Cuba: la farfalla e l'uragano
Il Congresso del PCC lancia la sfida della transizione socialista nel XXI Secolo
di Rete dei Comunisti

Documento della RETE dei COMUNISTI sulla fine del congresso del pcc
Il Congresso del PCC lancia la sfida della transizione socialista nel XXI Secolo

La Rete dei Comunisti intende aprire una fase pubblica di dibattito sulle conclusioni e i problemi emersi nel 6° Congresso del Partito Comunista Cubano. Su questo tema verranno promosse nelle prossime assemblee e dibattiti pubblici in diverse città italiane nelle quali invitiamo al confronto tutti coloro che intendono mantenere aperta la prospettiva del socialismo ma anche l’esigenza di approfondimento sui problemi, i risultati e le contraddizioni che tale processo comporta nella sua realizzazione. Quello che segue è un documento che la Rete dei Comunisti propone come materiale di riflessione, conoscenza e discussione su Cuba.

Da pochi giorni si è concluso il VI Congresso del Partito Comunista Cubano. Il precedente che si tenne quattordici anni fa, nel 1997, dovette misurarsi con il cambiamento epocale seguito alla dissoluzione dell’URSS e affrontò le pesantissime conseguenze (il tremendo “periodo especial”) prodotte dal venir meno del rapporto di mutuo aiuto economico, di interrelazione e di interscambio, non solo con L’Unione Sovietica, ma con l’intero blocco dei paesi socialisti (Comecon) che garantiva l’85% del commercio estero cubano.

Il Partito, il popolo e il Governo cubano dovettero fare i conti con una caduta del Pil del 35%; che comportò anni durissimi di povertà e di straordinaria emergenza, per far fronte alle quali, dovendo necessariamente acquisire valuta estera per le transazioni internazionali; intrapresero la strada, obbligata, di una grande apertura al turismo di massa e alla conseguente introduzione della doppia circolazione della moneta. Questo, tuttavia, senza mai rinunciare al carattere socialista e rivoluzionario del processo di transizione. Allora come oggi, è stata mantenuta la piena gratuità del sistema sanitario così come dell’ istruzione pubblica, e la ridistribuzione di ciò che viene prodotto avviene in maniera uniforme ed egualitaria in tutto il paese, senza distinzioni e alcuna forma di privilegio per classi e settori sociali.

Ma il primo problema economico che da anni si trova ad affrontare Cuba sta nel fatto che, visto che il socialismo si differenzia dal capitalismo perché non è basato su una semplice migliorata redistribuzione dei redditi ma è incentrato sulla più equa ridistribuzione della ricchezza sociale, allora bisognerà giungere ad una ottimizzazione della realizzazione di tale ricchezza sociale facendo si che migliori qualitativamente e quantitativamente, diminuendo da subito la dipendenza dalle importazioni e rafforzando l’export.

Il VI Congresso che si è concluso con la ferma determinazione e l’impegno generale a “migliorare il sistema socialista e a non permettere mai il ritorno del regime capitalistico”, si è incentrato sull’adozione di importanti misure di aggiustamento e perfezionamento del sistema economico. Scelte che oltre a fare i conti con lo storico e drammatico problema del blocco economico statunitense e con le contraddizioni sociali dovute alla doppia circolazione della moneta, e degli errori compiuti nella realizzazione del processo di pianificazione, devono misurasi con gli effetti dalla profondissima crisi sistemica del modo di produzione capitalista a livello globale.

Ma prima ancora di entrare nel merito delle scelte che il processo rivoluzionario cubano sta adottando per adeguare la pianificazione economica socialista alle difficoltà straordinarie della fase attuale, non si può ancora una volta non sottolineare come il Congresso e il suo dibattito preparatorio abbiano rappresentato un esempio concreto di democrazia reale e partecipativa sul piano politico, economico e sociale.

Oltre 163.000 (centosessantatremila) riunioni hanno preceduto l’assise generale, con la partecipazione di 8 milioni 913. 838 cubani, dalle scuole alle università, ai posti di lavoro, al Partito, al Sindacato, fino ai CDR e a tutte le strutture di base del paese. 620.000 sono state le proposte di modifiche, di aggiunte, tagli e correzioni al Progetto delle Linee di Politica Economica e Sociale del Partito e della Rivoluzione ( le tesi ), che hanno avuto una grandissima risonanza nei mesi precedenti su tutti gli organi di informazione cubani e che sono state prese in esame e tradotte in importanti decisioni, nei lavori delle 5 commissioni congressuali.

Chi pensa che questi numeri facciano parte di un rituale si sbaglia di grosso: ai cubani non è stata chiesta l’unanimità, ma il contributo critico, le espressioni di contrarietà e le proposte di modifica sulle scelte da intraprendere. Questo ha fatto sì che nel documento originale che conteneva 291 Linee, 16 sono state integrate in altre, 94 hanno mantenuto la loro iniziale redazione, in 181 è stato modificato il contenuto e ne sono state incorporate 36 nuove, con il risultato di un totale di 311, nell’attuale progetto. In pratica poco più dei due terzi delle Linee, esattamente il 68%, sono state riformulate.

