Cuba:
la farfalla e l'uragano
Il Congresso del PCC
lancia la sfida della transizione socialista nel XXI Secolo
di Rete dei Comunisti |
Documento della RETE dei COMUNISTI sulla fine
del congresso del pcc
Il Congresso del PCC lancia la sfida della transizione socialista
nel XXI Secolo
La Rete dei Comunisti intende aprire una fase pubblica di dibattito
sulle conclusioni e i problemi emersi nel 6° Congresso del Partito
Comunista Cubano. Su questo tema verranno promosse nelle prossime
assemblee e dibattiti pubblici in diverse città italiane
nelle quali invitiamo al confronto tutti coloro che intendono mantenere
aperta la prospettiva del socialismo ma anche l’esigenza di
approfondimento sui problemi, i risultati e le contraddizioni che
tale processo comporta nella sua realizzazione. Quello che segue
è un documento che la Rete dei Comunisti propone come materiale
di riflessione, conoscenza e discussione su Cuba.
Da pochi giorni si è concluso il VI Congresso del Partito
Comunista Cubano. Il precedente che si tenne quattordici anni fa,
nel 1997, dovette misurarsi con il cambiamento epocale seguito alla
dissoluzione dell’URSS e affrontò le pesantissime conseguenze
(il tremendo “periodo especial”) prodotte dal venir
meno del rapporto di mutuo aiuto economico, di interrelazione e
di interscambio, non solo con L’Unione Sovietica, ma con l’intero
blocco dei paesi socialisti (Comecon) che garantiva l’85%
del commercio estero cubano.
Il Partito, il popolo e il Governo cubano dovettero fare i conti
con una caduta del Pil del 35%; che comportò anni durissimi
di povertà e di straordinaria emergenza, per far fronte alle
quali, dovendo necessariamente acquisire valuta estera per le transazioni
internazionali; intrapresero la strada, obbligata, di una grande
apertura al turismo di massa e alla conseguente introduzione della
doppia circolazione della moneta. Questo, tuttavia, senza mai rinunciare
al carattere socialista e rivoluzionario del processo di transizione.
Allora come oggi, è stata mantenuta la piena gratuità
del sistema sanitario così come dell’ istruzione pubblica,
e la ridistribuzione di ciò che viene prodotto avviene in
maniera uniforme ed egualitaria in tutto il paese, senza distinzioni
e alcuna forma di privilegio per classi e settori sociali.
Ma il primo problema economico che da anni si trova ad affrontare
Cuba sta nel fatto che, visto che il socialismo si differenzia dal
capitalismo perché non è basato su una semplice migliorata
redistribuzione dei redditi ma è incentrato sulla più
equa ridistribuzione della ricchezza sociale, allora bisognerà
giungere ad una ottimizzazione della realizzazione di tale ricchezza
sociale facendo si che migliori qualitativamente e quantitativamente,
diminuendo da subito la dipendenza dalle importazioni e rafforzando
l’export.
Il VI Congresso che si è concluso con la ferma determinazione
e l’impegno generale a “migliorare il sistema socialista
e a non permettere mai il ritorno del regime capitalistico”,
si è incentrato sull’adozione di importanti misure
di aggiustamento e perfezionamento del sistema economico. Scelte
che oltre a fare i conti con lo storico e drammatico problema del
blocco economico statunitense e con le contraddizioni sociali dovute
alla doppia circolazione della moneta, e degli errori compiuti nella
realizzazione del processo di pianificazione, devono misurasi con
gli effetti dalla profondissima crisi sistemica del modo di produzione
capitalista a livello globale.
Ma prima ancora di entrare nel merito delle scelte che il processo
rivoluzionario cubano sta adottando per adeguare la pianificazione
economica socialista alle difficoltà straordinarie della
fase attuale, non si può ancora una volta non sottolineare
come il Congresso e il suo dibattito preparatorio abbiano rappresentato
un esempio concreto di democrazia reale e partecipativa sul piano
politico, economico e sociale.
Oltre 163.000 (centosessantatremila) riunioni hanno preceduto l’assise
generale, con la partecipazione di 8 milioni 913. 838 cubani, dalle
scuole alle università, ai posti di lavoro, al Partito, al
Sindacato, fino ai CDR e a tutte le strutture di base del paese.
620.000 sono state le proposte di modifiche, di aggiunte, tagli
e correzioni al Progetto delle Linee di Politica Economica e Sociale
del Partito e della Rivoluzione ( le tesi ), che hanno avuto una
grandissima risonanza nei mesi precedenti su tutti gli organi di
informazione cubani e che sono state prese in esame e tradotte in
importanti decisioni, nei lavori delle 5 commissioni congressuali.
Chi pensa che questi numeri facciano parte di un rituale si sbaglia
di grosso: ai cubani non è stata chiesta l’unanimità,
ma il contributo critico, le espressioni di contrarietà e
le proposte di modifica sulle scelte da intraprendere. Questo ha
fatto sì che nel documento originale che conteneva 291 Linee,
16 sono state integrate in altre, 94 hanno mantenuto la loro iniziale
redazione, in 181 è stato modificato il contenuto e ne sono
state incorporate 36 nuove, con il risultato di un totale di 311,
nell’attuale progetto. In pratica poco più dei due
terzi delle Linee, esattamente il 68%, sono state riformulate.
