Nella
Bolivia dei movimenti sociali di base la presa di coscienza di classe
sta bruciando le tappe costruendo un importante processo di transizione
al socialismo
di Enrico Campofreda, gennaio 2010
Luciano
Vasapollo, docente di Economia Applicata della Facoltà di
Filosofia presso “La Sapienza” e direttore scientifico
del Centro Studi di Trasformazione Economico-sociale, ha partecipato
nella veste di Osservatore internazionale alle verifiche sulle elezioni
boliviane del 6 dicembre scorso che hanno ribadito la fiducia popolare
a Evo Morales con un plebiscitario 63% dei suffragi.
Era
dal 1964 che un politico boliviano non riceveva dalle urne un secondo
mandato. Si è svolto tutto con regolarità e cosa rappresenta
questo voto Professore ?
La regolarità del voto e la lezione di democrazia del popolo
boliviano sono sotto gli occhi di tutti. Il locale Comitato Elettorale,
quarto organo di potere di quel Paese che è riconosciuto
costituzionalmente e presiede le elezioni in posizione di terzietà,
ha svolto un immenso lavoro. Vedere nei seggi coloro che fino a
poco tempo fa erano uomini analfabeti ha rappresentato un’intensa
emozione. C’è stato un solo rischio, che 400.000 persone
(su 5 milioni del corpo elettorale, ndr) non potessero votare perché
non avevano ricevuto la scheda. Questione comunque risolta in
extremis. Ora che ho dismesso i panni dell’osservatore
posso chiosare che costoro erano tutti campesiños,
dunque potenziali elettori del Mas, e quel mancato recapito aveva
il sapore d’un boicottaggio al presidente uscente. E’
importante sapere che ha votato il 92% degli aventi diritto e se
si considera che schede bianche e nulle ammontavano al 4%, quelle
vinte da Morales sono state fra le elezioni più partecipate
del mondo. Questo voto dice che un popolo dotato di dignità
e una componente politica rispettosa della sua essenza sociale possono
vincere. In quattro anni Morales ha aumentato di ben dieci punti
il consenso, la gente ha premiato gli effetti virtuosi del suo programma
basato su istruzione, assistenza sanitaria, ridistribuzione della
ricchezza, fattori importantissimi per il processo di trasformazione
sociale.
Sostegno
degli indio e dei ceti subalterni è il mix vincente del presidente
aymara
Per comprendere la Bolivia occorre guardare oltre la questione etnica,
gli indio sono il 70% della popolazione e costituiscono gran parte
della classe lavoratrice. Il consenso al programma di Morales viene
dunque da questi strati sociali. La novità sta nella qualità
della sua politica che si compenetra e s’arricchisce del rapporto
con gli umili. I cocaleros, i mineros, i comitati di quartiere,
le donne, il movimento dell’acqua sono protagonisti del processo
di trasformazione e vengono rispettati. E’ l’esatto
contrario di quel che fa la Sinistra occidentale sempre pronta a
servirsi dei movimenti per assorbirli e strumentalizzarli. L’esperienza
boliviana mostra il rapporto di autonomia e correttezza fra la base
sociale e il partito che la rappresenta. Una linea capace di produrre
quella straordinaria partecipazione che ha colpito anche me che
sono un buon conoscitore del Sud America. Vedere file interminabili
di persone che si recano coscienziosamente a piedi ai seggi (nelle
ore di voto era vietato il traffico veicolare, ndr) è stata
una dimostrazione d’attaccamento al sistema consultivo diventato
in altre parti del mondo un rituale stanco, privo di coinvolgimento.
Nelle
zone minerarie di Santa Cruz, Pando, Beni Morales non ha prevalso,
possono nascere da lì azioni antigovernative dei restanti
padroni delle riserve minerarie?
La destra locale ha riperso le elezioni ma è pericolosa.
