I
killer finanziari delle agenzie di rating
di Luigi Vinci |
Moody's, Standard & Poor etc. come Paperon de
Paperoni e Archimede Pitagorico cooperano al saccheggio del mondo.
Tra gli strumenti ideologici dell’egemonia
liberista sull’Occidente ci stanno la pretesa della perfetta
razionalità e della perfetta trasparenza del mercato e la
pretesa che a ciò servano di supporto istituzioni tecniche
di accertamento e anche decisionali. Il mostro antisociale, e persino
antieconomico, rappresentato dall’Unione Europea, largamente
gestito da strutture tecnocratiche, Commissione e Banca Centrale,
è un buon esempio, con i suoi disastri e la sua tendenza
al collasso, di come prima o poi vadano a finire le cose del liberismo.
Un altro buon esempio sono i disastri antisociali e antieconomici
combinati dalle “agenzie di rating”, la bufera in Europa
e negli Stati Uniti. Il problema è: cui prodest? chi diavolo
ci guadagna? Una sommaria analisi di che cosa effettivamente siano
le agenzie di rating può aiutare a capire due cose: come
di razionalità, sul piano stesso dell’economia, ci
sia ben poco nelle istituzioni tecniche e di governo del liberismo,
anzi come quest’ultimo non sia, istituzionalmente, politicamente
e culturalmente, altro che una baracconata che è servita
per vent’anni e tuttora serve a spremere reddito dal basso
verso l’alto della scala sociale, in risposta ad appetiti
di classe tanto smodati da giungere prima o poi (e oggi ci siamo)
a compromettere le basi stesse produttive dell’economia dell’Occidente.
Intanto, che cos’è il rating. Si tratta
di un metodo di analisi e di classificazione (da parte di analisti)
che porta a un voto (da parte di un comitato di esperti) ai titoli
di imprese, istituzioni finanziarie, soggetti pubblici (tra i quali
gli stati) sulla base della loro rischiosità per quanti li
acquistino, risparmiatori o “investitori istituzionali”
(cioè speculatori di varia natura). Di norma i titoli emessi
da uno stato sono titoli sul debito, servono cioè a rinnovarlo,
evitando quindi crisi di insolvenza. Questo voto è espresso
in lettere e altri segni. Più alto è il voto più
affidabile è il titolo a cui è stato assegnato, e
viceversa. La sua assegnazione porta quindi, per via di mercato,
alla definizione di un “premio di rischio” più
o meno elevato: i titoli con i voti migliori comporteranno un premio
di rischio basso, e viceversa. I titoli “sovrani” (dello
stato) di Germania, Stati Uniti e Cina, disponendo di un voto elevato,
offrono agli acquirenti un premio basso (in compenso non comportano
rischi significativi di perdita di valore e ancor meno di insolvenza);
viceversa per quanto riguarda i titoli di Grecia e Portogallo. Concretamente
questo significa, per esempio, che se il premio di rischio di Grecia
e Portogallo si pone al 10% del valore dei titoli emessi, essi saranno
dunque venduti al 90% del loro valore, quindi che quando questi
titoli verranno a scadenza e gli acquirenti saranno rimborsati questi
paesi dovranno esborsare il 10% di più di quanto a suo tempo
incassato. Se, inoltre, il voto assegnato ai titoli di questi paesi
è “declassato”, cioè abbassato, questo
significa che le loro emissioni di titoli riescono a essere vendute
solo portando il premio a oltre il 10% (sarà il mercato a
decidere quanto oltre). Giova sottolineare che il mercato è
dominato da grandi acquirenti sostanzialmente coalizzati e il cui
scopo è di guadagnarci il più possibile, in altre
parole che è un mercato “oligopsonio”, nel quale,
cioè, sono gli interessi degli acquirenti a definire il livello
del premio. Non a caso Grecia e Portogallo si trovano oggi a sprofondare
in una palude senza via d’uscita, che non gli consente possibilità
di ripresa economica e periodicamente li pone di fronte a una situazione
di insolvenza, affrontabile solo con la “ristrutturazione”
del loro debito (si tratta dell’analogo, per uno stato, di
una procedura di fallimento) oppure con un rifinanziamento da parte
dell’Unione Europea (ed eventualmente anche del Fondo Monetario
Internazionale), a evitare che crolli l’euro e con esso l’Unione.
