Diario de un combatiente
di Armando Hart

 

E’ uscito il diario inedito di Ernesto Che Guevara dalla Sierra Maestra a
Santa Clara (1956-1958). Pubblichiamo il prologo di Armando Hart al libro
uscito recentemente per le edizioni Ocean Sur nel quadro del Progetto
Editoriale Che Guevara*.


IL CHE: SIERRA E LLANO



Chi leggerà le pagine di questo libro, noterà che l’eroismo e la redenzione
universale dell’uomo sono, nel Che, due aspetti strettamente legati all’
eccezionale capacità intellettuale, al talento e alla grazie nel descrivere
dettagliatamente ciò che altri uomini tralasciano, dimenticano o conservano in
un luogo recondito della memoria. Però il Che, nella sua sincerità senza
limiti, comparabile solo alla generosità e alla solidarietà infinita proprie
degli uomini che si fanno carico della verità e della giustizia in modo
radicale, metteva tutto per iscritto, per lo meno la maggior parte delle cose
che nascevano dalla sua intelligenza caustica e raffinata.

Dobbiamo ringraziare l’argentino-cubano per aver vissuto la sua vita
guerrigliera in modo tale che, nel futuro di cui siamo parte e nell’avvenire
più lontano di coloro che vivranno il XXI secolo, sia possibile conoscere e
apprezzare gli avvenimenti accaduti nelle montagne dell’Oriente durante gli
anni che hanno forgiato la nuova Cuba che emergeva dalle viscere di una vecchia
storia: quella delle glorie bolivariane e martiane.

Molti hanno scritto pagine sul Che analizzando la sua persona in modo
parziale, e altri, quasi in forma capricciosa, occultando o semplicemente
tralasciando i punti centrali del suo pensiero, offrendoci così una immagine
caricaturale di un passato a cui è doveroso fare appello con intelligenza e
amore. Quando non si ha né intelligenza e né amore si tralascia l’essenziale e
quindi si perde il privilegio e la possibilità di esaltare la parte più nobile
e trascendente di questa storia.

Ho vissuto in pieno la Rivoluzione, la stessa rivoluzione che il Che
descriveva dalla trincea guerrigliera. Ho fatto miei gli impegni più intimi,
contraddittori e vitali, li ho resi parte della mia vita, facendoli entrare nel
profondo del mio cuore. Noi che abbiamo vissuto in questo modo, amando questa
storia, abbiamo una visione della Rivoluzione che non si perde nel labirinto
dei fatti, né si presta alle interpretazioni tendenziose. Vogliamo far luce
sugli aspetti essenziali, rilevanti.

In questo testo, che riprende la visione del Che d’allora, è possibile
ritrovare alcune polemiche tra i combattenti della Sierra e quelli del Llano
[1]; proprio nel Llano ho avuto l’onore di partecipare alle attività delle
trincee clandestine delle nostre città. Questo ci obbliga a trattare degli
aspetti le cui radici sono immerse nel processo di gestazione della Rivoluzione
Cubana, di cui il Che è stato uno dei massimi artefici. Il Che ha avuto un
ruolo importantissimo insieme a Fidel e Raúl.

È un onore che il Centro Studi Che Guevara mi abbia chiesto di scrivere delle
note per questi testi, poiché in molti conoscono la mia vicinanza ai fatti
storici e alle valutazioni del comandante guerrigliero. È grande e complicato
lo sforzo intellettuale che devo intraprendere per esporre, in modo più che
adeguato e utile, ciò che è ben articolato e saldo nel mio cuore. Però non
posso, né devo evitare l’impegno, poiché mi sento depositario di verità che è
necessario far conoscere per comprendere meglio la grandezza del Che, l’
originalità di Fidel e alcuni aspetti essenziali della Rivoluzione Cubana.

Nel mio libro Aldabonazo cito un avvenimento chiave per capire ciò che sto
dicendo. Così scrivevo:

“[…] Nonostante il principio di sicurezza raccomandasse che qualunque
documento compromettente non dovesse arrivare ai combattenti, noi avevamo
preziosissimi documenti e foto che vennero presi dalle guardie della tirannia,
traendone così vantaggio.

Tra questi c’era la bozza manoscritta di una lettera che stavo preparando per
il Che. L’avevo fatta leggere a Fidel, che mi aveva consigliato di non
inviarla, ma io ho commesso l’imprudenza di metterla tra quei documenti. Mi
sono sempre rimproverato di averla portata con me e che questa abbia recato
problemi a Fidel e Raúl.

In quei fogli avevo scritto i miei punti di vista sui pensieri del Che
rispetto ad alcuni dirigenti del Llano. Il dibattito era relativo alle idee
socialiste che in lui già si erano cristallizzate e che in molti di noi, quelli
del Llano appunto, erano ancora in processo di formazione, non esenti da
contraddizioni e dubbi.

