INTERPRETARE
E AGIRE NELLA CRISI STRUTTURALE E SISTEMICA
CON LA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” DI MARX
di LUCIANO
VASAPOLLO (
Univ. “La Sapienza”; Direttore Scientifico CESTES e
di PROTEO)
1.
Le attuali
politiche economiche neoliberiste , a partire da quelle del Keynesismo
militare realizzate nell’economia di guerra prima-durante-dopo
gli eventi delle guerre guerreggiate, sono un tentativo del capitale
di risolvere, meglio di nascondere, la grande crisi di accumulazione
a carattere ormai strutturale che si presenta con tutta la sua forza
già dagli anni ’70, determinando così la struttura
e le dinamiche anche dell’attuale modo di presentarsi
della competizione globale tra imprese, tra paesi e tra blocchi
geoeconomici e geopolitica, cioè tra poli imperialisti .
Mentre fino agli ’70 Keynes e la pianificazione economica
hanno influenzato l’economia, dagli anni ’80 e ’90
il monetarismo e tutto l’impianto neoliberista hanno dominato
il mondo governandolo con “il mercato senza vincoli”
.
Nel tentativo, impossibile, vista la sua natura strutturale,
di uscire dalla crisi che si protrae ormai da oltre 35 anni, più
concretamente di non voler prendere atto e fare i conti con le vere
cause sistemiche, i capitalismi internazionali hanno usato la finanza
in maniera sovrastrutturale ma anche sostitutiva in chiave speculativa
per supplire alle forti difficoltà dei
processi di accumulazione del capitale. In questo senso si è
giunti ad una prevalenza e autonomizzazione, fino ad un vero dominio
dei processi della finanza speculativa proprio per tentare di recuperare
l’insufficiente produzione di plusvalore in relazione alla
sovrapproduzione di merci e di capitali, o meglio alle loro
relazioni di valorizzazione con una significativa crisi di
accumulazione del capitale internazionale.
E’ con il neoliberismo in particolare da fine degli anni ’70
che nella politica economica assume un peso determinante il settore
finanziario e i processi speculativi attraverso la deregolamentazione
finanziaria, voluta dia governi Reagan e Tatcher ,che ha eliminato
ogni restrizione ai movimenti del capitale, in particolare di quello
fittizio, realizzando in questo caso si la globalizzazione ma non
la globalizzazione delle economie in generale ma semplicemente
la globalizzazione finanziaria. Sono state così abbattute
le riserve bancarie di garanzia , si sono moltiplicati i paradisi
fiscali, si è permessa la proliferazione della finanza
creativa e della possibilità di scommettere in Borsa non
solo sui flussi degli strumenti finanziari ma anche sulle materie
prime, sui tassi di cambio, sugli alimenti generando speculazioni
per permettere il guadagno facile , cioè la rendita speculativa,,
e quindi la determinazione dei prezzi con superprofitti su petrolio,
grano, mais,disinteressandosi completamente del fatto che tali guadagni
significassero poi fame, miseria e distruzione per interi continenti.
In tal modo si trasferisce inoltre possibilità di investimento
nell’economia reale in facile e apparentemente più
redditizio collocamento speculativo finanziario , distruggendo volutamente
in tal modo il capitale in eccesso a fini produttivi.
L’economia dominante, e in generale quella ortodossa e convenzionale,
compresa l’impostazione keynesiana, assume la crisi come evento
anomalo e eccezionale, non solo per la rarità della frequenza
ipotizzata ma perché si suppone un modello macroeconomico
di equilibrio, e quindi, un sistema supposto regolare e prevedibile
sia nei comportamenti degli operatori economici sia appunto, negli
stessi assetti sistemici. All’interno di tale logica si suppone,
altresì, una netta separazione fra l’economia reale
e l’economia finanziaria; conseguenza di ciò è
che la crisi finanziaria avrebbe una sua dinamica da cui ne conseguirebbe
una eventuale crisi dei fondamentali dell’economia, così
come voluti e imposti dalle leggi del modo di produzione capitalista.
A tale impostazione spesso si rifanno anche molti economisti che
si autodefiniscono marxisti e che hanno ormai da tempo abbandonato
la “cassetta degli attrezzi marxiana” per portare avanti
quella operazione teoricamente infondata, ma politicamente pagante
alla cosiddetta sinistra radicale, di conciliare Marx e Keynes.