Giova sottolineare, ancora, che usualmente i titoli che risentono
del declassamento (quindi dell’aumento dei loro premi di rischio)
sono quelli la cui scadenza è a breve (a sei mesi, a un anno):
ma che quando si configurano situazioni come quella greca e quella
portoghese anche i titoli a più lunga scadenza vedono quest’aumento.
Si dirà: non è colpa certo delle
agenzie di rating se le cose vanno così, esse analizzando
e dando voti a titoli fanno semplicemente il loro mestiere. Anzi
si tratta di un mestiere benemerito: in ballo ci sono i soldi, direttamente
o indirettamente, dei risparmiatori, quelli per il pagamento delle
pensioni (negli Stati Uniti), ed è bene che tutti sappiano
il rischio che si corre acquistando questo o quel tipo di titoli.
Ma è proprio così? Intanto, cosa sono queste agenzie,
che cosa fanno, chi le gestisce, con quali interessi suoi specifici,
se ce ne sono?
Le agenzie di rating fondamentali sono solo tre:
due statunitensi, Standard & Poor’s (il 40% circa del
fatturato del totale di queste agenzie) e Moody’s (un altro
40% circa), e una statunitense-europea, Fitch Ratings (il rimanente
20% circa). Nel gergo ambientale, sono le “Tre sorelle”.
Come lavorano. L’analisi delle varie emissioni di titoli (quindi
della situazione di imprese, banche, amministrazioni locali, stati,
ecc., dal punto di vista dell’andamento delle loro situazioni
finanziarie: delle entrate, dei patrimonio, del debito, della solvibilità
ecc.) è un lavoro di una certa complessità e onerosità.
Esse quindi dispongono di apparati di specialisti, alcuni dei quali
strapagati, in ragione della loro immagine di esperienza e competenza.
Quest’immagine è importante. Queste agenzie sono, infatti,
imprese capitalistiche private (poi vedremo bene) e, pur di fatto
cooperando, operano in regime di reciproca concorrenza nell’attrarre
e nel tenersi i clienti grossi. Infatti una parte rilevante del
loro lavoro consiste in commesse loro affidate da imprese, banche,
fondi di investimento, fondi pensione, assicurazioni, amministrazioni
pubbliche (di città, regioni, ecc.), anche stati: i cui obiettivi
sono, dimostrando a risparmiatori e a investitori istituzionali
l’affidabilità dei propri titoli, di riuscire a piazzarli
a premi di rischio bassi, oppure di garantire ai propri associati
(per esempio a futuri pensionati) la propria solidità, quindi
intendono acquistare titoli sicuri, benché a premio non particolarmente
alto. Ma soprattutto le commesse vengono alle agenzie di rating
da investitori istituzionali che dispongono di grandi liquidità
(si tratta di fondi di investimento, assicurazioni, molte banche
d’affari). Ciò immediatamente indica un primo problema:
dato che questa è la clientela che più concorre al
fatturato delle Tre sorelle (ammontabile a circa 1 miliardo di dollari
l’anno), non converrà loro di avere un occhio di riguardo
nella definizione dei voti alle emissioni di titoli di questa clientela,
facendolo cioè il più alto possibile? Inoltre non
converrà loro un tale occhio di riguardo nella definizione
del voto alle emissioni dei titoli che questa clientela intende
acquistare (per esempio della Grecia e del Portogallo), facendolo
il più basso possibile?
Insomma ecco una prima cosa che fa pensare che
tecnicità e obiettività delle agenzie di rating non
siano sempre perfette: la presenza di un loro vistoso conflitto
di interessi. Più saranno effettivamente obiettive nei loro
voti riguardo ai loro maggiori clienti, più rischieranno
di perderli a profitto di concorrenti. Business is business, bellezza.
Si trattasse solo di questo! Le agenzie di rating
non si limitano a operare indagini e a dare voti su commissione:
effettuano indagini anche a seguito di decisione propria. E non
solo per venderne i risultati a qualche investitore istituzionale,
indicandogli che cosa gli convenga acquistare o vendere o su cui
farci qualche “prodotto derivato” (qualche emissione
di titoli altamente speculativi, ergo a rischio però altamente
lucrativi): ma anche in quanto le agenzie di rating sono esse stesse,
di fatto, investitori istituzionali (poi vedremo cosa significa
“di fatto”)! Hanno cioè esattamente le medesime
convenienze della loro clientela più assidua a che determinati
titoli vengano rivalutati o declassati.
