La
lunga storia di una crisi di sistema, scenari e proposte
intervista
a Luciano Vasapollo
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Con questa lunga e articolata intervista il professor
Luciano Vasapollo offre una propria ricostruzione della crisi
che sta sconvolgendo il capitalismo mondiale. Una crisi politica
da cui non si può uscire con ricette palliative ma solo
con una proposta di alternativa radicale.
La crisi attuale e le turbolenze in Europa di questi mesi vanno
lette per Luciano Vasapollo, Professore di economia applicata
all’Università La Sapienza e Direttore di Cestes
– Proteo (Centro Studi dell’USB), all’interno
di un processo storico-economico molto lungo di cui bisogna assolutamente
tenere conto in maniera puntuale per capirne la reale entità.
«Quanto sta accadendo oggi è la conseguenza politico-economica
di quanto avviene da molti anni e non è un dettaglio comprendere
la tipologia, l’origine e gli effetti di questa crisi. Nel
modo di produzione capitalista si possono, in termini marxiani
definire e analizzare tre tipologie di crisi, quella a carattere
congiunturale, quella strutturale e quella sistemica. Oggi tutti
parlano di crisi sistemica ma pochi sanno veramente di cosa si
tratta, ed inoltre quando noi analisti marxisti ne parlavamo in
tempi non sospetti già negli anni novanta nessuno ci dava
credito».
E quali sono le differenze sostanziali?
«La crisi congiunturale è da considerarsi “normale”,
poiché non è vero che il modo di produzione capitalistico
è in equilibrio o in costante crescita quantitativa. Aveva
perfettamente ragione Marx quando individuava le crisi come fase
interna del ciclo in un modello economico produttivo di disequilibrio,
e quindi fasi di sovrapproduzione, situazione che obbliga alla
conseguente irrinunciabile condizione di bruciare forze produttive,
distruggendo cioè forza lavoro e capitali in eccesso, materiali,
tecnologici e finanziari, per poter ricreare le condizioni di
una crescita capace di realizzare masse e tassi di profitto reputati
“soddisfacenti” e ottenuti attraverso gli investimenti
di plusvalore in nuovi processi di accumulazione del capitale
a maggiore profittabilità .
La grande crisi del 1929 assume invece caratteri di strutturalità
poiché il capitale internazionale aveva bisogno di un nuovo
e diverso modello di accumulazione, anche se la stessa crisi di
allora appariva o veniva presentata come quella di oggi come fosse
di carattere finanziario, ma in realtà partiva da una profonda
crisi dei fondamentali macroeconomici dello stesso modo di produzione
capitalistico. Si è usciti da tale crisi con la messa a
produzione di massa del fordismo e del taylorismo, e applicando
il modello keynesiano di sostenimento della domanda realizzando
un grande intervento pubblico, cioè innalzando gli investimenti
in spesa pubblica, che non si traduce immediatamente in spese
sociali.
Tanto è che dalla crisi del 1929 non si è usciti
con il new deal ma attraverso il keynesimo militare che esprime
il suo massimo livello con la seconda guerra mondiale e con la
stessa ricostruzione post- bellica. Gli Stati Uniti diventano
la nuova locomotiva mondiale allo sviluppo capitalistico, infatti
rafforzando l’apparato industriale militare nella preparazione
alla guerra e non dovendosi neanche preoccupare a guerra finita
della loro ricostruzione perché non subiscono danni nel
loro territorio, possono dedicare risorse da destinare agli investimenti
produttivi nella ricostruzione dopo i danni di guerra subiti dai
paesi europei, realizzando così un forte interventismo
statale attraverso la politica degli aiuti sul modello dei “Piani
Marshall”.
Tale situazione permette agli USA di realizzare un proprio sviluppo
economico basato soprattutto sull’import e sull’indebitamento,
interno , esterno, pubblico e privato. Una economia così
strutturata sull’indebitamento poiché basata sull’importazione,
determina quantità di dollari e di titoli in dollari certamente
superiori alla ricchezza realizzata dagli Stati Uniti, contravvenendo
così alle regole basilari degli accordi di Bretton Woods.
I paesi creditori accumulano così valuta USA in un mondo
fortemente “dollarizzato”. Si arriva al punto a fine
anni ’60 che i dollari in circolazione a livello mondiale
sono almeno sei volte la ricchezza degli Stati Uniti e quindi
di fatto gli accordi di Bretton Woods inevitabilmente saltano
per una imposizione unilaterale da parte degli Usa, che vogliono
campo libero per un ulteriore sviluppo del loro modello importatore-debitorio
da imporre al mondo in termini politico-commerciale o anche politico-militare
espansionistici.
