Riflessioni
dei compagni di ClashCityWorkers
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In queste pagine vogliamo condividere alcune riflessioni tratte
da alcune nostre riunioni, per provare a capire insieme quello
che sta succedendo in Italia in questi ultimi mesi. Ovviamente
si tratta solo di spunti, rapidi e imprecisi, e non di un quadro
completo della situazione; di una ripresa e una verifica di alcuni
“movimenti” che stiamo constatando da tempo a partire
da un singolo “tassello” – che però è
estremamente significativo. Abbiamo infatti pensato di discutere
le Considerazioni finali di Draghi
(governatore della Banca d’Italia in scadenza di mandato,
ora candidato presidente alla Banca Centrale Europea) presentate
il 31 maggio 2011, perché nel suo intervento – già
in “tempi normali” determinante per orientare il capitale
ed il mondo politico, ma oggi decisivo per tutti gli attori sociali,
che infatti lo hanno continuamente citato – molti aspetti
della situazione economica e politica italiana sono sistematizzati
ed esposti1.
Quella di Draghi è una vera e propria analisi di fase dal
punto di vista del capitale, che anche noi dovremmo sfruttare
per prevedere il futuro, ed in qualche modo giocare di anticipo
rispetto allo scenario che si sta delineando. Le sue Considerazioni
finali sono insomma le nostre preliminari, e si potrebbe provare
a recuperare molti di questi elementi inserendoli però
in una lettura della situazione fatta da un punto di vista opposto.
Per non combattere contro i fantasmi, o limitarsi ad agire di
rimessa, come purtroppo spesso ci accade.
1. Perché analizzare le Considerazioni?
2. Nel merito dell’intervento di Draghi: il capitalismo
italiano
3. La svolta “neocorporativa”
4. Chi può tradurre in realtà questo programma?
Gli scenari politici
5. Conclusioni? Diciamo aperture
1. Ma perché vale la pena analizzare proprio le Considerazioni?
Innanzitutto, anche se Draghi non va in profondità su molti
aspetti, fa un quadro chiarissimo della situazione. Ogni parola
è pesata, ha un valore, è un segnale per qualcuno.
D'altronde ciò è connesso al ruolo ed all’autorità
che Draghi interpreta. Bankitalia è forse l'istituzione
che meglio rappresenta il capitalismo italiano, perché
è quella meno condizionata politicamente. È infatti
una necessità del capitalismo quella di dotarsi di strutture
in qualche modo “indipendenti” rispetto alle dinamiche
politiche di ricerca del consenso e agli interessi di “bottega”,
che riesca magari a comporre su un livello più alto le
pulsioni e le intenzioni dei singoli capitali [2]
. In questo senso possiamo considerare che dalle banche centrali
arrivino indicazioni “sincere”, “pure”:
chiaramente sta a noi prendere questi elementi e svilupparli,
calandoli nel contesto concreto e riscontrandoli nelle singole
vicende che di volta in volta irrompono sulla scena come dal nulla
(il caso Marchionne, la vicenda Geronzi, il caso FINCANTIERI etc).
Peraltro le cose che dice Draghi nelle Considerazioni sono, come
abbiamo potuto constatare in altre circostanze, “universalmente”
e trasversalmente accettate da parte dei soggetti che intervengono
nella sfera politica ed economica [3]. Una consapevolezza
che ha lo stesso Draghi, il quale, riferendosi alla divisioni
ed alle turbolenze della vita politica italiana, sostiene proprio
che:
“antiche contrapposizioni sono in gran parte venute meno.
In Europa, i progressi verso forme sempre più avanzate
di integrazione e, in Italia, una inedita condivisione della diagnosi
dei problemi che affliggono l’economia rappresentano favorevoli
punti di partenza. Va raggiunta una unità di intenti sulle
linee di fondo delle azioni da intraprendere. Ciò che può
unire è più forte di ciò che divide”.
In poche parole Draghi afferma che per la prima volta o –
meglio – per la prima volta da un bel po’ (come si
dirà dopo si riferisce agli anni 1990-93), tutto il padronato
e la borghesia condividono le stesse priorità, la visione
dei problemi che affliggono il paese e i nodi su cui si deve intervenire.
Ovviamente si deve raggiungere l’unità d’intenti:
attraverso una serie di mediazioni si dovranno elaborare delle
azioni che non scontentino o scontentino al minimo le diverse
frazioni della classe dominante. Ma resta fermo che quello espresso
da Draghi è il programma della borghesia italiana per questi
anni, e che “la condivisione della diagnosi” è
il passo decisivo e ormai acquisito per concentrarsi e mettere
in atto un’offensiva che mira a cambiare radicalmente gli
assetti del paese nel medio e lungo periodo (tutto questo, quasi
superfluo
dirlo, mentre le classi subalterne sono oggettivamente frammentate
e soggettivamente incapaci di darsi consistenza).
