Il
nuovo autoritarismo: dalle democrazie alle dittature tecnocratiche
di
James Petras *
|
Un'amalisi
delle trasformazioni politiche indotte dalla crisi: difficoltà
crescenti della democrazia parlamentare e forzature "decisioniste"
su base fintamente "solo tecnica".
Introduzione
Viviamo in
un tempo di cambiamenti di regime, dinamici, regressivi. Un periodo
in cui sono in piena accelerazione grandi trasformazioni politiche
e l’arretramento drammatico di norme legislative di natura socio-economica
introdotte un mezzo secolo fa; tutto questo provocato da una crisi
economica prolungata e sempre più profonda e da un’offensiva portata
avanti dalla grande finanza in tutto il mondo.
Questo articolo
analizza come gli importanti cambiamenti di regime in corso hanno
un profondo impatto sui modi di governare, sulle strutture di
classe, sulle istituzioni economiche, sulla libertà politica e
la sovranità nazionale.
Viene individuato
un processo in due fasi di regressione politica.
La prima fase
prevede il passaggio da una democrazia in disfacimento ad una
democrazia oligarchica; la seconda fase, attualmente in atto in
Europa, coinvolge il passaggio dalla democrazia oligarchica ad
una dittatura colonial-tecnocratica.
Si individueranno
le caratteristiche tipiche di ogni regime, concentrando l’attenzione
sulle specifiche condizioni e sulle forze socio-economiche che
stanno dietro ad ogni “transizione”.
Si procederà
a chiarire i concetti chiave, il loro significato operativo: in
particolare la natura e la dinamica delle “democrazie decadenti”,
delle democrazie oligarchiche e della “dittatura colonial-tecnocratica”.
La seconda
metà del saggio puntualizzerà le politiche della dittatura colonial-tecnocratica,
il regime che più si è discostato dal principio di democrazia
rappresentativa sovrana.
Verranno chiarite
le differenze e gli elementi simili tra le dittature tradizionali
militar-civili e fasciste e le più aggiornate dittature colonial-tecnocratiche,
mirando l’analisi sull’ideologia del “tecnicismo apolitico” e
della gestione del potere tecnocratico, come preliminare per l’esplorazione
della catena gerarchica profondamente colonialista del processo
decisionale.
La penultima
sezione metterà in evidenza il motivo per cui le classi dirigenti
imperiali e i loro collaborazionisti nazionali hanno ribaltato
la pre-esistente formula di gestione del potere oligarchico “democratico”,
la ricetta del “governare indirettamente”, a favore di una presa
di potere senza più paraventi.
Dalle principali
classi dominanti finanziarie di Europa e degli Stati Uniti è stata
consumata la svolta verso un diretto dominio coloniale (in buona
sostanza, un colpo di stato, con un altro nome).
Verrà valutato
l’impatto socio-economico del dominio di tecnocrati colonialisti
designati di imperio, e la ragione del governare per decreto,
prevaricando forzatamente il precedente processo di persuasione,
manipolazione e cooptazione.
Nella sezione
conclusiva valuteremo la polarizzazione della lotta di classe
in un periodo di dittatura colonialista, nel contesto di istituzioni
svuotate e delegittimate elettoralmente e di politiche sociali
radicalmente regressive.
Il saggio affronterà
le questioni parallele delle lotte per la libertà politica e la
giustizia sociale a fronte di governi imposti da dominatori colonialisti
tecnocratici, alla fine venuti alla ribalta.
La posta in
gioco va oltre i cambi di regime in corso, per identificare le
configurazioni istituzionali fondamentali che definiranno le opportunità
di vita, le libertà personali e politiche delle generazioni future,
per i decenni a venire.
Democrazie decadenti e la transizione verso democrazie oligarchiche.
Il decadimento
della democrazia è evidente in ogni sfera della politica. La corruzione
ha pervaso ogni settore, i partiti e i leader si contendono i
contributi finanziari dei ricchi e dei potenti; posizioni all’interno
dei poteri legislativo ed esecutivo hanno tutte un prezzo; ogni
parte della legislazione è influenzata da potenti “lobbies” corporative
che spendono milioni per la scrittura di leggi a loro profitto
e per individuare le manovre più opportune alla loro approvazione.
Eminenti faccendieri
che agiscono nei posti di influenza come il criminale statunitense
Jack Abramoff si vantano del fatto che “ogni membro del congresso
ha il suo prezzo”.