Così però si elogia come una sorta di oppositore di
sistema, soltanto Keynes, sia esso, a secondo delle necessità
utilizzato attraverso le ricette del keynesismo a carattere più
o meno sociale, o del keynesismo militare e le altre sue possibili
varianti del sostenimento del sistema impresa. In tal modo si arriva
a confondere le riforme di struttura con il rifomismo, nella migliore
delle ipotesi, la strategia con la tattica, arrivando all’inverso
a trattare la tattica come strategia, sia sul piano politico-economico
sia direttamente sul piano più strettamente politico, abbandonando
cioè la strategia politica chiave e ultima del conflitto
di classe che deve da subito e sempre porsi sul terreno del superamento
del modo di produzione capitalista e su percorsi di costruzione
del socialismo.
E allora basta con gli imbrogli , ed esplicitiamo, chiaramente,
come abbiamo sempre fatto, perché la fede in Keynes
è semplicemente la dimostrazione della subalternità
della sinistra anche radicale alle idee della democrazia politica
ed economica imposta dal modo di produzione capitalista e le ipotizzate
soluzioni della crisi sono tutte compatibili alla riproduzione e
continuazione del sistema capitalista stesso.
2. Spieghiamoci meglio e facciamo riferimento a
nostri scritti ( si veda tra gli ultimi Vasapollo L. “Trattato
di Economia Applicata. Analisi Critica della Mondializzazione Capitalista”;
Jaca Book , Milano, marzo 2007) , e per dir la verità di
pochi altri come ad esempio Gianfranco Pala, Mino Carchedi e Maurizio
Donato, in cui andiamo dicendo da oltre quindici anni il perché
la globalizzazione è l’attuale fase della mondializzazione
capitalista e quindi il modo di presentarsi dell’imperialismo,
e marxianamente che la “normalità” della crisi
ha assunto tutti i caratteri ,ormai da oltre 35 anni di crisi
strutturale di accumulazione e valorizzazione del capitale.
Da quando
Marx parlò per la prima volta di crisi economiche del sistema
capitalista forse se ne sono realizzate oltre cento, ma con caratteristiche
diverse, con più o meno grandi decelerazioni della crescita
quantitativa, con più o meno grandi distruzioni di forza
lavoro con disoccupazione e precarietà, con più o
meno grandi distruzioni del capitale, in particolare da quando la
finanziarizzazione ha assunto una importanza sempre più centrale.
E’ proprio con tale ruolo centrale della finanza le crisi
di sovrapproduzione e di sottoconsumo esplodono in una forma non
prevista ai tempi di Marx ,poiché lo scoppio delle bolle
finanziarie nel danneggiare le possibilità di credito all’investimento
e al consumo provocano maggiormente significativi crolli della domanda
reale che possono sfociare, come nella crisi attuale, in determinanti
strutturali e sistemiche.
L’economia reale considerata efficiente e in equilibrio non
può essere separata dall’economia finanziaria poiché
il capitale finanziario e il capitale cosiddetto produttivo trovano
unità nelle multinazionali, nelle holding, nelle interconnessioni
fra sistemi industriali, e delle imprese di produzione di
beni e servizi in generale, e sistema bancario, società finanziarie
e assicurative . L’imperialismo è il frutto della “combinazione”,
della “simbiosi” (è un’idea di Bucharin)
del capitale bancario e di quello industriale.
3. Oltre all’innovazione di processo e di
prodotto è chiaro anche che un’immissione di attività
finanziarie, e quindi il poter acquisire da parte degli imprenditori
capitali materiali, immateriali e beni e servizi intermedi attraverso
l’indebitamento, fanno si che anche in questo caso si realizzi
sovrapproduzione di capitali e, tramite il debito estero, fondamentale
nell’attività di import-export si realizzi al contempo
una sovrapproduzione di merci. Le dimensioni raggiunte dai complessi
imprenditoriali multi(trans)nazionali sono enormi.
Nonostante questo “volume di fuoco”, le imprese
transnazionali non riescono sempre a fare fronte, a mezzo di “autofinanziamento”,
alle enormi spese di investimenti e costi cui sono sottoposti: per
lo più devono ricorrere a “fonti esterne” di
finanziamento. Immancabilmente trovano il potere finanziario pronto
a concedere prestiti “interessati” di medio-lungo
periodo. Le banche, ma oggi anche le assicurazioni e i cosiddetti
“investitori istituzionali” (Fondi Pensione, Fondi Investimento),
sono degli enormi “forzieri” di denaro non investito.
