INTERPRETARE E AGIRE NELLA CRISI STRUTTURALE E SISTEMICA
CON LA “CASSETTA DEGLI ATTREZZI” DI MARX

di LUCIANO VASAPOLLO  ( Univ. “La Sapienza”; Direttore Scientifico CESTES e di PROTEO)

1. Le attuali politiche economiche neoliberiste , a partire da quelle del Keynesismo militare realizzate nell’economia di guerra prima-durante-dopo gli eventi delle guerre guerreggiate, sono un tentativo del capitale di risolvere, meglio di nascondere, la grande  crisi di accumulazione a carattere ormai strutturale che si presenta con tutta la sua forza già dagli anni ’70, determinando così la struttura e le dinamiche  anche dell’attuale modo di presentarsi della competizione globale tra imprese, tra paesi e tra blocchi geoeconomici e geopolitica, cioè tra poli imperialisti . Mentre fino agli ’70 Keynes e la pianificazione economica  hanno influenzato l’economia, dagli anni ’80 e ’90  il monetarismo e tutto l’impianto neoliberista hanno dominato il mondo governandolo con  “il mercato senza vincoli” .
Nel tentativo, impossibile, vista la sua natura strutturale,  di uscire dalla crisi che si protrae ormai da oltre 35 anni, più concretamente di non voler prendere atto e fare i conti con le vere cause sistemiche, i capitalismi internazionali hanno usato la finanza in maniera sovrastrutturale ma anche sostitutiva in chiave speculativa per supplire  alle  forti difficoltà  dei processi di accumulazione del capitale. In questo senso si è giunti ad una prevalenza e autonomizzazione, fino ad un vero dominio dei processi della finanza speculativa proprio per tentare di recuperare l’insufficiente produzione di plusvalore in relazione alla sovrapproduzione di merci e di capitali, o meglio alle  loro relazioni di valorizzazione  con una significativa crisi di accumulazione del capitale internazionale.
E’ con il neoliberismo in particolare da fine degli anni ’70 che nella politica economica assume un peso determinante il settore finanziario e i processi speculativi attraverso la deregolamentazione finanziaria, voluta dia governi Reagan e Tatcher ,che ha eliminato ogni restrizione ai movimenti del capitale, in particolare di quello fittizio, realizzando in questo caso si la globalizzazione ma non la globalizzazione  delle economie in  generale ma semplicemente la globalizzazione finanziaria. Sono state così abbattute le riserve bancarie di garanzia , si sono moltiplicati i paradisi fiscali, si è permessa la proliferazione  della finanza creativa e della possibilità di scommettere in Borsa non solo sui flussi degli strumenti finanziari ma anche sulle materie prime, sui tassi di cambio, sugli alimenti generando speculazioni per permettere il guadagno facile , cioè la rendita speculativa,, e quindi la determinazione dei prezzi con superprofitti su petrolio, grano, mais,disinteressandosi completamente del fatto che tali guadagni significassero poi fame, miseria e distruzione per interi continenti.
 In tal modo si trasferisce inoltre possibilità di investimento nell’economia reale in facile e apparentemente più redditizio collocamento speculativo finanziario , distruggendo volutamente in tal modo il capitale in eccesso a fini produttivi.
L’economia dominante, e in generale quella ortodossa e convenzionale, compresa l’impostazione keynesiana, assume la crisi come evento anomalo e eccezionale, non solo per la rarità della frequenza ipotizzata ma perché si suppone un modello macroeconomico di equilibrio, e quindi, un sistema supposto regolare e prevedibile sia nei comportamenti degli operatori economici sia appunto, negli stessi assetti sistemici. All’interno di tale logica si suppone, altresì, una netta separazione fra l’economia reale  e l’economia finanziaria; conseguenza di ciò è che la crisi finanziaria avrebbe una sua dinamica da cui ne conseguirebbe una eventuale crisi dei fondamentali dell’economia, così come voluti e imposti dalle leggi del modo di produzione capitalista.
