IL
CONTROFORUM DI CERNOBBIO MERITA UNA “NON RISPOSTA” ECONOMICA
La crisi sistemica del capitalismo deve essere una opportunità
tutta politica per forzare l’orizzonte verso i percorsi di
transizione al socialismo
Joaquin Arriola* e
Luciano Vasapollo**
Nei
primi giorni di settembre 2009, a fronte della Cernobbio che conta
per la società del capitale, si è realizzato il Controforum
dove anche quest’anno associazioni, sindacalisti ed
economisti discutono della Campagna Sbilanciamoci contro le politiche
di Tremonti e per esaminare le possibilità alternative alla
crisi, o meglio per dare indicazione di come uscire a sinistra
dalla crisi.
In molti scritti abbiamo sostenuto anche in tempi non sospetti che
bisogna parlare di “normalità” della crisi perché
già Marx parlò chiaramente della modalità ciclica
del sistema capitalista, che ha quindi come sue fasi le crisi economiche,
così come l’espansione e i picchi di crescita; ed è
proprio attraverso la crisi che il sistema ripristina il suo stato
di equilibrio distruggendo forze produttive, lavoro e capitale in
sovrabbondanza rispetto ai processi di valorizzazione voluti; la
distruzione del capitale finanziario per esempio significa eliminare
una specifica componente del capitale sovrabbondante; la crisi è
quindi una regolarità distruttrice necessaria per tentare
di realizzare una nuova fase di crescita economica ricostruendo
ciò che era stato distrutto in precedenza e realizzando il
saggio di profitto desiderato; pertanto ovviamente, quindi, tutte
le misure per uscire dalla crisi sono sempre contro i lavoratori
prima, durante e dopo, attraverso disoccupazione, precarietà,
attacco al salario diretto, indiretto e differito; determinando
l’allargamento delle aree di miseria oltre che nelle terre
di nessuno anche nella semiperiferia e negli stessi paesi a capitalismo
maturo ma anche distruggendo imprese, effettuando fusioni, concentrazioni,
distruggendo capacità tecnico-produttive, capitale fittizio
e produttivo. Ovviamente l’obiettivo del capitale è
quello di espellere così forza lavoro occupata o veicolando
denaro pubblico alle imprese sottraendolo alla spesa sociale, in
ogni caso tentando la ripresa di una qualche crescita economica
per garantire quei processi di accumulazione necessari con sempre
però maggiore sfruttamento del lavoro.
Ne deriva che i tentativi di uscire dalla crisi anche applicando
le ricette keynesiane hanno ormai da lunghi decenni assunto la forma
dell’abbattimento della spesa sociale per favorire l’economia
di guerra (keynesismo militare con il passaggio dal Welfare
al Warfare) e il sostenimento dell’impresa con ad esempio
rottamazioni, sgravi fiscali, aiuti alle banche, ecc. (keynesismodel
Profit State con la determinazione del “Welfare dei Miserabili”).
Ci sembra che anche le proposte del Controforum della Campagna Sbilanciamoci
possano essere lette come un tentativo in buona fede di una
uscita keynesiana a sinistra dalla crisi, basta infatti leggere
:
“Le alternative alla crisi di Sbilanciamoci prevedono
cinque principi per cambiare le politiche, cinque nuove iniziative
economiche e sociali e cinque modi per trovare i soldi che servono:
40 miliardi per il 2010 e 2011, l'1,6% del Pil del 2010 e lo 0,9%
nel 2011 (fino a ora il governo ha speso appena lo 0,8% del Pil,
contro il 3,7% della media del G20).
L'obiettivo politico è uno sviluppo fondato su sostenibilità
ambientale e qualità sociale, diritti e uguaglianza, un nuovo
modo di produrre e di consumare. Per raggiungerlo, cinque principi
di fondo. La sostenibilità ambientale dev'essere al centro
della necessaria riconversione di produzione e consumi. La qualità
sociale resta il tratto distintivo di un'economia che rimetta al
centro il lavoro, le persone, i diritti sociali. Serve un equilibrio
diverso tra consumi collettivi e consumi individuali, sacrificati
i primi (tagli a welfare, sanità e scuola) e dilatati i secondi,
con consumi opulenti e distruttivi per la società e l'ambiente.Il
principio della cooperazione deve rimpiazzare la competizione esasperata,
nei rapporti Nord e Sud del mondo, come tra persone e imprese. Infine
la ricostruzione di un serio intervento pubblico per disporre di
strumenti adeguati, dando regole stringenti ai mercati finanziari,
disegnando una vera politica industriale, meccanismi di stimolo
all'economia reale, nuove forme di redistribuzione e sostegno della
domanda.”
