamentale diventa
allora la seguente: i ceti subalterni dei vari paesi europei hanno
la capacità politica, l'unità culturale, la solidarietà ideale necessarie
per una simile lotta comune a livello europeo? L'esperienza di quasi
vent'anni di UE ci dice che la risposta è NO.
La questione fondamentale è appunto che non esiste un
popolo europeo, esistono tanti popoli europei divisi fra loro prima
di tutto dalla lingua e poi da culture e modi di vita. L'incapacità
di una azione comune dei popoli europei appare in tutta la sua evidenza
in relazione alla vicenda dell'attuale crisi economica greca. Non
si vede nessuna forma di solidarietà popolare europea con il
popolo greco, sottoposto in questi mesi ad un micidiale attacco
che ne insidia i diritti e le condizioni di vita.
Una reazione popolare europea sarebbe ovvia, se i popoli
europei fossero uniti da due legami fondamentali: in primo luogo
un legame emotivo di solidarietà umana, in secondo luogo
il senso di un interesse e di un destino comuni. Sono
questi i due elementi che fanno di un insieme generico di persone
un collettivo (“massa”, “popolo”, “classe”) capace di un'azione
politica comune.
La crisi greca mostra con chiarezza come questi due elementi
manchino totalmente ai popoli europei. Non c'è nessun moto spontaneo
di solidarietà con il popolo greco. Nessun segnale di vicinanza
al movimento popolare che in Grecia cerca di opporsi alle scelte
imposte dalla UE e dal Fondo Monetario Internazionale, e che ha
già prodotto diversi scioperi generali molto partecipati. Ciò significa
che nessuno sente i greci come i propri simili e fratelli, nessuno
percepisce una forma di empatia nei loro confronti. Sembra piuttosto
prevalere l'indifferenza o addirittura la riprovazione per le “cicale
greche” che hanno finora “vissuto al di sopra dei loro mezzi”.
Ma ciò che più colpisce è che, se manca l'elemento di
“solidarietà empatica”, manca addirittura quello della considerazione
dei propri interessi. Sappiamo che la crisi greca è solo il primo
effetto dell'attacco complessivo ai ceti popolari di molti paesi
europei (appunto i famosi PIIGS, ma non solo). La solidarietà nella
lotta dovrebbe scattare, se non per empatia, almeno per freddo calcolo
di opportunità: sarebbe infatti nell'interesse di tutti i popoli
minacciati bloccare l'aggressione nella sua fase attuale, prima
che inizi ad attaccare direttamente gli altri popoli. Il fatto che
questo non succeda è la prova dell'incapacità di azione politica
comune dei popoli europei in questa fase storica.
Chi auspica un movimento europeo che cambi il volto della
UE non ha dunque un referente sociale per l'azione politica che
chiede. O almeno, se ce l'ha, non è quello più ovvio, appunto i
ceti subalterni dei vari paesi europei. Si potrebbe infatti pensare
che un referente sociale dopotutto vi sia. Vi è infatti nella realtà
europea uno strato sociale capace di azione politica e culturale
a livello europeo: si tratta delle élites, dei ceti dirigenti. Per essi infatti non valgono
le linee di divisione che impediscono ai popoli europei di essere
un popolo: le élites hanno una lingua
comune (l'inglese internazionale), stili di vita simili (dominati
dai viaggi e dallo scarso radicamento in un singolo paese), ideologie
comuni (l'accettazione del capitalismo come unica realtà pensabile,
che può essere poi declinato in versioni più “di sinistra” o più
“di destra”).
Sono quindi le élites, e solo
esse, che in questa fase sono capaci di un'azione comune a livello
europeo. E' a queste élites che ci rivolgiamo,
nei fatti, se proponiamo di riformare la UE. E allora si capisce
bene il fallimento di quindici anni di slogan su “un'altra Europa”:
questa Europa è esattamente quella voluta dalle élites,
rivolgersi a loro per chiedere un cambiamento significa parlare
a vuoto.
4.2. Risorse per pagare il debito. Un'altra possibile linea di azione potrebbe essere quella
di ottemperare alle richieste che derivano dalle nuove regole europee
in primo luogo scaricandone il peso sui ceti privilegiati, realizzando
quindi quella giustizia fiscale che da molto tempo manca in Italia,
e in secondo luogo colpendo l'evasione fiscale, le ricchezze della
criminalità, gli sprechi e la corruzione che fanno sperperare denaro
pubblico.
Si tratta di una proposta che ha una sua ragionevolezza.