Allo stesso tempo, non poteva non influire il fatto che, per valutare una
rivoluzione nazionale di liberazione, la provenienza e le posizioni dei suoi
quadri si fondavano sul pensiero socialista su scala internazionale, concetti
che non si commisuravano alla realtà dei nostri paesi e della nostra storia.

L’aspetto trascendente è che grazie al genio di Fidel, la Rivoluzione Cubana,
di cui il Che fu uno dei massimi artefici, era già stata messa in pratica senza
tenere in conto quelle discussioni. Mentre discutevamo il processo
rivoluzionario che tutti insieme portavamo avanti, le radici di queste
controversie perdevano importanza.

A pochi mesi dal trionfo di gennaio, il Che, con il suo talento eccezionale,
capì molto meglio di qualsiasi altro di noi, i problemi che attraversava il
movimento comunista internazionale; capì il modo in cui affrontarlo e
arricchirlo teoricamente con l’esperienza terzomondista e latinoamericana.

Dal 1959, tra i più grandi collaboratori del Che ci furono dei compagni che
avevano grandi responsabilità nel Llano.

Queste differenze non hanno mai intaccato il rispetto che ciascuno di noi
aveva per il Che; al contrario, il suo prestigio cresceva negli anni, fino a
che divenne uno dei simboli più importanti della lotta rivoluzionaria nel
mondo.

Ricordo che quando un funzionario del consolato statunitense a Santiago de
Cuba, con cui il Movimiento 26 de Julio aveva dei rapporti, lesse i passaggi
della lettera a cui facevo riferimento prima – e che venne pubblicata dall’
Esercito –, si recò subito da Haydée, dicendo: ‘María, perché Jacinto ha
scritto queste cose?’. Per farlo calmare, rispose: ‘Ma se attacca Stalin…’. A
quel punto, lo statunitense affermò: ‘Non è questo il punto del discorso, fai
attenzione…’ […]”[2].



Ora voglio riportare alcuni passaggi della lettera che all’epoca pubblicò l’
Esercito di Batista:



S. Maestra 25-dic 57

Mio stimato Che:


Ti scrivo questa seconda lettera dopo aver ricevuto la copia che
hai inviato a Daniel e la sua risposta. Mi è dispiaciuto come non mai non
essere venuto a trovarti giorni fa, credimi, abbiamo avuto molte cose da
sbrigare qui e la mia presenza era indispensabile.

Sono sicuro che conversando noi due possiamo risolvere molti problemi, perfino
le tue legittime preoccupazioni dottrinali nei nostri confronti.

Devo dirti che oltre ad essere stato rude, sei stato ingiusto. Cosa credi che
noi siamo di destra, oppure che proveniamo dalla piccola borghesia creola o che
la rappresentiamo? È ovvio che non mi sembri strano, né può farmi male poiché è
in tono con la tua interpretazione del processo storico della Rivoluzione
Russa. In fin dei conti, a noi non è rimasto altro che fare questa piccola
rivoluzione nazionale, perché i leaders del proletariato mondiale hanno fatto
diventare il formidabile evento del 1917 una Rivoluzione Nazionalista che è
sfociata prima di ogni altra cosa – e in modo legittimo per i russi – in un
movimento di liberazione contro il feudalesimo zarista, però noi siamo stati
tagliati fuori, senza l’opportunità di far scatenare una rivoluzione universale
che forse oggi arriva da percorsi insospettabili…

La fatalità è che Stalin non era francese, inglese o tedesco e quindi non ha
superato i limiti di un governante russo. Se fosse nato a Parigi forse avrebbe
guardato il mondo da una prospettiva più ampia.

Ti ripeto, non ne abbiamo colpa, la colpa sta nell’incapacità politica nel
giudicarlo che hanno avuti i veri geni della Rivoluzione di Ottobre.

Ciò che mi rende un po’ arrabbiato è la tua incomprensione per il nostro
atteggiamento di fronte ad un patto che ogni volta abbiamo dovuto rifiutare.
Quando arriverò a Santiago ti manderò tutti i documenti a proposito. Voglio
dirti, caro Che, che se esistono discrepanze nell’aspetto internazionale della
politica rivoluzionaria, io mi trovo tra i più radicali per quanto riguarda il
pensiero della politica della nostra Rivoluzione.