Su molti dei temi e delle questioni che sono state al centro del
dibattito congressuale, come Rete dei Comunisti abbiamo nei mesi
scorsi prodotto diversi documenti, articoli ed elaborazioni che
avevano lo scopo di rendere evidente che le misure per l’incremento
della produzione e dell’efficienza economica, ad esempio nel
settore non statale dell’economia, non avevano nulla a che
vedere con una presunta privatizzazione della proprietà e
che le linee di politica economica e sociale rappresentano un aggiustamento,
una modernizzazione della pianificazione socialista, che tiene conto
delle difficili e critiche condizioni politico-sociali-economiche
interne al paese e presenti nel contesto internazionale sia in termini
di oggettività della crisi sistemica sia degli assolutamente
sfavorevoli rapporti di forza considerate le soggettività
di classe e comuniste in campo.
Le misure di perfezionamento e i cambiamenti in corso richiamano
e attualizzano il dibattito sulla transizione al socialismo, sui
diversi modelli di pianificazione e sulla inevitabilità che
il passaggio dal sistema capitalista a quello socialista, mai ha
potuto prescindere dalle questioni teoriche applicate però
al reale contesto economico-sociale e dalle condizioni storicamente
date.
Fra tali questioni c’è quella del sistema di direzione
dell’economia socialista e dell’uso, nel sistema, delle
categorie mercantili, come strumento per il passaggio dal capitalismo
al socialismo per poi costruire la società comunista.
Proprio per questo motivo, è necessario procedere all’analisi
dell’evoluzione storica del socialismo nel ventesimo secolo,
che ha approntato modelli di organizzazione economica funzionali
ma s’è anche imbattuta, in diversi casi, con alcune
contraddizioni irrisolte della pianificazione socialista.
Riprendere ad esempio il “Gran Debate” sulla transizione
tra Cuba e l’Unione Sovietica degli anni 60[1], e i successivi
modelli applicativi di pianificazione, anche molto diversi tra loro
adottati a Cuba negli anni successivi, permette di inquadrare gli
attuali processi in corso non in maniera ideologica o basandoli
su un “religioso” e acritico assenso, ma riconducendoli
alla realtà delle cose, che non sono purtroppo un costante
e progressivo cammino verso l’ideale comunista, ma implicano
a volte anche scelte sofferte e sul piano teorico transitori passi
indietro che si chiamano scelte tattiche, ma mantenendo l’orizzonte
strategico.
Cosa si intende per economia politica? E cosa è la teoria
del valore ; negli anni 1963-1964 a Cuba si dibatte sulla teoria
del valore, sulla concezione marxista e la concezione materialista
della storia; la materialità del marxismo è la materialità
delle relazioni sociali all’interno delle quali è racchiuso
il destino della storia dell’uomo. Tentare di cambiare il
mondo senza una rivoluzione è impensabile perché si
tratterebbe di trasformazioni , anche positive, ma sempre all’interno
del sistema economico capitalistico
Sia per Marx e poi per Lenin, sia per Che Guevara l’applicazione
della legge del valore e le categorie mercantili nel socialismo
costituiscono un problema teorico, pratico e ideologico; per cui
i grandi “padri” rivoluzionari comunisti possono considerarsi
oppositori del concetto di socialismo “di” mercato,
sostenendo che l’autogestione e le relazioni mercantili, in
un contesto politico-economico “con” mercato, devono
essere applicate su vasta scala come manifestazione piena delle
leggi economiche e sono dell’idea che la proprietà
sociale acquisisce il suo significato reale nel quadro della relazione
sociale che la riguarda.
Quando Ernesto Guevara formula la teoria del “Sistema budgetario
di Finanziamento”, in cui viene accentuata fortemente la centralizzazione
della pianificazione, pensa in primo luogo che il mantenimento delle
relazioni monetario-mercantili nel nuovo Stato rendano impraticabile
la creazione dell’”uomo nuovo”. E che la costruzione
di nuovi rapporti sociali, non quindi un semplice potenziamento
delle forze produttive, ma una trasformazione qualitativa dei rapporti
sociali di produzione, non può realizzarsi se non eliminando
in tempi brevi le categorie capitalistiche ed elevando la coscienza
socialista e rivoluzionaria dei lavoratori.
Facciamo notare anche in questo caso come il fattore di sviluppo
quantitativo e qualitativo della base economica sia funzionale alla
trasformazione qualitativa soggettiva. Le forze produttive non vanno
solo potenziate bensì vanno radicalmente trasformati gli
stessi rapporti sociali di produzione. Ciò implica appunto
trasformazioni di tipo quantitativo e qualitativo.
E’ utile però ricordare che lo stesso Che Guevara
pur criticando la teoria del “calcolo economico”, che
prevedeva, come in parte si sta determinando, oggi nell’attuale
modernizzazione della pianificazione, l’autogestione finanziaria
delle imprese e gli incentivi economici ai lavoratori, ha sempre
riconosciuto l’impossibilita di eliminare dall’oggi
al domani la legge del valore, che invece continua ad operare per
forza di cose, date le condizioni stesse della transizione.
Una sorta di economia socialista “con” mercato ma non
“di” mercato. C’è comunque da precisare
che sebbene sia vero che il Che ritenesse che sin dalle prime forme
di transizione al socialismo la legge del valore dovesse essere
posta in “crisi”, dovesse essere compressa, limitata,
è pur vero che egli ritenesse che la legge continuasse ad
operare per forza di cose, date le condizioni stesse della transizione.