Certamente qualche decisione indirizzata ad una maggiore equità
fiscale potrebbe essere presa. Per esempio è possibile che alcuni
Paesi come l'Italia, che ancora non hanno una tassa sui grandi patrimoni,
la introducano.
Altresì è possibile un recupero di risorse dall'evasione-elusione
fiscale e dall'economia sommersa, fenomeni che nel nostro Paese
riguardano circa il 15% della ricchezza prodotta, e causano un mancato
gettito molto elevato, stimato intorno al 7% del PIL,
pari a circa 100 miliardi di Euro [12]
. Altri significativi risparmi si potrebbero ottenere tagliando
drasticamente le spese militari.
Le prime osservazioni critiche su questa proposta sono
le seguenti: ci si può chiedere se tali risorse sarebbero sufficienti
ad ottemperare alle richieste europee, e occorrerebbe una discussione
approfondita e l'intervento di studiosi competenti per approfondire
la questione. Si può in secondo luogo osservare che né la UE, né
le altre istituzioni internazionali sono particolarmente interessate
a misure di questo tipo [13].
Ma l'obiezione principale che intendiamo svolgere a questa
tesi è di un altro tipo. In primo luogo dobbiamo riprendere il tema
dell'origine delle difficoltà attuali. E' vero infatti, come
dicevamo all'inizio, che la causa prossima è la crisi finanziaria
ed economica iniziata nel 2008. Ma esistono cause più lontane. L'Italia
mostra da tempo un andamento negativo di alcuni fondamentali indicatori
economici, in particolare la crescita del PIL e quella della produttività
[14].
Ciò significa in sostanza che l'Italia è poco competitiva
nella lotta internazionale per i mercati. Ora, in questa situazione
la creazione di un mercato unico per merci e capitali e la creazione
di una moneta unica sono evidentemente mosse che danneggiano il
nostro paese. La libera circolazione delle merci fa perdere alle
nostre produzioni il mercato interno, l'aggancio alla moneta unica
rende impossibile ricorrere alla svalutazione per recuperare competitività.
Essere agganciati alla stessa moneta di economie tanto più forti
e competitive, come quella tedesca, è un evidente svantaggio. La
moneta che va bene alla Germania non può andare bene a paesi come
l'Italia, la Grecia o il Portogallo [15].
La competitività dell'industria tedesca toglie spazio alle industrie
dei paesi deboli, che, costretti dall'euro, non possono ricorrere
alla svalutazione [16].
Si creano così squilibri che possono venire coperti per un certo
tempo, soprattutto in presenza di una situazione economica internazionale
positiva, ma che diventano esplosivi al sopraggiungere di una crisi.
Come spiega bene lo studioso Vladimiro Giacché in una intervista [17],
la crisi di paesi come Italia, Grecia e Portogallo,
“è infatti una cronica crisi di solvibilità, perché hanno un deficit strutturale
nei confronti dell'estero, una bilancia commerciale pesantemente
negativa.Detto in parole povere, consumano da anni più di
quanto producono. Un deficit che per di più, invece di ridursi,
aumenta. Quando succede questo, è inevitabile che una o più categorie
di agenti economici (…) accumuli debiti: si può trattare del settore
privato (famiglie e imprese) o si può trattare del settore pubblico,
o anche di entrambi”.
Il deficit strutturale nella bilancia commerciale di
cui parla Giacché è appunto legato al fatto che in presenza di una
stessa moneta, le aree più forti inevitabilmente sottraggono mercati,
anche interni, alle aree più deboli
[18]
.
Ci sembrano chiare le conseguenze di tutto questo: se
si vuole rimanere nell'UE non basta mobilitare tutte le risorse
possibili per abbattere debito e deficit, occorre sopratutto un
radicale rinnovamento della struttura produttiva del paese, dei
rapporti di lavoro, delle realtà istituzionali, per rendere l'Italia
competitiva rispetto alla Germania (e agli altri paesi del nordeuropa).
Se non si fa questo i problemi si ripresenteranno, magari in altra
forma. Ci sembra allora che questa realtà permetta di elaborare
tre obiezioni contro la proposta che stiamo discutendo. Le mettiamo
in ordine (crescente) di importanza:
A. In primo luogo le risorse da mobilitare diventano
davvero ingenti, e diventa più pressante il problema se per
ottenerle basti colpire i ceti privilegiati oppure non diventi necessario
colpire anche i ceti subalterni.