Abbiamo già ipotizzato l’esistenza
di un conflitto di interesse: adesso possiamo “ipotizzare”
(è un evidente eufemismo) i reati di “aggiotaggio”
e di “insider trading”. Per aggiotaggio si intendono
il rialzo o il ribasso fraudolenti di prezzi, sul mercato o in borsa.
Per insider trading si intende un’operazione su titoli da
parte di un soggetto in grado di utilizzare una posizione vantaggiosa
nell’accesso a informazioni riservate che li riguardino. Giova
aggiungere che l’uno o l’altro o ambedue questi reati
siano stati recentemente operati, con ogni probabilità, dalle
agenzie di rating, a proprio vantaggio o a vantaggio di investitori
istituzionali che sia, semplicemente facendo correre la voce di
una possibile ristrutturazione da parte della Grecia del suo debito
pubblico, cioè senza aver neppure fatto finta di effettuare
un’analisi. Ancora, sono stati operati facendo correre la
voce di una possibile declassazione dei titoli portoghesi. Ci sono
norme negli Stati Uniti che impongono alle agenzie di rating di
dare notizia dei voti sulle emissioni di titoli dopo che ne sia
stata avviata la vendita, in modo da non alterarne eccessivamente
l’andamento con l’aumento immediato e rilevante dei
premi di rischio. C’è un’authority incaricata
di vigilare all’osservanza delle regole. Ma basta fare correre
una voce ad hoc, con l’ausilio magari di compiacenti giornali
economici, che l’operazione speculativa va efficacemente in
porto. La Procura di Lisbona ha dunque avviato una causa per pratiche
abusive nei confronti delle Tre sorelle. E’ inoltre in corso
un’indagine da parte della Commissione del Senato degli Stati
Uniti sulle attività speculative illegali delle banche di
affari nel periodo antecedente la crisi finanziaria del 2008. Gli
Stati Uniti sono anche allarmati partire dalla Presidenza Obama,
dall’eventualità (altra voce) di un declassamento dei
loro titoli sovrani. Dato il livello del debito pubblico statunitense,
l’aumento dei premi a rischio dei titoli di questo paese comporterebbe
la catastrofe di gran parte dell’economia mondiale. La Commissione
del Senato, infine, ha recentemente accusato la Goldman Sachs, una
delle maggiori banche d’affari statunitensi, di aver mentito
ai risparmiatori circa la solidità delle sue attività
finanziarie, in combutta con l’agenzia di rating Standard
& Poor’s. Qualcuno finirà in galera? Meglio che
niente, speriamo.
Giova rammentare, pur rapidamente, sempre a proposito
di tecnicità e obiettività delle agenzie di rating,
come il 93% dei titoli da esse collocati nel 2006 al top della sicurezza
per risparmiatori e investitori siano diventati, a seguito della
crisi finanziaria del 2008, carta straccia. Giova rammentare i loro
voti sui prodotti derivati USA garantiti dai mutui ipotecari, alla
vigilia di questa crisi e i loro voti, precedentemente, sui titoli
dell’Argentina alla vigilia del fallimento di questo stato.
Si potrebbe continuare molto a lungo. Ex dirigenti delle Tre sorelle,
pentiti o inquisiti, hanno definito non a caso “frode”
le loro attività, le hanno definite un “oligopolio
che accumula profitti grazie ai ruoli” assegnati loro “di
arbitri” e al tempo stesso di “giudici senza appello”,
“distributrici di passaporti falsi”, “incompetenti”,
caratterizzate strutturalmente da “conflitti di interesse”,
ecc.
Com’è possibile tutto questo? Com’è
possibile che istituzioni con compiti così delicati e di
grande portata in fatto di etica pubblica, oltre che di portata
sociale, facciano queste cose? Ma il fatto è, come già
accennato, che le Tre sorelle non sono istituzioni pubbliche bensì
imprese capitalistiche private.