Abbiamo rifiutato il patto e pretendiamo che si compiano i nostri obiettivi,
non lo abbiamo reso pubblico perché in quel momento avrebbe potuto generare
confusione nel Popolo, ma aspettiamo che le nostre ragioni vengano accettate
per discutere con Fidel la necessità di un rifiuto palese. È stata grande la
soddisfazione quando abbiamo visto che Fidel ragionava pubblicamente
utilizzando le nostre stesse convinzioni. Ed è stata immensa la soddisfazione
quando abbiamo saputo che a Miami uno dei firmatari della lettera della Sierra,
Raúl Chibás, ha detto che i nostri pensieri erano i suoi; quanta soddisfazione
nel vedere che c’era una totale identificazione tra il “leader della sinistra
della piccola borghesia” e la stessa piccola borghesia che tu dici che noi
incarniamo.

Voglio dirti che sono molto contento di essere considerato un piccolo
borghese, perché ho la coscienza pulita e so bene che questi clichés non mi
toccano. […] mi sono impegnato ad organizzare gli operai, loro sono la forza
determinante della nostra Rivoluzione. Se abbiamo sbagliato percorso ti prego
di indicarmi quello più corretto […].

Con rispetto

Jacinto



Come affermo nel testo appena menzionato, molti di noi si stavano ancora
formando, non senza “pregiudizi” sul socialismo. La cosa tragica è che proprio
questi pregiudizi venivano confermati da fatti ufficialmente denunciati in quel
periodo dalle informazioni critiche formulate dal Partito Comunista dell’URSS
nel suo 20mo Congresso (1956). Comunque, quelle critiche non erano l’aspetto
principale del problema; infatti in quegli anni ebbero luogo i famosi fatti dei
carri armati in Ungheria.

Non dimenticherò mai che Fidel mi consigliò nella Sierra di non inviare quella
lettera al comandante Guevara. Era il più unitario. Però visto che l’Esercito
la pubblicò e che il Che faceva riferimento nel suo Diario a problemi di questo
carattere, ho ripreso questo testo per dimostrare che, nonostante tali
difficoltà, la nostra ammirazione per l’argentino – che si unì a Fidel in
Messico, sbarcò dal Granma e divenne uno degli eroi più importanti della storia
di Cuba – non è mai svanita.

Oggi posso assicurare alle persone che leggono questo Diario che noi compagni
ritenuti dal Che non comunisti – e in parte aveva ragione – siamo sempre stati
al fianco della rivoluzione socialista e di Fidel. Alcuni di questi compagni
sono morti in combattimento e sono convinto che avrebbero condiviso con me
queste righe[3].

Tra questi c’è René Ramos Latour (Daniel) uno dei più fedeli e leali dirigenti
del Llano. Per questo emoziona la descrizione che il Che fa in queste memorie,
a proposito della sua morte in combattimento il 30 luglio del 1958:



“[…] Profonde divergenze ideologiche mi separavano da René Ramos, eravamo
nemici politici, però è morto compiendo il suo dovere in prima linea e chi
muore così è perché sente un impulso interiore che io non negherò mai e che ora
voglio rettificare […][4]”.



Questo impulso interiore ha reso grandi il Che e Daniel. Uomini
così sono uniti dalla storia al di là delle differenze congiunturali della
politica.

A Cuba – anche tra chi come noi si muoveva all’interno di queste
discussioni –, abbracciamo le idee socialiste e amiamo il Che come una delle
più grandi glorie dell’umanità del XX secolo. Queste analisi sono necessarie
per collocare nella sua vera dimensione l’originalità dell’opera di Fidel e il
fatto che le differenze di opinioni tra rivoluzionari, quelli della Sierra e
quelli del Llano, non hanno danneggiato l’unità indistruttibile della prima
rivoluzione socialista d’America. È un esempio che speriamo serva come
insegnamento.

C’è un altro aspetto molto più importante che ha accelerato il processo di
radicalizzazione della generazione del secolo: l’imperialismo. Dal 1931 al
dicembre del 1959 l’imperialismo aveva a Cuba il suo “uomo forte”, Batista; lo
ha protetto nonostante i gravi crimini nelle strade, nelle carceri e nei campi
di Cuba degli anni ‘50. Era la sua garanzia per difendere gli interessi
statunitensi. Ha appoggiato con tutta la sua forza il tiranno del 10 marzo, il
quale agiva in modo criminale e illegale contro il nostro popolo.

Il Che allora non conosceva da vicino il nostro paese, né era logico che
avesse una visione immediata della sua storia, così come la ebbe pochi mesi
dopo. Il Che stava cominciando a conoscere Cuba e noi il pensiero socialista, a
cui siamo arrivati grazie alla cultura, al senso di giustizia ereditato dai
nostri genitori e dai nostri antenati.

Quando è stato pubblicato il Diario del Che mi sono sentito in dovere – con la
serenità che donano gli anni e in omaggio ai guerriglieri cubani – di segnalare
che queste non sono state le uniche discrepanze tra i combattenti della Sierra
e quelli del Llano.