Anche per questo Draghi enumera tanti dati, dati che è
imprescindibile conoscere e tenere bene a mente, ed insiste nel
paragone con la Francia, il paese europeo più simile a
noi dal punto di vista sociale, occupazionale, bancario etc. Questi
dati e questa comparazione servono infatti a dimostrare irrefutabilmente
quanto il nostro capitalismo sia per molti aspetti in “ritardo”,
e dunque a motivare la necessità di una “svolta”.
Draghi intende delineare bene il nostro sfasamento rispetto al
paradigma francese e tedesco per obbligare la politica all’intervento.
Ovviamente, la relazione di Draghi è interessante anche
per le reticenze. Il tema che non tocca, o almeno non articola,
è quello della disoccupazione. Sia perché su quello
sarebbe difficile fare paragoni, visto che i criteri per constatarla
in Italia e in Europa sono diversi4, sia perché il problema
dell’ occupazione non è assolutamente nelle “corde”
e negli obbiettivi di un analista neoliberista, e questo la dice
lunga su quali siano le preoccupazioni di chi ci “governa”.
Constatazione anche questa banale, ma comunque da fissare, perché
nella rimozione del problema “occupazione”, visto
come variabile dipendente del profitto, si consuma la tragedia
di milioni di vite. Anche in questo senso, quello della pura e
semplice negazione della maggior parte dell’umanità,
quella di Draghi è l'agenda politica dell'oggi.
2. Entriamo ora nel merito di alcuni passaggi dell’intervento
di Draghi, che ci appaiono rilevanti in quanto fotografano lo
stato del capitalismo italiano.
Daremo per scontato una lettura complessiva del testo, e cercheremo
di battere solo sugli aspetti che non sono stati adeguatamente
tematizzati dai media borghesi5 o dai compagni, che purtroppo
hanno dedicato scarsissima attenzione alla relazione6.
Partiamo da un assunto: Draghi ha “ragione” a puntare
il dito contro le mancanze del sistema italiano, e le debolezze
che evidenzia segnano esattamente il perimetro in cui ogni forza
politica oggi si deve muovere. In Italia “la produttività
ristagna”, “il sistema produttivo perde competitività”,
“si inaridisce l’afflusso di investimenti diretti”,
“le dinamiche retributive sono modeste, non potendo troppo
discostarsi da quelle della produttività: la domanda interna
ne risente”, mentre “la struttura produttiva italiana
[è] più frammentata e statica di altre”, “l’Italia
è indietro nella dotazione di infrastrutture rispetto agli
altri principali paesi europei”, ed “è necessario
recuperare efficienza nella spesa” (pp. 11-13)… Mentre
nel resto del mondo gli equilibri cambiano velocemente, con i
BRICS che spingono la crescita, mentre i paesi “centrali”
dell’UE sono in fase ascendente, l'Italia si scopre in una
“fase laterale”. A questa diagnosi impietosa dobbiamo
aggiungere, cosa a cui Draghi pure accenna, che in Italia si potrebbe
porre nel breve periodo anche un problema di tipo finanziario,
che esalterà quelle che sono le manchevolezze del sistema.
Gli attacchi speculativi sono rischi all’ordine del giorno7,
ma esistono anche pressioni internazionali meno “dirette”,
come gli avvertimenti delle agenzie di rating sul declassamento
dell’Italia [8] .
Insomma, come paese capitalista abbiamo forti limiti, e non è
per caso che il PIL è stato praticamente vicino allo zero
dal 2000 al 2007, finché la crisi non l’ha affossato
definitivamente. Se finora il sistema ha tenuto, e la gravità
del problema non è stata avvertita nemmeno da larghe fette
della popolazione, che tutto sommato pensano ancora di poter “tirare
a campare”, è perché in Italia c’era
stata nei decenni precedenti una grande tendenza al risparmio.
Grazie al ricorso al risparmio non si è percepito quanto
realmente si sia perso negli ultimi dieci anni in potere d’acquisto:
così molti lavoratori dipendenti danno fondo ai soldi accumulati
per tenere lo stesso livello dei consumi o un livello appena ridimensionato
[9] . Un discorso diverso
ma complementare si deve fare per chi accede invece ora sul mercato
del lavoro, e solo con molta fatica e con l’aiuto di quell’ammortizzatore
sociale tutto italiano che è la famiglia riesce ad arrivare
alla fine del mese.
Ovviamente, Draghi lo accenna appena, il sistema italiano è
riuscito a tenere per svariati altri motivi: come il ricorso al
nero in tutte le sue forme (fino ad arrivare alle condizioni schiavistiche
in cui lavorano gli immigrati nel nostro paese), ma anche perché
ha compiuto prima degli altri delle riforme che sono andate a
minare le possibilità di contrattazione dei lavoratori,
l’ attività sindacale, ed anche il salario, sia diretto
che differito. In questo senso l’Italia si è mossa
tempestivamente, e la riforma delle pensioni, che Draghi assume
come uno dei punti di forza del nostro sistema ne rappresenta
un buon modello.
