Crisi
del neoliberismo o del capitalismo ?
di Nicola Casale * |
Qualcuno già nutriva fiducia che la crisi
fosse in via di risoluzione. Alcuni indici sembravano autorizzare
la speranza. In particolare la crescita della produzione industriale,
mai interrottasi nei “paesi emergenti”, dava segni di
riavvio anche in Occidente (Germania e Usa in testa).
L’estate, invece, è stata calda. Nuovo violento salto
della crisi sul piano finanziario e scomparsa del trend positivo
della produzione industriale.
La crisi finanziaria ha aggredito gli stati più esposti
sul debito pubblico.
Era prevedibile, dopo che, per salvare banche e finanza, s’erano
accollati sui bilanci statali giganteschi debiti aggiuntivi (il
“cerbero dei conti” Tremonti in tre anni ha incrementato
il debito pubblico di 240 miliardi di euro. Dove son finiti se non
nelle casse disastratissime delle banche?).
La crisi finanziaria e il rischio di default di qualche stato hanno
ri-diffuso il germe della sfiducia ovunque e depresso di nuovo anche
quei segnali positivi di timida ripresa della produzione.
Questi eventi dimostrano ulteriormente il carattere sistemico della
crisi.
Essa non dipende da politiche particolari (il neo-liberismo), corrette
le quali il sistema possa tornare sulla strada di una nuova stabile
e lunga crescita. Il fatto centrale è che nel mondo circola
una massa enorme di capitale fittizio che esige la sua valorizzazione.
Questo capitale è frutto degli effetti moltiplicatori dell’ingegneria
finanziaria cui è stata lasciata, negli ultimi trent’anni,
crescente libertà creativa, ma non solo di essa. Anzi, la
creatività finanziaria si è affermata per dare risposta
al problema esploso nella sfera della produzione: la sovrapproduzione.
Le capacità produttive sparse per il mondo sono divenute
pletoriche per il sistema. Se tutte insieme funzionassero a pieno
regime produrrebbero una massa di merci destinate a rimanere invendute,
determinando un ulteriore crollo dei profitti. Il capitale, di conseguenza,
fugge dall’impiego produttivo perché questo lo ripaga
con profitti decrescenti e insegue il sogno di potersi riprodurre,
accrescendo il proprio valore, solo a partire da sé stesso
nella sua forma-denaro.
All’alchimia finanziaria si associa l’opera di saccheggio
della natura e della vita di intere popolazioni. Il meccanismo del
credito, affermatosi nella seconda metà del ‘900 per
strozzare i paesi de-colonizzati, si è esteso in modo inarrestabile
a tutte le attività di sussistenza anche delle classi già
sfruttate dell’Occidente, costrette per compensare i salari
decrescenti a ipotecare il proprio futuro prendendo a prestito.
Il sogno di ogni speculatore è di diffondere ovunque questo
meccanismo usuraio. Di arrivare a prestare a credito ai milioni
di arabi e africani, su cui lo stato locale esercita ancora il monopolio
del credito interno, e, sogno dei sogni, il miliardo e mezzo di
cinesi, cui uno stato “illiberale” impedisce di delibare
l’ebbrezza di sottoscrivere prestiti direttamente con le banche
occidentali.
L’appoggio delle potenze occidentali alle rivolte democratiche
in Nord-Africa contiene questa segreta speranza. Il loro target
prediletto sono i giovani acculturati che abbiano il “coraggio”
e la “predisposizione” a investire su “sé
stessi”, e cercano di sedurli con l’idea che la democrazia
simil-occidentale sia il regno delle opportunità e del merito,
che per affermarsi avrebbe bisogno solo di oculati finanziatori,
sorvolando sul fatto che si tratta di gente che per i propri interessi
di classe è disposta a strangolare i debitori.