Tali differenze bisogna analizzarle nel contesto di un movimento di
trasformazione e aggiustamenti pratici che si riflettono nella visione dei
rivoluzionari alla ricerca di un cammino certo verso la lotta contro il nemico.
Nella Sierra, la visione dei guerriglieri si è sviluppata in un modo che ha
portato alla vittoria. Nelle città, noi, i quadri e i combattenti, abbiamo dato
vita ad una lotta che ci ha condotto al risultato dello sciopero del 9 aprile
[5].

Indipendentemente dall’enfasi che ciascuna delle condizioni citate dava all’
azione – attraverso la quale avverrà la vittoria – era chiaro a tutti che erano
l’insurrezione armata delle masse, lo sciopero generale rivoluzionario, il
programma del Movimiento 26 de Julio e la leadership indiscutibile di Fidel i
fondamenti della Rivoluzione.

Noi, popolazioni dell’America, di fronte all’impossibilità della politica di
ottenere un obiettivo immediato, abbiamo sviluppato la coscienza storica
insieme all’importanza esemplare della lotta e della morte – se fosse stato
necessario – in difesa di quell’ideale. Noi – e in modo sublime il Che –
sappiamo il valore storico del sacrificio nella lotta per una aspirazione
politica e sociale.

Ernesto Che Guevara ha ricevuto e arricchito questa eredità spirituale e ha
deciso di forgiare il suo carattere per assumere, con i fatti e con la
consacrazione della sua vita, l’impegno irrinunciabile di difendere con il suo
enorme talento, valore e virtù il diritto dei poveri d’America e l’aspirazione
bolivariana e martiana dell’integrazione morale delle patrie latinoamericane.

Nel profondità spirituale della psicologia del patriota argentino-cubano e
latinoamericano c’erano, in un modo o nell’altro, le stesse radici etiche e
culturali del pensiero di Martí. E queste basi comuni – che il Che da bambino e
adolescente non ha potuto conoscere nella sua espressione martiana – lo
spingevano verso l’umanesimo dei poveri. Ha lavorato come medico nei lebbrosari
di Nuestra América ed è entrato in contatto con le persone più indigenti in
ogni angolo del nostro continente.

Questi sentimenti latinoamericani e universali, espressi in una cultura
rivolta ai poveri, hanno unito Fidel e il Che. Se fosse stata semplice
ribellione, questa alleanza sarebbe stata transitoria. È stata la ribellione
colta che ha reso solida questa unione. I rapporti tra il Che e la patria di
Martí si sono forgiati indissolubilmente grazie alla ricchezza spirituale e
morale, figlia di Nuestra América, che era presente nei sentimenti di Guevara.
Fidel e il Che condividono la stessa cultura; e questa condivisione collega la
passione per la giustizia e per la libertà umana ad un sapere profondo che
racchiude uno spirito nobile.

Da quei tempi lontani in cui Antonio Ñico López (195) mi parlò di un medico
argentino che aveva conosciuto in Guatemala e che voleva presentare a Fidel,
amo e ammiro il Che, e neanche per un secondo, nonostante quelle discussioni,
ho smesso di sentire questa devozione per lui. Diversa, invece, è la storia di
altri rivoluzionari che, di fronte a problemi simili a questi, hanno dato vita
a dissensi dalle conseguenze fatali. Il fatto è che noi cubani possiamo contare
su una rivoluzione diretta da Fidel che aveva fatto sua la tradizione
democratica propria di Martí, una tradizione profonda, radicale e dai valori
universali.



Dr. Armando Hart Dávalos

* la Traduzione è di Violetta Nobili che ringraziamo


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[1] Per combattenti del Llano si intendono i rivoluzionari cubani che lottavano contro il regime di Batista nelle città [N.d.T.].

[2] Armando Hart Dávalos: Aldabonazo, Editorial Letras Cubanas, La Habana, 1997,

pp. 151-153.

[3] Con l’eccezione di Carlos Franqui che in quell’epoca era marxista.

[4] Ernesto Che Guevara: Diario de un combatiente, p. 196.

[5] Lo Sciopero Generale Rivoluzionario del 9 aprile 1958 era stato pensato per sostenere in modo decisivo la guerriglia nella Sierra Maestra. Le azioni preparatorie per lo sciopero furono organizzate da un gruppo di combattenti del Movimiento 26 de Julio; molti di loro erano giovani operai e umili lavoratori. Lo sciopero ha portato alla creazione di altre colonne guerrigliere come quella di Pepito Rey. Il regime di Batista però mise in moto una brutale repressione che causò la morte di centinaia di combattenti [N.d.T.].

Ottobre 2011