La crisi del debito pubblico in Grecia
di
Marica Frangakis |
Ogni storia ha bisogno di una narrazione, di una spiegazione
del perché le cose sono accadute in quel modo. In questo
racconto si trovano le risposte di come evitare / correggere simili
situazioni in futuro, e di come diffondere le idee di sviluppi
positivi.
Origini, politiche, prospettive ed alternative
Introduzione
Ogni storia ha bisogno di una narrazione, di una spiegazione
del perché le cose sono accadute in quel modo. In questo
racconto si trovano le risposte di come evitare / correggere simili
situazioni in futuro, e di come diffondere le idee di sviluppi
positivi.
Comprensibilmente, ci possono essere narrazioni differenti per
ogni particolare evento, a seconda del proprio punto di vista,
sulla base di interessi individuali, del proprio gruppo di appartenenza
o di classe, e a partire dalle informazioni disponibili, ecc.
La narrazione della crisi del debito pubblico greco deve essere
scomposta su piani diversi: quello nazionale, date le caratteristiche
particolari del capitalismo greco; quello europeo, sulla base
ristretta dell’integrazione europea e dell’unione
monetaria; quello globale, visto il ruolo dominante del sistema
della finanza, che fa ricadere la sua parte di responsabilità
per la crisi sui contribuenti ordinari.
Andremo ad analizzare ognuno di questi livelli nella prima parte
di questa nostra presentazione.
Le politiche messe in atto in Grecia, apparentemente nell’interesse
del popolo, costituiscono un precedente per la profonda applicazione
in Europa del paradigma neoliberista, favorendo il sistema finanziario
e più in generale le classi sociali privilegiate. Per esempio,
il programma Unione Europea/Fondo Monetario Internazionale è
apertamente quello di sostenere le privatizzazioni come mezzo
per affrontare la crisi del debito pubblico, violando così
la neutralità del Trattato, a tutto favore della proprietà
privata.
Inoltre, l’istituzione di una “task force”
per fornire assistenza tecnica al governo greco, con il compito
di presentare al presidente della Commissione europea e al commissario
agli Affari economici un’informativa trimestrale, by-passando
il governo greco, compromette la sovranità politica della
Grecia.
Le politiche attualmente implementate in Grecia verranno analizzate
nella seconda parte della nostra presentazione. La deflazione
ha già afferrato l’economia greca, mentre la prospettiva
di un lungo periodo di depressione è più reale che
mai. Il malcontento sociale si sta trasformando in fermento sociale,
mentre la società è attanagliata dalla paura che
la luce alla fine del tunnel è ben lontana dal vedersi!
Il governo sta mobilitando sempre più reparti di polizia,
al fine di sedare le proteste nelle strade. Allora, che cosa si
deve fare?
Pur apparendo disperata la situazione, dobbiamo tenere a mente
che non c’è carenza di proposte alternative. È
la volontà politica di porle sul tavolo e applicarle che
scarseggia. È a questo punto che le mobilitazioni sociali
possono rapportarsi alla situazione. Più partecipate, più
informate, meglio coordinate e organizzate saranno, più
è probabile che riusciranno a bloccare, ed anche ad invertire
la tendenza degli eventi che ci stanno difronte.
Le prospettive e le alternative possibili saranno discusse nella
terza parte di questa nostra analisi.
La narrazione greca – le radici della crisi
La spiegazione canonica della crisi del debito pubblico della
Grecia è quella della dissolutezza fiscale, è quella
di un paese che vive al di sopra dei propri mezzi. Questo non
fa sorpresa, dal momento che il deficit pubblico e il debito della
Grecia, così come il deficit di conto corrente, sono andati
persistentemente elevandosi negli ultimi dieci anni.
Tuttavia, questa è una lettura superficiale della crisi,
nella misura in cui non si tiene conto del processo che ha portato
la Grecia al suo stato attuale. È solo attraverso la comprensione
di questo processo, che si può tentare di cambiare questa
condizione.
Fattori domestici
Per “domestiche” si intendono le caratteristiche
peculiari della formazione capitalista in Grecia, di come questa
si è andata a sviluppare nel passato mezzo secolo, caratteristiche
che aiutano a spiegare l’attuale stato delle finanze pubbliche
greche.
Nei primi anni ‘50, l’economia greca era a brandelli,
a seguito di una devastante Seconda guerra mondiale e di una guerra
civile altrettanto distruttiva.