Su molti dei temi e delle questioni che sono state al centro del dibattito congressuale, come Rete dei Comunisti abbiamo nei mesi scorsi prodotto diversi documenti, articoli ed elaborazioni che avevano lo scopo di rendere evidente che le misure per l’incremento della produzione e dell’efficienza economica, ad esempio nel settore non statale dell’economia, non avevano nulla a che vedere con una presunta privatizzazione della proprietà e che le linee di politica economica e sociale rappresentano un aggiustamento, una modernizzazione della pianificazione socialista, che tiene conto delle difficili e critiche condizioni politico-sociali-economiche interne al paese e presenti nel contesto internazionale sia in termini di oggettività della crisi sistemica sia degli assolutamente sfavorevoli rapporti di forza considerate le soggettività di classe e comuniste in campo.

Le misure di perfezionamento e i cambiamenti in corso richiamano e attualizzano il dibattito sulla transizione al socialismo, sui diversi modelli di pianificazione e sulla inevitabilità che il passaggio dal sistema capitalista a quello socialista, mai ha potuto prescindere dalle questioni teoriche applicate però al reale contesto economico-sociale e dalle condizioni storicamente date.

Fra tali questioni c’è quella del sistema di direzione dell’economia socialista e dell’uso, nel sistema, delle categorie mercantili, come strumento per il passaggio dal capitalismo al socialismo per poi costruire la società comunista.

Proprio per questo motivo, è necessario procedere all’analisi dell’evoluzione storica del socialismo nel ventesimo secolo, che ha approntato modelli di organizzazione economica funzionali ma s’è anche imbattuta, in diversi casi, con alcune contraddizioni irrisolte della pianificazione socialista.

Riprendere ad esempio il “Gran Debate” sulla transizione tra Cuba e l’Unione Sovietica degli anni 60[1], e i successivi modelli applicativi di pianificazione, anche molto diversi tra loro adottati a Cuba negli anni successivi, permette di inquadrare gli attuali processi in corso non in maniera ideologica o basandoli su un “religioso” e acritico assenso, ma riconducendoli alla realtà delle cose, che non sono purtroppo un costante e progressivo cammino verso l’ideale comunista, ma implicano a volte anche scelte sofferte e sul piano teorico transitori passi indietro che si chiamano scelte tattiche, ma mantenendo l’orizzonte strategico.

Cosa si intende per economia politica? E cosa è la teoria del valore ; negli anni 1963-1964 a Cuba si dibatte sulla teoria del valore, sulla concezione marxista e la concezione materialista della storia; la materialità del marxismo è la materialità delle relazioni sociali all’interno delle quali è racchiuso il destino della storia dell’uomo. Tentare di cambiare il mondo senza una rivoluzione è impensabile perché si tratterebbe di trasformazioni , anche positive, ma sempre all’interno del sistema economico capitalistico

Sia per Marx e poi per Lenin, sia per Che Guevara l’applicazione della legge del valore e le categorie mercantili nel socialismo costituiscono un problema teorico, pratico e ideologico; per cui i grandi “padri” rivoluzionari comunisti possono considerarsi oppositori del concetto di socialismo “di” mercato, sostenendo che l’autogestione e le relazioni mercantili, in un contesto politico-economico “con” mercato, devono essere applicate su vasta scala come manifestazione piena delle leggi economiche e sono dell’idea che la proprietà sociale acquisisce il suo significato reale nel quadro della relazione sociale che la riguarda.

Quando Ernesto Guevara formula la teoria del “Sistema budgetario di Finanziamento”, in cui viene accentuata fortemente la centralizzazione della pianificazione, pensa in primo luogo che il mantenimento delle relazioni monetario-mercantili nel nuovo Stato rendano impraticabile la creazione dell’”uomo nuovo”. E che la costruzione di nuovi rapporti sociali, non quindi un semplice potenziamento delle forze produttive, ma una trasformazione qualitativa dei rapporti sociali di produzione, non può realizzarsi se non eliminando in tempi brevi le categorie capitalistiche ed elevando la coscienza socialista e rivoluzionaria dei lavoratori.

Facciamo notare anche in questo caso come il fattore di sviluppo quantitativo e qualitativo della base economica sia funzionale alla trasformazione qualitativa soggettiva. Le forze produttive non vanno solo potenziate bensì vanno radicalmente trasformati gli stessi rapporti sociali di produzione. Ciò implica appunto trasformazioni di tipo quantitativo e qualitativo.

E’ utile però ricordare che lo stesso Che Guevara pur criticando la teoria del “calcolo economico”, che prevedeva, come in parte si sta determinando, oggi nell’attuale modernizzazione della pianificazione, l’autogestione finanziaria delle imprese e gli incentivi economici ai lavoratori, ha sempre riconosciuto l’impossibilita di eliminare dall’oggi al domani la legge del valore, che invece continua ad operare per forza di cose, date le condizioni stesse della transizione.

Una sorta di economia socialista “con” mercato ma non “di” mercato. C’è comunque da precisare che sebbene sia vero che il Che ritenesse che sin dalle prime forme di transizione al socialismo la legge del valore dovesse essere posta in “crisi”, dovesse essere compressa, limitata, è pur vero che egli ritenesse che la legge continuasse ad operare per forza di cose, date le condizioni stesse della transizione. Insomma il Che riconosce l’operare della legge del valore, l’impossibilità della sua eliminazione dall’oggi al domani con un decreto ministeriale, e però riconosce la necessità di una sua limitata operatività.