Ed è anche a questo tipo di riforme, fatte per tempo (cioè
prima che avanzi il conflitto sociale) e volte a rinforzare il
comando del capitale e la divisione di classe, che guarda Draghi.
Infatti, a partire da questo quadro, il governatore di Bankitalia
arriva a delineare un vero e proprio programma di riforme da cui
nessun governo potrà prescindere: concentrazione delle
imprese, riforma della giustizia civile, liberalizzazioni, riforma
dell’istruzione, ottimizzazione delle risorse... Convergono
qui tutti i caratteri di quella svolta neocorporativa che, invocata
dai tempi della transizione incompiuta del ’ 90-’93,
deve ora portare l’Italia ad essere il più simile
possibile ai paesi a capitalismo “avanzato”.
3. Proviamo a definire meglio questa svolta neocorporativa, che
è richiesta dalla “nuova” fase del capitalismo
a livello mondiale. Premessa è che la crisi del 2007 ha
determinato una tale quantità e qualità di cambiamenti
(e sul piano internazionale questo è a dir poco evidente)
che anche nel nostro paese si stanno smuovendo equilibri rimasti
invariati per decenni. Come fu negli anni ’ 70, la crisi
porta ad una profonda ristrutturazione della produzione, delle
relazioni industriali, delle condizioni di vita dei lavoratori.
E come nella fase ’90-’93, in cui la caduta del Muro
di Berlino offrì un’occasione ghiotta per riconfigurare
i rapporti fra le classi, fase a cui non a caso Draghi fa più
volte riferimento come un modello positivo di intervento (arrivando
persino a consigliare quelle modalità alla Grecia), stiamo
assistendo a degli spostamenti
significativi. Sul piano economico (con processi di smantellamento,
privatizzazioni, acquisizioni, concentrazioni etc, e con il cambiamento
delle relazioni industriali); sul piano politico (con le riconfigurazioni
in atto negli schieramenti e con un protagonismo politico diretto
da parte di soggetti legati alla dimensione economica, come Montezemolo
o Marchionne); sul piano istituzionale e giudiziario (con l’attacco
all’equilibrio dei poteri, con un rafforzamento del potere
esecutivo, con la presenza di un Presidente della Repubblica favorevole
alla “transizione”, vicino al grande capitale, al
progetto dell’UE, alle posizioni italiane più imperialiste).
Insomma, anche se
potrebbe prevalere comunque la tendenza italiana alla “conservazione”,
che smorzerà almeno in superficie il portato della “transizione”,
ci sono consistenti segnali per affermare, con Della Valle, che
“il tappo è saltato”.
Ora, di corporativo questa nuova fase ha in comune con la vecchia
che cerca a tutti costi la compatibilità fra lavoro e capitale.
Cioè si cerca sempre di negare autonomia al proletariato,
provando a frammentarlo ed assorbirlo, legandolo ai sindacati
filopadronali, e soprattutto vincolandolo (anche soggettivamente)
al proprio padrone. Proprio come – seppur in modi diversi
– facevano le corporazioni durante il fascismo, o come si
è provato a fare prima con la concertazione, poi con la
politica di attacco ai lavoratori negli anni zero, quando è
avvenuto il superamento della concertazione in favore di un'impostazione
estremamente direttiva e coercitiva dei rapporti di lavoro tanto
nel pubblico quanto nel privato... Tuttavia ora questa compatibilità
fra lavoro e capitale non viene ricercata più con un compromesso
né con i
lavoratori, né con le loro burocrazie, ma con un asservimento
totale del lavoro, anche nelle sue forme più “garantite”
e persino “privilegiate”, alle esigenze del capitale.
Detto in altri termini, il concetto è: il grande capitale
continua sempre a “devastare” il proletariato, perché
la sua sola esistenza è una minaccia, ma rispetto al passato
è ora più forte (dal punto di vista dei rapporti
di forza interni) e/o più disperato (dal punto di vista
esterno, della competizione mondiale) e quindi disposto anche
a rompere con altri settori sociali, che fino a poco tempo fa
garantivano la stabilità e venivano anche giocati contro
il proletariato, perché non si può più permettere
di nutrire fasce di piccola e media borghesia, ordini professionali
etc. Insomma, per reggere la competizione ogni centesimo deve
diventare produttivo, e bisogna quindi tagliare sugli sprechi
del sistema, sugli anacronismi, sulle nullafacenze, sull’arretratezza
tecnologica etc.
Draghi presenta queste posizioni quasi in forma pura, quando parla
di lotta al nero, o di liberalizzazioni [10],
avendo poco prima “reso onore” – e non a caso
– a Tommaso Padoa Schioppa. Ma c’è un altro
elemento su cui vale la pena attirare l’attenzione. Nella
svolta neocorporativa c'è infatti anche un alto contenuto
ideologico, che Montezemolo esprime al meglio: non bisogna solo
intervenire con provvedimenti, coercitivamente, ma bisogna cambiare
la mentalità, l'approccio, le abitudini:
“La crescita di un’economia non scaturisce solo da
fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei
cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze.