Il periodo 1950-1973 è stato dominato dalla Destra autoritaria
(1950-1967) e dalla dittatura (1967-1973). Durante questo periodo,
la politica economica aveva poco interesse per un’agenda
sociale, era volta ad una “crescita ad ogni costo”,
sulla base di un particolare tipo di “compromesso sociale”,
che tollerava evasioni ed elusioni fiscali le più diverse,
come un regime fiscale favorevole per il settore industriale,
l’esenzione degli agricoltori dall’imposta sui redditi,
l’evasione fiscale da parte delle piccole imprese e dei
professionisti, ecc. Tanto, che si era fatto strada il concetto
di “evasione fiscale legale”, radicato a tutt’oggi
(Stathakis, 2010).
Gli inizi dell’istituzione di uno “stato sociale”
si devono far risalire agli anni ’80, durante i quali un
certo numero di ex “national champions” sono state
nazionalizzate, però con lo Stato che si prendeva carico
delle loro passività. [N.d.tr.: “national champion”
è un concetto politico-economico con cui si configurano
grandi aziende impegnate in settori strategici, non solo per cercare
profitto ma anche… per “promuovere gli interessi della
nazione”.]
I problemi che affliggevano l’economia venivano aggravati
da una crescita lenta e da un’alta inflazione, con un conseguente
grave peggioramento delle finanze pubbliche.
Congiungersi all’Eurozona è divenuto l’obiettivo
strategico degli anni ’90 e 2000.
I settori produttivi - manifatturiero e agricolo – retrocedevano
sempre più, mentre le privatizzazioni e le liberalizzazioni
del mercato contribuivano ad approfondire la finanziarizzazione
del sistema economico.
Mentre lo stato delle finanze pubbliche peggiorava, queste venivano
“falsificate” attraverso l’uso di derivati ??e
con l’aiuto di istituzioni finanziarie…tanto osannate,
come la Goldman Sachs; un punto su cui torneremo tra breve.
Inoltre, l’afflusso di investimenti di portafoglio componeva
gran parte del disavanzo di conto corrente.
[N.d.tr.: secondo la definizione del Fondo Monetario Internazionale,
si definiscono “diretti” gli investimenti effettuati
per acquisire un “interesse durevole” in un’impresa,
dove l’“interesse durevole” deriva dall’acquisizione
di almeno il 10% delle azioni ordinarie o del diritto di voto.
Tutti gli altri investimenti sono invece considerati “investimenti
di portafoglio”.]
Per tutto il sessantennio 1950-2010, la questione di incrementare
le finanze statali attraverso l’eliminazione dell’evasione
fiscale rimaneva estranea all’agenda politica.
Questa è una caratteristica saliente dei problemi cronici
fiscali della Grecia. Il fatto che nemmeno oggi vengono posti
limiti all’evasione è indicativo degli interessi
dei gruppi dominanti nella società greca. Per esempio,
si stima che il 20% più ricco della popolazione paga la
minima quantità di imposte sul reddito!
Altre caratteristiche del profilo del sistema economico greco
e delle sue basi fiscali possono anche essere spiegate prendendo
in esame su lungo periodo lo sviluppo del capitalismo greco. Per
esempio, l’esistenza di “professioni a numero chiuso”,
e alti tassi di occupazione nel settore pubblico denotano i tentativi
dei capitalisti di vincolare ai loro interessi la classe media
e settori della classe operaia (Tsakalotos, 2010).
In questo senso, la risultante configurazione sociale ed economica
è una componente della Grecia contemporanea, piuttosto
che solo il sintomo di uno “Stato clientelare”. Solo
una radicale trasformazione sociale ed economica, a partire dal
sistema fiscale e dalla pubblica amministrazione, possono avere
un impatto duraturo.
Il programma predisposto da UE / FMI non affronta la natura sociale
dei problemi fiscali della Grecia, mentre l’aggravarsi della
crisi rende più difficile il cambiamento istituzionale.
Fattori europei
È stato detto che la Grecia deve affrontare un triplice
vincolo (a) l’impossibilità di svalutare la sua moneta,
(b) la crisi mondiale (c) un partner potente (la Germania) determinato
ad amministrare per suo conto un surplus di conto corrente (la
differenza tra esportazioni e importazioni totali) (Papadimitriou
et al, 2010).