Non solo: imprese capitalistiche private la cui
proprietà è nelle mani di fondi di investimento, cioè
di imprese capitalistiche private la cui attività è
sommamente e solamente speculativa. Standard % Poor’s ha come
socio dominante la Mc Graw Hill e tra gli altri soci troviamo la
Capital Word Investors e (ohibò), con il 7% complessivo della
proprietà, società che ritroviamo anche tra i soci
di Moody’s. Quest’ultima, a sua volta, è in mano
a questi grandi fondi di investimento USA: Berkshire Hataway (il
13,4% della proprietà), Fidelity Management e Capital Research
(ciascuna il 10%), Black Rock, State Street e Vanguard (ciascuna
il 3% circa). Fitch Ratings, infine, appartiene al gruppo francese
Fimalac e al gruppo editoriale statunitense Hearst (a proposito
di voci ad hoc tramite stampa). Vero è che le agenzie di
rating non possono operare direttamente, stando alla legge degli
Stati Uniti, in veste fondi di investimento: ma i loro proprietari
sì (per questo abbiamo scritto come esse siano investitori
istituzionali “di fatto”, cioè come lo siano
indirettamente), e le agenzie di rating prestano a loro consulenze
così come a ogni altro investitore istituzionale. Non c’è
nessuna incompatibilità. Va da sé, inoltre, che ogni
obbligo di riservatezza sui risultati di determinate analisi è
di ben ardua efficacia, anche ammettendo la buona fede, quando a
operare nei comitati di esperti creati dalle agenzie di rating per
l’assegnazione dei voti ai titoli che sono stati oggetto di
tali analisi sono figure che siedono nei consigli di amministrazione
o sono alle dipendenze o consulenti delle imprese finanziarie proprietarie
delle agenzie di rating.
A monte di tutto quanto c’è l’orgia
liberista di un ventennio e il fatto che nel suo percorso le operazioni
finanziarie connesse alla produzione reale sono passate dal triplicare
il valore di quest’ultima a esserne venti volte tanto. Ci
sono quindi stati una gigantesca produzione di denaro (i titoli
sono una forma di denaro) e, assieme, un gigantesco trasferimento
di ricchezza verso gli attori imprenditoriali della speculazione.
E c’è stato, prima di tutto, il fatto che a ciò
hanno cooperato, creandone dapprima le condizioni e poi sorreggendole,
i governi dell’Occidente. A seguito del disastro a cui ha
portato questo ventennio, cioè della crisi finanziaria del
2008 e della sua immediata precipitazione in crisi economica generale
delle economie dell’Occidente, c’è qualcosa che
in questa parte del mondo o altrove si muova oggi a contrasto, in
un modo qualsiasi? Delle inchieste negli Stati Uniti si è
visto; difficile però che possano portare a risultati significativi.
La Cina ha recentissimamente trasformato la sua riservatissima agenzia
(pubblica) di rating (la Dagong, creata nel 1994 per rompere il
monopolio informativo delle Tre sorelle) in un’agenzia che
pubblica i suoi risultati. E’ considerata più attendibile
delle Tre sorelle, ancorché sembri avere un occhio di riguardo
verso i titoli made in China. L’Unione Europea ha costituito
l’ESMA (European Security and Markets Authority, Autorità
europea sui titoli e sui mercati), che sovraintenderà alle
attività di rating, rilascerà patenti agli organismi,
quale che ne sarà la natura, che intendessero realizzare
tali attività nell’Unione, multerà quegli organismi,
sino al 20% del fatturato, che commettessero illegalità.
Più indietro è invece la costituzione, pur decisa
da tempo, di un’agenzia di rating pubblica europea. Discussioni
di approfondimento si susseguono l’una all’altra, come
sempre nell’Unione quando una questione si scontri con grandi
interessi privati. All’uopo giova far presente come, dentro
al bailamme finanziario che continua ad agitare l’Unione,
le banche d’affari tedesche e quelle britanniche si stiano
impegnando alla grande nell’emissione di titoli speculativi
ad alto rischio, profittando dei guai di Irlanda, Grecia, Portogallo,
guardino con intenzioni non buone alla situazione della Spagna,
inoltre a come, più in generale, l’euro continui a
sobbalzare.
Fonte : www.controlacrisi.org
Maggio2011
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