Anche perché intanto muta lo scenario mondiale?
«Infatti nel frattempo entrano in campo due nuovi competitori
internazionali, cioè i Paesi sconfitti nel conflitto, la
Germania e il Giappone, che scelgono per la ricostruzione e il
rafforzamento del proprio sistema di sviluppo interno, un modello
capitalistico diverso da quello statunitense, meno aggressivo.
Tale modello è stato definito renano – nipponico,
e si basava soprattutto su un forte e riqualificato apparato industriale,
in funzione di una articolata e competitiva propensione all’esport,
mantenendo un ruolo importante dell’impresa pubblica; un
modello sostenuto da un consociativismo con le forze sindacali
controbilanciato da un capitalismo più a carattere sociale
rispetto a quello USA, o meglio anglosassone, definito anche capitalismo
aggressivo e selvaggio. Il modello renano-nipponico ha permesso
a tali paesi un forte rafforzamento dell’apparato industriale
interno, mantenendo salari relativamente più alti, imponendo
così una condizione di bassa conflittualità sociale.
Tale strutturazione ha creato da subito problemi competitivi agli
Usa che verso il Giappone hanno scatenato una vera guerra speculativa
per diminuire la competitività internazionale del Giappone
e dello yen. La Germania nel frattempo continua il proprio rafforzamento
industriale con una forte capacità esportatrice e per poter
mantenere tale modello aveva bisogno di una moneta forte e di
un’area europea che assumesse i caratteri di polo economico-commerciale
e monetario a guida tedesca, e per far ciò necessitava
eliminare competitori interni a tale nuovo polo geoeconomico deindustrializzandoli
e rendendoli dipendenti dall’esport della Germania..
È allora che comincia la crisi sistemica che oggi vediamo
chiaramente.
Intanto con la fine degli accordi di Bretton Woods nel 1971 si
evidenzia anche l’inizio dell’attuale crisi sistemica,
a causa delle stesse difficoltà nel realizzare da parte
del capitale internazionale un nuovo modello di accumulazione
in grado da permettere non solo la crescita della massa complessiva
del plusvalore ma tale che sappia mantenere per i paesi a capitalismo
avanzato quei tassi di profitto reputati congrui per far ripartire
il sistema ai livelli di crescita alla profittabilità desiderata
.
Gli effetti di tale crisi portano necessariamente all’acuirsi
della competizione globale, che viene definita come la nuova fase
della globalizzazione; in effetti una nuova fase della mondializzazione
capitalista in cui a globalizzarsi in effetti è l’espansione
soffocante della finanza. In effetti la crisi sistemica del capitale
necessita della globalizzazione neoliberista che sviluppa politiche
economiche restrittive tese a contrarre i salari diretti, indiretti
e differiti e contemporaneamente a tentare di aumentare la massa
dei ricavi, per compensare la evidente caduta tendenziale del
saggio di profitto. Si cerca così di invadere nuovi mercati
attraverso nuovi progetti e modalità di presentarsi degli
imperialismi, a matrice USA ed euro-germanica, a carattere economico-politico-militare
per tentare di risolvere la crisi. Agli altri paesi europei viene
imposta la deindustrializzazione e la delocalizzazione dell’attività
produttiva in un nuovo disegno della divisione internazionale
del lavoro.
Si sviluppa in tal modo la cosiddetta fase della globalizzazione
neoliberista partendo da forti processi di deregolamentazione
dei mercati, abbattendo il ruolo interventista nell’economia
da parte degli Stati, puntando ad un modello di competizione globale
che sviluppa in primis un attacco senza precedenti al costo del
lavoro e contemporaneamente processi di delocalizzazione produttiva
(in paesi con lavoro a basso costo ma specializzato, non normato
e non sindacalizzato, in questo modo si fa piazza pulita dell’industria
dei maggiori competitori europei con la Germania), esternalizzazioni,
privatizzazioni e dirottando risorse su una finanza aggressiva
e destabilizzante, tentando di realizzare con le rendite quanto
non si riusciva ad ottenere in termini di profitti.
Il Marco non può farcela a reggere alla competizione internazionale
con l’area del dollaro se non si crea un polo economico
commerciale europeo che metta la moneta tedesca in condizione
di competere col dollaro e con un’economia della Germania
che possa ambire a diventare la nuova locomotiva del capitalismo
internazionale.