Prendere la Libia a mano armata (con l’aiuto dei mercenari
italici: convinti dalla Rossanda a formare “brigate internazionali”?)
serve, tra le altre cose, anche a impedire che le rivolte potessero
favorire un tentativo di sviluppo economico a base regionale, finanziato
da capitali libici, allo stesso modo di come cerca di fare Chavez
con alcuni paesi del Sud America (Gheddafi, con tutte le “stranezze”
e infamie che gli si possono addebitare, il tentativo lo avrebbe
molto probabilmente messo in atto, considerando l’impegno
degli ultimi anni per un’unione politica, economica e monetaria
dell’Africa).
Ora si può rubare il tesoretto petrolifero e finanziario
libico, offrire ai libici l’emozionante libertà di
avere crediti dalle banche euro-americane, dopo averli liberati
del paternalismo statale che li riforniva di tutto (o quasi), e,
soprattutto, tornare alla carica con i giovani egiziani, tunisini,
ecc (con i quali, tuttavia, la partita non ha esito scontato!).
Questi indubitabili successi nel soggiogare il mondo all’usura
internazionale potranno, probabilmente, servire a ripagare il capitale
fittizio di una quota maggiore di interessi reali a cospetto di
quelli cartacei prodotti dall’ alchimia finanziaria e, quindi,
potranno contribuire a rimandare di un tot esplosioni più
devastanti della bolla finanziaria, ma potranno risolvere stabilmente
il problema centrale del sistema?
Per quante modifiche il capitalismo abbia inserito nel suo modo
di essere non può affrancarsi dalla sua maledizione di fondo:
il bisogno di alimentare la sua valorizzazione attraverso l’unica
forma che realmente lo valorizza: sottrarre pluslavoro al lavoro
salariato, trasformandolo in plusvalore. Il rapporto tra capitale
investito e plusvalore prodotto non va considerato a livello di
singola impresa, ma come rapporto sociale con dimensioni ormai mondiali.
La massa del capitale mondiale si appropria del plusvalore prodotto
a scala mondiale (grazie ai meccanismi di mercato, in particolare
dei mercati finanziari compiutamente globalizzati). La crescita
esponenziale del capitale che esige la propria valorizzazione si
confronta, dunque, con la base della produzione materiale e con
l’estrazione di plusvalore che riesce ad operare ai suoi danni.
La crescita di entrambi diviene sempre più problematica.
La produttività, ormai, cresce essenzialmente tramite la
compressione dei salari, ossia attraverso la loro svalorizzazione.
Dove più (Usa e Gb), dove meno (Germania), la svalorizzazione
dei salari è stata già notevole. Margini per incrementarla
ce ne sono ancora, ma ciò non toglie che si avvicina il limite
fisico oltre cui c’è solo una planetaria Auschwitz,
in cui la forza- lavoro è impiegata a costo zero fino alla
consunzione.
Ancora più difficile è incrementare la produzione
ai tassi che sarebbero necessari per ripagare con plusvalore reale
il mostruoso capitale esistente.
Negli ultimi decenni un gruppo di paesi “emergenti”
ha effettivamente incrementato la produzione a tassi elevati (Cina
in testa, Brasile, Russia, Sudafrica, India, Turchia) e ciò
si è tradotto in plusvalore che in misura notevole è
affluito in Occidente, consentendo di rinviare manifestazioni più
devastanti della crisi capitalistica mondiale. Tuttavia, questa
crescita non può essere eterna. Già dà segnali
di difficoltà e, soprattutto, inizia a doversi confrontare
con un risveglio di lotte operaie (soprattutto in Cina) che rischiano
di tagliare fortemente la messe di profitti dirottati a Ovest.
Il problema con cui, quindi, fare i conti è che il capitale
esistente si rivela sempre più eccessivo rispetto alla base
produttiva che lo deve riprodurre con profitto. Per risolverlo i
governi e le classi dominanti promuovono, al momento, una politica
basata su due capisaldi: a) salvare il capitale fittizio addossandone
il costo sul debito pubblico, costringendo “ceti medi”
e lavoratori a pagarne il prezzo con tagli al salario differito
(pensioni, sanità, ecc.); b) “creare le condizioni
per un ritorno all’
investimento produttivo”, ossia aumentare l’estrazione
di plusvalore, riducendo le resistenze individuali e collettive
allo sfruttamento.