Gli stessi fattori determinano il progresso di un paese. Scriveva
ancora Cavour: “Il risorgimento politico di una nazione
non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico… Le
virtù cittadine, le provvide leggi che tutelano del pari
ogni diritto, i buoni ordinamenti politici, indispensabili al
miglioramento delle condizioni morali di una nazione, sono pure
le cause precipue dei suoi progressi economici”. Occorre
sconfiggere gli intrecci di interessi corporativi che in più
modi
opprimono il Paese; è questa una condizione essenziale
per unire solidarietà e merito, equità e concorrenza,
per assicurare una prospettiva di crescita al Paese”.
L’ideologia del merito è in questo progetto una
leva decisiva, anche per cooptare i giovani e “le persone
per bene” che sono stanche di un sistema fondato sulle raccomandazioni,
sulle inefficienze. Ma questa nuova mentalità si deve smarcare
persino dalla Chiesa cattolica (e così possiamo leggere
il percorso “laico” di Fini [11]
), che rappresenta un residuo tradizionale, che relega il welfare
dello stato ad una base familiare, che impedisce di pensare sino
in fondo l’individuo (oltre a costituire di per sé
un contropotere ed uno spreco enorme). Attenzione: non stiamo
parlando di fantascienza: è proprio questo quello che è
successo ad esempio in Spagna in questi ultimi dieci anni. D’altronde
i margini per una politica di questo tipo ci sono: basta affrontare
il problema del recupero sul “nero” in tutte le sue
forme [12]. In questo senso colpisce il fatto
che Draghi parli di ridurre “l’onere fiscale che grava
sui tanti lavoratori e imprenditori onesti”. L’aggettivo,
che in qualsiasi paese normale non sarebbe usato, perché
non esisterebbe proprio il problema dell’ esistenza pubblica
e di una certa legittimità degli evasori, indica quali
sono gli elementi da pressare per rendere possibili le riforme.
Come dire: stanno venendo meno i pilastri del vecchio corporativismo
italiano, che si basava appunto su una forte evasione fiscale
e sull’illegalità dei “piccoli”, che
permetteva alle imprese di recuperare sui profitti (ma che alla
lunga non consentiva l’ammodernamento dell’apparato
produttivo, gli
investimenti in ricerca per migliorare la produttività
e diversificare la produzione spostandola sul segmento tecnologicamente
più “avanzato”, non permette di attrarre investimenti
perché non ci sono garanzie e vige un arbitrio incomprensibile
per gli investitori esteri). Ma sta venendo meno anche tutta quella
fitta rete di privilegi, di arcaismi e sacche improduttive, di
una larga ed inefficiente presenza dello Stato, di una forte spesa
pubblica volta quasi tutta a “dare il posto” per creare
consenso e smorzare il conflitto sociale. Anche qui, per le necessità
imposte dalla crisi, per l’esigenza di “ottimizzazione”
e per la subordinazione ai dettami neoliberisti, si è dovuto
tagliare.
Ma se la grande borghesia attacca ampie fasce sociali, settori
di lavoratori, piccola borghesia impiegatizia, ordini professionali,
e piccola imprenditoria, su cosa costruisce il consenso? Sugli
individui ormai atomizzati e messi l’uno contro l’altro,
ed in particolare sui giovani. A questo proposito nel documento
di Draghi c'è un riferimento preciso. Draghi sembra quasi
partire dando ragione a chi in questi anni ha denunciato le insopportabili
condizioni di precarietà, ma si capisce presto dove vuole
arrivare:
La diffusione nell’ultimo quindicennio dei contratti di
lavoro a tempo determinato e parziale ha contribuito a innalzare
il tasso di occupazione, ma al costo di introdurre nel mercato
un pronunciato dualismo: da un lato i lavoratori in attività
a tempo indeterminato, maggiormente tutelati; dall’altro
una vasta sacca di precariato, soprattutto giovanile, con scarse
tutele e retribuzioni. Riequilibrare la flessibilità del
mercato del lavoro, oggi quasi tutta concentrata nelle modalità
d’ingresso, migliorerebbe le aspirazioni di vita dei giovani;
spronerebbe le unità produttive a investire di più
nella formazione delle risorse umane, a inserirle nei processi
produttivi, a dare loro prospettive di carriera.
Tradotto, vuol dire che: in Italia, purtroppo per noi (cioè
per loro), la precarietà non è trasversale, come
ad esempio in Spagna o in Inghilterra, ma è segmentata
in modo generazionale. Bisogna quindi spalmare la condizione precaria
su tutta la forza lavoro, indipendentemente dall'età, dare
la possibilità ai “migliori” di emergere e
tagliare le gambe ai “tutelati”. In questo modo si
creerebbero dei blocchi sociali meno omogenei, che sono meno pericolosi.