B. In secondo luogo è chiaro che impostare un'opera di
radicale trasformazione del paese del tipo indicato preclude qualsiasi
altra possibilità. Noi siamo convinti che la società umana possa
salvarsi dalle crisi epocali che ci aspettano solo uscendo dal
dogma della crescita economica indefinita che ha dominato le
società industriali negli ultimi due secoli. Riteniamo quindi che
sia necessario avviare il nostro paese su un percorso di decrescita
razionalmente controllata. Ma è chiaro che nell'ottica della proposta
che stiamo discutendo, questa transizione è impossibile [19]
. Se dobbiamo radicalmente ristrutturare il paese per competere
con la Germania (e rimanendo nell'UE, come abbiamo spiegato, non
c'è altra scelta, pena il ripresentarsi nel medio periodo di problemi
simili agli attuali), è chiaro che non possiamo contemporaneamente
avviare l'Italia sul percorso della decrescita, perché non ci saranno
le risorse per fare entrambe le cose, e soprattutto perché non si
può contemporaneamente fare una cosa e il suo contrario,
lottare per la crescita e lottare per la decrescita.
C. In terzo luogo, è necessario sottolineare che l'estensione
dei fenomeni da contrastare, nell'ottica della proposta che stiamo
discutendo, è tale che un intervento strutturale in questo campo
costituirebbe una vera e propria rivoluzione. Il nostro Paese
necessita di serissime riforme in materia fiscale e tributaria,
e in tema di trasparenza e controlli. Ma soprattutto occorre sottolineare
che nessun risultato importante potrà essere raggiunto senza sciogliere
i legami fra politica ed affari, rivedere le norme che regolano
gli appalti, distruggere la criminalità organizzata, risolvere i
conflitti di interesse. Conoscendo ciò che è la classe dirigente
italiana, il suo sostanziale illegalismo, i perversi intrecci di
affari e potere che la caratterizzano, è chiaro, ripetiamolo, che
questo è il programma di una rivoluzione. Ma se si propone la rivoluzione
bisogna avere chiaro il soggetto sociale al quale ci si rivolge
e gli obiettivi che a questo vengono proposti. Il soggetto sociale
dovrebbe essere l'insieme dei ceti subalterni italiani. Ma quale
obiettivo ci si propone? In sostanza l'obiettivo che abbiamo delineato
è quello di cercare di non rimanere indietro nella competizione
globale che è tipica del capitalismo neoliberista globale che conosciamo
da tre decenni. Ma sappiamo che questa competizione ha costi altissimi
per i ceti subalterni, che devono rinunciare ai diritti conquistati
nella fase precedente (quella socialdemocratico-riformista del secondo
dopoguerra). La vicenda degli “strappi” al contratto nazionale dei
metalmeccanici imposti dalla FIAT negli ultimi mesi è indicativa
di cosa significhi competere sul mercato globale. Ne risulta che
la conseguenza logica della proposta che stiamo discutendo è quella
di chiedere ai ceti subalterni del nostro paese di impegnarsi in
una lotta rivoluzionaria contro gli attuali ceti dirigenti, con
tutti i rischi che questo comporta, per trovarsi poi, come adesso,
a non avere nessuna garanzia e nessun diritto, perché tutti i diritti
e tutte le conquiste possono essere revocate se diventano di ostacolo
alla competitività. E' chiaro che c'è qui una profonda contraddizione:
si può chiamare un popolo alla rivoluzione solo prospettando
un profondo cambiamento sociale, non la continuazione dello stesso
modello “messo in sicurezza” dal punto di vista dei conti pubblici.
Le rivoluzioni si fanno per cambiare la vita, non per fare contenti
Trichet o Draghi.
5. Per un'altra Europa: uscire dall'UE.
La discussione precedente non lascia nessuno spazio a
proposte politiche che permettano all'Italia di restare nell'UE
evitando il massacro sociale che le nuove norme ci minacciano. La
conclusione diventa inevitabile: se vogliamo evitare la degradazione
irreversibile del paese, la sua “terzomondizzazione”,
occorre uscire dall'euro e dall'UE, e contemporaneamente
rinegoziare il nostro debito pubblico.
Non si tratta di scelte facili, lo sappiamo benissimo.
L'uscita dell'euro comporterebbe problemi gravissimi. Ma si tratta
di problemi che possono essere affrontati e superati. Il permanere
nell'euro comporta invece la degradazione irreversibile del tessuto
sociale e civile del paese.