Hanno la necessità di “far fruttare” la propria
liquidità e per farlo, oltre alla speculazione borsistica
di vario tipo (che non crea ricchezza, ma al meglio può essere
considerata un “gioco a somma zero”, dove chi perde
cede ad un altro la proprio quota di ricchezza complessiva “giocata”
nei mercati dei titoli e monetari di tutto il mondo, ma senza appunto
creare nulla di nuovo), possono investirli nel settore produttivo
per valorizzare la propria massa di denaro che altrimenti resterebbe
capitale non valorizzato in termini di accumulazione.
La funzione principale del sistema bancario-finanziario è
proprio quella di rendere disponibile al capitale , attraverso
il sistema del credito e finanziario ,una somma enorme di denaro
che sarebbe non valorizzabile ed utilizzarlo per estendere il proprio
potere su scala mondiale tramite investimenti diretti esteri, partecipazioni
e finanziamenti innumerevoli.
Quindi , quella finanziaria e produttiva sono semplicemente due
funzioni del capitale che sempre più spesso convivono nello
stesso operatore economico anche nella commistione fra attività
tecnico-materiali e attività di speculazione finanziaria,
in particolare in questi ultimi 25 anni con la deregolamentazione
del sistema finanziario e con l’utilizzo dei cosiddetti strumenti
della finanza allegra e creativa.
4. La via di uscita per la gestione della crisi
è sembrata essere solo quella di marciare attraverso la finanziarizzazione
e secondo i parametri del sostenimento della domanda e del dominio
capitalistico in una sorta di "maccartismo globalizzato"
e di una nuova fase keynesiana. Cioè sviluppare ancora una
volta un keynesismo militare come tentativo di risolvere, o almeno
gestire, la crisi.
Non è un caso che si guardi al passato, quando ad esempio
la crisi economica di fine ’800 trova la sua soluzione nella
prima guerra mondiale successiva alla “belle epoque”
e chiudendo la fase dell’imperialismo inglese. La crisi dei
primi anni ’20 trova la sua manifestazione più evidente
nello scoppio della bolla finanziaria del ’29 che colpisce
le capacità di credito e fa precipitare la domanda reale,
e non viene certo risolta semplicemente con il New deal nel 1933
ma trova soluzione definitiva con la seconda guerra mondiale , quando
si chiude l’era del predominio tedesco anche attraverso
la sua esplicitazione politico-economica del nazismo; si apre così
la fase di ricostruzione del dopoguerra che mette al centro il potere
politico ed economico degli Stati Uniti.
In questi ultimi anni gli Stati Uniti sono tornati ad avere una
quota intorno ad oltre un quarto del PIL globale, grazie alle
spese militari. Gli USA sono consapevoli che senza egemonia militare
non potrebbero imporre al mondo il finanziamento dei loro deficit,
che gli consente di mantenere la loro posizione-guida anche
in campo economico ma in maniera del tutto artificiale, fittizia,
senza alcuno stabile e strutturale retroterra in alcun fondamentale
macroeconomico.
Mentre gli altri poli geoeconomici, rappresentati dal Giappone,
o meglio dalla variabile asiatica, e dall’UE, infatti hanno
privilegiato un avanzamento nel campo economico, gli USA,
invece, sono sottoposti a pressioni dovute alle scelte di
investimenti militari che portano ad accrescere sempre di più
il rapporto tra spesa militare e PIL; questo perché solo
attraverso l’economia di guerra gli USA sperano di uscire
da una crisi di accumulazione senza precedenti. E non si dimentichi
che la crescita del PIL degli USA è stata sostenuta
per oltre i due terzi dall’economia di guerra. Una diminuzione
delle spese militari negli USA comporterebbe oggi una profonda e
ancora più acuta crisi dell’intero sistema economico
americano e aggraverebbe la già sistemica e violenta
crisi economica, arrivando a livelli forse peggiori di quella del
’29 (crisi risolta anche allora con la crescita degli armamenti
nel corso della seconda guerra mondiale e anche dopo).
Se con la guerra all’Iraq si manifesta in tutta la sua complessità
la competizione globale questa era esplosa già con l’avvento
dell’euro, togliendo il monopolio al dollaro nelle relazioni
internazionali, con forte capacità attrattiva dei capitali
internazionali e con l’inglobamento dei mercati dell’Est
europeo e tendenzialmente con la forte ambizione espansionistica
nell’Eurasia allargata.