Ad aprile c’è stato un tentativo di colpo di mano da
parte di gruppi paramilitari che agiscono nelle zone citate - la
cosiddetta area della Mezzaluna - dove la destra ha seguito elettorale
e riceve finanziamenti. Lì hanno agito per anni le multinazionali
e un’oligarchia interna in rapporto diretto con gli Stati
Uniti. Lì s’è radicata una destra estremista
e paramilitare sostenuta una sorta d’Internazionale fascista
vicina alle Intelligence che agisce in America Latina. E’
vero che in quei distretti Morales non ha sfondato ma mentre nel
2005 il suo divario era del 25% oggi il gap è ridotto a circa
il 9%. In soli quattro anni anche in quelle zone ostiche la sua
lista ha recuperato il 16% dei consensi. Naturalmente la vigilanza
del governo dovrà essere alta per impedire iniziative eversive
ancora possibili.
I
primi orientamenti del secondo esecutivo Morales parlano d’ulteriore
espansione del controllo statale sulle risorse naturali di gas e
minerali. C’è poi la volontà di riscrivere testi
normativi del settore energetico e ridistribuire ai poveri il reddito
proveniente da imprese statali, sarà possibile attuare il
“vivir bien” contro gli interessi delle multinazionali
?
In quattro anni questo governo ha fatto tantissimo, abbiamo già
ricordato tre elementi vitali per la popolazione: assistenza sanitaria,
istruzione e nazionalizzazione delle risorse che spariglia giochi
economici e interessi non solo del moderno capitalismo. Se pensiamo
ai cinquecento anni di colonizzazione che hanno sedimentato nella
popolazione locale abbrutimento e sfruttamento, il processo di transizione
per la costruzione d’una coscienza di classe sta bruciando
le tappe. Tale processo però ha bisogno di periodi lunghi
per mettere radici. In Bolivia è in atto una transizione
al socialismo che deve creare programmi alternativi all’imperialismo
attraverso culture e strumenti sociali diversi. La grande novità
di quest’esperienza è che il socialismo marxista e
il sindacalismo di classe si sono contaminati col collettivismo
indio tentando una via completamente nuova. Parte degli interessi
delle multinazionali sono ancora lì, c’è anche
l’italiana Eni, però devono fare i conti con un sistema
che sta cambiando. Rispetto a prima queste aziende prendono meno
del 15% di ricavo eppure continuano il proprio business,
vuol dire che i profitti sono ancora elevati.
Insomma
quarant’anni dopo il Che le plebi boliviane sembrano aver
trovare la strada per il riscatto, la rivoluzione ha fatto a meno
del fucile?
Un processo rivoluzionario si misura per la concretezza di quel
che realizza non per la presenza delle armi. Quando in un paese
il popolo va al governo e attua un percorso di transizione con riforme
radicali che cambiano gli assetti d’una nazione siamo di fronte
a una rivoluzione. Oggi in America Latina si riescono ad attuare
trasformazioni sociali vincendo le elezioni e, vivadio, ne siamo
lieti e ci auguriamo che possa continuare. I rivoluzionari a volte
sono stati costretti a difendere con le armi le proprie conquiste
o come nel caso di Guevara e Fidel a usarle con il popolo, e sottolineo
con il popolo, per spodestare governi dittatoriali. Il rivoluzionario
non nasce con l’idea del fucile, la sua idea è di mettere
al servizio della classe una strategia per il riscatto e la trasformazione
sociale. E’ ciò che fa Morales con una rivoluzione
democratico-partecipativa.
Solidarietà,
cooperazione, autodeterminazione, coscienza collettiva come s’inseriscono
nel panorama economico globalizzato?