A tale impostazione spesso si rifanno anche molti economisti che si autodefiniscono marxisti e che hanno ormai da tempo abbandonato la “cassetta degli attrezzi marxiana” per portare avanti quella operazione teoricamente infondata, ma politicamente pagante alla cosiddetta sinistra radicale, di conciliare Marx e Keynes. Così però si elogia come una sorta di oppositore di sistema, soltanto Keynes, sia esso, a secondo delle necessità utilizzato attraverso le ricette del keynesismo a carattere più o meno sociale, o del keynesismo militare  e le altre sue possibili varianti del sostenimento del sistema impresa. In tal modo si arriva a confondere le riforme di struttura con il rifomismo, nella migliore delle ipotesi, la strategia con la tattica, arrivando all’inverso  a trattare la tattica come strategia, sia sul piano politico-economico sia direttamente sul piano più strettamente politico, abbandonando cioè la strategia  politica chiave e ultima del conflitto di classe che deve da subito e sempre porsi sul terreno del superamento del modo di produzione capitalista e su percorsi di costruzione del socialismo.
E allora basta con gli imbrogli , ed esplicitiamo, chiaramente, come abbiamo sempre fatto,  perché la fede in Keynes è semplicemente la dimostrazione della subalternità della sinistra anche radicale alle idee della democrazia politica ed economica imposta dal modo di produzione capitalista e le ipotizzate soluzioni della crisi sono tutte compatibili alla riproduzione e continuazione del sistema capitalista stesso.
2. Spieghiamoci meglio e facciamo riferimento a nostri scritti ( si veda tra gli ultimi Vasapollo L. “Trattato di Economia Applicata. Analisi Critica della Mondializzazione Capitalista”; Jaca Book , Milano, marzo 2007) , e per dir la verità di pochi altri come ad esempio Gianfranco Pala, Mino Carchedi e Maurizio Donato, in cui andiamo dicendo da oltre quindici anni il perché la globalizzazione è l’attuale fase della mondializzazione capitalista e quindi il modo di presentarsi dell’imperialismo, e marxianamente che la “normalità” della crisi ha assunto tutti i caratteri ,ormai da  oltre 35 anni di crisi strutturale di accumulazione e valorizzazione del capitale.

Da quando Marx parlò per la prima volta di crisi economiche del sistema capitalista forse se ne sono realizzate oltre cento, ma con caratteristiche diverse, con più o meno grandi decelerazioni della crescita quantitativa, con più o meno grandi distruzioni di forza lavoro con disoccupazione e precarietà, con più o meno grandi distruzioni del capitale, in particolare da quando la finanziarizzazione ha assunto una importanza sempre più centrale. E’ proprio con tale ruolo centrale della finanza le crisi di sovrapproduzione e di sottoconsumo esplodono in una forma non prevista ai tempi di Marx ,poiché lo scoppio delle bolle finanziarie nel danneggiare le possibilità di credito all’investimento e al consumo provocano maggiormente significativi crolli della domanda reale che possono sfociare, come nella crisi attuale, in determinanti strutturali e sistemiche.
L’economia reale considerata efficiente e in equilibrio non può essere separata dall’economia finanziaria poiché il capitale finanziario e il capitale cosiddetto produttivo trovano unità  nelle multinazionali, nelle holding, nelle interconnessioni fra sistemi industriali, e delle imprese  di produzione di beni e servizi in generale, e sistema bancario, società finanziarie e assicurative . L’imperialismo è il frutto della “combinazione”, della “simbiosi” (è un’idea di Bucharin) del capitale bancario e di quello industriale.
3. Oltre all’innovazione di processo e di prodotto è chiaro anche che un’immissione di attività finanziarie, e quindi il poter acquisire da parte degli imprenditori capitali materiali, immateriali e beni e servizi intermedi attraverso l’indebitamento, fanno si che anche in questo caso si realizzi sovrapproduzione di capitali e, tramite il debito estero, fondamentale nell’attività di import-export si realizzi al contempo una sovrapproduzione di merci. Le dimensioni raggiunte dai complessi imprenditoriali multi(trans)nazionali sono enormi.
 Nonostante questo “volume di fuoco”, le imprese transnazionali non riescono sempre a fare fronte, a mezzo di “autofinanziamento”, alle enormi spese di investimenti e costi cui sono sottoposti: per lo più devono ricorrere a “fonti esterne” di finanziamento. Immancabilmente trovano il potere finanziario pronto a concedere prestiti “interessati” di  medio-lungo periodo. Le banche, ma oggi anche le assicurazioni e i cosiddetti “investitori istituzionali” (Fondi Pensione, Fondi Investimento), sono degli enormi “forzieri” di denaro non investito. Hanno la necessità di “far fruttare” la propria liquidità e per farlo, oltre alla speculazione borsistica di vario tipo (che non crea ricchezza, ma al meglio può essere considerata un “gioco a somma zero”, dove chi perde cede ad un altro la proprio quota di ricchezza complessiva “giocata” nei mercati dei titoli e monetari di tutto il mondo, ma senza appunto creare nulla di nuovo), possono investirli nel settore produttivo per valorizzare la propria massa di denaro che altrimenti resterebbe capitale non valorizzato in termini di accumulazione.