Il capitalismo è un sistema dinamico che trova nei suoi cambiamenti
costanti le condizioni per la sua perpetuazione. Però in
questi cambiamenti escogita sempre, per alcuni limiti precedentemente
segnalati come caratteristiche essenziali, leggi di funzionamento
e operatori, determinanti di sistema. Così, nelle sue diverse
fasi, la storia del capitalismo può essere descritta come
un processo crescente di centralizzazione e concentrazione del capitale,
e quindi di centralizzazione del potere, che ha come contropartita
l’esclusione delle maggioranze sociali dal suddetto potere,
in primo luogo, all’interno della fabbrica, e di conseguenza
in ambito politico. Non esiste nessun argomento teorico che giustifichi
il pensiero per cui il sistema capitalista sia l’ultima tappa
nell’evoluzione della socializzazione umana, tra le altre
cose perché per molti aspetti è una regressione rispetto
a sistemi precedenti; mai come con il capitalismo è stata
messa in discussione la stessa sopravvivenza della specie umana,
sia dalla tecnica (le uniche bombe atomiche che hanno ucciso moltissime
vite sono state sganciate da un paese capitalista) che dalla distruzione
dell’ecosistema (molto grave con un sistema che valorizza
solo ciò che ha un prezzo, ossia, ciò di cui si appropria
in forma privata, ignorando il costo dell’ampio consumo di
beni naturali non rinnovabili). Ecco perchè parliamo di crisi
sistemica.
Il superamento del capitalismo è una questione indubbiamente
aperta. Utilizzando il termine “superare”, diamo per
scontato il nostro orientamento verso principi etici e morali: è
possibile intravedere un ordine sociale non capitalista che permetta
il miglioramento delle condizioni di vita della gente e aumenti
il benessere e la felicità?
Questa domanda esige una risposta a due questioni: è necessario
superare il capitalismo? È possibile farlo?
Premesso che si pone ormai come inderogabile incanalare la ricerca
scientifica e il dibattito politico-economico verso problematiche,
modalità di scelta di teorie indirizzate da pratiche di lotta
sociale capaci di stimolare processi decisori politico-economici
che collochino come centrale la costruzione di un diverso modello
di sviluppo che si ponga immediatamente su un terreno qualitativo
fuori mercato, si possono da subito sviluppare temi di riflessione
e di ricerca e di un programma minimo di controtendenza per riforme
di struttura che almeno realizzino ipotesi di controtendenza rispetto
alla scelta di sviluppo dello Stato-Impresa.
Va rilevato allora che, già da subito, a maggior ragione
per dare un senso socio-economico alla costruzione di economie fuori
mercato a compatibilità socio-ambientale è necessario
effettuare delle scelte strategiche di politica economica generale
che operino congiuntamente sulle emergenze sociali come quelle dell’occupazione
e della salvaguardia ambientale.
I principi ispiratori di un diverso paradigma politico-economico
a carattere socio-ambientale si lega indissolubilmente ad un nuovo
modello di progresso sociale che possa partire dalle linee di
un programma minimo di controtendenza che riguardano certamente
la prevenzione e il miglioramento della performance ambientale d’impresa,
ma mettano al centro del dibattito non la crescita economico-produttiva,
ma la crescita della valenza sociale del vivere collettivo. Questi
principi fanno riferimento non alle priorità aziendali ma
alle priorità sociali, al miglioramento continuo della qualità
della vita, alla formazione dei saperi non incentrata sulle logiche
di competitività di un nuovo darwinismo economico, ma alla
valutazione preventiva degli impatti socio-ambientali, dei prodotti
e dei servizi orientati a una nuova qualità dei bisogni.
È necessario, allora, già nell'immediato sviluppare
teorie d'alternativa e lotte sociali per imporre la redistribuzione
del reddito e della ricchezza a favore dei lavoratori, dei disoccupati,
salvaguardare l'ambiente, la salute, sviluppare istruzione, formazione,
cultura del sociale e saperi sociali, a partire da una rinnovata
critica dell’economia applicata capace di configurarsi come
economia socio-ecologia politica dello sviluppo fuori mercato e
alternativo al capitalismo e quindi in grado di superare le leggi
dello sfruttamento sull'uomo e sulla natura.
Le lotte sociali devono animare un dibattito sul netto rifiuto del
neoliberismo ed anche e soprattutto sul superamento del sistema
capitalista, che già può vantare eccellenti apporti,
provenienti dal paese con il capitalismo più sviluppato del
pianeta. La partecipazione o meno a queste lotte e al dibattito
che si è aperto sarà la linea di demarcazione della
riorganizzazione dello spazio politico tra le forze della sinistra
radicale e di quella di classe, con progetti inseriti ancora nella
logica capitalista e le nuove strutture sociopolitiche e organizzative
alternativamente proiettate rispetto al sistema vigente e quindi
in chiave anticapitalista.
Da un punto di vista teorico è possibile concepire un sistema
nel quale la divisione del lavoro si stabilisca attraverso un sistema
di relazioni orizzontali, basato su atti di reciprocità;
dove il mercato non faccia a meno della gratuità e dove il
conflitto non sia basato sulla dicotomia possesso/non possesso.