Insomma il Che riconosce l’operare della legge del valore,
l’impossibilità della sua eliminazione dall’oggi
al domani con un decreto ministeriale, e però riconosce la
necessità di una sua limitata operatività.
Aldilà degli apprezzamenti teorici, le relazioni monetario-mercantili
sopravvivono nel socialismo e tutto sembra indicare che lo faranno
per periodi prolungati di tempo, la cui determinazione non è
chiara né in termini teorici né pratici.
Del resto che la soggettività rivoluzionaria non possa mai
prescindere nel suo operato dalle condizioni oggettive storicamente
determinate è ben chiaro sia nell’analisi che nell’azione
pratica di due grandi rivoluzionari come il Che e Vladimir Ilyich
Ulyanov.
Sia Lenin che il Che infatti, hanno sostenuto che per uscire dal
“comunismo di guerra”, quando nelle condizioni economiche
disperate dell’Unione Sovietica degli anni ’20 fu adottato
un modello di crescita economica la NEP (Nuova Politica Economica)
che reintroduceva modelli mercantili capitalistici, questa era la
dimostrazione emblematica della capacità di adattamento del
marxismo alle condizioni oggettive della società; ma che
allo stesso tempo non poteva certo rappresentare un “modello
universale” di sviluppo del socialismo. La NEP viene appunto
interpretata come un mezzo temporaneo, in un determinato contesto
storico, per realizzare la necessaria crescita economica e lo sviluppo
delle forze produttive.
Anche oggi il PCC ha la necessità di valutare e correggere
alcuni limiti di un modello economico eccessivamente centralizzato
e la volontà di favorire una maggiore partecipazione dei
lavoratori attraverso un sistema decentrato, si riferisce al bisogno
di adeguare la pianificazione socialista alle tendenze presenti
oggi nel mercato, per contribuire alla flessibilità e alla
incisività dell’attuale piano quinquennale di fronte
alle problematiche economico-sociali generate dalla crisi globale.
Queste linee di perfezionamento e di aggiornamento sono dovute al
fatto che il socialismo cubano subisce da oltre 50 anni il blocco,
è immerso in una crisi sistemica del capitale che piega le
ginocchia agli Stati Uniti, al Giappone, alla Francia, alla stessa
Germania, per non parlare della Spagna, Grecia, Irlanda e dell’Italia,
pensate quindi ad un paese bloccato, un paese del Terzo Mondo, al
quale tra l’altro il Fondo Monetario Internazionale, gli organismi
internazionali, fanno pagare il fatto che sia indipendente, autodeterminato
e che segua la strada del socialismo.
Naturalmente davanti all’attuale crisi globale è d’obbligo
fare degli aggiustamenti al sistema economico ma in tutti i dibattiti,
in tutte le discussioni, si parte sempre dall’interno della
tenuta e rafforzamento della pianificazione socialista continuando
la transizione socialista bisogna attuare e attualizzare la pianificazione
in una fase che è diversa da quella di 50 anni fa, di 30
anni fa o del periodo especial di 15 anni fa o della fase economica
un po’ più tranquilla di 6 o 7 anni fa.
Anche nella transizione socialista è sempre la materialità
delle condizioni che in cui si vive che determina il livello di
coscienza, quindi nonostante il grande lavoro del sindacato, del
Partito, del Governo, delle istituzioni, il mantenimento forte dell’educazione
di base e dell’educazione superiore e culturale, con questa
doppia circolazione di moneta si sono costituite sacche e a volte
ceti privilegiati, e tutto ciò ha provocato alcune condizioni
socio-economiche interne negative per Cuba. Ad esempio l’abbandono
delle campagne e dell’agricoltura, in particolare quelle con
non ottimali macchinari e tecnologie, anche con salari non ai livelli
di altri settori produttivi, la durezza e la inadeguatezza, a causa
dell’impossibilità dovuta al blocco, ad effettuare
gli adeguati investimenti per migliorare ottimizzando le condizioni
della distribuzione, del commercio, hanno contribuito ad uno spostamento
forte verso i settori dei servizi e verso il turismo.
Quindi un fondamentale obiettivo del piano di perfezionamento del
modello socio-economico sarà già nell’immediato
trovare modi e forme per poter arrivare prima possibile ad eliminare,
per attenuare gli effetti negativi, la doppia circolazione di moneta,
che non può essere tolta per decreto, senza un miglioramento
dell’efficienza produttiva, perché questo creerebbe
un’inflazione incredibile.Un’inflazione di questo genere
genererebbe un aumento dei costi tale che dall’economia capitalista
verrebbe risolto tagliando, a partire dai costi del lavoro; quindi
disoccupazione, precarietà ecc. Un paese socialista come
Cuba mai farà una scelta del genere, poiché snaturerebbe
la transizione con forme pure di capitalismo di Stato che sono assolutamente
contrarie allo spirito e alle politiche volute a tutt’oggi
da Cuba socialista.
Dentro questo dibattito, alcune questioni hanno avuto un carattere
prevalente. La questione della tessera annonaria (“la libreta”)
e la sua eliminazione è stato un tema che ha provocato un
gran numero di interventi.
Questo strumento di distribuzione, introdotto negli anni ’60,
ha offerto per decenni a tutti i cittadini cubani l’accesso
ad alimenti di base a prezzi irrisori. Due generazioni di cubani
hanno potuto far fronte, grazie alla “tessera”, ai periodi
di scarsità, ma con il trascorrere degli anni e con il mutare
delle condizioni ha finito col diventare un carico pesante per l’economia
e una sorte di blocco per lo stimolo all’attività lavorativa.