 La funzione principale del sistema bancario-finanziario è proprio quella di rendere disponibile al capitale  , attraverso il sistema del credito e finanziario ,una somma enorme di denaro che sarebbe non valorizzabile ed utilizzarlo per estendere il proprio potere su scala mondiale tramite investimenti diretti esteri, partecipazioni e finanziamenti innumerevoli.
Quindi , quella finanziaria e produttiva sono semplicemente due funzioni del capitale che sempre più spesso convivono nello stesso operatore economico anche nella commistione fra attività tecnico-materiali e attività di speculazione finanziaria, in particolare in questi ultimi 25 anni con la  deregolamentazione del sistema finanziario e con l’utilizzo dei cosiddetti strumenti della finanza allegra e creativa.  
4. La via di uscita per la gestione della crisi è sembrata essere solo quella di marciare attraverso la finanziarizzazione e secondo i parametri del sostenimento della domanda e del dominio capitalistico in una sorta di "maccartismo globalizzato" e di una nuova fase keynesiana. Cioè sviluppare ancora una volta un keynesismo militare come tentativo di risolvere, o almeno gestire, la crisi.
Non è un caso che si guardi al passato, quando ad esempio la crisi economica di fine ’800 trova la sua soluzione nella prima guerra mondiale successiva alla “belle epoque” e chiudendo la fase dell’imperialismo inglese. La crisi dei primi anni ’20 trova la sua manifestazione più evidente nello scoppio della bolla finanziaria del ’29 che  colpisce le capacità di credito e fa precipitare la domanda reale, e non viene certo risolta semplicemente con il New deal nel 1933 ma trova soluzione definitiva con la seconda guerra mondiale , quando si chiude l’era del predominio tedesco anche attraverso   la sua esplicitazione politico-economica del nazismo; si apre così la fase di ricostruzione del dopoguerra che mette al centro il potere politico ed economico degli Stati Uniti.                                    
In questi ultimi anni gli Stati Uniti sono tornati ad avere una quota intorno  ad oltre un quarto del PIL globale, grazie alle spese militari. Gli USA sono consapevoli che senza egemonia militare non potrebbero imporre al mondo il finanziamento dei loro deficit, che gli consente  di mantenere la loro posizione-guida anche in campo economico ma in maniera del tutto artificiale, fittizia, senza alcuno stabile e strutturale retroterra in alcun fondamentale macroeconomico.
Mentre gli altri poli geoeconomici, rappresentati dal Giappone, o meglio dalla variabile asiatica, e dall’UE, infatti hanno privilegiato un avanzamento nel campo economico, gli  USA, invece,  sono sottoposti a pressioni dovute alle scelte di investimenti militari che portano ad accrescere sempre di più il rapporto tra spesa militare e PIL; questo perché solo attraverso l’economia di guerra gli USA sperano di uscire da una crisi di accumulazione senza precedenti. E non si dimentichi che la crescita del PIL degli USA  è stata sostenuta per oltre i due terzi dall’economia di guerra. Una diminuzione delle spese militari negli USA comporterebbe oggi una profonda e ancora più acuta crisi dell’intero sistema economico americano e aggraverebbe la già  sistemica e violenta crisi economica, arrivando a livelli forse peggiori di quella del ’29 (crisi risolta anche allora con la crescita degli armamenti nel corso della seconda guerra mondiale e anche dopo).  
Se con la guerra all’Iraq si manifesta in tutta la sua complessità la competizione globale questa era esplosa già con l’avvento dell’euro, togliendo il monopolio al dollaro nelle relazioni internazionali, con  forte capacità attrattiva dei capitali internazionali e con l’inglobamento dei mercati dell’Est europeo e tendenzialmente con la forte ambizione espansionistica nell’Eurasia allargata.