Questo significa che qualsiasi siano le forme di un sistema post-capitalista,
per rappresentare un avanzamento sociale e umano dovrà colmare
la separazione capitalista tra l’economia e la politica, la
quale permette soltanto a pochi privilegiati di passare da una regione
all’altra come cittadini. Per questo, la democrazia partecipativa,
politica ed economica è una dimensione chiave di qualsiasi
progetto del futuro post-capitalista.
La particolarità è che questa crisi è strutturale
e sistemica e determina quindi sicuramente la fine del predominio
del capitalismo e imperialismo statunitense e allo stesso tempo
preannuncia la fase terminale del sistema stesso capitalista proprio
perché le possibilità di accumulazione reale del sistema
hanno raggiunto il loro limite. E se nella lunga fase espansiva
il modello fordista-keynesiano e gli Stati di welfare keynesiani
hanno permesso la crescita quantitativa del capitale, è anche
vero che la finanziarizzazione dell’economia, le privatizzazioni
forzate, l’attacco ai diritti e al costo del lavoro,al salario
diretto, indiretto e differito in tutte le sue forme non ha potuto
risolvere questa crisi attraverso distruzione di valore del capitale
proprio perché è crisi di sistema.
Nelle tendenze attuali non rimane da scoprire nessuna forza interna
al sistema che permetta di pensare alla possibilità di una
ricomposizione delle condizioni del Patto Sociale del periodo post-guerra,
che ha dato origine al cosiddetto Stato sociale Keynesiano dei paesi
centrali, molto meno per un’eventuale estensione dello stesso
verso la maggioranza espropriata e impoverita del pianeta.
L’alternativa possibile e necessaria richiede un “Programma
Minimo di Classe”, quindi una maggiore qualificazione e sofisticazione
nelle richieste e nelle analisi dei lavoratori e dei loro rappresentanti,
dei cittadini e delle loro organizzazioni. Richieste di miglioramento
sociale, ma anche di ampliamento degli spazi di decisione democratica
partecipativa, per inaugurare la fase della trasformazione tecnologica,
le decisioni di produrre e distribuire sotto il controllo di tutti
i lavoratori; decisioni subordinate ad un processo politico e sociale
di discussione sul ruolo che devono occupare le macchine e la scienza
nelle nostre vite. E’ inaccettabile che l’avanzamento
tecnologico, invece che liberare l’umanità dal lavoro
pesante, provochi la disoccupazione; invece di migliorare la qualità
di vita, provochi nuove forme di inquinamento, invece di incrementare
il sapere globale, sequestri la conoscenza nascondendola tra il
muro dei brevetti e i diritti di proprietà.
Se le nuove richieste si dirigono verso lo spazio di produzione
e distribuzione della ricchezza sociale, prima o poi si concretizzeranno
in una strategia di rottura con lo stesso capitalismo.
E allora la risposta alla crisi non può avere altro carattere
che quello del rafforzamento politico del conflitto di classe internazionale,
nelle sue diverse forme di rappresentazione sociale e politica.
Un’alternativa mondiale per la trasformazione radicale deve
essere un progetto che contenga un significato di classe transnazionale,
con da subito una strategia che si muova in un orizzonte capace
di determinare processi politici che, anche nei momenti rivendicativi
tattici, abbiano sempre chiara la strategia politica per il superamento
del modo di produzione capitalista e di costruzione del socialismo.
Per questo, una alternativa globale ridefinisce il discorso politico
nel terreno del sociale e subordina a questo discorso politico sul
sociale, il discorso economico e il discorso politico sull’economia.
Costruire in maniera indipendente le proprie prospettive muovendosi
da subito nella piena autonomia da qualsiasi modello consociativo,
concertativo e di cogestione della crisi. Solo così l’autonomia
di classe assume il vero connotato di indipendenza dai diversi modelli
di sviluppo voluti e imposti dalle varie forme di capitalismo, ma
soprattutto da sempre lo stesso sistema di sfruttamento imposto
dall’unico modo di produzione capitalistico;e quindi in tal
senso il movimento dei lavoratori non può e non deve essere
elemento cogestore della crisi ma trovare anche nella crisi gli
elementi del rafforzamento della sua soggettività tutta politica.
*Professore
università del Pais Vasco, Bilbao
** Professore
università Sapienza di Roma
Si veda SBILANCIAMOCI
Le proposte del contro-forum di Cernobbio
40 miliardi e 15 mosse contro la grande crisi, Giulio Marcon - Mario
Pianta, e i documenti disponibili sul sito www.sbilanciamoci.org
Molte delle
considerazioni degli argomenti trattati in questo articolo fanno
riferimento ai contenuti del testo di Joaquin Arriola e Luciano
Vasapollo. “Crisi o Big bang? La crisi sistemica del capitale:
perché, come e per chi”, Quaderno del Laboratorio
Europeo per la Critica Sociale , nuova serie n. 5, Edizioni Mediaprint,
Roma, aprile 2009
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