Infatti, adottando una moneta unica, per certo i membri dell’Eurozona
hanno risolto il problema della speculazione sui cambi. Tuttavia,
la mancanza di un banchiere governativo - vale a dire, di una
banca centrale in grado di stabilizzare il mercato obbligazionario
sovrano attraverso operazioni di mercato aperto, nello stesso
modo in cui la Federal Reserve ed altre banche centrali sono in
grado di farlo - questo ha esposto i membri alla speculazione
nel mercato obbligazionario, visto che in questo settore il Trattato
vieta alla Banca Centrale Europea di agire con competenza legale.
Allo stesso tempo, il regime fiscale dell’unione monetaria
si fonda sulla disciplina e su interessi paritari, mentre il bilancio
dell’Unione è minimo (meno dell'1% del PIL dell’Unione
Europea), escludendo per definizione il concetto di unione di
trasferimento di moneta. Così paesi come la Grecia, in
un momento di crisi, si trovano senza difese.
L’aumento del deficit pubblico della Grecia è in
gran parte esogeno. E soprattutto è il risultato della
recessione mondiale ed europea, e dell’entrata in gioco
di stabilizzatori automatici.
[N.d.tr.: Gli stabilizzatori automatici sono meccanismi interni
al sistema economico, che non necessitano di specifiche decisioni
da parte delle autorità governative. Gli stabilizzatori
hanno l’importante funzione di attenuare le eccessive oscillazioni
del sistema economico, operando in maniera restrittiva durante
i periodi di espansione ed in maniera espansiva durante la fase
di recessione. Tra gli stabilizzatori risultano essere particolarmente
importanti i prelievi fiscali, sia diretti che indiretti. Ad esempio
in periodi di depressione, il gettito fiscale dell’IVA subirà
sicuramente una flessione a causa dei minori consumi; un effetto
opposto si avrà in una fase di espansione.]
Da qui, un deficit pubblico cronicamente elevato e un debito
sparato verso l’alto nel 2009-2010. L’ingegneria finanziaria
ha aggravato la situazione.
Il terzo vincolo a cui la Grecia deve sottostare, così
come altri paesi della Zona Euro indebitati, è il crescente
divario nel rendimento dei diversi paesi. In particolare, un persistente
e crescente squilibrio commerciale tra la Germania e alcuni altri
paesi del Nord Europa, da un lato, e la maggior parte dei paesi
del Sud Europa, tra i quali la Grecia, dall’altro, è
indicativo dei problemi di competitività che sono presenti
anche in tempi normali, figuriamoci in momenti di crisi. La posizione
macroeconomica scelta dalla Germania grazie al suo sistema economico
più importante nell’Eurozona, mina ogni tentativo
di convergenza.
Quindi, anche se i Greci lavorano molte più ore dei Tedeschi
su base annua, hanno uno dei più bassi redditi pro capite
in Europa, una distribuzione decisamente diseguale del reddito
e un elevato livello di povertà, soprattutto tra i lavoratori
poveri (OCSE, 2010); questi lavoratori sono meno competitivi rispetto
ai loro omologhi tedeschi, perché la Germania sta perseguendo
una strategia di crescita a bassi salari, che è coerente
con il suo modello dominato dalle esportazioni.
Sul lungo periodo, tali divergenze non sono compatibili all’interno
di un’unione monetaria, a meno che la differenza nel saldo
delle partite correnti tra gli Stati membri con surplus e deficit
sia compensata da trasferimenti. Questo però è precluso
strutturalmente.
In buona sostanza, gli accordi restrittivi istituzionali dell’Unione
Monetaria Europea e le politiche salariali divergenti dei suoi
Stati membri danno conto per la maggior parte non solo della situazione
in cui la Grecia si trova, ma anche della sua incapacità
di superarla.
Fattori globali
Come accennato in precedenza, gran parte dell’aumento del
debito pubblico greco è stato originariamente provocata
dalla crisi globale. Inoltre, il sistema finanziario globale ha
svolto un ruolo significativo nell’aggravare la crisi nelle
sue diverse fasi.
Partiamo dall’inizio: per quasi quindici anni, la Goldman
Sachs (GS) ha creato “riporti valutari” che hanno
permesso all’amministrazione greca di emettere il debito
in dollari e yen, per poi essere scambiato con titoli espressi
in euro, che sarebbero stati rimborsati in un secondo momento.