Il voto dei
cittadini non conta per nulla: le promesse elettorali dei politici
non hanno relazione alcuna con il loro comportamento quando sono
in carica. Bugie e inganni sono considerati “normali” nel processo
politico.
L’esercizio
dei diritti politici è sempre più sottoposto alla sorveglianza
della polizia e i cittadini attivi sono soggetti ad arresti arbitrari.
L’élite politica
esaurisce il tesoro pubblico sovvenzionando guerre coloniali,
e le spese per queste avventure militari eliminano i programmi
sociali, gli enti pubblici e i servizi fondamentali.
I legislatori
si impegnano con demagogia al vetriolo in conflitti da vere marionette,
sul tipo dei burattini Punch (Pulcinella) e Judy (Colombina),
in manifestazioni pubbliche di partigianeria, mentre in privato
fanno festa insieme alla mangiatoia pubblica.
A fronte di
istituzioni legislative ormai screditate, e del palese, volgare
mercato di compravendita dei pubblici uffici, i funzionari dirigenti,
eletti e nominati, sequestrano i poteri legislativo e giudiziario.
La democrazia
in decomposizione si trasforma in una “democrazia oligarchica”
come governo auto-imposto di funzionari dell’esecutivo; vengono
scavalcate le norme democratiche e si ignorano gli interessi della
maggioranza dei cittadini. Una giunta esecutiva di funzionari
eletti e non eletti risolve questioni come quelle della guerra
e della pace, alloca miliardi di dollari o di euro presso una
oligarchia finanziaria, e mossa da pregiudizi di classe riduce
il tenore di vita di milioni di cittadini tramite “pacchetti di
austerità”.
L’assemblea
legislativa abdica alle sue funzioni, legislativa e di controllo,
e si inchina davanti ai “fatti compiuti” della giunta esecutiva
(il governo di oligarchi) . Alla cittadinanza viene assegnato
il ruolo di spettatore passivo - anche se si diffondono sempre
più in profondità la rabbia, il disgusto e l’ostilità.
Le voci isolate
dei rappresentanti il dissenso sono soffocate dalla cacofonia
dei mass media che si limitano a dare la parola ai prestigiosi
“esperti” e accademici, compari pagati dall’oligarchia finanziaria
e consiglieri della giunta esecutiva.
I cittadini
non faranno più riferimento ai parlamenti, alle assemble legislative,
per trovare soccorso o riparazione per il sequestro e l’abuso
di potere messo in atto dall’esecutivo.
Per fortificare
il loro potere assoluto, le oligarchie castrano le costituzioni,
adducendo catastrofi economiche e minacce assolutamente pervasive
di “terroristi”.
Un mastodontico
e crescente apparato statale di polizia, con poteri illimitati,
impone vincoli all’opposizione civica e politica. Dato che i poteri
legislativi sono fiaccati e le autorità esecutive allargano la
loro sfera di azione, le libertà democratiche ancora presenti
sono ridotte attraverso “limitazioni burocratiche” imposte al
tempo, luogo e forme dell’azione politica. Lo scopo è quello di
minimizzare l’azione della minoranza critica, che potrebbe mobilitare
simpateticamente e divenire la maggioranza.
Come la crisi
economica peggiora, e i detentori di titoli e gli investitori
esigono tassi di interesse sempre più alti, l’oligarchia estende
e approfondisce le misure di austerità. Si allargano le diseguaglianze,
e viene messa in luce la natura oligarchica della giunta esecutiva.
Le basi sociali del regime si restringono. I lavoratori qualificati
e ben pagati, gli impiegati della classe media e i professionisti
cominciano a sentire l’erosione acuta di stipendi, salari, pensioni,
il peggioramento delle condizioni di lavoro e di prospettive di
carriera futura.
Il restringersi
del sostegno sociale mina le pretese di legittimità democratica
da parte della giunta di governo. A fronte del malcontento e del
discredito di massa, e con settori strategici della burocrazia
civile in rivolta, scoppia la lotta tra fazioni, tra le cricche
rivali all’interno dei “partiti ufficialmente al governo”.