Pertanto, la competizione globale rappresenta il nuovo sistema di
sfruttamento tecnologico, scientifico, economico e sociale su scala
mondiale, che evidenzia il modo attuale di presentarsi della divisione
internazionale del lavoro e le diseguaglianze tra le classi, in
un ambito di conflitti interimperialistici economico-finanziari-commerciali
e guerreggiati.
5. Per realizzare dalla produzione il plusvalore,
in particolare in una situazione di competizione globale fra imprese
e fra aree valutarie, monetarie e produttive, è chiaro che,
attraverso le dinamiche di innovazione di processo e di prodotto,
si può sopravvivere in termini concorrenziali,realizzando
quantità maggiori di prodotto con meno lavoro rispetto alle
tecnologie precedenti e andando sul mercato anche a prezzi più
bassi e ottenendo più bassi saggi di profitto.
Tale riduzione del saggio di profitto a causa di una sovrapproduzione
di capitali può essere contrastata svalutando o distruggendo
il capitale in eccesso, accettando di diminuire il plusvalore in
modo da ripristinare il “gradito” saggio di profitto.
In questo senso nascono settori di produzione del tutto nuovi, nuovi
modi di fornire servizi finanziari, nuovi mercati e, principalmente,
processi economico-produttivi caratterizzati da tassi molto più
elevati di innovazione commerciale, tecnologia e organizzativa.
L’accelerazione del ciclo di produzione implica una parallela
accelerazione negli scambi e nel consumo.
La maggiore produttività del lavoro e del capitale
insita ai processi di innovazione tecnologica riduce il lavoro necessario
medio sociale per realizzare il singolo prodotto, e quindi
in termini marxiani ne riduce il valore. Tali processi aumentano
quindi la presenza del capitale fisso nel ciclo produttivo e riducono
il tempo di lavoro necessario, quindi il capitale variabile,
che anche se dovesse crescere in termini assoluti si riduce ovviamente
in termini relativi rispetto al capitale costante o fisso.
La ristrutturazione d’impresa e la riconversione dei
cicli e dei modelli produttivi, con gli intensi processi di
terziarizzazione a causa di una deindustrializzazione imposta
dai “nuovi assetti anticrisi” portano allo sviluppo
del cosiddetto postfordismo. Un tentativo di superare la crisi
attraverso la scomposizione della classe operaia che vive in quelle
aree e settori più avanzati, maggiormente incentrati
in fasi di produzione ad alto valore aggiunto, con forte presenza
di diverse tipologie di servizi e in ambienti economico-produttivi
fortemente terziarizzati, con uso massiccio del capitale intangibile
e messa diretta a produzione delle risorse legate ai processi comunicativi.
Si ha così una particolare realizzazione di dinamiche di
accumulazione flessibile caratterizzate anche fortemente dal
capitale immateriale che muta la stessa struttura produttiva di
mercato e sociale.
La riduzione di lavoro necessario in termini relativi di conseguenza
riduce il saggio di profitto del capitale immesso in circolazione
nei cicli di produzione , riproduzione. L’aumento di competitività
concorrenziale, attraverso le innovazioni di processo e di prodotto,
l’aumento del capitale fisso e diminuzione relativa di forza
lavoro fa sì che la contraddizione che alimenta la caduta
del saggio del profitto tenda a riproporsi su scala allargata e
le spinte alla determinazione di una nuova fase della mondializzazione
economico-produttiva si tramutino nell’attuale realtà
della competizione globale. Ne segue che sempre più
grande risulta essere la massa di capitale che non trova sufficiente
remunerazione, valorizzazione, nei normali processi produttivi di
gestione tipica-caratteristica e si sposta verso la speculazione
finanziaria. Questa è infatti una delle caratteristiche
che ha assunto l’attuale fase della cosiddetta globalizzazione
neoliberista nel tentativo di risolvere la crisi, o
meglio prolungarne più possibile l’agonia, nascondendo
ciò che fin dagli inizi si intuiva , cioè che
che portava in sé caratteri strutturali.
6. Ecco perché parliamo da tempo di crisi
strutturale irrisolta fomentata e allargata attraverso la
deregulation finanziaria che ha determinato una sorta di dominio
del capitale fittizio, ma non una sua esclusività né
tanto meno si potrà mai dire che tale forma di capitale sia
mai stato elemento fondante o precursore dei processi di accumulazione.