Aldilà degli apprezzamenti teorici, le relazioni monetario-mercantili sopravvivono nel socialismo e tutto sembra indicare che lo faranno per periodi prolungati di tempo, la cui determinazione non è chiara né in termini teorici né pratici.

Del resto che la soggettività rivoluzionaria non possa mai prescindere nel suo operato dalle condizioni oggettive storicamente determinate è ben chiaro sia nell’analisi che nell’azione pratica di due grandi rivoluzionari come il Che e Vladimir Ilyich Ulyanov.

Sia Lenin che il Che infatti, hanno sostenuto che per uscire dal “comunismo di guerra”, quando nelle condizioni economiche disperate dell’Unione Sovietica degli anni ’20 fu adottato un modello di crescita economica la NEP (Nuova Politica Economica) che reintroduceva modelli mercantili capitalistici, questa era la dimostrazione emblematica della capacità di adattamento del marxismo alle condizioni oggettive della società; ma che allo stesso tempo non poteva certo rappresentare un “modello universale” di sviluppo del socialismo. La NEP viene appunto interpretata come un mezzo temporaneo, in un determinato contesto storico, per realizzare la necessaria crescita economica e lo sviluppo delle forze produttive.

Anche oggi il PCC ha la necessità di valutare e correggere alcuni limiti di un modello economico eccessivamente centralizzato e la volontà di favorire una maggiore partecipazione dei lavoratori attraverso un sistema decentrato, si riferisce al bisogno di adeguare la pianificazione socialista alle tendenze presenti oggi nel mercato, per contribuire alla flessibilità e alla incisività dell’attuale piano quinquennale di fronte alle problematiche economico-sociali generate dalla crisi globale. Queste linee di perfezionamento e di aggiornamento sono dovute al fatto che il socialismo cubano subisce da oltre 50 anni il blocco, è immerso in una crisi sistemica del capitale che piega le ginocchia agli Stati Uniti, al Giappone, alla Francia, alla stessa Germania, per non parlare della Spagna, Grecia, Irlanda e dell’Italia, pensate quindi ad un paese bloccato, un paese del Terzo Mondo, al quale tra l’altro il Fondo Monetario Internazionale, gli organismi internazionali, fanno pagare il fatto che sia indipendente, autodeterminato e che segua la strada del socialismo.

Naturalmente davanti all’attuale crisi globale è d’obbligo fare degli aggiustamenti al sistema economico ma in tutti i dibattiti, in tutte le discussioni, si parte sempre dall’interno della tenuta e rafforzamento della pianificazione socialista continuando la transizione socialista bisogna attuare e attualizzare la pianificazione in una fase che è diversa da quella di 50 anni fa, di 30 anni fa o del periodo especial di 15 anni fa o della fase economica un po’ più tranquilla di 6 o 7 anni fa.

Anche nella transizione socialista è sempre la materialità delle condizioni che in cui si vive che determina il livello di coscienza, quindi nonostante il grande lavoro del sindacato, del Partito, del Governo, delle istituzioni, il mantenimento forte dell’educazione di base e dell’educazione superiore e culturale, con questa doppia circolazione di moneta si sono costituite sacche e a volte ceti privilegiati, e tutto ciò ha provocato alcune condizioni socio-economiche interne negative per Cuba. Ad esempio l’abbandono delle campagne e dell’agricoltura, in particolare quelle con non ottimali macchinari e tecnologie, anche con salari non ai livelli di altri settori produttivi, la durezza e la inadeguatezza, a causa dell’impossibilità dovuta al blocco, ad effettuare gli adeguati investimenti per migliorare ottimizzando le condizioni della distribuzione, del commercio, hanno contribuito ad uno spostamento forte verso i settori dei servizi e verso il turismo.

Quindi un fondamentale obiettivo del piano di perfezionamento del modello socio-economico sarà già nell’immediato trovare modi e forme per poter arrivare prima possibile ad eliminare, per attenuare gli effetti negativi, la doppia circolazione di moneta, che non può essere tolta per decreto, senza un miglioramento dell’efficienza produttiva, perché questo creerebbe un’inflazione incredibile.Un’inflazione di questo genere genererebbe un aumento dei costi tale che dall’economia capitalista verrebbe risolto tagliando, a partire dai costi del lavoro; quindi disoccupazione, precarietà ecc. Un paese socialista come Cuba mai farà una scelta del genere, poiché snaturerebbe la transizione con forme pure di capitalismo di Stato che sono assolutamente contrarie allo spirito e alle politiche volute a tutt’oggi da Cuba socialista.

Dentro questo dibattito, alcune questioni hanno avuto un carattere prevalente. La questione della tessera annonaria (“la libreta”) e la sua eliminazione è stato un tema che ha provocato un gran numero di interventi.

Questo strumento di distribuzione, introdotto negli anni ’60, ha offerto per decenni a tutti i cittadini cubani l’accesso ad alimenti di base a prezzi irrisori. Due generazioni di cubani hanno potuto far fronte, grazie alla “tessera”, ai periodi di scarsità, ma con il trascorrere degli anni e con il mutare delle condizioni ha finito col diventare un carico pesante per l’economia e una sorte di blocco per lo stimolo all’attività lavorativa.