Si prepara insomma una manovra che vada a disattivare una bomba
sociale, quella giovanile, che è oggettivamente innescata;
e si romperà materialmente ogni residua solidarietà
di classe, mettendo, grazie al
risentimento, l’uno contro l’altro. Ovviamente non
si lavorerà tanto sulle condizioni materiali dei giovani,
ma sulle aspettative dei giovani, sulle loro possibilità
di carriera, perché il sistema comunque non è più
in grado di garantire come in passato ampie ridistribuzioni [13]
.
Insomma, come si è constatato parlando di Marchionne –
che si è posto come avanguardia del grande capitale ridefinendo
le relazi oni industriali e rompendo assetti consolidati –
o dei lavori dell’Assise di Confindustria – che hanno
segnato proprio un ricompattarsi di pezzi di padronato intorno
al grande capitale –, si sta aprendo un periodo di transizione,
che in qualche anno ristrutturerà profondamente il sistema-Italia.
Nel frattempo non sono da escludere eventi (scossoni, attacchi
speculativi, sortite di singoli capitalisti rappresentativi, pressioni
della UE) che accelerino il processo.
4. Ma chi può farsi carico di tradurre in realtà
il programma di Draghi? Detto in altri termini, quali scenari
politici ci attendono nel breve periodo?
Sintetizzando al massimo, al momento sulle politiche economiche
ci sono tre posizioni:
a) quella “classica” corporativa di Tremonti, molto
semplice, estremamente conservatrice: si vuole rispettare il patto
di stabilità, ma solo con una politica di tagli, quasi
sempre orizzontali. È una politica che va a impattare soprattutto
sui lavoratori dipendenti, che punta su qualche misura più
di forma che di sostanza, e che recupera molto poco dal “nero”.
Tremonti prova a superare questa fase dura mirando solo al pareggio
del bilancio e sperando di beneficiare della ripresa internazionale.
Non è una politica di grandi interventi, anche perché
il blocco sociale che esprime non ha interesse nelle privatizzazioni
tipo FINCANTIERI, perché non può competere a quel
livello, e vuole continuare con il vecchio corporativismo. Ma
è un discorso alla lunga perdente: nel migliore dei casi
non si può viaggiare alla crescita dell'1% mentre gli altri
viaggiano al 3%; senza contare che i limiti dell’Italia
sono strutturali, e quindi il problema sarebbe, ben che vada,
solo rinviato...
b) la posizione di Berlusconi e quindi della Lega, che pur di
mantenere il loro potere sono disposti a tutto, anche a non rispettare
il patto di stabilità. E quindi propongono misure folli,
come quella della riforma fiscale ad ogni costo. Da questo punto
di vista a tutto il padronato Berlusconi non sembra più
credibile, e infatti Confindustria, pur restando divisa fra una
componente che vorrebbe svoltare nettamente, e una continuista,
che appoggia il progetto di Tremonti, promettendo il sostegno
in cambio di una diminuzione della pressione fiscale e dell’intervento
sulle rendite finanziarie, sembra avere comunque mollato Berlusconi
[14].
c) infine c’è la posizione della grande borghesia
e dei filo europeisti, portata avanti da Fini, da Casini, da Montezemolo,
dal PD, da Repubblica e da svariati altri soggetti istituzionali
[15]. Questi premono per
un programma di liberalizzazioni e per una serie di riforme strutturali,
per un recupero massiccio dell’evasione, e per uno scompaginamento
delle corporazioni. Ma al momento hanno delle difficoltà
ad articolare politicamente la loro proposta:
mancano i numeri, una reale alternativa di governo, un largo consenso
nel paese.
Anche per questo motivo non sono da escludere nel breve periodo
soluzioni di “composizione parziale” fra le diverse
parti politiche 16]. Bisogna
ad esempio notare come Tremonti nella passata settimana si sia
impegnato in un giro di confronti con tante realtà sociali,
accentuando la sua distanza dalla linea Berlusconi, e si stia
cautamente avvicinando a Draghi e all'Unione Europea, almeno sulla
questione del pareggio di bilancio. Si potrebbe anche ipotizzare
che intorno a Tremonti si possa coagulare un nuovo blocco politico,
con uno scambio intorno al federalismo fiscale [17],
e rispetto ad altre misure minori.
Gli scenari restano aperti, ma quello che è certo è
che un cambiamento si è messo in moto.
5. Ora, se è questo è lo scenario in cui ci dovremo
muovere nei prossimi mesi, che fare? Ammesso che le tendenze che
abbiamo riscontrato siano in atto, come possiamo/dobbiamo intervenire?
Decisamente, sarebbe presuntuoso provare a dare nel giro di qualche
riga una risposta che sia sensata, anche perché qualsiasi
risposta si dovrebbe basare su una pratica di lotta, su sperimentazioni
e vittorie anche parziali, su percorsi in controtendenza, che
possano essere ripresi, allargati, generalizzati... Ci sembrerebbe
infatti retorico e ideologico stendere qui la “classica”
lista di rivendicazioni, spesso banali quanto velleitarie, mancando
poi di strumenti efficaci che ci possano servire a contrastare
questa spietata lotta di classe dall’alto.