[N.d.tr.: Per riporto valutario si intende la vendita e l’acquisto
simultanei della stessa quantità di valuta a corso di cambio
a termine.
Il riporto è un contratto frequentemente collegato con
le operazioni di borsa a termine, cioè un contratto con
il quale una parte (il riportato) trasferisce in proprietà
ad un’altra (il riportatore) titoli di credito di una data
specie per un determinato prezzo, e il riportatore assume l’obbligo
di trasferire al riportato, alla scadenza del termine stabilito,
la proprietà di altrettanti titoli della stessa specie,
verso rimborso del prezzo, aumentato o diminuito nella misura
convenuta. Quando il prezzo è diminuito si parla, più
propriamente, di deporto.
Pur trattandosi, dal punto di vista giuridico, di un contratto
unitario, il riporto corrisponde, in sostanza, ad una vendita
a pronti e contemporaneo riacquisto a termine che il riportato
compie con il riportatore, e può servire a scopi diversi.
Così, ad esempio, può consentire al riportato che
necessita di denaro, ma non intende disfarsi dei titoli (perché
prevede un rialzo), di procurarsi il denaro stesso dando i titoli
a riporto ad una banca, che percepirà, come utile, la differenza
fra i due prezzi.
Può accadere, invece, che il contratto venga stipulato
nell’interesse del riportatore che desidera disporre temporaneamente
di titoli (ad esempio, per esercitare il relativo diritto di voto
in un’assemblea), ma non intendendo acquistarli, li prende
a riporto (in questo caso, anzi, a deporto, come abbiamo detto)
e sarà lui a pagare un corrispettivo. In questi casi il
riporto ha un contenuto essenzialmente economico, ed è
detto anche riporto di banca.
Altre volte, invece, viene posto in essere da operatori di borsa
per un fine essenzialmente speculativo, e precisamente per prolungare
nel tempo posizioni speculative al rialzo od al ribasso compiute
mediante operazioni allo scoperto (cioè acquisti fatti
senza disporre dei corrispondenti capitali, ovvero vendite senza
disporre dei relativi titoli) ; è questo il cosiddetto
riporto di borsa.]
L’intervallo di maturazione dei titoli era compreso tra
i 10 e i 15 anni. La GS riceveva una commissione di peso, e nel
2005 vendeva contratti a riporto ad una banca greca.
Il governo greco manteneva contenti e sicuri i suoi partner dell’Eurozona
e lo stato delle finanze pubbliche della Grecia veniva contraffatto
sapientemente e legalmente!
Quando nel 2009 le condizioni finanziarie della Grecia peggiorarono,
la GS, JP Morgan e alcune altre banche dettero il loro sostegno
ad una quasi sconosciuta società - il gruppo Markit di
Londra – nell’introdurre un nuovo indice – l’iTraxx
SovX Europa Occidentale - composto dai 15 “credit default
swap” più scambiati in Europa a coprire economie
in situazioni di difficoltà come quella della Grecia.
[N.d.tr.: i “credit default swap” (cds) sono contratti
derivati che permettono agli investitori, pagando un premio, di
proteggersi dall’eventuale fallimento di una obbligazione
(soprattutto titoli di Stato).
Una vera e propria polizza assicurativa, che di conseguenza segnala
il livello di rischio di un titolo, dalle azioni alle obbligazioni
governative. Infatti più aumenta il costo per stipulare
un “credit default swap”, quindi per assicurarsi,
più significa che il sottostante (l’oggetto del contratto)
aumenta il suo grado di rischio.
Il problema è che spesso questi sottostanti sono rappresentati
da titoli di Stato di un paese sovrano.
A questo punto una domanda sorge spontanea: possono le banche
e le istituzioni private decidere sul destino economico e finanziario
di interi paesi e di milioni di cittadini?
Un discorso simile alle recenti polemiche sul ruolo eccessivo
assunto dalle agenzie di rating americane. Non a caso, se andiamo
ad analizzare come funzionano (e chi gestisce) i cds, le curiosità
non mancano.