Pertanto, la competizione globale rappresenta il nuovo sistema di sfruttamento tecnologico, scientifico, economico e sociale su scala mondiale, che evidenzia il modo attuale di presentarsi della divisione internazionale del lavoro e le diseguaglianze tra le classi, in un ambito di conflitti interimperialistici economico-finanziari-commerciali e guerreggiati.
5. Per realizzare dalla produzione il plusvalore, in particolare in una situazione di competizione globale fra imprese e fra aree valutarie, monetarie e produttive, è chiaro che, attraverso le dinamiche di innovazione di processo e di prodotto, si può sopravvivere in termini concorrenziali,realizzando quantità maggiori di prodotto con meno lavoro rispetto alle tecnologie precedenti e andando sul mercato anche a prezzi più bassi e ottenendo più bassi saggi di profitto.
Tale riduzione del saggio di profitto a causa di una sovrapproduzione di capitali può essere contrastata svalutando o distruggendo il capitale in eccesso, accettando di diminuire il plusvalore in modo da ripristinare il “gradito” saggio di profitto. In questo senso nascono settori di produzione del tutto nuovi, nuovi modi di fornire servizi finanziari, nuovi mercati e, principalmente,  processi economico-produttivi caratterizzati da tassi molto più elevati di innovazione commerciale, tecnologia e organizzativa. L’accelerazione del ciclo di produzione implica una parallela accelerazione negli scambi e nel consumo.
 La maggiore produttività del lavoro e del capitale insita ai processi di innovazione tecnologica riduce il lavoro necessario medio sociale  per realizzare il singolo prodotto, e quindi in termini marxiani ne riduce il valore. Tali processi aumentano quindi la presenza del capitale fisso nel ciclo produttivo e riducono il tempo di lavoro necessario, quindi il capitale variabile,  che anche se dovesse crescere in termini assoluti si riduce ovviamente in termini relativi rispetto al capitale costante o fisso.
 La ristrutturazione d’impresa e la riconversione dei cicli e dei modelli produttivi, con gli intensi processi  di terziarizzazione  a causa di una deindustrializzazione imposta dai “nuovi  assetti anticrisi” portano allo sviluppo del cosiddetto postfordismo. Un tentativo di superare la crisi  attraverso la scomposizione della classe operaia che vive in quelle aree e settori più avanzati, maggiormente  incentrati in fasi di produzione ad alto valore aggiunto, con forte presenza di diverse tipologie di servizi e in ambienti economico-produttivi fortemente terziarizzati, con uso massiccio del capitale intangibile e messa diretta a produzione delle risorse legate ai processi comunicativi. Si ha così una particolare realizzazione di dinamiche di accumulazione flessibile caratterizzate anche fortemente  dal capitale immateriale che muta la stessa struttura produttiva di mercato e sociale.
La riduzione di lavoro necessario in termini relativi di conseguenza riduce il saggio di profitto del capitale immesso in circolazione nei cicli di produzione , riproduzione. L’aumento di competitività concorrenziale, attraverso le innovazioni di processo e di prodotto, l’aumento del capitale fisso e diminuzione relativa di forza lavoro fa sì che la contraddizione che alimenta la caduta del saggio del profitto tenda a riproporsi su scala allargata e le spinte alla determinazione di una nuova fase della mondializzazione economico-produttiva si tramutino nell’attuale realtà della competizione globale.  Ne segue che sempre più grande risulta essere la massa di capitale che non trova sufficiente remunerazione, valorizzazione, nei normali processi produttivi di gestione tipica-caratteristica e si sposta verso la speculazione finanziaria.  Questa è infatti una delle caratteristiche che ha assunto l’attuale fase della cosiddetta globalizzazione neoliberista  nel tentativo di risolvere la crisi,  o meglio prolungarne più possibile l’agonia, nascondendo ciò che fin dagli inizi  si intuiva , cioè che che portava in sé caratteri strutturali.
6. Ecco perché parliamo da tempo di crisi strutturale irrisolta  fomentata e allargata attraverso la deregulation finanziaria che ha determinato una sorta di dominio del capitale fittizio, ma non una sua esclusività né tanto meno si potrà mai dire che tale forma di capitale sia  mai stato elemento fondante o precursore dei processi di accumulazione. E’ chiaro ,come evidenziato più volte da Marx, che ogni crisi si manifesti fenomenicamente come crisi monetario-finanziario ma l’elemento finanziario non è la causa . E ciò vale per l’attuale crisi come per quella del 1929, nelle quali l’elemento finanziario è un effetto e non una causa poiché quest’ ultima è da ricercarsi nella cosiddetta economia reale, quindi negli stessi meccanismi del modo di produzione capitalista.