Macelleria sociale. Per evitarla, si avanzano a sinistra alcune
soluzioni che ruotano attorno alla riedizione del keynesismo o del
mitico new deal. Le ricette si presentano come realistiche, pragmatiche,
ecc. e miranti a salvare capra (capitalismo) e cavoli (lavoratori
e “benessere diffuso”). Hanno davvero tutti questi pregi?
Una lettura meno mitizzata del new deal rivelerebbe facilmente
che i miglioramenti economici furono per le classi lavoratrici molto
meno profondi di quanto si dice, mentre ebbero uno straordinario
effetto, sul piano politico, a serrare legami nazionalistici tra
la classi in preparazione del secondo conflitto mondiale. Peraltro,
un confronto tra i contenuti delle politiche newdealiste e quelle
fasciste e naziste rivelerebbe delle “sorprendenti”
analogie. In entrambi i casi lo stato “entrava” in economia,
si mettevano alla berlina gli “speculatori” per esaltare
la produttività del lavoro, si sostenevano politiche protezioniste
senza lesinare critiche feroci ai concorrenti, si legava a doppio
filo lo sforzo di lavoro al bene “del paese”. In entrambi
i casi, inoltre, un vero rilancio della produzione si ebbe solo
con l’incremento della produzione bellica.
È possibile il new deal in condizioni diverse? Il suo presupposto
è la crescita dell’indebitamento dello stato. Se ad
essa non consegue un incremento di produzione e plusvalore, si sostanzia
semplicemente in creazione di ulteriore capitale fittizio, e, dunque,
in un aggravamento del problema e non nella sua soluzione. Di un
rischio del genere lo stato e le classi dominanti si possono far
carico in un solo caso: quando si punta a distruggere una grande
quota di capitale fittizio … in mano ai concorrenti/nemici.
Analogo risultato (moltiplicazione di capitale fittizio) avrebbe
oggi qualunque tipo di politica keynesiana. Questo effetto non si
produsse negli anni successivi alla seconda guerra mondiale esclusivamente
perché le distruzioni belliche avevano creato le condizioni
per la crescita reale della produzione materiale, e, di conseguenza,
i debiti pubblici degli stati poterono funzionare come volano della
ricostruzione e del riavvio del ciclo del capitale, liberatosi della
zavorra del capitale fittizio antecedentemente creato, con la distruzione
di buona parte delle capacità produttive in eccesso e, soprattutto,
della forza-lavoro eccedente.
Oggi nessuno stato rinuncia al keynesismo per indebitarsi a pro
di grandi opere infrastrutturali. Ma Tav, ponti, autostrade, Malpense,
Expo, non riescono in nessun modo a essere di stimolo al rilancio
dell’attività produttiva, mentre ingigantiscono i debiti
pubblici. Effetto non diverso si avrebbe se al posto delle grandi
si finanziassero le piccole opere. Molte di queste avrebbero reale
utilità sociale a confronto con le grandi, ma il valore d’uso
dal capitalismo è preso in considerazione solo in quanto
suscettibile di trasformarsi in valore di scambio capace di realizzare
plusvalore. Le grandi opere hanno rispetto alle piccole il pregio
di generare grandi profitti anche se condividono con esse l’
incapacità di promuovere un rilancio generale della produzione,
cioè un ritorno massiccio dell’investimento di capitale
nell’attività produttiva.
Su questo piano efficacia nulla hanno anche i progetti di nuovi
prodotti atti a soddisfare nuovi bisogni ambientali, ecologici,
di vita sociale e individuale ecc. Grandi o piccoli piani di green
economy possono, tuttalpiù, sostituire parte delle merci
oggi prodotte, ma non sono in grado di risolvere alla base il problema
del sistema capitalistico che necessita di incrementare, allo stesso
tempo, produzione e plusvalore in proporzioni adeguate a riprodurre
con profitto il capitale accumulato. (E inoltre che fine farebbero
i capitali investiti in produzioni old style? Si tradurrebbero in
ulteriore capitale fittizio a caccia di valorizzazione…).
