Dalla crisi globale alla CELAC
di
Sergio Rodriguez Gelfenstein, AVN |
Caracas - Per molte ragioni legate agli eventi internazionali,
ora è molto difficile "tastare il polso" alle
dinamiche della politica mondiale. Parametri consolidati da secoli,
creati in Occidente e accettati con la ragione o con la forza,
in gran parte del mondo cominciano a sbriciolarsi, paradossalmente,
sgretolati da chi li ha creati.
In questo senso, non è solo accademico o teorico il dibattito
per determinare se la crisi è del sistema capitalista globale,
che impera nel pianeta da poco più di un secolo e mezzo,
oppure sia del modello di civiltà occidentale stabilito
25 secoli fa, dapprima in Europa e successivamente imposto al
mondo attraverso le conquiste, guerre, schiavitù, sterminio
di centinaia di milioni di persone e l'imposizione di una cultura,
un modello di comportamentale, un sistema di valori e di un paradigma
politico che è stato assunto come se fosse universale.
Di questo modello, il capitalismo e l'imperialismo, sono solo
le ultime due fasi, la prima nata nel XIX secolo e la seconda,
più recentemente, nel secolo scorso.
Tutto questo, come ho detto precedentemente, supera le mere definizioni
teoriche, per la semplice ragione che la loro delucidazione dovrebbe
coinvolgere comportamenti diversi per gli attori che hanno il
potere decisionale, soprattutto quando si tratta di relazioni
internazionali e di politica estera.
Nozioni ampiamente riconosciute come democrazia, difesa dei diritti
umani e sovranità, successivamente trasformate in principi
e questi a loro volta, stampate nelle costituzioni e nel quadro
giuridico che ha sostenuto la Carta delle Nazioni Unite, che ha
originato la Dichiarazione dei Diritti Umani Universali, hanno
cominciato a diventare obsoleti, violentati e sopraffatti dalla
imposizione di una forza che sta portando l'umanità a tornare
ai tempi della barbarie.
Quando criteri universalmente accettati, che devono regolare la
condotta internazionale degli Stati sono sottomessi al beneficio
del profitto.
Quando i valori volti a preservare la vita sul pianeta sono sacrificati
nell'interesse di una sola nazione.
Quando centinaia di migliaia di persone vengono uccise per mantenere
un tenore di vita che sostenga il consumo indiscriminato di una
minoranza del pianeta.
Quando i governi, siano di destra o di "sinistra", come
in Europa, non possono mantenere il loro modello e cadono sotto
il peso della loro incompetenza e della loro sottomissione a certe
oggettive potenze e non possono fornire risposte ai bisogni più
elementari dei loro cittadini.
Quando la democrazia rappresentativa di stampo occidentale non
è in grado di trovare soluzioni e con la coercizione antidemocratica
impone banchieri per sostituire i politici e guidare i governi
come è successo in Grecia e in Italia.
Quando gli Stati Uniti attivano gli avversari orientali della
Cina utilizzando il suo alleato coreano Ban Ki-moon alle Nazioni
Unite e il giapponese Yukiya Amano presso l'AIEA al fine di instaurare
la guerra come metodo e la brutalità come sistema.
Quando il Direttore generale del Fondo Monetario Internazionale
Christine Lagarde va a Pechino per esigere che la Cina entri nella
crisi finanziaria mondiale per salvare l'Europa.
Quando si minaccia di aggredire Iran, Siria e Pakistan se non
si allineano alle norme stabilite dagli Stati Uniti e da altri
Stati canaglia, creando un conflitto in una regione dove ci sono
tre paesi in possesso di armi nucleari, Israele, India e Pakistan,
in grado di scatenare una terza guerra mondiale in grado di eliminare
tutte le forme di vita umana sul pianeta.
Quando tutto questo accade, è chiaro che la crisi che stiamo
affrontando è molto più profonda di un semplice
stato comatoso dell'economia e del sistema capitalistico mondiale,
per profonda che sia. La crisi è di civiltà e questo
ci obbliga alla scelta di salvarsi e salvare tutti oppure perire
incarcerati dalla bestialità senza limiti ostentata dal
potere mondiale.
L’America Latina e i Caraibi, nel mezzo a questa terribile
catastrofe, navigando per mari agitati, avanzano con difficoltà,
ma in maniera decisa verso porti più sicuri. In mezzo a
turbolenze, si presenta come un'area in cui si compiono progressi
in controcorrente rispetto al resto mondo.
Le nostre preoccupazioni vengono risolte in spazi di integrazione
sempre maggiori, che vengono costruiti nel campo sia economico
che e politico, della difesa e della sicurezza. UNASUR è
ormai una realtà concreta e il prossimo vertice che formalmente
sancirà la nascita della Comunità dell'America Latina
e dei Caraibi la (CEPAC), va in questa direzione.
L'integrazione e l'unità è la nostra unica salvezza.
Nessun paese può permettersi un percorso politico solitario
nel mondo di domani, pur potente che sia. Sarà necessario
affrontare sfide insite nelle nazioni governate da leaders che
si trovano agli antipodi dello spettro politico, e la CELAC non
deve essere un'alleanza di governi, ma una confluenza di Stati.
Se uno di essi, crede di stare al sicuro per il fatto di avere
un rapporto privilegiato con una delle potenze mondiali, gli esempi
dell'Iraq e della Libia sono molto recenti per ricordare ciò
che disse Lord Palmerston, politico britannico del XIX secolo,
quando venne rimproverato per non sostenere la lotta d'indipendenza
delle colonie in America privilegiando la sua alleanza con la
Spagna: "La Gran Bretagna non ha amici o nemici permanenti,
ha interessi permanenti".
Ciò è perfettamente valido per comprendere l'attuale
politica degli Stati Uniti e può essere esteso alla realtà
del rapporto di qualsiasi paese del sud con le potenze.
I nostri interessi sono quelli del nostro popolo che hanno forti
identità culturali, religiose e linguistiche e sono stati
separati solo dal progetto coloniale che ha creato alcuni territori
che originarono stati-nazione dopo l'Indipendenza. Negli ultimi
due secoli, gli interessi imperiali di una potenza americana ha
promosso conflitti ereditati dal passato coloniale per dividere
e imperare.
Il prossimo vertice a Caracas della CELAC farà in modo
che si smetta di parlare di "sogno del Liberatore Simon Bolivar"
per iniziare a parlare del "Piano del Liberatore Simon Bolivar".
Questo piano deve concretizzarsi partendo dalle nostre asimmetrie,
dalle nostre differenze e distanze, sia geografiche che politiche.
Questa è la sfida per progredire e vincere.
Il Liberatore prevedendolo, non disse mai che sarebbe stato altrimenti;
nella Lettera di Giamaica stabilì le differenze come una
realtà che dovevano essere accettate quando affermò:
"Anche se i successi sono stati parziali e si alternano,
non dobbiamo abbatterci e non aver fiducia nella fortuna. In alcune
regioni trionfano gli indipendentisti, mentre in altri luoghi,
i tiranni, ottengono benefici. E qual è il risultato finale?
Non è forse vero che tutto il Nuovo Mondo è turbato
e armato per la sua difesa? Diamo uno sguardo, e osserveremo una
lotta simultanea grande come l’estensione di questo emisfero".
Solo così, cittadini di questa nostra America, avremo un
futuro e potremo superare questa profonda crisi di civiltà
che ha nel capitalismo e l'imperialismo, la sua ultima fase terminale.
da ww.resistenze.org
Novembre
2011