L’“oligarchia
democratica” è spinta e tirata nelle varie direzioni: si decretano
tagli alla spesa sociale, ma questi possono trovare solo limitati
appoggi alla loro applicazione. Si decretano imposte regressive,
che non possono venire riscosse. Si scatenano guerre coloniali,
che non si possono vincere. La giunta esecutiva si dibatte tra
azioni di forza e di compromesso: robuste promesse per i banchieri
internazionali e poi, sotto pressioni di massa, si tenta di ritornare
sugli errori.
A lungo andare,
la democrazia oligarchica non è più utile per l’élite finanziaria.
Le sue pretese di rappresentanza democratica non possono più ingannare
le masse. Il prolungarsi dello stato conflittuale tra le fazioni
dell’élite erode la loro volontà di imporre a pieno l’agenda dell’oligarchia
finanziaria.
A questo punto,
la democrazia oligarchica come formula politica ha fatto il suo
corso.
L’élite finanziaria
è già pronta e decisa a scartare ogni pretesa di governo da parte
di questi oligarchi democratici. Sono considerati sì volonterosi,
ma troppo deboli; troppo soggetti a pressioni interne da fazioni
rivali e non disposti a procedere a tagli selvaggi nei bilanci
sociali, a ridurre ancora di più i livelli di vita e le condizioni
di lavoro.
Arriva in primo
piano il vero potere che muoveva le fila dietro le giunte esecutive.
I banchieri internazionali scartano la “giunta indigena” e impongono
al governo banchieri non-eletti – doppiando i loro banchieri privati
da tecnocrati.
La transizione verso la dittatura coloniale “tecnocratica”
Il governo
dei banchieri stranieri, alla fine venuto direttamente alla ribalta,
è mascherato da un’ideologia che descrive questo come un governo
condotto da tecnocrati esperti, apolitici e scevri da interessi
privati. Dietro alla retorica tecnocratica, la realtà è che i
funzionari designati hanno una carriera di operatori per- e- con
i grandi interessi finanziari privati e internazionali.
Lucas Papdemos,
nominato Primo ministro greco, ha lavorato per la Federal Reserve
Bank di Boston e, come capo della Banca centrale greca, è stato
il responsabile della falsificazione dei libri contabili a copertura
di quei bilanci fraudolenti che hanno portato la Grecia all’attuale
disastro finanziario.
Mario Monti,
designato Primo ministro dell’Italia, ha ricoperto incarichi per
l’Unione europea e la Goldman Sachs.
Queste nomine
da parte delle banche si basano sulla lealtà totale di questi
signori e sul loro impegno senza riserve di imporre politiche
regressive, le più inique sulle popolazioni di lavoratori di Grecia
e Italia.
I cosiddetti
tecnocrati non sono soggetti a fazioni di partito, nemmeno lontanamente
sono sensibili a qualsiasi protesta sociale. Essi sono liberi
da qualsiasi impegno politico ... tranne uno, quello di assicurare
il pagamento del debito ai detentori stranieri dei titoli di Stato
- in particolare di restituire i prestiti alle più importanti
istituzioni finanziarie europee e nord americane.
I tecnocrati
sono totalmente dipendenti dalle banche estere per le loro nomine
e permanenze in carica. Non hanno alcuna infarinatura di base
organizzativa politica nei paesi che governano. Costoro governano
perché banchieri stranieri minacciavano di bancarotta i paesi,
se non venivano accettate queste nomine. Hanno indipendenza zero,
nel senso che i “tecnocrati” sono soltanto strumenti e rappresentanti
diretti dei banchieri euro-americani.
I “tecnocrati”,
per natura del loro mandato, sono funzionari coloniali esplicitamente
designati su comando dei banchieri imperiali e godono del loro
sostegno.
In secondo
luogo, né loro né i loro mentori colonialisti sono stati eletti
dal popolo su cui governano. Sono stati imposti dalla coercizione
economica e dal ricatto politico.
In terzo luogo,
le misure da loro adottate sono destinate ad infliggere la sofferenza
massima per alterare completamente i rapporti di forza tra lavoro
e capitale, massimizzando il potere di quest’ultimo di assumere,
licenziare, fissare salari e condizioni di lavoro.
In altre parole,
l’agenda tecnocratica impone una dittatura politica ed economica.
Le istituzioni
sociali e i processi politici associati con il sistema di sicurezza
sociale democratico-capitalista, corrotto da democrazie decadenti,
eroso dalle democrazie oligarchiche, sono minacciati di demolizione
totale dalle prevaricanti dittature coloniali tecnocratiche.