Insomma fin dagli anni ’70 si gettano le basi per la costruzione
dell’Europa dell’euro e del polo imperialista europeo».
Quindi l’euro è di fatto una moneta
che sostituisce il marco?
«La costruzione del polo imperialista europeo di fatto avviene
sulle necessita competitive internazionali della Germania; pertanto
lo stesso euro è da considerarsi una sorta di Super Marco,
ed infatti i tassi di cambio imposti agli altri paesi europei
non sono stati pesati in base alla ricchezza dei singoli Stati
ma in funzione delle necessità competitive politico-economiche
e politico-monetarie della Germania. Non è un caso che
nei mesi successivi all’introduzione dell’euro, ad
esempio, in Italia. il potere d’acquisto dei salari di fatto
si dimezza poiché con un euro si acquista in pratica più
o meno ciò che pochi mesi prima si acquistava con mille
lire e non con le 1936 imposte dalla quotazione di cambio dell’euro.
La costruzione del polo euro-germanico necessita di una nuova
divisione europea del lavoro nel quale i paesi dell’Europa
meridionale-mediterranea si trasformino in aree di importazione,
infatti proprio i dati di maggio 2012 confermano che il 45% delle
esportazioni tedesche si riversano proprio nell’are europea.
Si risolvono così, quindi, le necessità competitive
del modello tedesco che evidenzia significativi surplus della
bilancia dei pagamenti che trovano possibilità di investimento
ad alto rendimento acquisendo il deficit della bilancia dei pagamenti
degli altri paesi europei in particolare quelli mediterranei,
cioè acquistandone i loro titoli del debito pubblico. Il
surplus tedesco è determinato dal proprio modello di esportazione
che realizza profitti sull’import degli altri paesi europei,
i quali essendo ormai deindustrializzati sono costretti ad indebitarsi
sempre più e alla fine il surplus finanziario tedesco realizza
rendite dall’acquisto dei titoli del debito pubblico dei
PIIG. Ci sono surplus finanziari che non possono restare immobili
quindi la Germania si compra i titoli del debito pubblico dei
PIIGS.( volgare acronimo, che significa maiali, utilizzato dai
potentati del capitale per identificare la marginalità
resa utile e indispensabile per sorreggere l’impianto imperialista
euro-tedesco) ».
Ma il problema è il debito pubblico?
«In realtà i dati ci confermano che ad essere fuori
controllo è il debito privato, soprattutto delle banche
e delle grandi imprese, e il debito pubblico si è formato
nel tempo non per l’eccessiva spesa sociale. Infatti ad
esempio in Italia l’impennarsi del debito pubblico è
dovuto alle scelte dei governi già dagli anni ’70
di accettare per ragioni politico-clientelari livelli incompatibili
di evasione fiscale funzionale al sistema partitico e politico-economico;
elargizioni clientelari al sistema di impresa attraverso incentivi,
defiscalizzazioni, rottamazioni, ecc.; stanziamenti di cifre altissime
per grandi opere pubbliche mai realizzate e utili solo per foraggiare
il circolo perverso di imprenditoria criminale, tangenti politico-partitiche,
malaffare e criminalità organizzata; sperpero di spesa
pubblica ma non sociale con finanziamenti legali, illegittimi
e illegali al sistema dei partiti e alla politica affaristica.
Il debito pubblico serve a determinare le condizioni di delegittimazione
del ruolo dei singoli stati in campo economico e politico per
creare lo Stato sovranazionale europeo, cioè il passaggio
al super Stato politico europeo che necessariamente porta a creare
deficit di democrazia, a stabilire la sovranità della super
Germania.
I piani di ristrutturazione della Bce verso i PIGS sono serviti
a costruire questa Europa e la Bce sta facendo quello che l’Fmi
ha fatto per l’America latina, attraverso i piani di aggiustamento
strutturale, Pas, o piani di austerità, agendo con privatizzazioni,
abbattimento della spesa sociale, riduzione del costo del lavoro
e creazione di precariato giovanile e non.
Ma ora la stessa costruzione del sovrastato europeo è messa
in ginocchio dalla crisi di sovrapproduzione che sta realizzando
anche quella di sottoconsumo per contrazione dei redditi da lavoro.