Tutto ciò senza voler citare gli esempi di egualitarismo poco sensato, come quello che prevedeva la distribuzione del caffè anche ai neonati o delle sigarette ai non fumatori, che veniva applicato alla lettera per venire incontro indistintamente ai bisogni di più di 11 milioni di cittadini cubani.

L’eliminazione di questo strumento, che non potrà avvenire in un sol colpo senza prima aver creato le condizioni per il suo superamento, ha naturalmente una stretta relazione con l’efficienza e la produttività del lavoro, con la corrispondente crescita dei salari, con la dinamica dei prezzi e l’obbiettivo dell’unificazione della moneta, oltre alla esigenza di correggere l’eccessivo assistenzialismo e le distorsioni esistenti nell’economia del paese.

Questioni, dunque, che non è pensabile possano essere risolte dall’oggi al domani con una semplice dichiarazione d’intenti o con un mero cambiamento normativo. La necessità di affiancare alla pianificazione centralizzata un forte sviluppo decentrato delle forze produttive, implica non solo appropriati procedimenti di controllo contabile, finanziario e amministrativo, ma la riqualificazione permanente in queste materie dei quadri del Partito, amministrativi e delle imprese, con il concorso delle istituzioni specializzate del settore dell’educazione ed il contributo degli economisti e dei contabili, con un ruolo centrale proprio dell’ANEC (Associazione Nazionale Economisti e Contabili).

Per queste ragioni, il Congresso ha promosso la costituzione di una Commissione Permanente del Governo per l’Implementazione e lo Sviluppo (CPGIS) che avrà lo scopo di coordinare e verificare la concreta attuazione delle decisioni prese, così come di proporre l’incorporazione di nuove Linee d’intervento che si renderanno necessarie in futuro.

E’ chiaro che i motivi oggettivi esterni (le ricadute durissime della crisi sistemica internazionale, il bloqueo, i disastri ambientali e sociali provocati dagli uragani, ecc.) seppur drammaticamente determinanti non sono sufficienti a spiegare le arretratezze attuali del sistema se non si parla, come i cubani a tutti i livelli onestamente fanno, dei propri errori, storture e debolezze necessariamente purtroppo presenti nello svolgersi del processo rivoluzionario socialista.

D’altra parte, anche per i motivi contraddittori socio-economici precedentemente esposti,si sono verificate diseguaglianze sociali con alcuni che si sono arricchiti anche indebitamente (si pensi al mercato nero dei prodotti agricoli, a piccoli traffici illegali, alle mille forme per acquisire individualmente e illecitamente valuta; si tratta in ogni caso di perdite di entrate per lo Stato che non passando chiaramente per l’economia formale, e quindi per le casse dello Stato, non possono trasformarsi in investimenti sociali, in miglioramenti sociali a carattere universale).

Per queste stesse ragioni, la Commissione (CPGIS) includerà un vice gruppo giuridico che in coordinamento con gli organismi preposti dello Stato predisporrà le modifiche necessarie sul piano legale per accompagnare l’attualizzazione del modello economico e sociale, come le norme giuridiche associate alla compravendita di case e di automobili o per dare “terre oziose” in usufrutto a quei produttori agricoli individuali o associati in cooperative che presentano buoni risultati.Questo perché nonostante i soddisfacenti risultati della fornitura di terreni incolti già dati in usufrutto, ai sensi del decreto-legge 259 del 2008 che verrà modificato per estenderne l’applicazione, ci sono ancora migliaia e migliaia di ettari di terre coltivabili che messe a produzione, potrebbero ridurre l’importazione di molti prodotti alimentari che la crisi globale e la speculazione hanno portato a un livello di prezzo non più sostenibile.

Il blocco economico statunitense, la crisi internazionale, la scelta forzata di realizzare valuta attraverso il turismo, è chiaro che tutto ciò provoca difficoltà e nodi nella transizione al socialismo, delle contraddizioni nel processo rivoluzionario, poiché come tutti i processi è naturale che anche quello cubano viva le proprie contraddizioni muovendosi sul cammino sempre del loro superamento a volte difficoltoso, e che spesso appaiono quasi irrisolvibili in una dimensione in cui non esiste come ai tempi dell’URSS e del Comecon un blocco internazionale socialista di riferimento .

Per fare sì che le cose dette si tramutino in fatti nei tempi previsti, il Congresso ha stabilito che il Comitato Centrale del Partito porrà come primo punto in tutti i suoi plenum, che si svolgeranno non meno di due volte l’anno, una relazione sullo stato di implementazione delle misure adottate e sull’attualizzazione del Modello Economico e come secondo punto, l’analisi sul compimento del piano d’economia del primo semestre o dell’anno in questione.

Il Congresso infine ha valutato con grande attenzione il fondamentale lavoro a cui è chiamato il Partito, i compiti nuovi e la necessità di una chiara distinzione dei ruoli nella direzione del Partito, del Governo, dello Stato e delle imprese.