Il linguaggio
di “sociale / regressione” è pieno di eufemismi, ma la sostanza
è chiara. I programmi sociali in materia di sanità pubblica, istruzione,
pensioni, e tutela dei disabili sono tagliati o eliminati e i
“risparmi” trasferiti ai pagamenti tributari per i detentori di
titoli esteri (banche).
I pubblici dipendenti vengono licenziati, allungata la loro età pensionabile,
e i salari ridotti e il diritto di permanenza in ruolo eliminato.
Le imprese pubbliche sono vendute a oligarchi capitalisti stranieri
e domestici, con decurtamento dei servizi ed eliminazione brutale
dei dipendenti. I datori di lavoro stracciano i contratti collettivi
di lavoro. I lavoratori sono licenziati e assunti a capriccio
dei padroni. Ferie, trattamento di fine rapporto, salari di ingresso
e pagamento degli straordinari sono drasticamente ridotti.
Queste politiche regressive pro-capitalisti sono mascherate da “riforme strutturali”.
Processi consultativi sono sostituiti da poteri dittatoriali del capitale
– poteri “legiferati” e messi in attuazione dai tecnocrati designati
allo scopo.
Dai tempi del
regime di dominio fascista di Mussolini e della giunta militare
greca (1967 - 1973) non si era mai visto un tale assalto regressivo
contro le organizzazioni popolari e contro i diritti democratici.
Raffronto fra dittatura fascista e dittatura tecnocratica
Le precedenti
dittature fasciste e militari hanno molto in comune con gli attuali
despoti tecnocratici per quanto concerne gli interessi capitalistici
che loro difendono e le classi sociali che loro opprimono. Ma
ci sono differenze importanti che mascherano le continuità.
La giunta militare
in Grecia, e in Italia Mussolini, avevano preso il potere con
la forza e la violenza, avevano messo al bando tutti i partiti
dell’opposizione, avevano schiacciato i sindacati e chiuso i parlamenti
eletti.
Alla attuale
dittatura “tecnocratica” viene consegnato il potere dalle élites
politiche della democrazia oligarchica - una transizione “pacifica”,
almeno nella sua fase iniziale.
A differenza
delle precedenti dittature, gli attuali regimi dispotici conservano
le facciate elettorali, ma svuotate di contenuti e mutilate, come
entità certificate senza obiezioni per offrire una sorta di “pseudo-legittimazione”,
che seduce la stampa finanziaria, ma si fa beffe di solo pochi
stolti cittadini. Infatti, dal primo giorno di governo tecnocratico
gli slogan incisivi dei movimenti organizzati in Italia denunciavano:
“No ad un governo di banchieri”, mentre in Grecia lo slogan che
ha salutato il fantoccio pragmatista Papdemos è stato “Unione
Europea, Fondo Monetario, fuori dai piedi!”
Le dittature
in precedenza avevano iniziato il loro corso come stati di polizia
del tutto vomitevoli, che arrestavano gli attivisti dei movimenti
per la democrazia e i sindacalisti, prima di perseguire le loro
politiche in favore del capitalismo. Gli attuali tecnocrati prima
lanciano il loro malefico assalto a tutto campo contro le condizioni
di vita e di lavoro, con il consenso parlamentare, e poi di fronte
ad una resistenza intensa e determinata posta in essere dai “parlamenti
della strada”, procedono per gradi ad aumentare la repressione
caratteristica di uno stato di polizia... mettendo in pratica
un governo da stato di polizia incrementale.
Politiche delle dittature tecnocratiche: campo di applicazione, intensità
e metodo
L’organizzazione
dittatoriale di un regime tecnocratico deriva dalle sue politiche
e dalla missione politica. Al fine di imporre politiche che si
traducono in massicci trasferimenti di ricchezza, di potere e
di diritti giuridici, dal lavoro e dalle famiglie al capitale,
soprattutto al capitale straniero, risulta essenziale un regime
autoritario, soprattutto in previsione di un’accanita e determinata
resistenza.
L’oligarchia
finanziaria internazionale non può assicurare per tanto tempo
una “stabile e sostenibile” sottrazione di ricchezza con una qualche
parvenza di governance democratica, e tanto meno una democrazia
oligarchica in decomposizione.