Tutto ciò senza voler citare gli esempi di egualitarismo
poco sensato, come quello che prevedeva la distribuzione del caffè
anche ai neonati o delle sigarette ai non fumatori, che veniva applicato
alla lettera per venire incontro indistintamente ai bisogni di più
di 11 milioni di cittadini cubani.
L’eliminazione di questo strumento, che non potrà
avvenire in un sol colpo senza prima aver creato le condizioni per
il suo superamento, ha naturalmente una stretta relazione con l’efficienza
e la produttività del lavoro, con la corrispondente crescita
dei salari, con la dinamica dei prezzi e l’obbiettivo dell’unificazione
della moneta, oltre alla esigenza di correggere l’eccessivo
assistenzialismo e le distorsioni esistenti nell’economia
del paese.
Questioni, dunque, che non è pensabile possano essere risolte
dall’oggi al domani con una semplice dichiarazione d’intenti
o con un mero cambiamento normativo. La necessità di affiancare
alla pianificazione centralizzata un forte sviluppo decentrato delle
forze produttive, implica non solo appropriati procedimenti di controllo
contabile, finanziario e amministrativo, ma la riqualificazione
permanente in queste materie dei quadri del Partito, amministrativi
e delle imprese, con il concorso delle istituzioni specializzate
del settore dell’educazione ed il contributo degli economisti
e dei contabili, con un ruolo centrale proprio dell’ANEC (Associazione
Nazionale Economisti e Contabili).
Per queste ragioni, il Congresso ha promosso la costituzione di
una Commissione Permanente del Governo per l’Implementazione
e lo Sviluppo (CPGIS) che avrà lo scopo di coordinare e verificare
la concreta attuazione delle decisioni prese, così come di
proporre l’incorporazione di nuove Linee d’intervento
che si renderanno necessarie in futuro.
E’ chiaro che i motivi oggettivi esterni (le ricadute durissime
della crisi sistemica internazionale, il bloqueo, i disastri ambientali
e sociali provocati dagli uragani, ecc.) seppur drammaticamente
determinanti non sono sufficienti a spiegare le arretratezze attuali
del sistema se non si parla, come i cubani a tutti i livelli onestamente
fanno, dei propri errori, storture e debolezze necessariamente purtroppo
presenti nello svolgersi del processo rivoluzionario socialista.
D’altra parte, anche per i motivi contraddittori socio-economici
precedentemente esposti,si sono verificate diseguaglianze sociali
con alcuni che si sono arricchiti anche indebitamente (si pensi
al mercato nero dei prodotti agricoli, a piccoli traffici illegali,
alle mille forme per acquisire individualmente e illecitamente valuta;
si tratta in ogni caso di perdite di entrate per lo Stato che non
passando chiaramente per l’economia formale, e quindi per
le casse dello Stato, non possono trasformarsi in investimenti sociali,
in miglioramenti sociali a carattere universale).
Per queste stesse ragioni, la Commissione (CPGIS) includerà
un vice gruppo giuridico che in coordinamento con gli organismi
preposti dello Stato predisporrà le modifiche necessarie
sul piano legale per accompagnare l’attualizzazione del modello
economico e sociale, come le norme giuridiche associate alla compravendita
di case e di automobili o per dare “terre oziose” in
usufrutto a quei produttori agricoli individuali o associati in
cooperative che presentano buoni risultati.Questo perché
nonostante i soddisfacenti risultati della fornitura di terreni
incolti già dati in usufrutto, ai sensi del decreto-legge
259 del 2008 che verrà modificato per estenderne l’applicazione,
ci sono ancora migliaia e migliaia di ettari di terre coltivabili
che messe a produzione, potrebbero ridurre l’importazione
di molti prodotti alimentari che la crisi globale e la speculazione
hanno portato a un livello di prezzo non più sostenibile.
Il blocco economico statunitense, la crisi internazionale, la scelta
forzata di realizzare valuta attraverso il turismo, è chiaro
che tutto ciò provoca difficoltà e nodi nella transizione
al socialismo, delle contraddizioni nel processo rivoluzionario,
poiché come tutti i processi è naturale che anche
quello cubano viva le proprie contraddizioni muovendosi sul cammino
sempre del loro superamento a volte difficoltoso, e che spesso appaiono
quasi irrisolvibili in una dimensione in cui non esiste come ai
tempi dell’URSS e del Comecon un blocco internazionale socialista
di riferimento .
Per fare sì che le cose dette si tramutino in fatti nei
tempi previsti, il Congresso ha stabilito che il Comitato Centrale
del Partito porrà come primo punto in tutti i suoi plenum,
che si svolgeranno non meno di due volte l’anno, una relazione
sullo stato di implementazione delle misure adottate e sull’attualizzazione
del Modello Economico e come secondo punto, l’analisi sul
compimento del piano d’economia del primo semestre o dell’anno
in questione.
Il Congresso infine ha valutato con grande attenzione il fondamentale
lavoro a cui è chiamato il Partito, i compiti nuovi e la
necessità di una chiara distinzione dei ruoli nella direzione
del Partito, del Governo, dello Stato e delle imprese.