Il potere del Partito risiede nella sua autorità morale, nella fiducia che gli viene riconosciuta dal popolo, nell’influenza che esercita sulle masse dei lavoratori. Le direttive, le risoluzioni, le scelte che assume sono applicate e messe in atto dai militanti e non hanno un carattere giuridico obbligatorio per tutti i cittadini.

E’ lo Stato che sulla base della sua autorità materiale e attraverso le istituzioni incaricate garantisce il rispetto delle norme giuridiche.

La confusione e la duplicazione dei ruoli ha prodotto rallentamenti e difetti sia nel lavoro politico che deve compiere il Partito sia nell’autorità e nei compiti dello Stato e del Governo, perché con questo approccio anche i funzionari finiscono con il non sentirsi responsabili nelle loro decisioni.

Liberare quindi il Partito da tutte le attività che non corrispondono al suo carattere di organizzazione politica, a partire dalle funzioni amministrative. Chiamare ognuno a svolgere i propri compiti in base alla propria collocazione è l’orientamento assunto dal Congresso, a partire dal maggiore impegno che viene assegnato ai dirigenti delle imprese che in un modello meno centralizzato e legato a specifici obbiettivi di produzione, per contribuire a una maggiore efficienza del sistema economico, dovranno prendere decisioni e assumersi maggiori responsabilità.

Le imprese statali così come le amministrazioni locali avranno maggiore autonomia decisionale e più risorse da destinare all’economia locale, rafforzando così la democrazia partecipativa e ponendo l’accento sulla lotta alla burocrazia e alla corruzione. Tale autonomia delle imprese riguarderà non solo la gestione formale ma inciderà profondamente sull’andamento produttivo anche in relazione al mercato interno di consumo. Ciò favorirà la possibilità di riconoscere adeguati incrementi salariali relazionati alla produttività e in particolare all’apporto qualitativo produttivo. Ciò dovrà incidere anche sulla mentalità e “cultura” del lavoro cui spesso il cubano è stato abituato quasi ci fosse una forma di compensazione fra salari non sempre adeguati e possibilità di mantenere livelli di produzione bassi. Solo con la disciplina individuale e collettiva ai principi di salvaguardia della rivoluzione si può rimarcare necessità del rafforzamento di una moderna pianificazione che risolva le naturali e ovvie contraddizioni a passi più veloci e sicuri sulla strada di una più stabile transizione al socialismo.

La cosa estremamente importante che abbiamo potuto verificare in tutti i nostri continui rapporti di relazione politica e culturale e nei frequenti incontri, quelli con il Partito, con i sindacati, con i CDR, con le università e con i centri studi che si occupano di pianificazione è, come più volte ci fanno notare sui documenti ed interventi (scaricabili semplicemente dai siti internet come Cuba debate, Cuba socialista, Granma, e altri), che il Partito, le strutture universitarie, il Governo, i Ministeri sono assolutamente consapevoli della situazione di crisi internazionale e delle ricadute interne ,e sono altresì consapevoli del fatto che la via al socialismo cubana passa per la strada del perfezionamento, ammodernamento la correzione degli errori e quando servono bisognerà attuare anche forme di maggiore disciplina delle riforme, discusse e condivise con il popolo, in una consolidata democrazia partecipativa, popolare e socialista.

E’ ovvio che anche uno dei temi centrali rimane quello che per dare una maggior risposta agli sforzi produttivi bisognerà risolvere gli annosi problemi della filiera della distribuzione, in modo che i prodotti arrivino alla popolazione senza ritardi e senza che siano deteriorati. Altri cambiamenti potrebbero riguardare il taglio di una serie di sprechi, che ormai derivano da una strutturazione economica e produttiva superata da una nuova e differente strutturazione di una società che ovviamente non è quella di 15 o 30 anni fa, società che viveva in condizioni politiche ed economiche differenti da quelli attuali, anche per le relazioni con URSS e Comecon .

Si stanno studiando forme di perfezionamento a medio-lungo termine di tutto il processo di pianificazione dell’economia nazionale ,ma al contempo si sta lavorando all’approvazione delle proiezioni della programmazione a medio termine 2011-2015, in modo tale che la pianificazione assuma sempre di più una forma contestuale e armonica e coordinata con le attività principali di forte relazione fra istituzioni centrali dello Stato e istituzioni locali.

Fra le varie ipotesi in studio ci sono quelle di coordinare processi di pianificazione centralizzata nell’economia con processi di decentralizzazione coordinata, cioè far sì che a fronte del piano centrale dell’economia ci siano dei piani che evidenzino e sviluppino al massimo le economie locali, lo sviluppo locale autodeterminato a carattere sostenibile socialmente ed economicamente. Quindi si stanno studiando le relazioni possibili equilibrate fra pianificazione centrale e decentralizzata, sempre rafforzando il carattere rivoluzionario della transizione socialista, in cui la decentralizzazione ha a che fare anche con le possibilità di sviluppo locale sostenibile eco-socialmente ed autodeterminato in cui il settore agricolo ritorni centrale e si possa così abbattere il deficit della bilancia commerciale derivante dall’import di prodotti agricoli.