E’ chiaro ,come evidenziato più volte da Marx, che
ogni crisi si manifesti fenomenicamente come crisi monetario-finanziario
ma l’elemento finanziario non è la causa . E ciò
vale per l’attuale crisi come per quella del 1929, nelle quali
l’elemento finanziario è un effetto e non una causa
poiché quest’ ultima è da ricercarsi nella cosiddetta
economia reale, quindi negli stessi meccanismi del modo di produzione
capitalista.
Si potrebbe a tal proposito in qualche modo fare riferimento
alla teoria dei cicli lunghi di Kontratieff che dopo una prima
lunga fase espansiva, quella del dopo la seconda guerra mondiale
fino ai primi anni ’70 può far individuare un lungo
ciclo di crisi appunto dai primi anni ’70 a tutt’oggi;
e in questa lunga crisi i capitalismi tentano di recuperare l’assenza
di superprofitti soprattutto attraverso la rendita da speculazione
finanziaria.
Il potere finanziario si ramifica in tutto il mondo,sempre
più spesso superando le limitazioni geografiche nazionali,
creando complessi industrial-finanziari di tipo transnazionale,il
che comunque non significa che non abbiano una base nazionale o
sopranazionale di riferimento per la difesa di ultima istanza dei
propri interessi.
Ma la finanziarizzazione dell’economia ha portato non a una
soluzione della crisi ma a una bolla finanziaria senza precedenti
con un aggravamento della crisi economica generale; la privatizzazione
dell’economia non ha portato a soluzioni , tant’è
che oggi sia i progressisti, la sinistra, i conservatori ,vogliono
tutti ritornare ad un ruolo interventista, regolatore e occupatore
dello Stato ;si attua così una forma di keynesismo che non
ha soltanto caratteri militari e di sostenimento all’economia
di guerra ma anche di forte sostegno alle imprese, alle banche,
alle assicurazioni che in questa fase erano destinati a fallire,
senza dare, a differenza della fase fordista di crescita alcuno
spazio al sostenimento della domanda in spesa sociale. Anche la
terza forma di tentativo di uscire dalla crisi attraverso un duro
attacco e compressione complessiva del costo del lavoro ,e quindi
del salario sociale generale in forma diretta, indiretta e differita,
non ha aiutato il capitale ad uscire dalla crisi poiché ha
determinato una contrazione del potere di acquisto generale dei
salari e quindi ha unito alla crisi di sovrapproduzione i contenuti
e gli effetti di una crisi di sottoconsumo.
Risulta chiaro allo stesso tempo che neppure l’economia di
guerra sta risolvendo la crisi internazionale che si protrae ormai
da circa quaranta anni proprio per il suo carattere strutturale
e gli interrogativi sulla fase assumono ormai rilevanza
strategica per le sorti dell’umanità. Ad esempio la
guerra e l’ipotesi forzata del keynesimo militare sono
oggi in grado di risolvere la profonda crisi economica USA,
che si associa ad una crisi di egemonia politica culturale e di
civiltà? E la crisi è solo americana o siamo in presenza
di una crisi a carattere strutturale del capitalismo,come sosteniamo
da molto tempo, che nasce proprio nelle contraddizioni dei processi
di accumulazione internazionale e nelle modalità
quantitative e qualitative di crescita del modo di produzione capitalistico
,così come oggi si presenta nelle sue diverse modalità
di espressione dei vari capitalismi?
Nonostante ciò che sostengono le voci ufficiali, anche di
sinistra, gli Stati Uniti hanno esaurito la loro funzione di locomotiva
economica internazionale e pur tentando in tutte le diverse
forme non potranno riavere tale ruolo. A tutto ciò vanno
aggiunti fenomeni assolutamente nuovi come la sovrapproduzione da
sfruttamento di risorse non rinnovabili a partire dal petrolio,
arrivando all’acqua , ai generi alimentari ,realizzando, quindi,contemporaneamente
anche crisi ambientale, crisi alimentare, crisi energetica, crisi
dello stato di diritto .
E’ quindi crisi sistemica generalizzata che non si può
risolvere neppure tramite distruzione di capitale proprio, perché
è crisi del sistema del modo di produzione capitalista.
.
7. Ecco la particolarità di questa crisi
che è strutturale e sistemica ,e determina quindi
sicuramente la fine del predominio del capitalismo e imperialismo
statunitense e allo stesso tempo preannuncia la fase terminale del
sistema stesso capitalista, proprio perchè le possibilità
di accumulazione reale del sistema hanno raggiunto il loro limite.