Il potere del Partito risiede nella sua autorità morale,
nella fiducia che gli viene riconosciuta dal popolo, nell’influenza
che esercita sulle masse dei lavoratori. Le direttive, le risoluzioni,
le scelte che assume sono applicate e messe in atto dai militanti
e non hanno un carattere giuridico obbligatorio per tutti i cittadini.
E’ lo Stato che sulla base della sua autorità materiale
e attraverso le istituzioni incaricate garantisce il rispetto delle
norme giuridiche.
La confusione e la duplicazione dei ruoli ha prodotto rallentamenti
e difetti sia nel lavoro politico che deve compiere il Partito sia
nell’autorità e nei compiti dello Stato e del Governo,
perché con questo approccio anche i funzionari finiscono
con il non sentirsi responsabili nelle loro decisioni.
Liberare quindi il Partito da tutte le attività che non
corrispondono al suo carattere di organizzazione politica, a partire
dalle funzioni amministrative. Chiamare ognuno a svolgere i propri
compiti in base alla propria collocazione è l’orientamento
assunto dal Congresso, a partire dal maggiore impegno che viene
assegnato ai dirigenti delle imprese che in un modello meno centralizzato
e legato a specifici obbiettivi di produzione, per contribuire a
una maggiore efficienza del sistema economico, dovranno prendere
decisioni e assumersi maggiori responsabilità.
Le imprese statali così come le amministrazioni locali avranno
maggiore autonomia decisionale e più risorse da destinare
all’economia locale, rafforzando così la democrazia
partecipativa e ponendo l’accento sulla lotta alla burocrazia
e alla corruzione. Tale autonomia delle imprese riguarderà
non solo la gestione formale ma inciderà profondamente sull’andamento
produttivo anche in relazione al mercato interno di consumo. Ciò
favorirà la possibilità di riconoscere adeguati incrementi
salariali relazionati alla produttività e in particolare
all’apporto qualitativo produttivo. Ciò dovrà
incidere anche sulla mentalità e “cultura” del
lavoro cui spesso il cubano è stato abituato quasi ci fosse
una forma di compensazione fra salari non sempre adeguati e possibilità
di mantenere livelli di produzione bassi. Solo con la disciplina
individuale e collettiva ai principi di salvaguardia della rivoluzione
si può rimarcare necessità del rafforzamento di una
moderna pianificazione che risolva le naturali e ovvie contraddizioni
a passi più veloci e sicuri sulla strada di una più
stabile transizione al socialismo.
La cosa estremamente importante che abbiamo potuto verificare in
tutti i nostri continui rapporti di relazione politica e culturale
e nei frequenti incontri, quelli con il Partito, con i sindacati,
con i CDR, con le università e con i centri studi che si
occupano di pianificazione è, come più volte ci fanno
notare sui documenti ed interventi (scaricabili semplicemente dai
siti internet come Cuba debate, Cuba socialista, Granma, e altri),
che il Partito, le strutture universitarie, il Governo, i Ministeri
sono assolutamente consapevoli della situazione di crisi internazionale
e delle ricadute interne ,e sono altresì consapevoli del
fatto che la via al socialismo cubana passa per la strada del perfezionamento,
ammodernamento la correzione degli errori e quando servono bisognerà
attuare anche forme di maggiore disciplina delle riforme, discusse
e condivise con il popolo, in una consolidata democrazia partecipativa,
popolare e socialista.
E’ ovvio che anche uno dei temi centrali rimane quello che
per dare una maggior risposta agli sforzi produttivi bisognerà
risolvere gli annosi problemi della filiera della distribuzione,
in modo che i prodotti arrivino alla popolazione senza ritardi e
senza che siano deteriorati. Altri cambiamenti potrebbero riguardare
il taglio di una serie di sprechi, che ormai derivano da una strutturazione
economica e produttiva superata da una nuova e differente strutturazione
di una società che ovviamente non è quella di 15 o
30 anni fa, società che viveva in condizioni politiche ed
economiche differenti da quelli attuali, anche per le relazioni
con URSS e Comecon .
Si stanno studiando forme di perfezionamento a medio-lungo termine
di tutto il processo di pianificazione dell’economia nazionale
,ma al contempo si sta lavorando all’approvazione delle proiezioni
della programmazione a medio termine 2011-2015, in modo tale che
la pianificazione assuma sempre di più una forma contestuale
e armonica e coordinata con le attività principali di forte
relazione fra istituzioni centrali dello Stato e istituzioni locali.
Fra le varie ipotesi in studio ci sono quelle di coordinare processi
di pianificazione centralizzata nell’economia con processi
di decentralizzazione coordinata, cioè far sì che
a fronte del piano centrale dell’economia ci siano dei piani
che evidenzino e sviluppino al massimo le economie locali, lo sviluppo
locale autodeterminato a carattere sostenibile socialmente ed economicamente.
Quindi si stanno studiando le relazioni possibili equilibrate fra
pianificazione centrale e decentralizzata, sempre rafforzando il
carattere rivoluzionario della transizione socialista, in cui la
decentralizzazione ha a che fare anche con le possibilità
di sviluppo locale sostenibile eco-socialmente ed autodeterminato
in cui il settore agricolo ritorni centrale e si possa così
abbattere il deficit della bilancia commerciale derivante dall’import
di prodotti agricoli.
Ciò significa in un paese come Cuba a vocazione agricola,
ritornare ad un’agricoltura moderna meccanizzata con un uso
appropriato di tecnologie ad altissima sostenibilità eco-sociale.
