La crisi e i suoi derivati
di
Vladimiro Giacchè |
Chi adopera youtube è probabile che conosca già
il geografo e sociologo inglese David Harvey, per via di un’animazione
sulla crisi del capitalismo che ha avuto grande successo (oltre
un milione e duecentomila visualizzazioni) e che da qualche tempo
è stata anche tradotta in lingua italiana.
Rispetto a quel video, il libro più recente di Harvey,
L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza,
tradotto quest’anno da Feltrinelli (il titolo originale
era un po’ meno immaginifico: The enigma of capital and
the crises of capitalism), con le sue oltre 300 pagine, ha il
difetto di non poter essere passato in rassegna in dieci minuti.
Ma il linguaggio di Harvey non è meno chiaro sulla carta
stampata di quanto sia su video. E il suo testo riesce ad introdurci
con grande semplicità alle modalità di funzionamento
della società capitalistica e alle sue crisi. Con un occhio
particolare, ovviamente, a quella in corso. Che per Harvey, come
tutte le crisi, sta svolgendo la sua funzione di riconfigurare
il capitalismo permettendogli di continuare a sussistere. Ossia
di far ripartire l’accumulazione del capitale, momentaneamente
ingolfata (a causa di un eccesso di capitale che non riesce a
valorizzarsi adeguatamente).
“Le crisi” – dice Harvey – “servono
a razionalizzare le irrazionalità del capitalismo; di solito
conducono a riconfigurazioni, a nuovi modelli di sviluppo, nuove
sfere di investimento e nuove forme di potere di classe…
Durante una crisi come quella che stiamo vivendo attualmente,
è sempre importante tenere a mente questo fatto. Dobbiamo
sempre domandarci che cos’è che viene razionalizzato
e qual è la direzione in cui procede la razionalizzazione,
poiché questo definisce non soltanto la maniera in cui
usciremo dalla crisi, ma anche le future caratteristiche del capitalismo”.
Se così stanno le cose, secondo Harvey oggi non c’è
molto da stare allegri.
I profitti delle imprese private (dopo che i buchi dei loro bilanci
sono stati tamponati da salvataggi pubblici su larga scala) stanno
riprendendo quota, ma la disoccupazione aumenta e la quota del
reddito da lavoro sul prodotto nazionale continua a diminuire
praticamente in tutti i Paesi occidentali.
Recentemente la cosa è stata espressa in questo modo dal
miliardario statunitense Warren Buffett: “C’è
una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe,
la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo”.
Ma soprattutto, osserva Harvey, “in gran parte delle economie
capitalistiche avanzate… con la scusa della crisi del debito
sovrano la classe capitalistica ha cominciato a smantellare ciò
che resta dei sistemi di welfare attraverso una politica di austerità
fiscale”. In questo modo si riconducono sotto le logiche
del profitto servizi e prestazioni che a esse erano stati sottratti
decenni fa. “Alcune importanti aree di intervento pubblico,
a partire dalla previdenza sociale e dai sistemi pensionistici
statali, devono ancora essere privatizzate”, e questa crisi
– afferma Harvey – ne offre l’occasione: “l’
attuale enfasi sui programmi di austerità, quindi, non
è che l’ennesimo passo
verso la personalizzazione dei costi della riproduzione sociale”.
Si è osservato che in questo modo la crisi si aggrava
e si prolunga nel tempo: perché le politiche di austerità
inducono recessione, calo dei consumi e inibiscono la crescita,
che sarebbe in verità l’arma migliore anche per abbattere
il debito pubblico (è interessante notare che su questo
punto la pensano allo stesso modo diversi analisti finanziari
di peso: soltanto per citare alcuni nomi, Nouriel Roubini, El-Erian
di Pimco, George Magnus di UBS, Jeremy Grantham di GMO).
Secondo Harvey però non si tratta di un errore: a suo
avviso “le attuali difficoltà dell’economia”
nei paesi occidentali “vengono aggravate non per una necessità
economica, ma per una precisa ragione politica, cioè il
desiderio di sollevare il capitale dalla responsabilità
di farsi carico dei costi della riproduzione sociale”. In
che modo? Diminuendo l’entità delle prestazioni sociali
e previdenziali sinora garantite dallo Stato (un tempo le si definiva,
rispettivamente, “salario indiretto” e “salario
differito”). È evidente che in questo modo si amplierà
la sfera di ciò che è “a mercato”, con
conseguenti profitti per chi è in quel business (il gestore
privato che subentra a una municipalizzata pubblica, la compagnia
assicuratrice che gestisce un fondo pensione privato, ecc.).
A mio avviso questa strategia – se di strategia si può
parlare – trascura le potenziali ricadute distruttive (anche
per le imprese) di un crollo contemporaneo della domanda interna
nei principali Paesi occidentali, che è precisamente quello
che sta accadendo.
(Per quanto riguarda l’Europa ho segnalato questo rischio
in un mio articolo uscito su il Fatto quotidiano del 30 maggio
del 2010, dal titolo: Con questi tagli si torna agli anni Trenta)
In ogni caso la ricostruzione di Harvey ci aiuta a capire due
cose: che la crisi non colpisce tutti alla stessa maniera e che
non esistono strategie di uscita dalla crisi neutrali socialmente
e tecnicamente obbligate.
Per capire la prima cosa probabilmente non avevamo bisogno di
lui. La seconda, invece, è molto importante per restituire
alla discussione pubblica il dibattito su scelte dalle quali dipende
il nostro futuro. Prossimo e meno prossimo.
Settembre
2011