A fronte di tutte queste soluzioni che si avanzano a sinistra per
rilanciare il sistema, bisogna dire che, da un punto di vista capitalistico,
è molto più coerente quella di Sacconi-Bonanni: per
attrarre capitali nella produzione spogliamo i lavoratori di ogni
diritto; visto che la competitività è sul costo del
lavoro, riduciamo il più possibile quello dei lavoratori
italiani. Certo, sarebbe anch’essa una soluzione momentanea,
che ridurrebbe un po’ la crisi per il capitale nazionale,
scaricandone un po’ di più altrove, ma, almeno, avrebbe
la possibilità di suonare davvero seduttiva per qualche detentore
di capitale a caccia di remunerazione.
Per poter rilanciare il sistema del profitto c’è bisogno,
dunque, di una significativa limatura del capitale esistente, di
una sua pesante svalorizzazione, di bruciare, insomma , una buona
parte di capitale fittizio. La tornata di crisi del 2007-2008 ne
ha bruciato un po’, anzitutto negli Usa, ma l’intervento
dei governi ha limitato le conseguenze della svalorizzazione, sostenendo
i valori finanziari con l’immissione di nuovi capitali fittizi.
Ha rinviato il problema, nella speranza di trovare le soluzioni
per rilanciare l’ attività produttiva. Invece del rilancio
della produzione è arrivata una nuova tornata della crisi
finanziaria che sta bruciando altre quote di capitali
fittizio, soprattutto ai danni dei paesi europei periferici e delle
banche che ne detengono i titoli del debito pubblico. Si tratta,
però, ancora di quote limitate. Come realizzare una più
generale svalorizzazione? Nelle precedenti crisi l’evento
in grado di distruggere capitale fittizio e reale (a partire dal
capitale umano forza- lavoro) è stata la guerra. Rischia
di tornare all’ordine del giorno?
Di guerre nel mondo ce ne sono già, e sono tutte, in ultima
istanza, guerre per il profitto o per il dominio ai fini del profitto,
ma quella che servirebbe allo scopo suddetto dovrebbe essere ben
altrimenti distruttiva, e, soprattutto, distruggere là dove
il capitale s’è accumulato in eccedenza: Usa, Europa
e Giappone.
All’immediato le condizioni del precipitare in un conflitto
bellico mondiale sembrano non esserci (non va, tuttavia, dimenticato
che al precipitare della II guerra mondiale fu sufficiente un periodo
brevissimo, 5-6 anni), eppure non si può negare che anche
nel campo di antiche alleanze che sembravano fuse nell’ acciaio
iniziano a emergere linee di contrapposizione e di rottura, che
vanno al di là di una “normale” concorrenza.
Un terreno molto importante è, per esempio, la guerra finanziaria
tra dollaro ed euro. Il declino relativo degli Usa come potenza
produttiva è stato inarrestabile dalla fine della seconda
guerra mondiale. Controbilanciato dalla potenza finanziaria e monetaria,
sostenuta da una inaudita potenza di fuoco che ha garantito la stabilità
dell’intero sistema capitalistico ed è riuscita a vanificare
l’ondata di lotte anti-imperialiste suscitate dalle spinte
de- colonizzatrici degli anni ‘50 e ’60. Finanza e dollaro
hanno conservato agli Usa il ruolo di collettore principale del
plusvalore prodotto in tutto il mondo, ma li hanno resi anche più
esposti all’avanzare delle contraddizioni del sistema (i divari
sociali, anche se non ancora le tensioni -paradossalmente frenate
dalla presidenza Obama- sono potenzialmente più esplosivi
che in Europa). Gli Usa sono il detentore della quota maggiore di
capitale fittizio e sono il paese che ha dovuto svenare di più
i bilanci pubblici per evitare una maggiore esplosione della bolla
finanziaria. Il forte indebitamento (pubblico e privato) degli Usa
ha consentito di rimandare l’esplosione dei problemi, tenendo
in vita gli apparati produttivi dislocati altrove, mentre il signoraggio
del dollaro gli permetteva di sottrarre profitti e plusvalore dappertutto.