Ciò significa in un paese come Cuba a vocazione agricola, ritornare ad un’agricoltura moderna meccanizzata con un uso appropriato di tecnologie ad altissima sostenibilità eco-sociale. Non è più economicamente e socialmente sopportabile che continuino ad esserci oltre il 50% di terre sottoutilizzate “oziose” forzatamente o terre incolte. Per ritornare all’agricoltura a ottimale produttività bisognerà dare anche degli incentivi, creare forme di proprietà individuale, che non è la proprietà privata, forme di controllo di pianificazione centralizzata ma con incentivi alla produzione, alla distribuzione, all’accesso al commercio per la produzione che supera gli standard di produttività media ai singoli agricoltori o anche dare un forte ruolo alle cooperative.

Anche attivare le imprese individuali, in altri settori non strategici, appoggiate e corroborate dall’impresa statale e dalla struttura cooperativistica strutturata in rete, questo potrebbe essere un altro dei provvedimenti di rilancio della pianificazione.

Da ultimo si affrontano i temi dell’eliminazione degli organici improduttivi attraverso la garanzia di continuità del lavoro in settori strategicamente più produttivi e forme di ristrutturazione dell’occupazione anche attraverso l’ampliamento di forme di lavoro non statale e in conto proprio; o trovando modalità per incentivare l’incremento della produttività del lavoro elevandone le motivazioni con aumenti salariali e al contempo rafforzando i meccanismi di redistribuzione delle entrate, eliminando le forme dannose di paternalismo ed egualitarismo, che non significa però assolutamente diminuire il criterio fondamentale per la rivoluzione cubana che è il mantenimento dell’uguaglianza, del lavoro e reddito per tutti.

E’ il criterio della responsabilità personale e collettiva quello che può dare impulso all’attualizzazione e perfezionamento del sistema economico, con un ruolo centrale dei dirigenti e dei quadri che devono guidare il processo e rispondere dei risultati rispettando le risorse a disposizione, gli sforzi del popolo e l’equilibrio sociale e la sostenibilità ambientale.

E’ per tutto questo che la pianificazione deve essere condivisa e realizzata in termini equilibrati sia nei settori interni che esterni dell’economia in modo da raggiungere uno sviluppo armonico e fortemente caratterizzato dalla compatibilità sociale ed ambientale.

Le cose dette fin ora, la politica di aumento salariale in relazione alla quantità, ma soprattutto alla qualità del lavoro svolto, con lo scopo di dare una risposta al fenomeno della “piramide invertita”, ovvero alla mancata corrispondenza della retribuzione salariale con il livello professionale, la riorganizzazione della forza lavoro, attraverso anche il ricollocamento nel settore privato dei lavoratori statali impiegati in settori improduttivi, ci sembra abbia poco a che vedere con le cose che leggiamo e sentiamo nella stampa e nei media occidentali.

Già nel documento preparatorio del Congresso “Progetti di linea guida della politica economica e sociale del Partito e della rivoluzione” si sottolineava in maniera chiara senza alcun dubbio e contraddizione, fin nella sua introduzione, che l’attuazione di tali politiche economiche di perfezionamento e aggiornamento seguiranno sempre e comunque il principio che “solo il socialismo è capace di vincere le difficoltà e preservare le conquiste della Rivoluzione e che nell’attualizzazione del modello economico predominerà la pianificazione e non il mercato. Nella politica economica che si propone è sempre presente che il socialismo è uguaglianza di diritti e uguaglianza di opportunità per tutti i cittadini, non egualitarismo. Il lavoro è allo stesso tempo un diritto e un dovere, motivo di realizzazione personale per ciascun cittadino e dovrà essere remunerato in maniera conforme alla sua quantità e qualità”.

E’ chiaro che tali linee attuano così nei fatti il principio fondamentale del socialismo: da ognuno secondo le proprie capacità ad ognuno secondo il suo lavoro.

Il riordinamento e la creazione di una diversa base produttiva va realizzata all’interno di una forte sostenibilità del socialismo a partire dal mantenimento della qualità della salute e dell’educazione, che continuerà ad essere garantita gratuitamente a tutti i cittadini migliorandola e riducendo, laddove sono presenti, i costi dovuti a sprechi.

La cultura e l’educazione superiore e l’università possono giocare un ruolo prioritario in chiave teorica, formativa, di diffusione di quelle che sono le proposte di perfezionamento dell’economia, poiché se si acquisisce culturalmente prima che economicamente il perché sono necessari questi cambiamenti, e che devono essere fatti in senso socialista, ci sarà ovviamente una maggiore partecipazione e consenso popolare, poiché dopo il congresso comincerà la fase vera di attuazione in tempi medi di questo processo di ammodernamento.

E’ chiaro che tali linee di perfezionamento dell’economia da realizzarsi in prima istanza entro il 2015, devono partire da un assunto centrale posto già a suo tempo sia da Fidel Castro che da Raul, secondo il quale Cuba non può continuare ad essere l’unico paese al mondo dove una parte della popolazione possa vivere senza lavorare, ma è il lavoro di ogni individuo e la sua produttività quella che determina l’incremento salariale per soddisfare sempre più le necessità.