 Si potrebbe a tal proposito in qualche modo fare riferimento alla teoria dei cicli lunghi di Kontratieff  che dopo una prima lunga fase espansiva, quella del dopo la seconda guerra mondiale fino ai primi anni ’70 può far individuare un lungo ciclo di crisi appunto dai primi anni ’70 a tutt’oggi; e in questa lunga crisi i capitalismi tentano di recuperare l’assenza di superprofitti soprattutto attraverso la  rendita da speculazione finanziaria.
 Il potere finanziario si ramifica in tutto il mondo,sempre più spesso  superando le limitazioni geografiche nazionali, creando complessi industrial-finanziari di tipo transnazionale,il che comunque non significa che non abbiano una base nazionale o sopranazionale di riferimento per la difesa di ultima istanza dei propri interessi.
Ma la finanziarizzazione dell’economia ha portato non a una soluzione della crisi ma a una bolla finanziaria senza precedenti con un aggravamento della crisi economica generale; la privatizzazione dell’economia non ha portato a soluzioni , tant’è che oggi sia i progressisti, la sinistra, i conservatori ,vogliono tutti ritornare ad un ruolo interventista, regolatore e occupatore  dello Stato ;si attua così una forma di keynesismo che non ha soltanto caratteri militari e di sostenimento all’economia di guerra ma anche di forte sostegno alle imprese, alle banche, alle assicurazioni che in questa fase erano destinati a fallire, senza dare, a differenza della fase fordista di crescita  alcuno spazio al sostenimento della domanda in spesa sociale. Anche la terza forma di tentativo di uscire dalla crisi attraverso un duro attacco e compressione complessiva del costo del lavoro ,e quindi del salario sociale generale in forma diretta, indiretta e differita, non ha aiutato il capitale ad uscire dalla crisi poiché ha determinato una contrazione del potere di acquisto generale dei salari e quindi ha unito alla crisi di sovrapproduzione i contenuti  e gli effetti di una crisi di sottoconsumo.
Risulta chiaro allo stesso tempo che neppure l’economia di guerra sta risolvendo la crisi internazionale che si protrae ormai da circa quaranta anni proprio per il suo carattere strutturale e  gli interrogativi sulla fase assumono ormai rilevanza  strategica per le sorti dell’umanità. Ad esempio la guerra e l’ipotesi forzata del keynesimo militare sono  oggi in grado di risolvere la profonda crisi  economica USA, che si associa ad una crisi di egemonia politica culturale e di civiltà? E la crisi è solo americana o siamo in presenza di una crisi a carattere strutturale del capitalismo,come sosteniamo da molto tempo, che nasce proprio nelle contraddizioni dei processi di accumulazione  internazionale e nelle modalità  quantitative e qualitative di crescita del modo di produzione capitalistico ,così come oggi si presenta nelle sue diverse modalità di espressione dei vari capitalismi?
Nonostante ciò che sostengono le voci ufficiali, anche di sinistra, gli Stati Uniti hanno esaurito la loro funzione di locomotiva economica internazionale e pur tentando  in tutte le diverse forme non potranno riavere tale ruolo. A tutto ciò vanno aggiunti fenomeni assolutamente nuovi come la sovrapproduzione da sfruttamento di risorse non rinnovabili a partire dal petrolio, arrivando all’acqua , ai generi alimentari ,realizzando, quindi,contemporaneamente anche crisi ambientale, crisi alimentare, crisi energetica, crisi dello stato di diritto .
E’ quindi  crisi sistemica generalizzata che non si può risolvere neppure tramite distruzione di capitale proprio, perché è crisi del sistema del modo di produzione capitalista.
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7. Ecco la particolarità di questa crisi che è strutturale  e sistemica ,e  determina quindi sicuramente la fine del predominio del capitalismo e imperialismo statunitense e allo stesso tempo preannuncia la fase terminale del sistema stesso capitalista, proprio perchè le possibilità di accumulazione reale del sistema hanno raggiunto il loro limite.