Da qui, l’ultima
risorsa per i banchieri in Europa e negli Stati Uniti è di designare
direttamente uno di loro a esercitare pressioni, a farsi largo
e ad esigere una serie di cambiamenti di vasta portata, regressivi
a lungo termine. La missione dei tecnocrati è di imporre un quadro
istituzionale duraturo, che garantirà per il futuro il pagamento
di interessi elevati, a spese di decenni di impoverimento e di
esclusione popolare.
La missione
della “dittatura tecnocratica” non è quella di porre in essere
un’unica politica regressiva di breve durata, come il congelamento
salariale o il licenziamento di qualche migliaio di insegnanti.
L’intento dei dittatori tecnocrati è quello di convertire l’intero
apparato statale in un torchio efficiente in grado di estrarre
continuamente e di trasferire le entrate fiscali e i redditi,
dai lavoratori e dai dipendenti in favore dei detentori dei titoli.
Per massimizzare
il potere e i profitti del capitale a scapito dei lavoratori,
i tecnocrati garantiscono ai capitalisti il potere
assoluto di fissare i termini dei contratti di lavoro, per quanto
riguarda assunzioni, licenziamenti, longevità, orario e condizioni
di lavoro.
Il “metodo
di governo” dei tecnocrati è quello di avere orecchio solo per
i banchieri stranieri, i detentori di titoli e gli investitori
privati.
Il processo
decisionale è chiuso e limitato alla cricca di banchieri e tecnocrati
senza la minima trasparenza. Soprattutto, in base a regole colonialiste,
i tecnocrati devono ignorare le proteste di manifestanti, se possibile,
o, se necessario, rompere loro la testa.
Sotto la pressione
delle banche, non c’è tempo per le mediazioni, i compromessi o
le dilazioni, come avveniva sotto le democrazie decadenti e oligarchiche.
Dieci sono le trasformazioni storiche che dominano l’agenda delle dittature
tecnocratiche e dei loro mentori colonialisti.
1)
Massicci spostamenti delle disponibilità di bilancio, dalle
spese per i bisogni sociali ai pagamenti dei titoli di stato e
alle rendite
2)
Cambiamenti su larga scala nelle politiche di reddito, dai salari
ai profitti, ai pagamenti degli interessi e alla rendita.
3)
Politiche fiscali fortemente regressive, con l’aumento delle imposte
sui consumi (aumento dell’IVA) e sui salari, e con la diminuzione
della tassazione su detentori di titoli ed investitori.
4) Eliminazione della
sicurezza del lavoro (“flessibilità del lavoro”), con l’aumento
di un esercito di riserva di disoccupati a salari più bassi, intensificando
lo sfruttamento della manodopera impiegata (“maggiore produttività”).
5) Riscrittura dei
codici del lavoro, minando l’equilibrio di poteri tra capitale
e lavoro organizzato. Salari, condizioni di lavoro e problemi
di salute sono strappati dalle mani di coloro che militano nel
sindacato e consegnati alle “commissioni aziendali” tecnocratiche.
6)
Lo smantellamento di mezzo secolo di imprese e di istituzioni
pubbliche, e privatizzazione delle telecomunicazioni, delle fonti
di energia, della sanità, dell’istruzione e dei fondi pensione.
Privatizzazioni per migliaia di miliardi di dollari sono sopravvenienze
attive su una dimensione storica mondiale. Monopoli privati rimpiazzano i pubblici e forniscono un
minor numero di posti di lavoro e servizi, senza l’aggiunta di
nuova capacità produttiva.
7) L’asse economico
si sposta dalla produzione e dai servizi per il consumo di massa
nel mercato interno alle esportazioni di beni e servizi particolarmente
adatti sui mercati esteri. Questa nuova dinamica richiede salari
più bassi per “competere” a livello internazionale, ma contrae
il mercato interno. La nuova strategia si traduce in un aumento
degli utili in moneta forte ricavati dalle esportazioni per pagare
il debito ai detentori di titoli di stato, provocando così maggiore
miseria e disoccupazione per il lavoro domestico. Secondo questo
“modello” tecnocratico, la prosperità si accumula per quegli investitori
avvoltoio che acquistano lucrativamente da produttori locali finanziariamente
strozzati e speculano su immobili a buon mercato.