La sostenibilità di questo indebitamento diviene però
sempre più problematica, e il dollaro da moneta-rifugio rischia
di trasformarsi in un buco nero che minaccia di svalutarsi, deprezzando,
di conseguenza, tutti gli assets detenuti in dollari, facendo esplodere
dalla fondamenta l’american way of life.
Per arrestare il declino del dollaro è, per i capitali Usa,
essenziale evitare che si configuri un’alternativa al dollaro.
La Cina va prospettando insistentemente la necessità di una
moneta mondiale, basata sulla media ponderata delle principali monete.
Una soluzione che gli Usa osteggiano, anche se molti statunitensi
(a partire da quelli raccolti nel Club Bilderberg assieme ad altri
maggiorenti mondiali) cominciano a prenderla in considerazione,
contando di poter conservare comunque il predominio in ragione della
potenza bellica e della capacità di controllo politico sull’intero
mondo. Se la minaccia potenziale è posticipata, esiste tuttavia
la minaccia reale della concorrenza dell’euro come moneta
più affidabile del dollaro. La finanza americana si è,
di conseguenza, impegnata a dimostrare che l’euro non è
affatto
più sicuro del dollaro, dando avvio a ricorrenti speculazioni
sui titoli del debito pubblico dei paesi e delle banche europee.
La manovra punta anche a un secondo obiettivo. La crisi finanziaria
in Europa brucerebbe, infatti, una parte del capitale fittizio complessivo,
lasciando, tuttavia, le ceneri al di qua dell’Atlantico.
Questi attacchi sono andati, finora, a buon fine. L’euro
ha traballato (e traballa) davvero, alcuni stati europei sono a
rischio default, l’intera costruzione europea rischia di scomparire
come elemento in grado di porsi come alternativa economica-finanziaria
agli Usa nel predominio sull’intero mondo. Una crisi dell’euro
e della UE non ridurrebbe, ma anzi aggraverebbe tutti i fattori
generali di crisi. Di questo sono senz’altro consapevoli i
dirigenti politici e finanziari nordamericani, ma, non di meno,
al punto in cui sono le cose comincia a farsi strada la necessità
di rivalutare l’antico motto: mors tua, vita mea.
Non siamo alla precipitazione dello scontro, ma, per ora, agli
sgambetti tra antichi amici, che possono anche semplicemente preludere
a un nuovo compromesso, in cui, però, qualcuno dovrebbe rimetterci
qualcosa. La trovata degli eurobonds, per esempio, piace a molti
statunitensi. Con essi si progetta di salvare l’euro, perché
le finanze degli stati “sani” garantirebbero la solidità
del debito di quelli “malati”. L’euro continuerebbe
a sopravvivere, ma sarebbe più debole, in quanto la speculazione
finanziaria avrebbe la certezza che ogni attacco a stati o banche
europee andrebbe a sicuro bottino, pagato da economie più
solide. Per la finanza Usa sarebbe come mettere un’ipoteca
permanente sulla capacità produttiva europea, e in particolare
tedesca. Il progetto eurobonds naturalmente piace agli stati europei
“periferici”, perché sarebbe una garanzia dal
proprio default, tuttavia, ove la Germania vi acconsentisse porrebbe
condizioni di politica finanziaria e fiscale per l’ intera
Europa da far gridare fin d’ora all’esproprio di sovranità
nazionale.
Così da un lato si fa avanti chi denuncia lo strapotere
finanziario anglo- americano che vuole succhiare il sangue dei popoli
che producono. Dall’altro qualcuno già comincia a paventare
che un nuovo nazismo si faccia largo dietro le pretese tedesche
di determinare le politiche degli altri paesi. Non è “curioso”
che riaffiorino temi così spaventosamente simili a quelli
che fecero da prodromo alla seconda guerra mondiale?