Anche nei discorsi al Congresso di Raul Castro, come qualche mese fa nella presentazione dei risultati economici del 2010 con le linee programmatiche del Piano Economico e Sociale per il prossimo periodo di pianificazione presentate dal Ministro dell’Economia Marino Murillo, si mette sempre in evidenza che, fermo rimanendo la pianificazione come strumento imprescindibile per il lavoro di direzione dei problemi economici e sociali, bisogna sempre più ricercare proposte, forme e metodi per escludere i rischi che possono derivare dall’improvvisazione e dalla mancanza di una visione integrale.

Non ci sembra di scorgere in queste scelte nessuna Perestroika, nessuna marcia di avvicinamento al capitalismo e neanche l’adozione del modello cinese, del socialismo di mercato. I compagni cubani non hanno mai condiviso il “socialismo di mercato”, ma sanno bene, come hanno dimostrato in 50 anni di resistenza rivoluzionaria che la costruzione del socialismo e dei suoi principi basilari: la libertà, l’uguaglianza, il diritto al lavoro e la copertura sociale, l’istruzione e la sanità per tutti, comporta in un periodo più o meno lungo di transizione la necessità di convivere, come storicamente è accaduto con il mercato e con le forme capitalistiche monetario-mercantili e pertanto è fondamentale rafforzare le relazioni internazionali politico-economiche e commerciali.

Le cose precedentemente accennate, e affrontate su vari altri documenti della Rete dei Comunisti (vedi il sito web: www.nuestra-america.org) rendono evidente non solo la grande attualità del dibattito in corso da quasi un secolo sui nodi teorici legati alla transizione, ma indicano a pieno l’impegno dei comunisti cubani nel doversi confrontare, nelle odierne condizioni imposte dalla crisi sistemicaglobale, con una realtà del paese che ha raggiunto un livello dei rapporti sociali di produzione troppo avanzato rispetto allo stadio di sviluppo delle forze produttive.

La crisi attuale internazionale del capitalismo è da studiare ed affrontare come crisi sistemica, cioè una crisi economica e finanziaria che si evidenzia anche come crisi non solo ambientale, non solo alimentare, non solo di carattere energetico, ma anche come crisi ideologica, etica e quindi di civiltà.

E’ quindi fondamentale una ripresa forte della cultura e della pratica della lotta di classe, a partire dall’affermare così anche nei paesi dove è in corso la transizione, che solo con il dispiegarsi della lotta di classe si riafferma l’iniziativa politica culturale socialista. La pianificazione socio-politico-economica espressione delle dinamiche sociali che metta al primo punto il ruolo e lo stato della lotta di classe nel socialismo. Va per questo valorizzato il ruolo delle alleanze internazionali come strumento di rilancio che può avvenire in maniera diversificata a partire dagli importanti processi di cambiamento nei vari paesi dell’ALBA.

Uno dei temi più importanti di dibattito oggi a Cuba, è appunto quello di come e quale transizione,di come rafforzare il ruolo internazionale negli scambi economico-produttivi e commerciali,e come allargare e rafforzare i rapporti realizzati sul piano internazionale con i paesi dell’ALBA, quale prospettiva e quale economia, quale forma di pianificazione; questi temi sono stati anche dibattuti ad aprile 2010 nel congresso dell’Unione dei Giovani Comunisti e sono oggetto del congresso del Partito.

Per Cuba le relazioni internazionali continuano a rimanere strategiche e sono estremamente importanti con i paesi dell’ALBA, ma vanno incentivate relazioni internazionali forti anche con altri paesi, non solo con la Cina che è storicamente un partner privilegiato, ma ci sono relazioni internazionali molto forti di interscambio commerciale anche con la Russia e con alcuni paesi che si caratterizzano non necessariamente in quanto socialisti, ma che hanno un connotato fortemente di propria autonomia, una propria identità che già da ora favoriscano scambi paritari di collaborazione con Cuba e con i paesi dell’ALBA. Rafforzare quindi tutte le relazioni internazionali che possono facilitare un interscambio che ad oggi è ancora difficile.

Pensiamo che il risultato di tale dibattito nel PCC, nel sindacato CTC nei CDR e con tutto il popolo cubano abbia anche delle ricadute notevoli sul rafforzamento dei processi di transizione socialista negli altri paesi dell’ALBA e in genere in tutti i Sud del mondo dove si stanno tentando processi di autodeterminazione e di integrazione a forti connotati antimperialisti, anticapitalisti e, in forme differenziate a specifico carattere socialista. E’ così che lo sviluppo di nuovi processi rivoluzionari anticapitalisti, e alcuni sempre più a carattere socialista , come in Venezuela e Bolivia, e poi la nascita dell’Alleanza dell’ALBA, ha posto all’ordine del giorno una questione centrale politica prima che economica: l’applicazione, la tenuta ed il futuro dei processi di transizione socialista.

La chiusura con un epoca forse troppo assistenzialista, la necessità nella fase attuale di dare grande impulso alla produttività del lavoro e all’efficienza socialista per realizzare non solo una migliorata ridistribuzione dei redditi, ma un più equa ridistribuzione della ricchezza sociale prodotta, non solo non si discostano, ma muovono anche nelle difficili condizioni attuali nella direzione e nella volontà di raggiungere uno dei principi basilari del socialismo: da ognuno secondo le proprie capacità ad ognuno secondo il suo lavoro.