8) La dittatura tecnocratica,
per progettazione e politiche, mira ad una “struttura di classe
bipolare”, in cui vengono impoverite le grandi masse dei lavoratori
qualificati e la classe media, che soffrono la mobilità verso
il basso, mentre si va arricchendo uno strato di detentori di
titoli e di padroni di aziende locali che incassano pagamenti
per interessi e per il basso costo della manodopera.
9) La deregolamentazione
del capitale, la privatizzazione e la centralità del capitale
finanziario producono un più esteso possesso colonialista (straniero)
della terra, delle banche, dei settori economici strategici e
dei servizi “sociali”. La sovranità nazionale è sostituita dalla
sovranità imperiale nell’economia e nella politica.
10) Il potere unificato di tecnocrati colonialisti
e di detentori imperialisti di titoli detta la politica che concentra
il potere in una unica élite non-eletta.
Costoro governano,
supportati da una base sociale ristretta e senza legittimità popolare.
Sono politicamente vulnerabili, quindi, sempre dipendenti da minacce
economiche e da situazioni di violenza fisica.
I tre stadi del governo dittatoriale tecnocratico
Il compito
storico della dittatura tecnocratica è quello di far arretrare
le conquiste politiche, sociali ed economiche guadagnate dalla
classe operaia, dai dipendenti pubblici e dai pensionati dopo
la sconfitta del capitalismo fascista nel 1945.
Il disfacimento
di oltre sessanta anni di storia non è un compito facile, men
che meno nel bel mezzo di una profonda crisi socio-economica in
pieno sviluppo, in cui la classe operaia ha già sperimentato drastici
tagli dei salari e dei profitti, e il numero dei disoccupati giovani
(18 - 30 anni) in tutta l’Unione europea e nel Nord America varia
tra il 25 e il 50 per cento.
L’ordine del
giorno proposto dai “tecnocrati” - parafrasando i loro mentori
colonialisti nelle banche – consiste in sempre più drastiche riduzioni
delle condizioni di vita e di lavoro. Le proposte di “austerità”
si verificano a fronte di crescenti disuguaglianze economiche
tra il 5% dei ricchi e il 60 % degli appartenenti alle classi
subalterne tra Sud Europa e Nord Europa.
Di fronte alla
mobilità verso il basso e al pesante indebitamento, la classe
media e soprattutto i suoi “figli ben educati”, sono indignati
contro i tecnocrati che pretendono ancor di più tagli sociali.
L’indignazione si estende dalla piccola borghesia agli
uomini di affari e ai professionisti sull’orlo della bancarotta
e della perdita di status.
I governanti tecnocratici giocano costantemente sulla insicurezza di massa
e sulla paura di un “collasso catastrofico”, se la loro “medicina
amara” non venisse trangugiata dalle classi medie angosciate,
che temono la prospettiva di sprofondare nella condizione di classe
operaia o peggio.
I tecnocrati lanciano appelli alla generazione presente per sacrifici, in
realtà per un suicidio, per salvare le generazioni future. Con
atteggiamenti dettati all’umiltà e alla gravità, parlano di “equi
sacrifici”, un messaggio smentito dal licenziamento di decine
di migliaia di dipendenti e dalla vendita per miliardi di euro
/ dollari del patrimonio nazionale a banchieri e investitori speculatori
stranieri. L’abbassamento della spesa pubblica per pagare gli
interessi ai detentori di titoli e per invogliare gli investitori
privati erode ogni richiamo all’“unità
nazionale” e all’“equo sacrificio”.
Il regime tecnocratico si sforza di agire con decisione e rapidità per imporre
la sua agenda brutale regressiva, l’arretramento di sessanta anni
di storia, prima che le masse abbiano tempo di sollevarsi e di
cacciarli.
Per precludere l’opposizione politica, i tecnocrati domandano “unità nazionale”,
(l’unità di banchieri e oligarchi), l’appoggio dei partiti in
disfacimento elettorale e dei loro leader e la loro sottomissione
totale alle richieste dei banchieri colonialisti.
La traiettoria politica dei tecnocrati avrà vita breve alla luce dei cambiamenti
sistemici draconiani e delle strutture repressive che propongono;
il massimo che possono realizzare è quello di dettare e tentare
di attuare le loro politiche, e poi tornarsene ai loro santuari
lucrativi nelle banche estere.