Un altro segnale dell’aprirsi di scontri tra vecchi sodali
è stata la vicenda libica, con Sarkozy-Cameron fortemente
impegnati (mentre realizzavano l’ obiettivo collettivo di
tutti i paesi imperialisti di rinforzare la riconquista coloniale
dell’Africa, e respingere l’estensione degli affari
cinesi) sia a stabilire alleanze preferenziali con gli Usa, smarcandosi
dalle preoccupazioni tedesche, sia a tirare un bel tiro mancino
all’alleato italiano che in Libia vi predominava per affari
e investimenti.
Un’analisi approfondita di questioni geo-politiche potrebbe
offrire molti più elementi per rispondere alla domanda (si
pensi, per esempio, alla assoluta identità di politiche,
tra presidenti americani neo-cons e lib-dem, nell’ accerchiare
politicamente e militarmente la Cina, o nel tenere nel mirino Cuba,
Venezuela, Siria ed Iran), ma non è questa la sede per farla.
Quei pochi cenni servono solo per approcciare una risposta alla
domanda: la possibilità della precipitazione della crisi
in uno scontro armato generalizzato è peregrina?
Un evento di quel tipo avrebbe bisogno del realizzarsi di una seconda
fondamentale condizione: la disponibilità di massa a immolare
la vita lavorativa e la propria vita tout court per il bene supremo
della difesa della patria. È immaginabile che dalle società
odierne si transiti verso una partecipazione massiva a guerre generalizzate?
La questione meriterebbe un esame approfondito. Anche uno sguardo
superficiale, ad ogni buon conto, mostra che anche su questo piano
alcuni elementi cominciano a farsi spazio.
Innanzitutto la base del nazionalismo, nonostante gli effetti disastrosi
delle due guerre mondiali, non si è mai dissolta. È
stata tenuta accuratamente in caldo da tutte le forze politiche
che hanno gestito il potere dopo la “liberazione dal fascismo
e dal nazismo”, e, soprattutto, è divenuta il terreno
naturale del movimento operaio, dopo la breve parentesi internazionalista
degli anni ’20. Ha gioco facile oggi un Napolitano a fare
appello all’unità del paese contro i rischi della crisi,
trovando ascolto nelle opposizioni interne ed esterne al parlamento.
Anche a sinistra predominano di gran lunga coloro che si muovono
dentro lo stesso orizzonte, preoccupato di salvare il “nostro
paese”, orizzonte solo apparentemente più ampio è
coltivato da coloro che lo allargano fino a comprendere l’Europa.
Ovunque agisce la convinzione di muoversi nell’ interesse
di comunità pluriclassiste (all’interno delle quali
rivendicare, tuttalpiù, una diversa re-distribuzione della
ricchezza) che si identificano con un territorio, contrapponendosi
ad altre realtà con gli stessi caratteri.
Il paese (per alcuni l’Europa) diviene così “bene
comune” per antonomasia.
Questo “naturale” nazionalismo è una base utile
per sviluppare un consenso di massa ad eventuali scontri bellici,
ma non è, ovviamente, sufficiente.
Dovrebbe, per così dire, aggressivizzarsi. Un compito che
può far proprio solo una destra estrema. Questa, al momento,
è presente dappertutto, ma con dimensioni e influenza decisamente
scarse (anche se, a volte, cfr. eccidio di Oslo, decisamente esplosive!).
Anche su questo terreno, però, non tutto è fermo.
Le teorizzazioni dell’’unità interclassista a
difesa della patria (italiana, padana, norvegese, ecc.) in modo
aggressivo contro l’ arabo-islamico, lo stra-potere americano
(da ultimo, la Le Pen in Francia), oppure, contro la concorrenza
“sleale” della Cina, incontrano un favore “popolare”
crescente. “Prove di trasmissione” che hanno fatto,
però, già alcune esperienze di mobilitazione di massa
contro immigrati e rom, puntualmente dipinti come parassiti in contrappunto
al popolo produttivo padano, italico, europeo… Un percorso,
insomma, che introietta l’esigenza del sistema capitalistico
di ri-generarsi tornando al “lavoro produttivo”, dopo
aver
eliminato il “parassitismo” da lui stesso generato.