Il Partito e il processo rivoluzionario dispone di quadri di una generazione intermedia preparata e capace di dirigere la complessità delle prossime tappe del socialismo,in una condizione ancora più difficile per governare il paese nell’attuale fase di grave crisi sistemica del capitale internazionale,cercando al contempo di creare le condizioni per un’opportunità di cambiamenti nel contesto mondiale in chiave anticapitalista e socialista rivoluzionaria sempre e comunque con il consenso del popolo .

Dimostrare appunto che si può coniugare socialismo ed efficienza, perché spesso l’idea che il socialismo è il regno dell’assistenzialismo e paternalismo in cui si può vivere quasi senza lavorare, qualcuno forse a Cuba lo ha anche pensato. Questo forse potrà essere l’orizzonte utopico del comunismo che noi tutti auspichiamo come fase finale, non dimentichiamo però che il socialismo, anche a livello teorico, è una fase di transizione dal capitalismo al comunismo e come tale a seconda dei momenti, vive anche con alcuni strumenti e categorie momentanei che sono del capitalismo.

La razionalità del modello economico deve essere coerente con la razionalità sociale del modello e non viceversa, detto altrimenti la razionalità sociale richiede la razionalità economica come premessa, ma questo non esprime automaticamente la razionalità sociale; cioè a dire che il socialismo non si attua secondo premesse immaginarie e non è mai un ideale che deve sottomettere la realtà. Non si tratta qui della quantità e qualità di beni prodotti e servizi prestati, ma del modo di produrli e delle relazioni sociali che si stabiliscono a lungo termine con questo modo di produzione.

La sfida riguarda tutti i comunisti , anche quelli che operano al centro del sistema imperialista; si tratta di abbandonare definitivamente l’approccio eurocentrico e la deriva trasformista che vuole la tattica come strategia, sapendo anche accettare il terreno delle conquiste immediate come attuazione del programma minimo di classe, ma sempre e tutto interno alla strategia rivoluzionaria della trasformazione radicale e superamento del modo di produzione capitalista.

Riacquisire il senso della storia sapendo che il socialismo è una politica e un modello di organizzazione economica e sociale che non può e non deve prescindere dal corso degli eventi storici. Sempre davanti a noi dobbiamo avere la lezione storica che Marx e Engels ci hanno lasciato nell’”Ideologia tedesca” quando sottolineano che “Per noi il comunismo non è uno stato di cose che si deve attuare secondo delle premesse immaginarie, o un ideale al quale la realtà deve sottomettersi. Noi chiamiamo comunismo il movimento reale che annulla e supera lo stato attuale delle cose”. Il vero problema è l’orizzonte strategico e l’orizzonte tattico; lo stesso Che Guevara non si meravigliava che durante il socialismo ci potesse essere in alcune forme vigente la legge del valore o ci potesse essere la moneta.

Ecco perchè l’analisi teorica e il nostro operare e agire politico si relaziona e ha a che fare direttamente, ora e anche qui in Italia e in Europa, con la dimensione dell’internazionalismo di classe, con la collocazione politica internazionale di ogni organizzazione e partito comunista nella consapevolezza che la nostra sfida “qui e ora” è mantenere viva nella realtà europea della crisi sistemica l’idea e la pratica comunista.

Ciò avviene in termini di prospettiva reale di programma per andare oltre la solidarietà politica, praticando esperienze politiche di classe, come parte di una dimensione internazionalista dell’anticapitalismo e delle ipotesi socialiste già in campo in varie parti del mondo.

Fasi storiche con contesti internazionali diversi e quindi con condizioni socio-economico-produttive tipiche del momento, determinano percorsi mutevoli della transizione che non possono essere interpretati se non dentro le dinamiche di contesto e sicuramente non come validi sempre e comunque non associabili in differenti contesti spazio-temporali.

Questa del VI Congresso del PCC sul piano di perfezionamento e di attualizzazione della pianificazione della transizione socialista è una sfida per l’attualità del socialismo nel mondo, perché Cuba potrebbe dimostrare, che il socialismo anche là dove è pressato dal blocco o da una crisi internazionale o da errori e contraddizioni, riesce a rettificarsi senza scegliere la strada del capitalismo come è avvenuto ad esempio alla fine dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’est; quindi una modernizzazione, un aggiornamento, in chiave tutta socialista.

Quindi potrebbe essere una sfida che va al di la di Cuba, una sfida per la prospettiva socialista, una sfida sul come attuare concretamente la transizione, E’ per questo che il marxismo è una scienza vera e completa al servizio dell’umanità, perché vuole leggere ed interpretare i fenomeni sociali, politici ed economici, le loro tendenze per trasformarle in movimento capace di superare radicalmente lo stato presente delle cose, nella costruzione del Socialismo del e per il XXI secolo.

Insomma possiamo a ragione sostenere che con difficoltà, ma continuano a battere decise le ali della farfalla socialista nel catastrofico uragano della crisi del capitalismo!!

RETE DEI COMUNISTI

Maggio 2011

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[1] Vedi L. Vasapollo, E. Echevarria, A. Jam.,“Che Guevara economista” attualità del dibattito sulla transizione tra Cuba e URSS, Jaca Book, 2007