Anzitutto sono contratti stipulati sui mercati non regolamentati,
sono comprati e venduti dagli operatori al telefono, senza un
sistema elettronico e quindi privi di trasparenza. Il loro mercato
è concentrato nelle mani di 4-5 colossi bancari americani
e rimangono accessibili solo ai grandi investitori. Insomma si
tratta di strumenti opachi e senza tracciabilità, che hanno
però un potere enorme: quello di influenzare e condizionare
mercati enormi, come quello dei titoli di Stato.
Possono diffondere il panico e far lievitare i rendimenti, contribuire
a destabilizzare i governi, le borse e di conseguenza i risparmiatori.]
Questo permette agli speculatori sul mercato di scommettere se
la Grecia, tra gli altri, dichiarerà fallimento o meno.
Il comprare e vendere swap produce l’aumento del costo per
assicurare il debito sovrano greco e, a sua volta, l’aumento
di ciò che Atene deve pagare di interessi per prendere
a prestito fondi. Di qui il fenomeno delle banche che scommettono
se la Grecia dichiarerà fallimento per debiti, che loro
hanno contribuito a nascondere!
Come accennato in precedenza, il regime monetario dell’Eurozona
abbandona i suoi membri più vulnerabili alle speculazioni
del mercato dei cambi. Come la crisi greca ha dimostrato, questi
paesi possono essere tenuti in ostaggio dai mercati finanziari
e dalle stesse agenzie di valutazione del credito.
I molteplici dimensionamenti verso il basso delle obbligazioni
emesse dallo Stato greco sono illustrativi a questo proposito.
Solo nella prima metà del 2011, le tre grandi agenzie di
rating le hanno declassate 7 volte! Non sorprende che, entro il
luglio 2011, i differenziali su questi titoli siano esplosi, così
come i “cds”.
In buona sostanza, la finanza globale ha influenzato la nascita
e lo sviluppo della crisi greca del debito pubblico, sia direttamente
che indirettamente.
I casi particolari di cui sopra sono esempi di responsabilità
diretta.
Indirettamente, la finanza globale è stata strumentale
nel promuovere la narrazione sul sistema economico poco virtuoso
della Grecia, nel tentativo di distogliere l’attenzione
dalla sua parte di responsabilità nella crisi, e per garantire
fondi freschi per il salvataggio finanziario.
Inoltre, come sottolineato da Walden Bello, puntando i riflettori
sulla spesa pubblica sempre elevata ed in crescita, come il problema
chiave dell’economia mondiale, la finanza mondiale sta cercando
di deviare le pressioni per una regolamentazione più severa
della finanza, tanto richiesta dai cittadini e dai governi fin
dall’inizio della crisi globale.
Il salvataggio finanziario da parte dell’EU/IMF –
Cura micidiale per il paziente?
La corsa al primo salvataggio
La saga della crisi del debito pubblico della Grecia ha avuto
il suo inizio nel mese di ottobre 2009, quando il governo socialista
di recente elezione annunciava che il deficit pubblico per il
2009 avrebbe raggiunto il 12,5% del PIL, invece del 3,7%, come
previsto nel bilancio di quel anno.
Il differenziale di rendimento decennale dei titoli di stato
(rispetto a quello della Germania), che era pari a 134 punti base
(pb) il 22 ottobre 2010, cominciava a crescere.
[N.d.tr.: la misura dei prodotti su obbligazioni e titoli è
il punto base equivalente a un centesimo di punto percentuale,
ossia è uguale allo 0,01%. Viene usato per esprimere differenziali
di rendimento. (7,50% - 7,15% = 0,35%, vale a dire 35 punti base).
Quindi un differenziale (spread) del 3,64% è uguale a 364
punti base.]
Ai primi del 2010, la Grecia annunciava una serie di misure di
austerità, che venivano “ben accolte” dalla
Commissione Europea (nella sua assemlea del 25 marzo 2010). Tuttavia,
il 22 aprile, il differenziale di rendimento decennale dei titoli
di stato raggiungeva i 586 pb.
Il 23 aprile 2010, il governo greco ufficialmente si rivolgeva
per assistenza finanziaria all’Eurozona e al Fondo Monetario
Internazionale (FMI). Il salvataggio finanziario veniva concordato
all’inizio di maggio 2010, quando la Banca Centrale Europea
(BCE) annunciava che avrebbe accettato titoli di stato greci come
garanzia, a prescindere dalla loro valutazione di solidità
(rating).
Eppure, il 7 maggio, il differenziale di rendimento decennale
dei titoli di stato arrivava ai 1038 bp, e si manteneva intorno
a questo valore per tutto il 2010, e comunque attualmente è
stato superato.