Non è più economicamente e socialmente sopportabile
che continuino ad esserci oltre il 50% di terre sottoutilizzate
“oziose” forzatamente o terre incolte. Per ritornare
all’agricoltura a ottimale produttività bisognerà
dare anche degli incentivi, creare forme di proprietà individuale,
che non è la proprietà privata, forme di controllo
di pianificazione centralizzata ma con incentivi alla produzione,
alla distribuzione, all’accesso al commercio per la produzione
che supera gli standard di produttività media ai singoli
agricoltori o anche dare un forte ruolo alle cooperative.
Anche attivare le imprese individuali, in altri settori non strategici,
appoggiate e corroborate dall’impresa statale e dalla struttura
cooperativistica strutturata in rete, questo potrebbe essere un
altro dei provvedimenti di rilancio della pianificazione.
Da ultimo si affrontano i temi dell’eliminazione degli organici
improduttivi attraverso la garanzia di continuità del lavoro
in settori strategicamente più produttivi e forme di ristrutturazione
dell’occupazione anche attraverso l’ampliamento di forme
di lavoro non statale e in conto proprio; o trovando modalità
per incentivare l’incremento della produttività del
lavoro elevandone le motivazioni con aumenti salariali e al contempo
rafforzando i meccanismi di redistribuzione delle entrate, eliminando
le forme dannose di paternalismo ed egualitarismo, che non significa
però assolutamente diminuire il criterio fondamentale per
la rivoluzione cubana che è il mantenimento dell’uguaglianza,
del lavoro e reddito per tutti.
E’ il criterio della responsabilità personale e collettiva
quello che può dare impulso all’attualizzazione e perfezionamento
del sistema economico, con un ruolo centrale dei dirigenti e dei
quadri che devono guidare il processo e rispondere dei risultati
rispettando le risorse a disposizione, gli sforzi del popolo e l’equilibrio
sociale e la sostenibilità ambientale.
E’ per tutto questo che la pianificazione deve essere condivisa
e realizzata in termini equilibrati sia nei settori interni che
esterni dell’economia in modo da raggiungere uno sviluppo
armonico e fortemente caratterizzato dalla compatibilità
sociale ed ambientale.
Le cose dette fin ora, la politica di aumento salariale in relazione
alla quantità, ma soprattutto alla qualità del lavoro
svolto, con lo scopo di dare una risposta al fenomeno della “piramide
invertita”, ovvero alla mancata corrispondenza della retribuzione
salariale con il livello professionale, la riorganizzazione della
forza lavoro, attraverso anche il ricollocamento nel settore privato
dei lavoratori statali impiegati in settori improduttivi, ci sembra
abbia poco a che vedere con le cose che leggiamo e sentiamo nella
stampa e nei media occidentali.
Già nel documento preparatorio del Congresso “Progetti
di linea guida della politica economica e sociale del Partito e
della rivoluzione” si sottolineava in maniera chiara senza
alcun dubbio e contraddizione, fin nella sua introduzione, che l’attuazione
di tali politiche economiche di perfezionamento e aggiornamento
seguiranno sempre e comunque il principio che “solo il socialismo
è capace di vincere le difficoltà e preservare le
conquiste della Rivoluzione e che nell’attualizzazione del
modello economico predominerà la pianificazione e non il
mercato. Nella politica economica che si propone è sempre
presente che il socialismo è uguaglianza di diritti e uguaglianza
di opportunità per tutti i cittadini, non egualitarismo.
Il lavoro è allo stesso tempo un diritto e un dovere, motivo
di realizzazione personale per ciascun cittadino e dovrà
essere remunerato in maniera conforme alla sua quantità e
qualità”.
E’ chiaro che tali linee attuano così nei fatti il
principio fondamentale del socialismo: da ognuno secondo le proprie
capacità ad ognuno secondo il suo lavoro.
Il riordinamento e la creazione di una diversa base produttiva
va realizzata all’interno di una forte sostenibilità
del socialismo a partire dal mantenimento della qualità della
salute e dell’educazione, che continuerà ad essere
garantita gratuitamente a tutti i cittadini migliorandola e riducendo,
laddove sono presenti, i costi dovuti a sprechi.
La cultura e l’educazione superiore e l’università
possono giocare un ruolo prioritario in chiave teorica, formativa,
di diffusione di quelle che sono le proposte di perfezionamento
dell’economia, poiché se si acquisisce culturalmente
prima che economicamente il perché sono necessari questi
cambiamenti, e che devono essere fatti in senso socialista, ci sarà
ovviamente una maggiore partecipazione e consenso popolare, poiché
dopo il congresso comincerà la fase vera di attuazione in
tempi medi di questo processo di ammodernamento.
E’ chiaro che tali linee di perfezionamento dell’economia
da realizzarsi in prima istanza entro il 2015, devono partire da
un assunto centrale posto già a suo tempo sia da Fidel Castro
che da Raul, secondo il quale Cuba non può continuare ad
essere l’unico paese al mondo dove una parte della popolazione
possa vivere senza lavorare, ma è il lavoro di ogni individuo
e la sua produttività quella che determina l’incremento
salariale per soddisfare sempre più le necessità.