Governo tecnocratico : prima fase
Con l’appoggio
unanime dei mass-media e il pieno sostegno di banchieri potenti,
i tecnocrati approfittano della caduta dei politici disprezzati
e screditati dei regimi elettorali del passato.
Essi proiettano
un’immagine pulita del governo, che parla di un regime efficiente
e competente, capace di azioni decisive. Promettono di porre fine
alle condizioni di vita progressivamente in deterioramento e alla
paralisi politica dovuta allo scontro fra le fazioni dei partiti.
All’inizio
della loro assunzione di potere, i dittatori tecnocratici sfruttano
il disgusto popolare, giustificato, nei confronti dei politici
privilegiati “nullafacenti” per assicurarsi una misura del consenso
popolare, o almeno l’acquiescenza passiva da parte della maggioranza
dei cittadini, che sta annegando nei debiti e alla ricerca di
un “salvatore”.
Va notato che
fra la minoranza politicamente più preparata e socialmente consapevole,
che i banchieri ricorrano ad un “regime tecnocratico” da colonia,
questo provoca poco effetto: gli appartenenti alle minoranze immediatamente
identificano il regime tecnocratico come illegittimo, dato che
fa derivare i suoi poteri da banchieri stranieri. Essi affermano
i diritti dei cittadini e la sovranità nazionale. Fin dall’inizio,
anche sotto la copertura dell’assunzione del potere in uno stato
di emergenza, i tecnocrati devono affrontare un nucleo di opposizione
di massa.
I banchieri
realisticamente riconoscono che i tecnocrati devono muoversi con
rapidità e decisione.
Politiche shock dei tecnocrati : seconda fase
I tecnocrati
lanciano un “100 giorni” del più eclatante e grossolano conflitto
di classe contro la classe operaia dai tempi dei regimi militare
/ fascista.
In nome del
Libero Mercato, del Detentore di Titoli e dell’Empia Alleanza
fra oligarchi politici e banchieri, i tecnocrati dettano editti
e fanno passare leggi, immediatamente buttando sul lastrico decine
di migliaia di dipendenti pubblici. Decine di imprese pubbliche
sono mandate in blocco all’asta. Viene abolita la certezza del
posto di lavoro e licenziare senza giusta causa diventa la legge
del paese. Sono decretate imposte regressive e le famiglie vengono
impoverite. La piramide del reddito complessivo viene capovolta.
I tecnocrati allargano e approfondiscono le disuguaglianze e l’immiserimento.
L’euforia iniziale
che salutava il governo tecnocratico viene sostituita da biasimi
amari. La classe media inferiore, che ricercava una risoluzione
dittatoriale paternalistica della propria condizione, riconosce
“un altro raggiro politico”.
Come il regime
tecnocratico corre a gran velocità a completare la sua missione
per i banchieri stranieri, lo stato d’animo popolare inacidisce,
l’amarezza si diffonde anche tra i “collaboratori passivi” dei
tecnocrati. Non cadono briciole dal tavolo di un regime colonialista,
imposto al potere per massimizzare il deflusso delle entrate statali
a tutto vantaggio dei detentori del debito pubblico.
L’oligarchia
politica compromessa cerca di far rivivere le sue fortune e “contesta”
le peculiarità dello “tsunami” tecnocratico, che sta distruggendo
il tessuto sociale della società.
La dimensione
e la portata del programma estremista della dittatura, e il continuo
accumulo di frustrazioni di massa, spaventano i collaborazionisti
appartenenti ai partiti politici, mentre i banchieri li incalzano
per tagli alle garanzie sociali sempre più grandi e più profondi.
I tecnocrati
di fronte alla tempesta popolare che sta montando cominciano a
farsi piccoli e ritirarsi in buon ordine. I banchieri esigono
da loro maggiore spina dorsale e offrono nuovi prestiti per “mantenerli
in corsa”. I tecnocrati si dibattono in difficoltà - alternando
richieste di tempo e sacrifici con promesse di prosperità “dietro
l’angolo”.
Per lo più
fanno assegnamento sulla mobilitazione costante della polizia
e di fatto sulla militarizzazione della società civile.
Missione compiuta: guerra civile o il ritorno della democrazia oligarchica?