Il salvataggio del 2010
Questo prestito ammonta a 110 miliardi di Euro, di cui 80 miliardi
sono prestiti intergovernativi impegnati dai paesi dell’Eurozona
e 30 miliardi da parte del FMI.
Il progetto di erogazione dei prestiti veniva impostato per soddisfare
le esigenze di finanziamento della Grecia fino alla prima metà
del 2013.
I prestiti, con un tasso d’interesse del 3,5%, hanno una
scadenza di 15-30 anni, compreso un periodo di dilazione del pagamento
di 10 anni. Il pacchetto di salvataggio è strettamente
subordinato alla realizzazione di misure di austerità severe,
e di riforme a largo raggio di liberalizzazioni e di privatizzazioni.
Nello specifico, le misure di austerità si basano più
su tagli di spesa (oltre il 60% della riduzione del deficit) che
su aumenti delle tasse, e sono state studiate per ridurre il deficit
pubblico dal 15,4% del PIL del 2009 al 2,6% entro il 2014.
Inoltre, le riforme, già dettagliate o in fase di approfondimento,
del sistema pensionistico, della sanità e dell’istruzione
pubblica costituiscono condizioni esplicite del pacchetto di salvataggio.
I progressi in tutti questi settori verranno controllati ad intervalli
regolari da funzionari dell’Unione europea e del FMI, a
determinare se la nuova tranche di prestiti potrà essere
erogata o no. In questo modo, viene esercitata un’ulteriore
pressione, provocando ulteriori misure di austerità, nel
caso di non conseguimento degli obiettivi.
Le proiezioni del salvataggio finanziario si basavano su un assunto
fondamentale, sulla ripresa della crescita non solo in Grecia,
ma anche a livello globale. Come l’esperienza dello scorso
anno ha dimostrato, si trattava di una supposizione audace, quasi
per certo destinata a fallire nel breve periodo. La Grecia è
già stretta in una spirale verso il basso di salari, prezzi
e produzione in caduta e aumento della disoccupazione (17%, dal
10% nel 2009, e a breve dovrebbe superare il 20%), della povertà
e delle disuguaglianze.
Come la Quarta Revisione del “Programma di aggiustamento
economico per la Grecia” sottolinea, la recessione è
più profonda e più lunga di quanto inizialmente
veniva previsto. Il risultato è il mancato raggiungimento
degli obiettivi del salvataggio finanziario, che porta a nuove
misure, prese in una situazione di quasi-panico da parte del governo
greco, perennemente all’inseguimento della propria ombra!
Il salvataggio del 2011
Questo salvataggio è stato deciso nel luglio del 2011,
e segna uno scostamento da quello precedente, in quanto contiene
una clausola riguardante il coinvolgimento del settore bancario,
a cui viene richiesto di accollarsi una perdita di circa il 21%
del suo portafoglio in titoli di Stato greci. L’effettiva
forma e la quota di partecipazione delle banche specifiche non
sono ancora state definite.
Una pietra miliare di entrambi i salvataggi finanziari è
l’imposizione della rapida privatizzazione delle partecipazioni
statali presenti in tutto il sistema economico. Nonostante la
presunta neutralità dell’Unione europea nei confronti
della proprietà privata (art. 345 del Trattato), la Commissione
europea assume una posizione chiara a favore delle privatizzazioni,
come mezzo per ridurre il debito pubblico, e nel contempo promuovere
l’attività economica.
Inoltre, il processo di privatizzazione deve essere monitorato
da una commissione indipendente, sull’esempio dell’agenzia
“Treuhand”, incaricata della privatizzazione del sistema
economico della Germania Est, dopo l’unificazione.
Ovviamente, si ritiene che questa agenzia abbia colto dei bei
successi, anche se in questo processo di privatizzazioni sono
andati persi 2,5 milioni di posti di lavoro, mentre il costo intero
di esercizio ha superato i 300 miliardi di marchi tedeschi, a
fronte di profitti dalle privatizzazioni non superiori ai 60 miliardi
di marchi.
In buona sostanza, i salvataggi Unione Europea /FMI non riescono
a riconoscere la natura della crisi del debito greco, sia esso
nazionale, europeo o mondiale. In questo modo, si chiudono gli
occhi non solo sugli aspetti più profondi delle carenze
dell’economia greca, ma anche sulle debolezze e inadeguatezze
strutturali della costruzione dell’euro, così come
sul ruolo del sistema finanziario.