L’austerità non può andare di pari passo con
la crescita; le politiche restrittive servono solo per ultimare
la resa dei conti di classe contro il movimento dei lavoratori
e per delegittimare definitivamente il ruolo degli Stati-nazione
abbattendo ciò che rimane dell’economia pubblica.
Ma è evidente che non esistono soluzioni di carattere
economico alla crisi sistemica. Non si possono certo risolvere
i problemi della crisi, come vorrebbero la maggior parte dei partiti
della sinistra europea e gli economisti keynesiani che a volte
ancora si autodefiniscono marxisti, dando il ruolo di prestatore
di ultima istanza alla Bce (che oggi presta denaro alle banche
con un interesse all’1% mentre i titoli emessi hanno il
6% di interesse) e permettendo le emissioni di eurobond che dovrebbero
servire a coprire il debito. Seguendo le ricette imposte siamo
come soggetti che sanno quale è il proprio boia, danno
il proprio collo e preparano il nodo. Non se ne esce certo da
una crisi sistemica del capitale internazionale con improbabili
e anacronistiche soluzioni economico – keynesiano che puntano
all’impossibile coniugazione fra austerità e politiche
espansive per la crescita in quanto illogiche sul piano macr4oeconomico
oltre ad essere impossibili sul piano politico-economico. Nelle
regole dell’economia si parte da un equilibrio ma se mancano
le risorse bisogna andare a prenderle da qualche parte. Per arrivare
ad oggi i titoli greci sono in mano tedesca, potrebbero mettere
in conto di abbandonare Atene ma piazzare i titoli al 2,5%».
Tu quindi chiedi una soluzione politica?
«Le ricette di partiti come il Pd che appoggiano in todo
il governo Monti sono suicide e indietro storicamente, economicamente
e politicamente anche rispetto a quello che pensano molti uomini
politici ed economisti che si richiamano alla destra berlusconiana
o addirittura più radicale. Inutile offrirsi all’altare
sacrificale imposto dalla Germania sperando di entrare fra i potenti
addossando tutti i costi della crisi ai lavoratori. Quello che
sta attuando il governo dei professori bocconiani e clerico-confindustriali
contro il mondo del lavoro non era riuscito a farlo neanche Berlusconi,
poiché si sta subendo totalmente la ristrutturazione imposta
dalla borghesia tedesca. Quanto accaduto attraverso le politiche
economiche negli ultimi otto mesi rischia di costituire le fondamenta
per costruire la nuova forma-Stato d’Europa per i prossimi
30 anni. Ma sta rinascendo un forte conflitto sociale, malgrado
anche la posizione accondiscendente e consociativa del partito
di Bersani e dei suoi utili alleati dei sindacati confederali,
che fingono inappropriate proteste ma accettano la filosofia del
disegno politico complessivo. Il parlamento abbatte lo stato di
diritto e modifica la Costituzione con una maggioranza trasversale,
ma sono ormai politicamente talmente deboli e non rappresentativi
della società reale che sono bastate le proteste di massa
contro Equitalia per annunciare l’utilizzo dell’esercito
rievocando i tristi periodi della democrazia repressiva antipopolare
e a connotato fascistoide».
Le elezioni in Grecia potrebbero essere decisive
in tutti i sensi anche a favore del rilancio di un forte e organizzato
movimento dei lavoratori europeo?
« Auspico una vittoria delle sinistre di classe in Grecia
perché potrebbero riaffermare un forte protagonismo sociale
e le possibilità di uno sviluppo autodeterminato in molti
paesi europei. Oggi la sinistra di classe greca, che non può
assolutamente prescindere dal ruolo chiave del KKE e dalla forza
conflittuale del sindacato del PAME, potrebbe porsi come punta
più avanzata del conflitto sociale europeo contro le politiche
dell’euro e della troika.
I compagni greci si devono assumere la responsabilità politica
insieme alle altre organizzazioni sociali e del sindacato conflittuale
di indicare al movimento dei lavoratori europeo, a partire da
quelli dei paesi PIIGS, una soluzione tutta politica rilanciando
una battaglia per la fuoriuscita dall’Europa dell’euro
su un terreno di classe; un percorso di lotte e organizzazione
per far convivere i momenti rivendicativi tattici con la capacità
di rilanciare attraverso la lotta il protagonismo sociale e sindacale
che si sappia coniugare con la prospettiva strategica sull’orizzonte
della trasformazione radicale in chiave socialista. Per far ciò
serve una proposta e un percorso tutto politico e non di accettazione
delle compatibilità economiche per quanto edulcorate e
a carattere apparentemente sociale, ponendosi da subito fuori
dall’euro dell’Europa imperialista e per la costruzione
di un’area che si muova da subito sul terreno dell’anticapitalismo.