Però sicuramente possiamo provare a dire alcune cose che
spesso sono dimenticate dagli stessi compagni, e cercare di ricostruire
una percezione esatta di quelle che sono almeno le nostre potenzialità.
E dunque provare a capire, a partire dallo sguardo che altri posano
su di noi e dalla stessa tensione storica, quale possa essere
il nostro compito. Insomma, più che di “conclusioni”
qui dobbiamo parlare di aperture: di un tentativo di mettersi
all’ altezza dei problemi, di una consapevolezza che ci
fa evitare i vicoli ciechi – questo non sarà certo
il “che fare”, ma una specie di serietà che
gli è preliminare.
Non vogliamo riprendere qui la nota analisi marxiana, già
evocata, e risaputa dagli stessi borghesi, che il capitalismo
non può risolvere che momentaneamente le sue contraddizioni,
e che quindi anche questa ristrutturazione del sistema che abbiamo
provato a delineare, per quanto sia dolorosa e segni un arretramento
spaventoso nel breve e medio periodo, potrebbe consentire sui
tempi lunghi degli avanzamenti (non solo infatti se il ciclo di
accumulazione riparte potrebbero ripartire anche le lotte, ma
è il capitalismo stesso a fabbricare i suoi becchini: se
si spingono le masse verso la proletarizzazione alla lunga queste
potrebbero trovarsi più disperate, riconoscersi più
facilmente fra di loro e dare inizio ad una nuova fase politica).
Ci vogliamo solo riferire a qualcosa di più piccolo e circostanziato,
un passaggio trascurabile, ma che a pensarci bene è quasi
un’epifania…
Torniamo ancora una volta al testo di Draghi. Verso la fine della
sua relazione, nel momento di maggior pathos, il governatore tira
fuori Cavour. Una citazione che è stata presentata come
un atto di “rispetto” per le istituzioni, mentre in
realtà il governatore intendeva suggerire che le istituzioni
si devono mettere al servizio dello “sviluppo”, cioè
del “capitale”: in altri termini, che il progresso
economico non deriva solo da cause economiche e che la politica
deve intervenire con tutti i suoi apparati ad aprire la strada
più larga possibile al programma borghese. Ma c’è
un’altra citazione di Cavour, che Draghi aveva fatto poco
prima, a cui la stampa non ha dato troppo peso: “le riforme
compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità,
la rafforzano”. Che intende qui Draghi? Perché questa
excusatio non petita? A chi si sta
riferendo?
Per capirci qualcosa in più, è essenziale riprendere
il contesto che spinse Cavour a pronunciare questa frase, e la
sua stessa figura politica. Cavour fu uno dei pochi liberisti
italiani, uno che cercò di modernizzare il Piemonte importando
il modello economico e politico inglese e francese, uno che per
farlo ruppe con la destra più reazionaria e con buona parte
dei cattolici. Il richiamo a Cavour nella storia italiana ha sempre
espresso in qualche modo una professione di liberismo “puro”,
contro gli intrecci corporativi e i tratti retrivi che hanno caratterizzato
la vicenda nazionale, una proposta di “grande progetto”
da contrapporre ai piccoli accordi sottobanco, alla politica del
“giorno per giorno” etc [18].
Quando Cavour parla in favore delle riforme, è perché
vede che in Italia la situazione si sta facendo esplosiva, fra
malessere
e rivolte dei contadini e agitazione di gruppi di democratici
e radicali. Alla destra più reazionaria quindi dice: se
continuiamo così rischiamo di saltare tutti; la repressione
da sola non basta, ci vogliono misure che incanalino il malcontento.
Dovete cedere qualcosa, ma non vi preoccupate: avrete indietro
gli interessi. Ma bisogna muoversi presto, fare in tempo le “riforme”
proprio per rafforzare quell’autorità che è
sotto pressione.
Ora, se si capisce bene a quale sia la destra a cui si riferisce
il nostro Draghi/Cavour – quella più gretta e berlusconiana,
con il suo blocco sociale e le sue simpatie da italietta fascista
– non è altrettanto immediata la comprensione di
chi rappresenti oggi la minaccia all’autorità. Apparentemente
nessuno: mai gli organi di potere hanno potuto dormire sogni così
tranquilli in Italia, mai le forze rivoluzionarie sono state così
sconfitte, e non esiste nemmeno lontanamente un’alternativa
politica che rifiuti gli assunti del liberismo. Però allo
stesso tempo Draghi non può non riferirsi a noi, ed a chi
pretendiamo di rappresentare, il proletariato. La minaccia persiste,
e la sua
citazione è a tutti gli effetti un avviso. Perché?
Perché chi gestisce il potere vede, molto più di
noi, le cose su una scala storica e geografica più vasta,
e sa che dietro l'angolo ci possono essere sorprese inattese.