Inoltre, la stessa unilateralità di ordine logico e politico
viene manifestata in relazione non solo ad altri paesi indebitati
in cerca di assistenza finanziaria, come l’Irlanda e il
Portogallo, ma anche per quanto riguarda i principali orientamenti
politici da adottare per l’Eurozona nel suo complesso.
Perseguire il risanamento di bilancio simultaneamente su un’area
di 17 Stati membri (per non parlare dei 27!) in un momento di
crisi è semplicemente diffondere un’“austerità
contagiosa” con il rischio di provocare una “crisi
contagiosa” nell’Eurozona nel suo complesso, in effetti
mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza (Munchau, FT, 4
settembre 2011).
Prospettive ed alternative
Le misure di austerità e le riforme del mercato del lavoro
portate avanti in Grecia sono una forma di svalutazione interna,
cioè un modo di abbassare il tasso di cambio effettivo
reale in termini di costo unitario del lavoro. Si tratta di un
processo che va a protrarsi a lungo, con un costo sociale pesante,
reso ancora più pesante dalle attuali incertezze mondiali
ed europee.
[N.d.tr.: Il tasso di cambio effettivo è un indice di
competitività di prezzo di un’area economica (area
domestica) rispetto ad un certo gruppo di aree economiche concorrenti.
Esso mira a rappresentare l’evoluzione dei prezzi nell’area
domestica relativamente ai prezzi nelle aree concorrenti. Può
essere calcolato nella versione nominale o nella versione reale.
Il tasso di cambio effettivo nominale, si costruisce come media
ponderata dei tassi di cambio tra la valuta utilizzata nell’area
domestica e le valute utilizzate nelle aree concorrenti.
Il tasso di cambio effettivo reale si costruisce aggiungendo
alle informazioni sull’evoluzione dei tassi di cambio anche
le informazioni sull’evoluzione dei prezzi nelle aree economiche
considerate attraverso l’utilizzo di opportuni indici di
prezzo, ad esempio l’indice dei prezzi al consumo.
I pesi utilizzati nella ponderazione della media si basano, di
norma, sull’entità dei flussi di commercio verso
le aree concorrenti, in modo da dare maggiore importanza ai prezzi
delle aree con le quali si ha un maggiore interscambio commerciale.
L’interpretazione dell’indice è che ad un incremento
corrisponde una diminuzione della competitività di prezzo
dell’area (ad esempio perché i prezzi domestici sono
aumentati mediamente di più rispetto ai prezzi delle aree
concorrenti), mentre ad un decremento corrisponde un aumento di
competitività dell’area.]
Per di più, non si potrà andare avanti così
per molto, non solo perché l’economia finirà
per crollare, ma anche perché, in una società con
gruppi di interesse diversificato, quelli che stanno sopportando
la maggior quota degli oneri raggiungeranno il limite della loro
capacità di farlo. Già, ci sono segnali di alienazione
politica e manifestazioni di rabbia contro i due principali partiti
politici, che si sono alternati al potere in Grecia nel dopoguerra.
Infatti, la Destra estrema sta registrando un aumento nelle preferenze
elettorali.
Nel complesso, la situazione in Grecia non è più
economicamente e socialmente sostenibile. L’esperienza dello
scorso anno ha dimostrato che il consolidamento del sistema finanziario
senza crescita non è possibile, e che proseguire nel programma
di austerità e di riforme proposto dalla UE / FMI, di fatto
approfondisce la recessione, rendendo più imminente un
default senza controlli. Allora, che cosa si deve fare? La risposta
ortodossa, classica, a questa domanda è “più
ortodossa della stessa”.
Il ministro federale tedesco delle finanze, Wolfgang Schäuble,
afferma che “i governi interni ed esterni all’Eurozona
hanno bisogno non solo di impegnarsi per il risanamento di bilancio
e il miglioramento della competitività, hanno bisogno di
iniziare a generare tutto questo, ora e subito. La ricetta è
tanto semplice quanto difficile da attuare nella pratica: le democrazie
occidentali e altri paesi devono far fronte ad alti livelli di
indebitamento, e i deficit necessitano il taglio delle spese,
l’aumento delle entrate e la rimozione degli ostacoli strutturali
nelle loro economie, comunque il tutto politicamente doloroso”
(FT , 5 settembre 2011).