Un forte e organizzato movimento di classe a partire dall’Europa
Mediterranea , potrebbe imporre attraverso una forte e radicale
legge patrimoniale,una congrua tassazione di tutti i capitali,
una effettiva redistribuzione del reddito ma soprattutto della
ricchezza già a partire da riforme strutturali che riconoscano
il reddito minimo garantito universale, la gratuità di
tutti i servizi essenziali, un piano di edilizia pubblica e popolare,
la protezione e il salario pieno per tutti i lavoratori.
Il fulcro centrale della proposta deve però partire dalla
nazionalizzazione delle banche per il controllo sociale dei flussi
di credito da indirizzare prioritariamente a investimenti socialmente
utili ponendo da subito la questione della nazionalizzazione dei
settori strategici e la statalizzazione dei cosiddetti settori
in crisi.
Basti pensare a quanto accaduto nei paesi dell’ALBA in
America latina, dove si è realizzata una vera e propria
inversione di tendenza sociale attraverso il distacco degli organismi
del capitale, come l’FMI, con le nazionalizzazioni dei settori
strategici come le comunicazioni, l’energia, i trasporti
, con forti investimenti sociali sorretti da una propria Banca
del Sur.
Da noi bisogna realizzare lotte e percorsi di un nuovo protagonismo
sociale capace di invertire i rapporti di forza da parte delle
organizzazioni di classe per elaborare un programma tattico e
strategico.
Se si esce da soli dall’euro, cioè con una decisione
unilaterale di un solo paese, si viene certamente investiti dalla
speculazione internazionale capace di spezzare le possibilità
di uno sviluppo autodeterminato.
Se la sinistra greca vince dovrebbe pensare a mettersi alla guida
del movimento di classe europeo per costruire una vasta area dell’alternativa
anticapitalista, che prendendo di petto la questione del debito
e imponendo il suo non pagamento alle banche europee e alle società
finanziarie internazionali sappia porre le basi per la costruzione
di un’area di paesi che si doti di una propria moneta e
di un auto centrato modello di sviluppo fuori dalle logiche del
profitto e dello sfruttamento capitalista (nel nostro libro “Il
risveglio dei maiali PIIGS”, già alla seconda edizione
2012 per l’editore Jaca Book, chiamiamo tale moneta LIBERA
per l’area ALIAS che potrebbe comprendere i paesi dell’Europa
Mediterranea, dell’Africa Mediterranea inglobando anche
alcuni paesi dell’Est Europeo).
Ma tutto ciò è utopia? E’ davvero
nel mondo irrealizzabile di alcuni “sognatori marxisti”?
«La crisi del capitale è sistemica e profonda, e
sempre più si trasformerà in una crisi sociale senza
precedenti. La storia non ha percorsi lineari ma procede con salti
e rotture in funzione delle determinanti del conflitto sociale,
basato su sempre nuove e più articolate relazioni sociali
che modificano i rapporti di forza e che vanno indirizzati a favore
del movimento dei lavoratori, con intelligenza tattica ma senza
nulla concedere al capitale accettando impossibili ruoli di cogestione
della crisi. Di esempi ne abbiamo tanti: dal progetto alternativo
antimperialista, anticapitalista e di sistema dell’ALBA,
fino a soluzioni legate specificatamente solo alla risoluzione
del problema del debito, come ad esempio anche in Europa l’Islanda,
che non ha avuto problemi a fare una scelta coraggiosa dichiarando
il non pagamento del debito pubblico alle società finanziarie
e alle banche inglesi e olandesi restituendo invece i soldi dei
titoli pubblici ai piccoli risparmiatori ma non ai potenti. In
America Latina ci sono stati casi di percorsi di default programmato,
come l’Argentina che a inizio di questo nuovo secolo veniva
data per spacciata, ha invece seguito un proprio modello di sviluppo
nazionale sottraendosi dal cappio dello strozzinaggio dei potentati
finanziari internazionali ed oggi è una potenza emergente.
Per far tutto questo c’è bisogno di una virtù
che oggi in Italia e in Europa fatica ad emergere, il coraggio
politico di una sinistra di classe che scelga da subito il terreno
conflittuale per la prospettiva dell’alternativa di sistema
in chiave socialista».
(Fonte Controlacrisi.org )
Maggio 2012