Percorso
a ostacoli per la ripresa
di Martin Wolf *
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Che interpretazione va data degli ultimi dati economici, specialmente
per quanto riguarda i Paesi avanzati? L'economia mondiale sta rallentando?
Se sta rallentando, bisogna prendere delle contromisure?
E se sì, quali sono le possibili alternative? Gavyn Davies,
nel suo blog sul sito del Financial Times, ha osservato che «il
calo della crescita della produzione manifatturiera è particolarmente
grave per rapidità e dimensioni, specialmente negli Stati
Uniti». Ancora più importante dal punto di vista politico
è la stima secondo la quale il settore privato Usa a maggio
ha creato solo 38mila posti di lavoro, molto al di sotto dei 175mila
previsti. Davies osserva che «se sommiamo tutti i dati sulle
imprese a maggio, ne ricaviamo il quadro di un'economia globale
che probabilmente continua a espandersi, ma a un ritmo non molto
rapido». Complessivamente, scrive sempre Davies, «il
calo è stato più accentuato di quello registrato nella
primavera dell'anno scorso, quando la ripresa economica mondiale
aveva avuto una temporanea battuta d'arresto». Ma «non
si avvicina neanche lontanamente ai livelli tali da giustificare
seri timori di una nuova recessione».
L'analisi di Davies sembra corretta. Mette in evidenza il fatto
che nei Paesi avanzati presi complessivamente la ripresa finora
è stata fiacca, soprattutto considerando la gravità
della recessione.
Fra le sei maggiori economie avanzate – Usa, Giappone, Germania,
Francia, Regno Unito e Italia – solo gli Usa e la Germania
hanno superato nel primo trimestre del 2011 i livelli di Pil di
tre anni fa, e anche loro di pochissimo. I quattro più attardati
li considero ancora in recessione.
Il fatto che gli Usa, fra questi sei, siano quelli con il Pil più
alto rispetto al punto di partenza per qualcuno potrà essere
una sorpresa, considerando che ad aprile avevano un tasso di disoccupazione
del 9 per cento. Questo dato è rivelatore della flessibilità
del mercato del lavoro americano, ed è anche un segnale che
la domanda, e dunque la produzione, rimangono fiacche. La ripresa
Usa è estremamente deludente, non se confrontata con le performance
correnti degli altri Paesi ricchi, ma sicuramente se confrontata
con i parametri storici degli Usa stessi.
E allora che sta succedendo? La risposta più generale è
che ai venti contrari della ripresa post-crisi, che soffiano ancora
forti, si è aggiunta una serie di fattori più o meno
contingenti. Le recessioni che nascono dallo scoppio di bolle speculative
alimentate dal credito normalmente sono più gravi e persistenti
di quelle generate dagli sforzi per arginare la corsa dell'inflazione.
Questo quindi è il problema strutturale. Ma a esso si sono
aggiunti l'aumento dei prezzi delle materie prime, in particolare
del carburante, e l'impatto sulle catene di alimentazione del terremoto/tsunami
in Giappone. Il grande interrogativo è che cosa si può
fare per reagire a queste difficili circostanze. Nel suo Economic
Outlook di maggio, l'Ocse si concentra sul risanamento dei conti
pubblici, muove in direzione di una "normalizzazione"
della politica monetaria e soprattutto di politiche strutturali,
motivando tutto ciò con l'affermazione che «la ripresa
globale inizia ad avere basi più ampie e a essere in grado
di sostenersi da sola». Ma la ripresa prefigurata implica
un forte ristagno economico per anni. Siamo molto lontani dalla
"normalità".
La panacea è la politica strutturale? Secondo l'Ocse, «i
timori di una disoccupazione che resti a lungo su livelli alti e
di una riduzione permanente della produzione potenziale nel dopo-crisi,
uniti alla necessità di rafforzare la fiducia nella sostenibilità
delle dinamiche del debito pubblico rendono urgente mettere in atto
riforme strutturali ben programmate e in grado di rafforzare la
crescita». È vero. L'Ocse sottolinea che «gli
interventi sul mercato del lavoro sono fondamentali per impedire
che una disoccupazione legata al ciclo economico diventi strutturale».
La politica strutturale però non basta. Nella congiuntura
del dopo-crisi conta anche la domanda. Politiche strutturali che
incentivino gli investimenti sono doppiamente benedette, perché
incrementano al tempo stesso la domanda e l'offerta potenziale.
È a queste misure che va data la priorità nei piani
finanziari dei Governi, ma è fondamentale anche ritirare
con i tempi giusti le misure di stimolo, monetarie e di bilancio.
È molto più verosimile, nelle attuali circostanze,
un ritiro troppo affrettato piuttosto che troppo tardivo, e questo
metterebbe a rischio la ripresa e genererebbe una prolungata stagnazione,
con effetti strutturali nefasti sul lungo periodo.
Tre sono le considerazioni che vanno tenute a mente. La prima è
che il rendimento dei titoli di Stato decennali di Stati Uniti e
Germania questa settimana è sceso sotto al 3 per cento. Per
gli Usa la cosa colpisce, considerando l'isteria sulla tenuta dei
conti pubblici. La seconda considerazione è che nonostante
l'espansione della base monetaria, la crescita degli aggregati più
ampi è rimasta contenuta in America e nella zona euro. Ulteriori
misure di espansione quantitativa sarebbero tranquillamente gestibili,
e assolutamente assennate se l'economia perderà slancio.
Infine, i valori di base dell'inflazione dei prezzi al consumo sono
estremamente bassi, sia in America che nella zona euro. Concentrarsi
su un elemento volatile e imprevedibile come l'inflazione primaria
quasi sicuramente produrrà effetti destabilizzanti sull'economia.
Ed è un'assurdità se si pensa che l'obiettivo della
lotta all'inflazione è semmai quello di stabilizzare l'economia.
Sembra incontestabile, quantomeno a me, che quei Paesi che dispongono
di margini di manovra dovrebbero combinare l'introduzione di misure
strutturali per migliorare la produzione potenziale sul lungo periodo
e il mantenimento di forti misure di sostegno alla ripresa, monetarie
e di bilancio. Il pericolo più grande nell'era del dopo-crisi
resta quello di una semistagnazione prolungata, una crescita poco
brillante e un'inflazione alta. Questo naturalmente è un
giudizio. Ma il giudizio è quello che abbiamo. Usiamolo.
dal Financial Times, Traduzione di Fabio Galimberti
per IlSole24Ore
(Giugno 2011)
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