E questa crisi può essere più grave di quella
del ’29 poiché non è detto che i nuovi paesi
competitori emergenti come ad esempio Cina, Russia, India possano
compensare il crollo degli USA, proprio perché questi ultimi
hanno un notevole peso nel commercio mondiale, nella funzione generale
dei mercati finanziari e monetari , e per il fatto che a tutt’oggi
continua il signoreggio del dollaro e oltre il sessanta per cento
, nonostante le ultime contrazioni, delle riserve monetarie internazionali
sono in dollari. Inoltre ,questa crisi ha conseguenze immediate
e dirette sui lavoratori in termini di ulteriore aggravio
della disoccupazione strutturale, del taglio al costo del lavoro
,oltre che ai diritti, al salario diretto, indiretto e differito
anche attraverso la rapina dei Fondi pensione ; crescerà
la massa dei nuovi poveri con una forte polarizzazione verso il
basso anche da parte dei ceti medi che avranno sempre più
intaccato il loro potere d’acquisto e ciò si accompagnerà
alle vecchie forme di povertà.
Siamo davanti a un crescente disfacimento di interi gruppi
sociali ad un impoverimento di classi sociali che si ritenevano
immuni da ogni crisi di sistema. A ciò continua ad
accompagnarsi la marginalizzazione di intere regioni del globo
con una concorrenza internazionale sempre più intensa e la
necessità per il capitale di creare i nuovi confini delle
terre di nessuno.
8. E allora bisogna meglio capire la cause
e gli effetti sul mondo del lavoro, e del lavoro negato, dell’attuale
crisi economica e costruire in maniera indipendente le proprie
prospettive muovendosi da subito nella piena autonomia da
qualsiasi modello consociativo, concertativo e di cogestione
della crisi. Solo così l’autonomia di classe assume
il vero connotato di indipendenza dai diversi modelli di sviluppo
voluti e imposti dalle varie forme di capitalismo, ma soprattutto
da sempre lo stesso sistema di sfruttamento imposto dall’unico
modo di produzione capitalistico ;e quindi in tal senso il movimento
dei lavoratori non può e non deve essere elemento cogestore
della crisi ma trovare anche nella crisi gli elementi del rafforzamento
della sua soggettività tutta politica.
Sicuramente il capitalismo statunitense potrà restare ancora
un attore importante ma si realizzerà la fine di un ciclo
politico in cui gli USA non avranno una posizione dominante rispetto
ad altri centri di potere come l’Europa, la Russia, la Cina,
l’India, il Brasile, che imporranno, anche se in maniera diversificata,
nuove forme di potere politico del capitale, che così
come per la natura economica della crisi di cui si è detto
in precedenza, entrerà in crisi soltanto se le forze soggettive
del movimento operaio e di classe sapranno trasformare la crisi
economica e politica in crollo e superamento del sistema di produzione
capitalista attraverso processi di costruzione di sistemi di relazioni
socialiste.
Ecco perché la nostra analisi non ha a che fare
con una visione immediata di fine del capitalismo per “autodistruzione”
e quindi in una sorta di teoria del crollismo. Il sistema capitalista
troverà ancora delle modalità attuative dei capitalismi
per far sopravvivere il modo di produzione capitalista, ma soprattutto
perché il passaggio ad un modo di produzione altro, meglio
il passaggio alla società socialista , presuppone ovviamente
non solo l’esplosione dell’oggettività
drammatica in cui si presenta la crisi ma la presenza organizzata
della soggettività rivoluzionaria che può indirizzare
la classe verso i percorsi reali di superamento del modo di
produzione capitalistico.
Le tendenze che abbiamo individuato segnano l’attuale fase
del conflitto economico, sociale e del confronto politico e militare
nella competizione globale. Le forze del capitale sono organizzate
in modo transnazionale, con una borghesia che ha coscienza delle
sue funzioni e che si adopera per difendere i suoi interessi, facendo
pagare la sua agonia con guerre finanziarie , commerciali , economiche
,sociali , con repressione e guerre militari.
E allora la risposta alla crisi non può avere altro carattere
che quello del rafforzamento politico del conflitto di classe internazionale,
nelle sue diverse forme di rappresentazione sociale e politica.
Un’alternativa mondiale per la trasformazione radicale deve
essere un progetto che contenga un significato di classe transnazionale,
con da subito una strategia che si muova in un orizzonte capace
di determinare processi politici che, anche nei momenti rivendicativi
tattici, abbiano sempre chiara la strategia politica per il superamento
del modo di produzione capitalista e di costruzione del socialismo.
|