Per capirci con una metafora, si pensi al supplizio
medioevale della ruota: il condannato veniva legato ad una grande
ruota e gli venivano spezzate le ossa a colpi di mazza. Veniva lasciato
lì ad agonizzare fra sofferenze atroci per un po', poi veniva finito
con un colpo di mazza allo sterno. Ora, immaginiamo che un condannato
a questo terribile supplizio abbia la possibilità di fuggire saltando
da una finestra (sotto la quale lo aspettano persone amiche per
portarlo in salvo) correndo però in questo modo il rischio di rompersi
una gamba. Chiunque sceglierebbe di saltare. Il nostro paese si
trova nella stessa situazione. Se rimaniamo nell'euro saremo sottoposti
a un supplizio terribile, con pesantissimi e ripetuti colpi che
ci spaccheranno le ossa. Se usciamo dall'euro corriamo il rischio
di romperci una gamba. Il che non è piacevole, ma è cosa dalla quale
si può guarire in tempi ragionevolmente brevi.
E' ovvio quello che ci conviene scegliere: meglio
la finestra.
L'uscita dall'Euro va naturalmente pensata a fondo. Le
recenti esperienze di altri paesi possono aiutarci a ridurre di
molto le difficoltà connesse alla ristrutturazione del nostro debito
pubblico, e alla conseguente svalutazione della moneta. Andranno
studiate le misure prese nel corso dell'attuale crisi dall'Islanda,
che ha scelto di far fallire le banche private indebitate e di svalutare
la propria moneta, e soprattutto le misure prese dall'Argentina
all'inizio degli anni 2000, quando prese la decisione di sganciare
la propria moneta dal dollaro.
Fra le misure che potranno essere prese, possiamo
elencare, a titolo puramente indicativo: la temporanea limitazione
della quantità di denaro contante prelevabile dai conti correnti,
per evitare la “corsa agli sportelli”; programmi di austerità sui
beni importati, in modo che l'inevitabile svalutazione abbia il
minor effetto possibile; misure di protezione delle industrie esportatrici,
per mantenere un buon settore dedito all'esportazione che permetterà
di rendere meno dura la svalutazione
[20].
La proposta di uscita dall'UE suscita in molte persone
una certa resistenza. Sembra che si veda in questa idea una sorta
di chiusura nei confronti del mondo globalizzato o il ritorno a
un nazionalismo aggressivo o autarchico. Si oppone a questa idea
la proposta di restare nell'UE per cambiarla e costruire “un'altra
Europa”. Abbiamo già criticato questa idea. Siamo però d'accordo
con l'idea che avremmo bisogno di “un'altra Europa”. Il che non
è in contraddizione con la proposta di uscita dall'UE. Anzi, l'abbandono
dell'attuale Unione Europea rappresenta la precondizione necessaria
per la costruzione di un'Europa alternativa.
I rapporti internazionali, le relazioni politiche ed
economiche fra Stati, esistono da quando esiste lo Stato, certamente
da prima della costruzione della UE, che è una delle possibili forme
di questi rapporti, non certo l'unica realizzabile. L'uscita dall'Unione
quindi non implica automaticamente nessuna chiusura verso l'esterno.
Forse un paragone storico può chiarire ciò che intendiamo.
E' noto che i Partiti Comunisti del Novecento avevano una fortissima
dimensione internazionale, tanto che la struttura che per un certo
periodo li ha coordinati si chiamava “Terza Internazionale”. E'
noto altresì che l'ideologia comunista aveva come principio dogmatico
quello che nella società comunista si sarebbe estinto lo Stato,
e l'umanità comunista si sarebbe unita in un abbraccio fraterno
al di là dei vincoli delle frontiere. D'altra parte, sappiamo che
il movimento comunista del Novecento appoggiò fortemente le lotte
di liberazione dei popoli del terzo mondo dal giogo degli imperi
coloniali. Ora, è chiaro che tali lotte avevano come ovvio effetto
pratico, se fossero risultate vittoriose come di fatto lo furono,
la creazione di nuovi Stati, di nuove frontiere nazionali. Si potrebbe
allora pensare che ci fosse una contraddizione nelle politiche dei
partiti comunisti: partiti “internazionali” che avevano l'abolizione
dello Stato fra i propri obiettivi, e lottavano però per far nascere
nuovi Stati. E' chiaro però che un simile rilievo appare molto ingenuo:
gli ideali di fratellanza, di pace, di superamento della barriere,
perdono ogni valore, e diventano una ignobile ipocrisia, in una
situazione di sfruttamento e di sottomissione come è la situazione
coloniale. In quella situazione la creazione di barriere nazionali
era un necessario elemento di difesa della dignità e della cultura
dei popoli colonizzati. Solo ripristinando una condizione di reale
uguaglianza potevano essere resi concreti gli ideali di fratellanza.