È possibile fermare questa deriva?
Un pacifismo come quello contro la guerra all’Iraq (peraltro
assente, se non complice, sulla guerra alla Libia) avrebbe ben scarse
possibilità. Per fermarla c’è un’unica
possibilità: un forte e organizzato movimento internazionale
che leghi strettamente la lotta alla guerra alla lotta al sistema
capitalistico che di continuo la produce. Un movimento che rifiuti
l’artificiosa linea di faglia costruita sulla “nazione”
o sul “paese” e che si attesti, invece, su una linea
di faglia di classe, che non si blocchi ad alcuna frontiera.
È un discrimine puramente ideologico? Nelle condizioni attuali
di sviluppo delle resistenze di massa e della discussione politica
che le circonda, può apparirlo. Eppure non lo è affatto,
perché ha dei formidabili risvolti immediati sul terreno
pratico: quanta più forza si avrebbe già ora se invece
di considerare gli operai cinesi (polacchi, rumeni, ecc.) concorrenti
sleali sul costo del lavoro, li si considerasse alleati nella resistenza
allo sfruttamento? Analogo ragionamento vale per le masse arabe,
sudamericane, ecc.: possono essere alleati nella lotta o vanno lasciati
sotto il dominio della “comunità internazionale”
che è formata dagli stessi governi, banchieri, padroni che
operano il saccheggio ai danni delle classi sfruttate d’ Occidente?
Le resistenze di massa ai passaggi della crisi non mancano (dalla
straordinaria resistenza dei No-Tav alle lotte inglesi, greche,
nord-africane, cinesi, indiane, sud-americane, persino israeliane
e italiane, al di là di chi al momento si propone come direzione
politico-sindacale). Il rifiuto di “pagare la crisi”
apre sprazzi di coscienza su chi non la paga, ma anzi ne approfitta,
dopo esserne stato causa. Si tratta di elementi importanti, sui
quali si possono aprire dinamiche profonde di lotta tra le classi.
Sul piano delle potenzialità, da essi può svilupparsi
tanto una lotta contro il sistema capitalista nel suo insieme quanto
una lotta per rilanciare un “capitalismo degli onesti”
che “rigeneri lo stato” e consolidi una “comunità
nazionale” che tiri fuori le unghie nel confronto con gli
altri stati. A determinare quale
percorso prevarrà intervengono molteplici fattori. Ciò
non di meno un fattore molto importante potrebbe essere costituito
dalla presenza di una tendenza
politica che accompagni quelle resistenze, le appoggi e le rafforzi
(anche imparando da esse), con una sua autonoma presenza anticapitalista.
Nel senso di contro il capitalismo e non contro questa o quella
sua stortura. Che non si preoccupi di trovare merci “socialmente
utili” da produrre, ma che metta in discussione il sistema
stesso delle merci. Che non si preoccupi di come distribuire il
denaro, ma di come abolirlo per fondare i rapporti di produzione
non sullo scambio monetario -che presuppone il guadagno e l’accumulo
individuale di ricchezza- ma sui bisogni di vita della comunità
umana nella sua integrazione con l’ambiente naturale. Che
si batta per fondare una società umana non basata sul potere
di chi detiene le leve proprietarie o della conoscenza per muovere
le forze produttive, ma sulla cooperazione sociale di esseri umani
che non sono caratterizzati dalla loro collocazione sociale (operai,
tecnici, manager, professori, ecc.) ma dalla possibilità
di vivere ognuna di queste funzioni senza essere schiavizzati in
nessuna di esse.
Utopia? Non è forse più utopico credere, ancora oggi!,
nella riforma del capitalismo, o addirittura nella sua auto-riforma?
da infoaut.org
SETTEMBRE 2011
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