La riuscita
dell’“esperimento” con un regime dittatoriale colonialista tecnocratico
è difficile da prevedere. Una ragione è dovuta al fatto che le
misure adottate sono così estreme ed estese, tali da unificare
allo stesso tempo quasi tutte le classi sociali importanti (tranne
la “crema” del 5%) contro di loro. La concentrazione del potere
in una élite “designata” la isola ulteriormente e unifica la maggior
parte dei cittadini a favore della democrazia, contro la sottomissione
colonialista e governanti non eletti.
Le misure approvate
dai tecnocrati devono far fronte alla prospettiva improbabile
della loro piena attuazione, in particolare a causa di funzionari
e impiegati pubblici a cui si impongono licenziamenti, tagli di
stipendio e pensioni ridotte. I tagli a tutta l’amministrazione
pubblica minano le tattiche del “divide et impera”.
Data la portata
e la profondità del declassamento del settore pubblico, e l’umiliazione
di servire un regime chiaramente sotto tutela colonialista, è
possibile che incrinature e rotture si verificheranno negli apparati
militari e di polizia, soprattutto se vengono provocate sollevazioni
popolari che diventano violente.
A questo punto,
le giunte tecnocratiche non possono assicurare che le loro politiche
saranno attuate. In caso contrario, i ricavi vacilleranno, scioperi
e proteste spaventeranno gli acquirenti predatori delle imprese
pubbliche. La grande spremitura ed estorsione pregiudicherà le
imprese locali, la produzione diminuirà, la recessione si approfondirà.
Il governo
dei tecnocrati è per sua natura transitoria. Sotto la minaccia
di rivolte di massa, i nuovi governanti fuggiranno all’estero
presso i loro santuari finanziari. I collaborazionisti appartenenti
alle oligarchie locali si affretteranno ad aggiungere miliardi
di euro/dollari ai loro conti bancari all’estero, a Londra, New
York e Zurigo.
La dittatura
tecnocratica farà ogni sforzo per riportare al potere i politici
democratici oligarchici, a condizione che siano mantenute le variazioni
regressive poste in essere. Il governo tecnocratico vedrà la sua
fine con “vittorie di carta”, a meno che i banchieri stranieri
insistano che il “ritorno alla democrazia” operi all’interno del
“nuovo ordine”.
L’applicazione
della forza potrebbe rivelarsi un boomerang.
I tecnocrati
e gli oligarchi democratici, rinnovando la minaccia di una catastrofe
economica in caso di inosservanza, riceveranno un contrordine
dalla realtà della miseria effettivamente esistente e dalla disoccupazione
di massa.
Per milioni,
la catastrofe che stanno vivendo, risultante dalle politiche tecnocratiche,
prevale su qualsiasi minaccia futura. La maggioranza ribelle può
scegliere di sollevarsi e rovesciare il vecchio ordine, e cogliere
l’opportunità di istituire una repubblica socialista democratica
indipendente.
Una delle conseguenze
impreviste di imporre una dittatura di tecnocrati designati, radicalmente
colonialista, è che viene cancellato il panorama politico delle
oligarchie politiche parassite e si pongono le fondamenta per
un taglio netto. Questo facilita il rigetto del debito e la ricostruzione
del tessuto sociale per una repubblica democratica indipendente.
Il pericolo grave è quello che i politici screditati del vecchio ordine tenteranno
con la demagogia di impadronirsi delle bandiere democratiche delle
lotte “anti-dittatoriali anti-tecnocratiche”, per rimettere in
piedi quello che Marx definiva “la vecchia merda dell’ordine precedente”.
Gli oligarchi politici riciclati si adatteranno al nuovo ordine “ristrutturato”
dei pagamenti dell’eterno debito, come parte di un accordo per
conservare il processo in corso di regressione sociale senza fine.
La lotta rivoluzionaria contro i dominatori tecnocratici colonialisti deve
continuare e intensificarsi per bloccare la restaurazione degli
oligarchi democratici.
James Petras è un collaboratore assiduo di Global
Research.
Global Research Articles by James Petras www.globalresearch.ca
Per informazioni:
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prof. James
Petras, Professore emerito di sociologia all’università Binghamton
di New York. Ultimo libro pubblicato: The
Arab Revolt and the Imperialist Counter Attack, (Clarity
Press, March 2011). Recente libro tradotto in italiano : USA:
padroni o servi del sionismo? I meccanismi di controllo del potere
israeliano sulla politica degli USA (Libro Press, 2007).
(traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
Global
Research, 28 novembre 2011
Dicembre 2011