Il che passava anche attraverso la costruzione di nuovi Stati. La
posizione dei partiti comunisti era dunque del tutto ragionevole,
e ingenua e astratta l'obiezione che abbiamo indicato. Al pari dell'idea
che uscire dall'attuale UE sia in contraddizione con la volontà
di costruire una Europa alternativa. Abbiamo documentato che il
permanere nell'UE comporta rischi gravissimi di distruzione del
tessuto sociale e civile di questo paese. In questa situazione,
come si può pensare di parlare di fratellanza fra i popoli europei?
Un'Italia impoverita, incarognita, dove solo le mafie riusciranno
a garantire un minimo di coesione sociale, come potrebbe dare un
contributo di civiltà ad un'Europa diversa dall'attuale? Esattamente
come i popoli colonizzati avevano bisogno di staccarsi dagli Imperi
coloniali e di costruirsi i loro Stati, per cercare poi forme di
collaborazione internazionale su basi di parità, allo stesso modo
l'Italia deve staccarsi dall'UE per salvare il proprio tessuto sociale,
e cercare poi forme di collaborazione con gli altri popoli europei
su basi di parità.
6. I contorni dell'Europa che vogliamo.
E' difficile disegnare nel dettaglio i contorni di un'Europa
alternativa a quella attuale, tali da renderla davvero una libera
ed indipendente unione dei popoli che la compongono. Tuttavia, senza
nessuna pretesa di essere esaustivi, possiamo elencare alcune delle
caratteristiche che ci sembra non possano mancare in un eventuale
processo di integrazione europeo democratico e funzionale alle necessità
dei cittadini.
Il primo elemento riguarda le istituzioni democratiche
dell'Unione.
Ad oggi solo i membri del Parlamento Europeo vengono
eletti dai cittadini, ed hanno ben pochi poteri reali. La maggior
parte delle decisioni vengono prese dalla Commissione o da altri
organismi, quali l'Eurogruppo, l'Ecofin o la BCE. Quel che manca
è un sistema di checks and balances
che garantisca un efficace controllo democratico sugli organismi
esecutivi. Così come manca la garanzia che la BCE agisca in modo
indipendente dagli interessi privati. Il capitale della BCE è distribuito
fra le banche centrali nazionali, il cui capitale spesso è in mano
privata, come in Italia. Dunque anche la BCE è di fatto privata.
Questi elementi sono in forte contrasto con qualsiasi
idea di Europa democratica, che non sia mero strumento nelle mani
di gruppi economicamente forti. Dunque una Unione che abbia a cuore
gli interessi dei popoli che la compongono dovrà avere una Costituzione
democratica, ed organismi assolutamente indipendenti dagli interessi
privati.
Il secondo elemento riguarda la possibilità di operare
liberamente e senza condizionamenti scelte in materia economica.
Compresa la possibilità di optare per misure protezionistiche che
consentano di salvaguardare le condizioni del mercato interno, al
fine di rompere il circolo vizioso della concorrenza globale, che
porta alla costante diminuzione dei salari e al peggioramento delle
condizioni di lavoro e di vita, in nome della competitività.
Un terzo elemento riguarda il raggiungimento da parte
dell'Europa di una maggiore indipendenza energetica. Dipendere
dalle importazioni di materie prime energetiche, vuol dire non essere
liberi di implementare politiche economiche autonome, perché sarà
sempre necessario scendere a patti con i fornitori. La situazione
in questo campo è estremamente difficile. Per soddisfare il proprio
fabbisogno, l'Europa dipende per oltre il 50% dalle importazioni
di idrocarburi dall'estero, mentre l'Italia supera l'85% [21]
.
La soluzione non può essere la costruzione di centrali
nucleari. Al di là dei gravissimi problemi derivanti della poca
sicurezza degli impianti, dall'inquinamento e dello smaltimento
delle scorie, l'energia atomica non risolve il problema della dipendenza
dall'estero: i Paesi europei dispongono di pochissimo uranio, dunque
la costruzione di nuove centrali nucleari comporterebbe un ulteriore
aumento delle importazioni. Non resta che puntare fortemente sulle
energie rinnovabili. Tutti i Paesi europei dovrebbero moltiplicare
gli sforzi a favore dello sviluppo delle energie pulite e della
ricerca nel campo delle tecnologie ad esse collegate. Tuttavia,
anche se ciò avvenisse, le rinnovabili non potrebbero coprire l'attuale
fabbisogno di energia, almeno nel medio periodo. E' necessario impostare
politiche in grado di realizzare una forte riduzione della domanda.