Sa, al limite della paranoia, che il sistema è contraddittorio
e produce chi questa contraddizione la può sfruttare, sa
che un’
intera generazione ha di fronte, comunque vadano le cose, il drastico
ridimensionamento delle proprie aspettative e condizioni di vita,
e sa che nella storia spesso le cose sono cambiate in tempi rapidissimi.
Sa che il mondo è più grande di questo buco di provincia
che è diventata l’Italia, e che non si è mai
immuni dal “contagio”.
Ed è proprio questa sopravvalutazione, o giusta valutazione,
che i padroni fanno di noi, a dover essere la nostra forza nell’immediato.
Sentono che la loro autorità è minacciata, temono
che le cose non andranno così lisce: bene, mettiamoci all’altezza
dei loro incubi.
note
1. Il testo completo dell’intervento è scaricabile
qui.
2. Notiamo en passant che il capitalismo degli ultimi decenni
si è affannato nel tentativo di costruire organismi apparentemente
“imparziali”, proprio per armonizzare ed ottimizzare
i comportamenti dei diversi capitali nazionali, com’ è
stato nel caso della politica monetaria comune.
3. Questa falsa universalità merita quanto
meno di essere sottolineata: se da un lato Draghi allude ad una
sorta di “visione comune”, e questo ora è indubbiamente
vero, da un altro lato bisognerebbe capire a quale soggetto questa
visione è comune. In altri termini, è rimossa a
priori qualsiasi altra posizione, l'arroganza dei padroni si presenta
con una veste scientifica e come
l'unico punto di vista possibile.
4. Giusto per fare un esempio, da noi i cassaintegrati sono valutati
come occupati, mentre all'estero chi prende il sussidio di disoccupazione
o riceve altre forme di ammortizzatori sociali è conteggiato
come disoccupato.
5. Ovviamente “IlSole24Ore” ha dato ampio spazio alla
relazione. Si veda ad esempio G. Gentili, Ultima chiamata per
la crescita (che non a caso sottolinea: “Ripartire, dunque,
ma da dove? In generale, da una lotta senza quartiere contro gli
‘interessi corporativi’ che s'intrecciano ed opprimono
il Paese, ha osservato Draghi. E poi, ecco uno dei passi fondamentali
delle sue ultime
‘considerazioni finali’, facendo leva sul bilancio
pubblico come elemento di stabilità e insieme di propulsione
della crescita economica”).
E ancora l’articolo di Stefano Folli, Sulle riforme crescono
le contraddizioni intorno al premier, in cui risalta netta la
percezione che una bella fetta del padronato italiano abbia scaricato
Berlusconi.
Questa invece la lettura del Centrosinistra, prevedibilmente antiberlusconiana,
ma sostanzialmente concorde con Draghi. M. Giannini allude addirittura
ad un possibile programma per il governo a venire, Le prediche
utili al governo che verrà (“Sul piano dell'economia
reale, oggi l'Italia è una gigantesca palude, con piccole
eccellenze e un grande futuro dietro le spalle.
Un Paese paralizzato dall'inazione dell'esecutivo e dalla rendita
dei monopoli, dall'inefficienza delle amministrazioni e dalla
resistenza delle corporazioni […] Quale Paese lasciamo ai
nostri figli?", si chiede il governatore. Risanamento e modernizzazione
sono sfide mancate, ma non ancora perdute. Ascolti Draghi e ti
convinci che il declino non è un destino. Il ritorno a
Cavour che dice "il risorgimento politico di una nazione
non va mai disgiunto dal suo risorgimento economico" ti fa
ben sperare [...] Insieme a quello di Draghi a Via Nazionale,
altri cicli si stanno chiudendo in questo tribolato Paese. "Tornare
alla crescita" è un programma eccellente, per il governo
che verrà”).
C. Clericetti, ne Il decennio perduto, prova nell'ultimo paragrafo
almeno ad articolare una timidissima critica al modello neoliberista
(“le ricette che [Draghi] propone sono in parte incontestabili
[…] in parte riconducibili al pensiero economico che ha
prevalso nell'ultimo ventennio e che è ancora dominante
a livello europeo. Le sue osservazioni sul problema della precarietà
e sull'eccessivo dualismo del mercato del lavoro non arrivano
ad esplicitare una ricetta precisa, ma suonano simili a quelle
di molti economisti di destra che paradossalmente trovano grande
ascolto anche in una parte della sinistra. L'insistenza sulla
disciplina di bilancio […] l'avvertimento sui rischi di
inflazione e il ribadire che il compito della Bce è prima
di tutto garantire la stabilità monetaria, suonano come
una immedesimazione completa nella linea che la Banca centrale
di Francoforte e il governo di Berlino hanno finora fortemente
sostenuto con l'appoggio della Commissione europea. Insomma, con
Draghi a Francoforte, se queste sono le premesse, non ci sarà
nessuna svolta: vestiremo alla tirolese”).
