Europa,
cambiare i trattati o preparare l'uscita dall'euro
di Boaventura de Sousa Santos *
|
I paesi «indebitati» devono allearsi contro la soluzione
autoritaria della Germania. Basta con i minuetti. L'aggravamento
della crisi europea ha reso possibile una nuova radicalità
e una nuova trasparenza.
Fino a poco fa, qui in Portogallo ma non solo, erano considerate
radicali le posizioni di coloro che si opponevano all'intervento
e alle ricette della troika (Ue, Bce, Fmi) per ragioni di sovranità,
di democrazia e per il sospetto che la crisi fosse presa a pretesto
dalla destra per applicare nel nostro paese «la politica
di shock» delle privatizzazioni, sanità e istruzioni
incluse. Queste posizioni proponevano, davanti al disastro greco,
la disobbedienza al memorandum della troika o chiedevano un'approfondita
verifica del debito per scontare da esso le sue fette illegittime
o addirittura illegali. Erano considerate radicali perché
mettevano in causa la sopravvivenza dell'euro, perché screditavano
ancor di più il Portogallo nel contesto europeo e internazionale,
perché, se messe in pratica, avrebbero prodotto un disastro
sociale, esattamente quello che si diceva di voler evitare con
il memorandum.
L'aggravamento della crisi sta offrendo l'occasione per una nuova
radicalità che, paradossalmente e al contrario della radicalità
anteriore, parte dall'osservanza stretta della logica che presiede
la troika e il memorandum. Commentatori del Financial Times e
politici di paesi del nord Europa appoggiano la fine dell'euro,
perché in definitiva «l'euro è il problema»,
propongono un euro per i paesi più sviluppati e un altro
per i meno sviluppati, sostengono che l'uscita dall'euro da parte
della Grecia (o, è sottinteso, di altri paesi) potrebbe
non essere una cattiva idea purché attuata sotto controllo,
e sostengono in ultimo la permanenza dell'euro (attraverso gli
eurobond o qualche altro meccanismo) a condizione che i paesi
indebitati si arrendano senza condizioni al controllo finanziario
della Germania (una sorta di federalizzazione senza democrazia).
In altre parole, la radicalità ha oggi due facce e questo
forse ci consente una nuova trasparenza rispetto alla posta in
gioco o a ciò che conviene a noi paesi indebitati.
La trasparenza di ciò che si omette è altrettanto
imporante della trasparenza di ciò che si dice. Questo
capita perché in entrambi i casi gli interessi sottotraccia
sono visibilissimi in superficie.
La trasparenza di quel che si omette. Primo: nell'attuale quadro
istituzionale europeo non è possibile tornare alla «normalità».
In questo quadro, l'Unione europea cammina inevitabilmente verso
la disgregazione. Dopo l'Italia, seguiranno la Spagna e la Francia.
Secondo: le politiche di austerità, oltre che socialmente
inique, sono non solo inefficaci ma anche controproducenti. Nessuno
può pagare i suoi debiti producendo di meno e, quindi,
queste misure dovranno essere seguite da altre ancor più
gravose, fin quando il popolo (nessuna paura di usare questa parola),
il popolo fustigato, oppresso, disperato dirà: basta!
Terzo: i mercati finanziari, dominati come sono dalla speculazione,
non compenseranno mai i portoghesi o i greci o gli irlandesi o
gli italiani per i sacrifici fatti, dal momento che è proprio
sostenendo che i sacrifici non bastano mai che essi alimentano
i profitti degli investimenti speculativi. Se le dinamiche della
speculazione non vengono domate e sempre nell'attesa che il mondo
faccia quel che può e deve cominciare a fare a livello
intanto europeo, il disastro sociale sarà in ogni caso
inevitabile sia che si obbedisca o no ai mercati.
La trasparenza di quel che conviene ai paesi fortemente indebitati
e all'Europa nel suo insieme, ossia al 99% di cittadini più
la totalità degli immigrati del sud Europa, e anche a tutti
gli europei per i quali un'Europa dei nazionalismi è un'Europa
in guerra e per cui la democrazia è un bene così
prezioso che ha un senso solo a patto che esso venga distribuito
democraticamente. Qualsiasi soluzione diretta a minimizzare il
disastro che si approssima deve essere una soluzione europea,
ossia, una soluzione che deve essere articolata almeno fra qualche
paese dell'euro.
Io vedo due soluzioni possibili.
La prima, lo scenario A, consiste nel fare pressione, insieme
ad altri paesi «in difficoltà», per cambiare
in tempi brevi il quadro istituzionale della Ue in modo tale che
il debito possa essere mutualizzato e la democrazia federalizzata.
Questo implica, fra le altre cose, dare potere all'euro-parlamento,
rendere la Commissione responsabile davanti a esso ed eleggere
direttamente la sua presidenza. Implica anche una politica industriale
europea e la ricerca di un equilibrio commerciale all'interno
dell'Europa. Per esempio, non dovrebbe la Germania, che tanto
esporta nel resto d'Europa, importare di più dal resto
d'Europa, abbandonando il mercantilismo insito nella sua incessante
ricerca di surplus? Perché ciò sia possibile è
necessaria una politica doganale e di preferenze commerciali inter-europea,
così come una rifondazione dell'Organizzazione mondiale
del commercio, già oggi un cadavere, nel senso di cominciare
a costruire un modello di cooperazione internazionale per il futuro:
accordi globali e regionali che, ogni volta di più e nella
misura del possibile, facciano coincidere i luoghi di produzione
con quelli di consumo. Implica anche, a livello europeo, una regolamentazione
finanziaria prudente che includa un mandato post-neoliberista
per la Banca centrale europea (più poteri d'intervento
basati su un controllo più democratico delle sue strutture
e del suo funzionamento). Questa soluzione si contrappone frontalmente
alla soluzione autoritaria sostenuta dalla Germania, che consiste
nell'imporre a tutti gli altri paesi la tutela tedesca in cambio
degli eurobond o degli altri meccanismi di europeizzazione del
debito. Questa resa all'imperialismo tedesco significherebbe che,
in Europa, ha diritto alla democrazia solo chi ha i soldi.
Lo scenario A è esigente ed esigerebbe, in via immediata
e nonostante i limiti del mandato in corso, che le Bce assumesse
un ruolo molto più attivo per garantire i tempi della transizione.
La prudenza suggerisce però che l'ipotesi del fallimento
di un tale scenario sia seriamente prevista e considerata.
Dovremmo quindi cominciare da subito a preperare lo scenario B:
un'uscita da questo euro, da soli o insieme ad altri paesi, sulla
base del fatto, comprovato dalla realtà, che, con l'euro,
le diseguaglianze fra i paesi europei non cesseranno di aumentare.
La verifica del debito mostrerebbe la serità dei nostri
propositi. I costi sociali della soluzione B non sono più
alti dei costi del fallimento della soluzione A, e lasciano almeno
intravvedere una luce alla fine del tunnel.
*Sociologo portoghese, insegna all'università
di Coimbra e in quella di Wisconsin-Madison negli Usa
Dicembre 2011