Occorre consumare meno energia. Molta meno di quanta ne consumiamo
oggi. Il che è necessario anche per abbattere le emissioni di CO2,
ed uscire dall'emergenza ecologica che sta mettendo a rischio la
stessa sopravvivenza del pianeta.
Il quarto elemento riguarda la Difesa. I Paesi
europei hanno necessità di una alleanza politica e militare (difensiva)
che garantisca la loro piena indipendenza dall'esterno. Un'Europa
sufficientemente forte sul piano internazionale potrebbe anche svolgere
un ruolo attivo per temperare le mire imperialiste e gli atteggiamenti
guerrafondai delle potenze affermate (gli USA) e di quelle emergenti,
come la Cina.
Perché l'Unione Europea possa svolgere questo ruolo sono
necessari almeno due elementi. In primo luogo, occorre che l'Europa
sia in grado di implementare una propria politica internazionale,
unitaria ed indipendente. In secondo luogo, occorre che l'Europa
non diventi essa stessa una potenza a carattere imperialista. Nel
qual caso sarebbe sì autonoma, ma parteciperebbe al caos mondiale
entrando in competizione con le altre potenze per l'accaparramento
delle materie prime, in particolare energetiche.
Per quanto riguarda il primo punto, occorre sottolineare
che l'attuale UE non è in grado di assumere nessun ruolo nello scacchiere
internazionale. L'attuale assetto che caratterizza l'Europa è proprio
quello di cui hanno bisogno le potenze: una tecnocrazia incentrata
esclusivamente sulla dimensione economica, incapace di produrre
una politica estera unitaria. La UE non ha un proprio sistema di
difesa, né un esercito, e non a caso di fronte alle guerre degli
ultimi tempi, i paesi europei si sono costantemente divisi, con
geometrie sempre inedite, non mostrando mai la capacità di proporre
soluzioni comuni alle controversie internazionali.
Per quanto riguarda il secondo punto, c'è davvero da
augurarsi che questa Europa non diventi una potenza. Data l'enorme
dipendenza di materie prime energetiche che la caratterizza, essa
sarebbe tentata di risolvere il problema nel modo tipico delle potenze:
la guerra. L'Europa diventerebbe l'ennesima potenza politico-militare
presente sullo scenario internazionale, provocando un ulteriore
aumento del rischio di conflitti terrificanti, finalizzati all'accaparramento
delle limitate risorse energetiche disponibili (soprattutto petrolio
e gas).
Riassumendo: l'Europa, per garantire la proprio sicurezza
e per diventare capace di assumere un ruolo significativo sul piano
internazionale, ha bisogno di implementare una politica estera
comune. Ed ha bisogno di dotarsi di un proprio esercito e di
un proprio sistema di difesa. Se però questo avvenisse all'interno
dell'attuale UE, l'Europa si trasformerebbe immediatamente in una
potenza militare aggressiva, affamata di materie prime energetiche.
La dipendenza dalle importazioni di idrocarburi sarebbe la stessa
di oggi, ma la forza militare di una Europa politicamente coesa
e dotata di un esercito cambierebbe lo scenario internazionale in
modo estremamente pericoloso.
Dunque è solo rimettendo in discussione i fondamenti
dell'attuale UE che è possibile riaprire il confronto su una nuova
forma di alleanza politica, economica e militare. Per pensare ad
una Europa di pace e di cooperazione fra i popoli, è necessario
liberarsi dai condizionamenti dell'Ecofin, del patto di stabilità
e crescita, del "Semestre Europeo". E' necessario rompere
i legami con l'Unione, e lanciare un progetto di aggregazione
fra Stati radicalmente nuovo, basato sulla volontà di realizzare
una comune politica estera di pace e cooperazione internazionale.
L'unica possibilità per farlo è abbandonare per sempre
le politiche liberiste e l'inseguimento della “crescita”. Quel che
serve è coordinare politiche decresciste,
in particolare di forte diminuzione del fabbisogno di idrocarburi.
Pace ed ecologia non possono essere separati. Sono entrambi aspetti
di un unico disegno di equilibrio fra Stati, popoli e natura.
Ma tutto questo non può essere fatto all'interno dell'attuale
UE, che è totalmente indirizzata verso la crescita economica, e
che non può essere cambiata, per i motivi che abbiamo indicato.