Un messaggio chiaro, in chiaro linguaggio neoliberista, che purtroppo
non può funzionare in un momento di crisi. Ma qual è
l’alternativa?
L’idea di emettere “eurobond”, cioè
obbligazioni garantite collettivamente dagli Stati membri dell’Eurozona,
è stata avanzata da proponenti diversi e in una varietà
di forme.
Per esempio, secondo la proposta di “titoli blu”,
i paesi potrebbero avere il diritto di emettere obbligazioni “blu”,
collettivamente garantite fino al 60% del loro PIL, con un abbassamento
significativo dei costi dovuti all’indebitamento finanziario.
Un’altra proposta di “eurobond” sarebbe che
la Banca Centrale Europea (BCE) emetta obbligazioni e compri fino
al 60% del debito esistente nei paesi dell’Eurozona, mentre
i singoli paesi dovrebbero rendersi responsabili per la loro quota
di interessi sugli eurobond.
Entrambe queste proposte potrebbero offrire qualche conforto
nell’attuale crisi di fiducia nella Eurozona, e aiutare
i paesi indebitati come la Grecia ad uscire dalla loro attuale
impasse.
Tuttavia, la proposta del titolo “blu” implica un
trasferimento dai paesi più forti verso i paesi più
deboli, sotto forma di garanzie, mentre la proposta dell’“eurobond”
si scontra con la clausola “no bail-out – nessun salvataggio”
del Trattato e dello statuto della BCE.
Sono disponibili altre proposte, che non necessariamente richiedono
la revisione del Trattato dell’Unione. Per esempio, Thomas
Palley ha proposto l’istituzione di un’Autorità
europea sulla finanza pubblica, che dovrebbe agire come tesoreria
per l’Eurozona, in collaborazione con la BCE, che a sua
volta dovrebbe aiutare il finanziamento del bilancio attraverso
la gestione dei tassi d’interesse obbligazionari, come un
banchiere governativo dovrebbe normalmente fare (Palley a FT,
31-8-2011).
Tutte le proposte di cui sopra per una unione più significativa
dell’Eurozona finanziaria, se non fiscale, hanno due cose
in comune: (i) richiedono la volontà politica di adottarle
e applicarle, (ii) sono misure di medio se non lungo termine.
Nel migliore dei casi, non possono affrontare immediatamente i
problemi che stanno di fronte alla Grecia o all’Eurozona.
Molti analisti concordano sulla necessità di offrire condizioni
più favorevoli alla Grecia. La continuazione di politiche
di austerità non solo smorzano la domanda aggregata complessiva.
Aumenta anche il valore reale del debito in essere, che porterà
al fallimento delle banche e alla bancarotta delle imprese. Da
qui, la necessità di invertire la marcia, cioè,
di ridare stimolo all’economia attraverso la promozione
della crescita economica. Dal momento che il settore privato non
può fare questo, dovrà essere il governo a farlo!
Inoltre, vi è un urgente bisogno di riavviare la crescita
nell’Eurozona e più in generale nell’Unione
europea. Paesi con avanzo di bilancio come la Germania possono
incrementare la spesa dei consumatori, in coordinamento con il
resto dell’Eurozona. Anche la Banca Europea per gli Investimenti
può contribuire al rilancio tramite il finanziamento di
opere pubbliche.
Inutile dire che tale azione di stimolo dell’economia dovrebbe
tener conto delle considerazioni ambientali e climatiche e dovrebbe
essere condotta in modo da ridurre la disuguaglianza e la povertà.
Infine, è essenziale che la riforma della politica di
regolamentazione finanziaria in Europa, così come a livello
globale, si concluda presto, dopo più di due anni di deliberazioni.
I tentativi da parte delle banche e di altri istituti finanziari
di adattare le nuove norme ai propri interessi devono essere contrastati.
Dopo tutto, la crescita e la stabilità sono i presupposti
per superare con successo l’attuale crisi a livello nazionale,
europeo e mondiale.
di Marica Frangakis, membro del consiglio direttivo
dell’ Istituto di ricerche economiche “Nicos Poulantzas”
di Atene
http://www.tni.org/article/public-debt-crisis-greece
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
Ottobre
2011