Anche nei discorsi al Congresso di Raul Castro, come qualche mese
fa nella presentazione dei risultati economici del 2010 con le linee
programmatiche del Piano Economico e Sociale per il prossimo periodo
di pianificazione presentate dal Ministro dell’Economia Marino
Murillo, si mette sempre in evidenza che, fermo rimanendo la pianificazione
come strumento imprescindibile per il lavoro di direzione dei problemi
economici e sociali, bisogna sempre più ricercare proposte,
forme e metodi per escludere i rischi che possono derivare dall’improvvisazione
e dalla mancanza di una visione integrale.
Non ci sembra di scorgere in queste scelte nessuna Perestroika,
nessuna marcia di avvicinamento al capitalismo e neanche l’adozione
del modello cinese, del socialismo di mercato. I compagni cubani
non hanno mai condiviso il “socialismo di mercato”,
ma sanno bene, come hanno dimostrato in 50 anni di resistenza rivoluzionaria
che la costruzione del socialismo e dei suoi principi basilari:
la libertà, l’uguaglianza, il diritto al lavoro e la
copertura sociale, l’istruzione e la sanità per tutti,
comporta in un periodo più o meno lungo di transizione la
necessità di convivere, come storicamente è accaduto
con il mercato e con le forme capitalistiche monetario-mercantili
e pertanto è fondamentale rafforzare le relazioni internazionali
politico-economiche e commerciali.
Le cose precedentemente accennate, e affrontate su vari altri documenti
della Rete dei Comunisti (vedi il sito web: www.nuestra-america.org)
rendono evidente non solo la grande attualità del dibattito
in corso da quasi un secolo sui nodi teorici legati alla transizione,
ma indicano a pieno l’impegno dei comunisti cubani nel doversi
confrontare, nelle odierne condizioni imposte dalla crisi sistemicaglobale,
con una realtà del paese che ha raggiunto un livello dei
rapporti sociali di produzione troppo avanzato rispetto allo stadio
di sviluppo delle forze produttive.
La crisi attuale internazionale del capitalismo è da studiare
ed affrontare come crisi sistemica, cioè una crisi economica
e finanziaria che si evidenzia anche come crisi non solo ambientale,
non solo alimentare, non solo di carattere energetico, ma anche
come crisi ideologica, etica e quindi di civiltà.
E’ quindi fondamentale una ripresa forte della cultura e
della pratica della lotta di classe, a partire dall’affermare
così anche nei paesi dove è in corso la transizione,
che solo con il dispiegarsi della lotta di classe si riafferma l’iniziativa
politica culturale socialista. La pianificazione socio-politico-economica
espressione delle dinamiche sociali che metta al primo punto il
ruolo e lo stato della lotta di classe nel socialismo. Va per questo
valorizzato il ruolo delle alleanze internazionali come strumento
di rilancio che può avvenire in maniera diversificata a partire
dagli importanti processi di cambiamento nei vari paesi dell’ALBA.
Uno dei temi più importanti di dibattito oggi a Cuba, è
appunto quello di come e quale transizione,di come rafforzare il
ruolo internazionale negli scambi economico-produttivi e commerciali,e
come allargare e rafforzare i rapporti realizzati sul piano internazionale
con i paesi dell’ALBA, quale prospettiva e quale economia,
quale forma di pianificazione; questi temi sono stati anche dibattuti
ad aprile 2010 nel congresso dell’Unione dei Giovani Comunisti
e sono oggetto del congresso del Partito.
Per Cuba le relazioni internazionali continuano a rimanere strategiche
e sono estremamente importanti con i paesi dell’ALBA, ma vanno
incentivate relazioni internazionali forti anche con altri paesi,
non solo con la Cina che è storicamente un partner privilegiato,
ma ci sono relazioni internazionali molto forti di interscambio
commerciale anche con la Russia e con alcuni paesi che si caratterizzano
non necessariamente in quanto socialisti, ma che hanno un connotato
fortemente di propria autonomia, una propria identità che
già da ora favoriscano scambi paritari di collaborazione
con Cuba e con i paesi dell’ALBA. Rafforzare quindi tutte
le relazioni internazionali che possono facilitare un interscambio
che ad oggi è ancora difficile.
Pensiamo che il risultato di tale dibattito nel PCC, nel sindacato
CTC nei CDR e con tutto il popolo cubano abbia anche delle ricadute
notevoli sul rafforzamento dei processi di transizione socialista
negli altri paesi dell’ALBA e in genere in tutti i Sud del
mondo dove si stanno tentando processi di autodeterminazione e di
integrazione a forti connotati antimperialisti, anticapitalisti
e, in forme differenziate a specifico carattere socialista. E’
così che lo sviluppo di nuovi processi rivoluzionari anticapitalisti,
e alcuni sempre più a carattere socialista , come in Venezuela
e Bolivia, e poi la nascita dell’Alleanza dell’ALBA,
ha posto all’ordine del giorno una questione centrale politica
prima che economica: l’applicazione, la tenuta ed il futuro
dei processi di transizione socialista.
La chiusura con un epoca forse troppo assistenzialista, la necessità
nella fase attuale di dare grande impulso alla produttività
del lavoro e all’efficienza socialista per realizzare non
solo una migliorata ridistribuzione dei redditi, ma un più
equa ridistribuzione della ricchezza sociale prodotta, non solo
non si discostano, ma muovono anche nelle difficili condizioni attuali
nella direzione e nella volontà di raggiungere uno dei principi
basilari del socialismo: da ognuno secondo le proprie capacità
ad ognuno secondo il suo lavoro.