In definitiva, chi voglia davvero un'Europa diversa,
democratica, pacifica e indipendente, non può che chiedere l'uscita
da questa Europa.
Genova, giugno 2011.
[1] Gli autori ringraziano Massimo Bontempelli
per numerose conversazioni sui temi qui svolti. Ogni errore
o imprecisione è ovviamente responsabilità degli autori.
[2] “L’ESM, di comune accordo con il Fondo monetario
internazionale, sarà in grado di concedere dei prestiti ai paesi
dell’Eurozona in difficoltà, ma a condizioni ben precise, ovvero
a seguito di un piano di austerità e di riforma delle finanze pubbliche.
[...] L’ESM verrà attivato solo a seguito di una decisione unanime
dei paesi e come ‘ultima ratio’, ovvero
solo in caso in cui la stabilità dell’euro sia concretamente minacciata”.
Citiamo da La riforma della governance
economica europea, a cura di Carlo Altomonte,
Antonio Villafranca e Fabian Zuleeg.
Quaderno di approfondimento dell'ISPI n.27, aprile 2011.
[3] “Riformare i sistemi pensionistici: A sostegno del
risanamento di bilancio, occorre riformare i sistemi pensionistici
per aumentarne la sostenibilità.
• Gli Stati membri che non lo hanno ancora fatto devono
innalzare l'età pensionabile e collegarla alla speranza di vita.
• Gli Stati membri devono ridurre in via prioritaria
i piani di prepensionamento e utilizzare incentivi mirati per promuovere
l'occupazione dei lavoratori anziani e l'apprendimento permanente.
• Gli Stati membri devono favorire lo sviluppo del risparmio
privato per integrare il reddito dei pensionati.”
[Annual Growth
Survey 2011, punto 5 - scaricabile a questo
link: http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/it_final.pdf
]
[4]
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-06-02/trichet-contro-crisi-debiti-124514.shtml?uuid=AaUcUecD
[5]
http://www.nytimes.com/interactive/2010/05/02/weekinreview/02marsh.html
[6] La riforma della governance economica europea, a cura di Carlo Altomonte, Antonio Villafranca e Fabian
Zuleeg. Quaderno di approfondimento dell'ISPI
n.27, aprile 2011.
[7] La riforma della governance.., cit., pag. 12-13.
[8] Ibidem.
[9] http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2011/delibera_28_2011_contr.pdf
e http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sezioni_riunite/sezioni_riunite_in_sede_di_controllo/2011/delibera_28_2011_contr_allegato.pdf
[10] Lo fa notare fra gli altri un articolo del Sole24ore,
dicendo che "nonostante uno straordinario sforzo compiuto nell'anno
passato, il disavanzo di bilancio greco rimane alto, mentre l'economia
è in grande sofferenza in parte anche a causa di quello sforzo
[corsivo nostro, MB-FT]. Il risultato è che l'indebitamento
di Atene continua ad aumentare invece di diminuire”, si veda http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-26/francoforte-tabu-grecia-063516.shtml?uuid=AabloVaD.
Osservazioni simili le fa Mario Blejer,
già presidente della Banca Centrale dell'Argentina, secondo il quale
il programma imposta dall'UE alla Grecia “sarebbe basato sull'illusione
che il debito sia sostenibile, ma ignora il fatto che il paese è
in recessione e senza crescita diminuisce la possibilità di saldare
i conti”, http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/6311-qgrecia-senza-soluzione-serve-un-defaultq.html
[11] Si tratta probabilmente di un processo che non riguarda
solo l'Italia. Lo studioso francese Bernard Conte ha coniato il
neologismo “Terzomondizzazione” per descrivere
questo processo di portata mondiale. In Europa Occidentale i paesi
mediterranei sembrano rappresentare i primi candidati per l'operazione
di “Terzomondizzazione”.
[12] Si veda il Rapporto Istat “La misura dell’economia
sommersa secondo le statistiche ufficiali” (Luglio 2010 , http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20100713_00/testointegrale20100713.pdf)
e la “Relazione concernente i risultati derivanti dalla
lotta all'evasione fiscale”, (al 30 settembre 2007)
Camera dei Deputati - Doc. CCXXXVII
n. 1
http://leg15.camera.it/_dati/leg15/lavori/documentiparlamentari/indiceetesti/237/001/INTERO.pdf
[13] Il recentissimo via libera al nuovo pacchetto di
aiuti alla Grecia per scongiurare il rischio di default, dato dalla
troika composta da Bce, Commissione europea e Fmi non le contempla
nell'insieme di politiche economiche e finanziarie concordate in
cambio del prestito. Quel che invece interessa sono le misure di
compressione della spesa e le privatizzazioni. La nota ufficiale
diffusa dalla troika specifica che l'accordo con il governo greco
prevede la creazione di una "agenzia di privatizzazioni gestita
in modo professionale e indipendente", e la stesura di una
lista di asset statali da privatizzare
"entro la fine del 2015" pari ad un valore di "50
miliardi di euro".
