Una
cacofonia oscurantista
di Joseph Halevi |
Una nauseabonda cacofonia condotta al massimo livello
di decibel sta investendo da oltre due mesi il paese. Tutti accettano
in pieno che è tempo di «duri sacrifici» per
pagare i detentori del debito pubblico nazionale, prevalentemente
banche ed affini. Lo «scontro» é solo sulla ripartizione
dei sacrifici.
Non si ragiona sul fatto che le economie europee hanno ampie capacità
produttive eccedentarie.
I redditi della stragrande maggioranza dei cittadini europei non
sono però a un livello sufficiente ad attivare l'utilizzo
normale delle industrie e dei servizi al consumo. Queste imprese
investono poco e, se lo fanno, l'investimento é abbinato
a piani di ristrutturazione e delocalizzazione.
A loro volta le industrie di beni strumentali non ricevono - dalle
aziende di beni di consumo - nuovi impulsi a produrre per via dell'eccesso
di capacità.
In verità le aziende produttrici di macchinari potrebbero
espandere gli investimenti indipendentemente dai settori dei beni
di consumo, se vi fossero prolungate ondate di innovazioni tali
da coinvolgere l'insieme dell'economia.
Non é più così da decenni: su base decennale,
il tasso di crescita dell'insieme dei paesi dell'Ocse é andato
calando dal 1980, malgrado la rivoluzione nell'elettronica. Il Giappone,
fulcro dell'innovazione mondiale, entrò in una stagnazione
permanente proprio negli anni '90, quando l'elettronica s'involava,
e da allora non é mai riuscito a liberarsi dall'eccesso di
capacità produttiva.
Le esportazioni lo hanno solo parzialmente aiutato, e in misura
decresente, per giunta.
Per l'Unione Europea la strada delle esportazioni nette extraeuropee
come mezzo per assorbire l'eccesso di capacità é virtualmente
preclusa. Gli Usa non
tirano e le loro importazioni provengono essenzialmente dall'Asia;
mentre con Cina, Giappone e Corea, l'UE é grandemente deficitaria
malgrado l'espansione
del suo export verso Pechino.
Le fonte principale della dinamica della domanda europea risiede
quindi in una combinazione tra incrementi nella spesa pubblica e
nella massa di salari e stipendi. Ma queste sono proprio le voci
che vengono compresse dove c'é una gara al ribasso. In Germania,
ad esempio, il salario mensile medio calcolato ai prezzi del 2005
era nel 2010 del 2,5% inferiore al 2000. Per oltre il 50% dei dipendenti
il calo ha superato il 10%.
In queste condizioni non può ripartire niente e i paesi europei
finiscono solo per farsi reciprocamente le scarpe. Il tentativo
tedesco di saltare l'Europa per proiettarsi verso la Cina é
velleitario, in quanto la maggioranza del surplus commerciale di
Berlino proviene dalle esportazioni nette col resto della UE. Infatti
la Germania, dopo la sua fuga in avanti del 2010, sta per essere
risucchiata dallo statico plotone europeo (appena +0,1% del Pil
nel secondo trimestre 2011).
Le autorità di Bruxelles, come alcuni giorni fa anche Ignazio
Visco della direzione della Banca d'Italia, sono ormai consapevoli
che le misure di decurtazione dei bilanci hanno un impatto recessivo.
Visco ha giustamente osservato - come da tempo sostengo su questo
giornale - che l'effetto recessivo può allontare, tramite
il ridotto introito fiscale, il riequilibrio dei conti pubblici.
In queste ore la Grecia conferma tale analisi poiché l'implosione
economica del paese sta facendo mancare l'obiettivo di riduzione
del deficit pubblico. Si parla di un'ulteriore richiesta di aiuti!
Le autorità europee non vogliono però dire pubblicamente
che l'obiettivo della riduzione del debito pubblico, e ora perfino
del pareggio di bilancio, é incompatibile con misure di rilancio
economico che la stessa Bruxelles chiede. Fin dalla manovra Amato
del 1992, la Banca d'Italia era a conoscenza del fatto che ri-bilanciare
i conti pubblici significa trasferire il deficit sulle famiglie
e sulle imprese. Dallo scoppio della crisi mondiale, tra il 2007
ed il 2008, Martin Wolf del Financial Times ha sistematicamente
documentato tale dualità e ha criticato con ragione il Fondo
Monetario Internazionale, tacciandolo di «ignoranza»
per aver posto l'obiettivo dell'equilibrio sia dei conti pubblici
che di quelli privati. Più precisamente, le operazioni volte
al riequilibrio dei conti pubblici mettono in deficit le famiglie
e le imprese, le quali dovranno ridurre le spese in consumi e investimenti,
aumentando quindi la capacità produttiva inutilizzata. L'effetto
recessivo vanifica il progettato
rientro dal debito pubblico.
Bisogna pertanto opporsi all'idea che i sacrifici sono necessari.
Lo sarebbero se, dovendo costruire case o scuole o ospedali, i laterizi
e i macchinari non fossero sufficienti; in questo caso si dovrebbe
investire a scapito di altri settori. L'esempio presuppone però
che l'economia si trovi in una situazione di utilizzo elevato degli
impianti. Oggi ne siamo lontanissimi e anche la Cina sta accumulando
capacità inutilizzate.
Non vi sono pertanto vincoli reali alla spesa pubblica, come non
vi é nessuna necessità oggettiva nell'esigere sacrifici
da parte della popolazione; a maggior ragione nelle economie odierne,
ove la capacità di erogare beni e soprattutto servizi é
resa più estensibile dall'elettronica. Il nodo é rompere
la sudditanza verso il pagamento del debito pubblico come fonte
di rendite delle società finanziarie e anche delle grandi
imprese, in gran parte a loro volta finanziarizzate.
Affinché questo ragionamento abbia sbocchi pratici é
necessario entrare nel contenuto della spesa pubblica e rilanciare
il ruolo ridistributivo della fiscalità. Nell'oscurantismo
imperante, però, la mia é una pura illusione.
SETTEMBRE 2011
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