Sovranità
monetaria e democrazia
di Sergio Cesaratto
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Un grande primo
ministro canadese, William Mackenzie King,[1] ebbe a dichiarare
prima delle elezioni del 1935: “Una volta che a una nazione rinuncia
al controllo della propria valuta e del credito, non importa chi
fa le leggi della nazione. … Fino a quando il controllo dell’emissione
della moneta e del credito non sia restituito al governo e riconosciuto
come la responsabilità più rilevante e sacra, ogni discorso circa
la sovranità del Parlamento e della democrazia sarebbe ozioso e
futile”.
La rinunzia
alla sovranità monetaria è precisamente quello che il nostro paese
ha fatto con l’adesione alla moneta unica. In verità, a ben
guardare, l’aveva fatto già prima con il famoso “divorzio” fra il
Tesoro e la Banca d’Italia nel 1981. Con quell’atto, compiuto attraverso
un fait accompli
– uno scambio di lettere fra Andreatta e Ciampi – in barba a qualsiasi
decisione parlamentare, i governi della Repubblica rinunciavano
alla prerogativa di determinare la politica monetaria, dunque moderare
i tassi di interesse, con successive conseguenze disastrose per
conti pubblici e distribuzione del reddito.[2] Con la moneta
unica il nostro paese ha persino rinunciato alla possibilità di
tornare indietro in quella decisione. Le ulteriori conseguenze sulla
nostra economia dovute all’abbandono della flessibilità del cambio
estero sono davanti agli occhi di tutti con un crescente disavanzo
delle partite correnti, dal pareggio del 1999 sino al -3,5%
del 2010, con conseguente crescente indebitamento netto con l’estero.
Lo sconforto
sarebbe attenuato se la sovranità monetaria fosse passata a una
Europa politica che avrebbe potuto usarla al meglio. Non è stato
invece così, avendo l’Europa inscritto persino nel proprio trattato
costituzionale, com’è noto, che la banca centrale è indipendente
dal potere politico avendo come solo obiettivo quello di stabilizzare
il livello dei prezzi. Le conseguenze ultime di questa indipendenza
si vendono nella indegna sceneggiata che si sta in questi giorni
svolgendo fra le cancellerie europee e la BCE. A fronte del palese
fallimento delle politiche di rientro dal debito imposte alla Grecia
e della difficoltà a far digerire ulteriori aiuti ai propri contribuenti,
alcuni paesi europei, la Germania in primis, si sono dichiarati
favorevoli a qualche forma di ristrutturazione del debito di quel
disgraziato paese. Di riflesso, gli esponenti della BCE hanno cominciato
a rilasciare a destra e a manca dichiarazioni minacciose che se
tale ristrutturazione avvenisse la banca centrale non avrebbe più
stampato un quattrino a sostegno del debito e delle banche greche
(una “opzione nucleare” è stata definita), mentre il governatore
Trichet si è permesso di alzare la voce in summit di rappresentanti
di governi democraticamente eletti e addirittura di abbandonarli
sbattendo le porte.[3] Draghi, per coloro che coltivassero
illusioni, ha ribadito nelle ultime Considerazioni finali che “né la presenza di rischi sovrani,
né la dipendenza patologica di alcune banche dal finanziamento della
BCE” possono farla “deflettere” dall’obiettivo della stabilità dei
prezzi. Quello che appare intollerabile non è tanto il comportamento
degli apprendisti stregoni di Francoforte, che in fondo rifiutano
di fare quello che i trattati europei vietano loro di fare
e difendono la reputazione di “guardiani della moneta”, ma che le
democrazie europee si siano auto-inflitte queste umiliazioni.
Si badi, da sempre la democrazia popolare ha avuto necessità di
contro-altari istituzionali in un sistema di checks
and balances. Ma a parte di una banda
di fanatici economisti ultra-liberisti, mai a nessuno era venuto
alla mente di elevare una banca centrale al rango di un quarto potere
che espropria le istituzioni democratiche delle decisioni di politica
economica!
La BCE ha dovuto
durante questa crisi, nolente o volente, assumere ruoli – quello
di prestatore di ultima istanza ai governi (che non era in effetti
nei suoi statuti) e alle banche, pena l’implosione del sistema finanziario
europeo e globale. A parte l’implausibile
ipotesi che la Grecia riesca a stabilizzare se il proprio debito
pubblico a colpi di deflazione e di svendita del patrimonio pubblico,
ipotesi a cui sembra incredibilmente dar credito solo la BCE attraverso
l’ultra-falco Bini Smaghi, qualunque
sia la strada alternativa prescelta dall’Europa – una ristrutturazione
del debito o quella più razionale e meno dolorosa di europeizzazione
del debito (per esempio qui) - la BCE sarebbe costretta a una politica monetaria
accomodante. L’indipendenza della banca centrale è in generale,
e in particolare nei frangenti attuali, sbagliata, e lo statuto
della BCE va assimilato a quello della FED americana i cui esponenti
mai e poi mai potrebbero permettersi di non collaborare alle decisioni
dell’amministrazione.
Per quanto
riguarda il nostro paese, esso sta pagando a quest’Europa dei prezzi
elevatissimi in termini di disoccupazione crescente e di deindustrializzazione,
e il futuro si presenta fosco. La consapevolezza di questo è ancora
scarsa, spesso anche a sinistra dove, per cinismo o ignoranza, ci
si appassiona ad altri temi che non siano quelli dell’occupazione
e dei bisogni elementari della gente. Le proposte che l’Italia dovrebbe
avanzare a Bruxelles le abbiamo esposte (qui, qui e qui), ma l’Europa prosegue in una cacofonia di voci e inadeguatezza
di proposte che fa poco ben sperare.
La dichiarazione
di Mackenzie del 1935, continua così: “Il Partito Liberale si dichiara
in favore dell’immediata istituzione di una banca nazionale
debitamente costituita al fine del controllo dell’emissione di moneta
rapportata ai bisogni pubblici. Il flusso di moneta deve essere
in relazione ai bisogni nazionali, sociali e industriali del popolo
canadese”. Le urne diedero al partito liberale una maggioranza senza
precedenti. Dopo le belle vittorie di Milano e Napoli, i prossimi
mesi potrebbero vedere la partecipazione della sinistra italiana
al governo. Naturalmente il problema che si presentava a Mackenzie
era quello, più semplice, di nazionalizzare l’emissione di moneta.
Più complicato sarebbe se il Canada avesse stabilito una unione
monetaria con gli Stati Uniti, come abbiamo fatto noi con la Germania.
La consapevolezza di quanto dura è la battaglia a cui dovrebbe attrezzarsi
una sinistra che volesse davvero sollevare le sorti del paese ci
sembra, comunque, un primo, essenziale passo.
[1] William
Lyon Mackenzie King (1874-1950), leader del
partito liberale, un partito di centro ma con sensibilità ai problemi
sociali, fu per tre volte primo ministro del Canada.
[2] Come ricordato
da Aldo Barba in un interessante intervento al convegno per il 150mo su Sviluppo capitalistico e unità nazionale
nei giorni scorsi.
[3] Bini Smaghi è arrivato
a minacciare che la BCE possa imporre che i paesi membri dell’UME
rimborsino la banca decine di miliardi di titoli greci che essa
detiene. Contro i timori della BCE vedi Roubini
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