[14] Molti dati a questo proposito sono esposti in F.
Carlucci, L'Italia in ristagno, Franco Angeli 2007.
[15] “Un atteggiamento che ha sostituito la retorica
europeistica all'analisi economica ha imposto all'Italia l'ancoraggio
della propria valuta a quella di Paesi con strutture economiche
ben più forti, violando il principio secondo il quale il tasso di
cambio deve rispecchiare il rapporto fra i fondamentali interni
e quelli esteri”. F. Carlucci, op. cit., pag. 26.
[16] Commentando i dati sulla perdita di competitività
italiana, Carlucci nota che “con questi dati i maliziosi potrebbero
dimostrare che l'ancoraggio all'area del marco sia stata un'operazione
chiaramente favorevole alla Germania e, in maniera perfettamente
speculare, sfavorevole all'Italia”. F.Carlucci,
op. cit., pag. 51.
[17]
http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=21034.
Si veda anche, per considerazioni analoghe a quelle di Giacché,
l'articolo di Vincenzo Comito “Atene,
l'euro e il consenso di Berlino”, http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Atene-l-euro-e-il-consenso-di-Berlino-8594
[18] L'importanza di questo tema è stata rilevata, con
largo anticipo sulla crisi europea odierna, da Heiner Flassbeck. In un'intervista
all'Espresso del 12 giugno 2008, Flassbeck
sosteneva infatti che i differenziali di produttività nell'Eurozona
avrebbero reso insostenibile la costruzione europea, e concludeva
“in una unione monetaria questa situazione pone le premesse per
il disastro. Prima o poi il sistema collasserà. In 5, 10 o 15 anni,
non so. Ma il sistema monetario, con questi enormi divari fra aziende
italiane e tedesche, cadrà di sicuro” (Heiner Flassbeck, economista tedesco,
è direttore della divisione su globalizzazione e sviluppo delle
Nazioni Unite, ed è stato viceministro delle Finanze del governo
Schroder). Anche Nouriel Roubini, l'economista di origine iraniana divenuto famoso
per aver predetto la crisi finanziaria, rileva come all'origine
dell'attuale crisi vi siano le cruciali differenze economiche fra
i vari Stati dell'Unione: “L' approccio confusionario alla crisi
dell'Eurozona non è riuscito a risolvere i problemi fondamentali
sulla divergenza economica e di competitività nell'Unione. Andando
avanti così l'euro si muoverà attraverso disordinati tentativi di
soluzione, e alla fine arriverà a una spaccatura dell'unione monetaria
stessa, con alcuni dei membri più deboli buttati fuori. L'Unione
Economica e Monetaria non ha mai pienamente soddisfatto le condizioni
di un'area valutaria ottimale. I suoi dirigenti speravano che la
loro mancanza di politica monetaria, fiscale e di di
cambio, avrebbe provocato un'accelerazione delle riforme strutturali
che, si sperava, avrebbero visto convergere la produttività e i
tassi di crescita. La realtà si è rivelata ben diversa” (http://www.sinistrainrete.info/crisi-mondiale/1422-nouriel-roubini-leurozona-si-avvia-al-crollo
).
[19] La transizione verso un sistema non più orientato
alla “crescita” necessita di un ingente impiego di risorse pubbliche.
Vedi, di Badiale e Bontempelli, “Una politica
economica per la decrescita”: http://www.megachip.info/tematiche/kill-pil/6291-una-politica-economica-per-la-decrescita.html
[20] Pur non caldeggiandola, il premio Nobel per l'economia
Paul Krugman discute seriamente l'ipotesi
di uscita dall'Euro, si veda il suo articolo http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-05-21/atene-buenos-aires-081002.shtml?uuid=AanIs8YD.
[21] Eurostat -“Energy - Yearly statistics 2008” scaricabile
qui: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/cache/ITY_OFFPUB/KS-PC-10-001/EN/KS-PC-10-001-EN.PDF.
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