 E questa crisi può essere più grave di quella del ’29 poiché non è detto che i nuovi paesi competitori emergenti come ad esempio Cina, Russia, India possano compensare il crollo degli USA, proprio perché questi ultimi  hanno un notevole peso nel commercio mondiale, nella funzione generale dei mercati finanziari e monetari , e per il fatto che a tutt’oggi continua il signoreggio del dollaro e oltre il sessanta per cento , nonostante le ultime contrazioni, delle riserve monetarie internazionali sono in dollari. Inoltre ,questa crisi ha conseguenze immediate e dirette sui lavoratori  in termini di ulteriore aggravio della disoccupazione strutturale, del taglio al costo del lavoro ,oltre che ai diritti, al salario diretto, indiretto e differito anche attraverso la rapina dei Fondi pensione ; crescerà la massa dei nuovi poveri con una forte polarizzazione verso il basso anche da parte dei ceti medi che avranno sempre più intaccato il loro potere d’acquisto e ciò si accompagnerà alle  vecchie forme di povertà.
Siamo davanti a un crescente disfacimento  di interi gruppi sociali ad un impoverimento di classi sociali che si ritenevano  immuni da ogni crisi di sistema. A ciò continua  ad accompagnarsi la marginalizzazione di intere regioni del globo  con una concorrenza internazionale sempre più intensa e la necessità per il capitale di creare i nuovi confini delle terre di nessuno.
 8. E allora bisogna meglio capire la cause e gli effetti sul mondo del lavoro, e del lavoro negato, dell’attuale crisi economica e costruire in maniera indipendente  le proprie prospettive muovendosi da subito nella piena autonomia  da qualsiasi modello consociativo, concertativo  e di cogestione della crisi. Solo così l’autonomia di classe assume il vero connotato di indipendenza dai diversi modelli di sviluppo voluti e imposti dalle varie forme di capitalismo, ma soprattutto da sempre lo stesso sistema di sfruttamento imposto dall’unico modo di produzione capitalistico ;e quindi in tal senso il movimento dei lavoratori non può e non deve essere elemento cogestore della crisi ma trovare anche nella crisi gli elementi del rafforzamento della sua soggettività tutta politica.
Sicuramente il capitalismo statunitense potrà restare ancora un attore importante ma si realizzerà la fine di un ciclo politico in cui gli USA non avranno una posizione dominante rispetto ad altri centri di potere come l’Europa, la Russia, la Cina, l’India, il Brasile, che imporranno, anche se in maniera diversificata, nuove forme di potere politico  del  capitale, che così come per la natura economica della crisi di cui si è detto in precedenza, entrerà in crisi soltanto se le forze soggettive del movimento operaio e di classe sapranno trasformare la crisi economica e politica in crollo e superamento del sistema di produzione capitalista attraverso processi di costruzione di sistemi di relazioni socialiste.
 Ecco perché la nostra analisi non ha  a che fare con una visione immediata di  fine del capitalismo per “autodistruzione” e quindi in una sorta di teoria del crollismo. Il sistema capitalista troverà ancora delle modalità attuative dei capitalismi per far sopravvivere il modo di produzione capitalista, ma soprattutto perché il passaggio ad un modo di produzione altro, meglio il passaggio alla società socialista , presuppone ovviamente non solo  l’esplosione dell’oggettività drammatica in cui si presenta la crisi ma la presenza organizzata della soggettività rivoluzionaria  che può indirizzare  la classe verso i percorsi reali di superamento del modo di produzione capitalistico.
Le tendenze che abbiamo individuato segnano l’attuale fase del conflitto economico, sociale e del confronto politico e militare nella competizione globale. Le forze del capitale sono organizzate in modo transnazionale, con una borghesia che ha coscienza delle sue funzioni e che si adopera per difendere i suoi interessi, facendo pagare la sua agonia con guerre finanziarie , commerciali , economiche ,sociali , con repressione e guerre militari.
E allora la risposta alla crisi non può avere altro carattere che quello del rafforzamento politico del conflitto di classe internazionale, nelle sue diverse forme di rappresentazione sociale e politica. Un’alternativa mondiale per la trasformazione radicale deve essere un progetto che contenga un significato di classe  transnazionale, con da subito una strategia che si muova in un orizzonte capace  di determinare processi politici che, anche nei momenti rivendicativi tattici, abbiano sempre chiara la strategia politica per il superamento del modo di produzione capitalista  e di costruzione del socialismo.