Un conto è parlare di socialismo di mercato, altro è
parlare di socialismo con mercato. Il primo è già
di per sé una follia perché il socialismo nei suoi
princìpi d’attuazione non accetta le leggi di valore,
profitto, accumulazione anzi il socialismo si crea per superare
i mezzi di produzione capitalistici quindi per abolire l’accumulazione
e il profitto. Il socialismo con mercato significa prendere atto
che in un mondo globalizzato in chiave imperialista il singolo paese
non può essere autosufficiente quindi nelle relazioni internazionali,
pur restando fermi i suoi princìpi, deve vivere e farlo in
un mondo che non è il suo. Non può sottrarsi al mercato,
può però attuare pratiche di solidarietà, ridistribuzione;
l’abolizione graduale della legge del valore, e l’abolizione
immediata della legge d’accumulazione fanno parte d’un
programma di attuazione pratica. Comunque al di là della
correttezza delle analisi vengono i fatti. E il fatto che in Venezuela
e in Bolivia, nazioni da decenni annoverate fra le più povere
e arretrate, ci sia adesso un’alfabetizzazione del 90%, che
quei popoli godano d’assistenza sanitaria, è stato
possibile applicando quella solidarietà presenti nel mondo
socialista grazie alle migliaia d’insegnanti e medici cubani
che hanno lavorato in questi Stati. Mi piace ricordare come i cubani
siano intervenuti nelle più diverse situazioni di necessità
a sostegno di molti governi anche di centro destra, in Sud america
e altrove. Cuba non ha risorse primarie, ha forgiato esseri umani
colti che offrono il proprio sapere dove serve, la rivoluzione ha
creato questo e lo mette a disposizione di altre collettività.
Ecco un modo differente di vivere, di vivere bene, non di vivere
meglio, nel mondo globalizzato dove tutto diventa merce, profitto
e sfruttamento.
Morales
ha già annunciato che non correrà per una terza candidatura,
una mossa che vuole evitare l’ingombrante ruolo della presidenza
a vita. Si tratta d’un approccio diverso dall’egocentrismo
di Chavez ?
In Occidente, a destra come a sinistra, si valutano le posizioni
altrui col proprio metro, s’accusa Chavez d’egocentrismo
col proprio egocentrismo,col proprio eurocentrismo. Ho visto politici
e intellettuali della cosiddetta Sinistra europea tornare da incontri
politici in Venezuela ed elargire pagelle. In certi casi dovremmo
avere l’umiltà di non salire sempre in cattedra bensì
osservare e comprendere le lezioni altrui. Sarebbe opportuno constatare
come Bolivia e Venezuela stiano vivendo profondi processi di cambiamento
ideologico che si basano sul volere e l’azione della gente.
Questi processi non hanno bisogno di figure carismatiche, se sono
radicati proseguiranno e dureranno a lungo.
Quanti
influssi della Cuba socialista ci sono nei programmi anticapitalisti
boliviani e dell’America Latina?
Cuba rispetta in maniera assoluta l’autodeterminazione delle
genti latinoamericane, non ha mai influenzato direttamente i governi
di Venezuela e Bolivia. Una cosa è praticare anche minute
ingerenze, altro è mettere a disposizione la propria esperienza
non solo politica ma costruttiva d’un sistema diverso dal
capitalismo che fa leva sui valori precedentemente citati. L’esperienza
cubana con la resistenza a embarghi e al terrorismo organizzato
dagli Usa che ha prodotto 3.800 vittime è certamente un riferimento
per le novità geopolitiche del Sud america.
Con
le rivoluzionarie Bolivia, Venezuela, un presidente tupamaro in
Uruguay sta nascendo un Sud america apertamente antimperialista?
In Sud America ci sono processi diversificati. Cuba, Venezuela e
Bolivia rappresentano il fronte della transizione socialista quindi
più a carattere anticapitalista poi ci sono paesi come Nicaragua,
Ecuador,Paraguay, lo stesso Uruguay o il Brasile del riformista
Lula, che hanno praticato una svolta democratica e progressista.
Costoro possono rientrare in una sfera antimperialista che non si
piega ai dettami del FMI, della Banca Mondiale, della prepotenza
delle multinazionali, dei predomini statunitense ed europeo e marcia
verso l’autodeterminazione. Si realizza la grande idea che
prima di Che Guevara è stata dei rivoluzionari Martì,
Bolivar e di quei pensatori che già nell’Ottocento
lottavano per un’America “Nuestra” indipendente
fuori dai dettami dell’imperialismo.
|