Il Partito e il processo rivoluzionario dispone di quadri di una
generazione intermedia preparata e capace di dirigere la complessità
delle prossime tappe del socialismo,in una condizione ancora più
difficile per governare il paese nell’attuale fase di grave
crisi sistemica del capitale internazionale,cercando al contempo
di creare le condizioni per un’opportunità di cambiamenti
nel contesto mondiale in chiave anticapitalista e socialista rivoluzionaria
sempre e comunque con il consenso del popolo .
Dimostrare appunto che si può coniugare socialismo ed efficienza,
perché spesso l’idea che il socialismo è il
regno dell’assistenzialismo e paternalismo in cui si può
vivere quasi senza lavorare, qualcuno forse a Cuba lo ha anche pensato.
Questo forse potrà essere l’orizzonte utopico del comunismo
che noi tutti auspichiamo come fase finale, non dimentichiamo però
che il socialismo, anche a livello teorico, è una fase di
transizione dal capitalismo al comunismo e come tale a seconda dei
momenti, vive anche con alcuni strumenti e categorie momentanei
che sono del capitalismo.
La razionalità del modello economico deve essere coerente
con la razionalità sociale del modello e non viceversa, detto
altrimenti la razionalità sociale richiede la razionalità
economica come premessa, ma questo non esprime automaticamente la
razionalità sociale; cioè a dire che il socialismo
non si attua secondo premesse immaginarie e non è mai un
ideale che deve sottomettere la realtà. Non si tratta qui
della quantità e qualità di beni prodotti e servizi
prestati, ma del modo di produrli e delle relazioni sociali che
si stabiliscono a lungo termine con questo modo di produzione.
La sfida riguarda tutti i comunisti , anche quelli che operano
al centro del sistema imperialista; si tratta di abbandonare definitivamente
l’approccio eurocentrico e la deriva trasformista che vuole
la tattica come strategia, sapendo anche accettare il terreno delle
conquiste immediate come attuazione del programma minimo di classe,
ma sempre e tutto interno alla strategia rivoluzionaria della trasformazione
radicale e superamento del modo di produzione capitalista.
Riacquisire il senso della storia sapendo che il socialismo è
una politica e un modello di organizzazione economica e sociale
che non può e non deve prescindere dal corso degli eventi
storici. Sempre davanti a noi dobbiamo avere la lezione storica
che Marx e Engels ci hanno lasciato nell’”Ideologia
tedesca” quando sottolineano che “Per noi il comunismo
non è uno stato di cose che si deve attuare secondo delle
premesse immaginarie, o un ideale al quale la realtà deve
sottomettersi. Noi chiamiamo comunismo il movimento reale che annulla
e supera lo stato attuale delle cose”. Il vero problema è
l’orizzonte strategico e l’orizzonte tattico; lo stesso
Che Guevara non si meravigliava che durante il socialismo ci potesse
essere in alcune forme vigente la legge del valore o ci potesse
essere la moneta.
Ecco perchè l’analisi teorica e il nostro operare
e agire politico si relaziona e ha a che fare direttamente, ora
e anche qui in Italia e in Europa, con la dimensione dell’internazionalismo
di classe, con la collocazione politica internazionale di ogni organizzazione
e partito comunista nella consapevolezza che la nostra sfida “qui
e ora” è mantenere viva nella realtà europea
della crisi sistemica l’idea e la pratica comunista.
Ciò avviene in termini di prospettiva reale di programma
per andare oltre la solidarietà politica, praticando esperienze
politiche di classe, come parte di una dimensione internazionalista
dell’anticapitalismo e delle ipotesi socialiste già
in campo in varie parti del mondo.
Fasi storiche con contesti internazionali diversi e quindi con
condizioni socio-economico-produttive tipiche del momento, determinano
percorsi mutevoli della transizione che non possono essere interpretati
se non dentro le dinamiche di contesto e sicuramente non come validi
sempre e comunque non associabili in differenti contesti spazio-temporali.
Questa del VI Congresso del PCC sul piano di perfezionamento e
di attualizzazione della pianificazione della transizione socialista
è una sfida per l’attualità del socialismo nel
mondo, perché Cuba potrebbe dimostrare, che il socialismo
anche là dove è pressato dal blocco o da una crisi
internazionale o da errori e contraddizioni, riesce a rettificarsi
senza scegliere la strada del capitalismo come è avvenuto
ad esempio alla fine dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’est;
quindi una modernizzazione, un aggiornamento, in chiave tutta socialista.
Quindi potrebbe essere una sfida che va al di la di Cuba, una sfida
per la prospettiva socialista, una sfida sul come attuare concretamente
la transizione, E’ per questo che il marxismo è una
scienza vera e completa al servizio dell’umanità, perché
vuole leggere ed interpretare i fenomeni sociali, politici ed economici,
le loro tendenze per trasformarle in movimento capace di superare
radicalmente lo stato presente delle cose, nella costruzione del
Socialismo del e per il XXI secolo.
Insomma possiamo a ragione sostenere che con difficoltà,
ma continuano a battere decise le ali della farfalla socialista
nel catastrofico uragano della crisi del capitalismo!!
RETE DEI COMUNISTI
Maggio 2011
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[1] Vedi L. Vasapollo, E. Echevarria, A. Jam.,“Che
Guevara economista” attualità del dibattito sulla transizione
tra Cuba e URSS, Jaca Book, 2007
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