6. Qui un commento di Emiliano Brancaccio. Si distingue Francesco
Piccioni su “Il Manifesto”. Pessimo invece il commento
di Galapagos sempre su “Il Manifesto”, che aiuta solo
a far capire la miseria di questa sinistra incentrata sull'antiberlusconismo
e non sull'anticapitalismo.
7. Ci sono ad esempio avvisaglie di tentativi di speculazione
sull'Italia: il comparto bancario italiano paradossalmente sta
risentendo di più della crisi greca, pur non essendo esposto
come le banche francesi e tedesche.
8. Cfr. Dubbi di Moody's su riforme, tassi e crescita,
del 17 giugno, e Moody's, sotto osservazione società pubbliche
ed enti italiani, del 20 giugno. Moody’s afferma che la
"revisione del rating si concentrerà soprattutto sulle
prospettive di crescita per l'economia italiana nei prossimi anni,
ed in particolare sulla rimozione di importanti e strutturali
colli di bottiglia che possono frenare la ripresa economica nel
medio termine". Già il 20 maggio, la seconda agenzia
internazionale, Standard&Poor's, aveva tagliato da stabile
a negativo l'outlook sul debito dell'Italia, citando le attuali
deboli prospettive di crescita…
9. Questo punto è ben evidenziato da Draghi a p. 11: “Le
dinamiche retributive sono da noi modeste, non potendo troppo
discostarsi da quelle della produttività: la domanda interna
ne risente. Le retribuzioni reali dei lavoratori dipendenti nel
nostro paese sono rimaste pressoché ferme nel decennio,
contro un aumento del 9 per cento in Francia; i consumi reali
delle
famiglie, cresciuti del 18 per cento in Francia, sono aumentati
da noi meno del 5, e solo in ragione di una erosione della propensione
al risparmio”.
10. Cfr. Antitrust, l'allarme di Catricalà.
"Liberalizzazioni ferme, rischio vitalità": “Riforme
bloccate e liberalizzazioni accantonate, con rischi pesanti sulla
ripresa economica [...] L'Autorità, prosegue Catricalà,
‘ha dovuto denunciare pericolosi tentativi di chiusura dei
mercati dettati dagli interessi particolari in settori come le
farmacie, le assicurazioni, alcune professioni,
i trasporti [...] Deve essere recuperato il tempo perduto’
[...] I colli di bottiglia sono tradizionalmente ormai sempre
gli stessi: ‘ferrovie, gestioni autostradali e aeroportuali,
governance bancaria e assicurativa restano i settori sui quali
è prioritario introdurre assetti di mercato realmente competitivi’”,
21 giugno 2010.
11. Vale la pena leggere questa intervista di Aldo Cazzullo sul
Corriere del 16 giugno dove Fini, proprio a partire dalla relazione
di Draghi, dice: “si sta per chiudere una fase. Forse per
certi aspetti si è già chiusa […] oggi la
reazione della società prefigura la crisi di un sistema:
lo si chiami berlusconismo o bipolarismo muscolare o Seconda Repubblica”.
E poi butta lì una frase che nasconde la preoccupazione
di una perdita di consensi da parte della Chiesa cattolica, a
causa di un certo laicismo e della spinta verso il modello neocorporativo
di cui è interprete Fli. Cambiamento è anche “laicità
delle istituzioni; che non significa mancare di rispetto alla
Chiesa”.
12. Vediamo una delle applicazioni possibili di questa tattica:
tasso la rendita finanziaria, faccio emergere la rendita immobiliare,
la tasso, e vado a recuperare risorse che colmino quel gap che
si è creato tassando la rendita finanziaria e sul piano
del debito pubblico. Fra l'altro così abbasso i livelli
inflattivi (siccome non conviene più troppo, scendono i
prezzi delle case e degli affitti). Insomma, è attraverso
manovre di quadratura come queste che si cercherà di omogeneizzare
l'Italia agli altri paesi europei.
13. In realtà, così facendo, il capitale, proprio
perché è incapace di sanare una volta per tutte
le sue contraddizioni, innesca sul lungo periodo una bomba sociale
ancora più grossa perché si trova di fronte un proletariato
più omogeneo e quindi potenzialmente più conflittuale.
14. Marcegaglia: Subito manovra e avanti con la riforma fiscale,
del 20 giugno.
15. Napolitano in primis. Ma da questo punto di vista l’intervento
di Giuliano Amato a Ballarò del 21 giugno ha detto tutto.
Amato si è richiamato anche lui più volte a Draghi,
ha anche lui paragonato questa fase a quella dei primi anni ’90,
ha invocato l’unità nazionale (nella forma di un
governo tecnico), ha affermato esplicitamente che bisogna “fare
sacrifici”, e lavorare di più a parità di
salario (addirittura utilizzando strumentalmente Di Vittorio)
etc.
16. Da questo punto di vista è interessantissimo l’intervento
di Carlo Sangalli, presidente della Confcommercio, nella relazione
all'assemblea annuale.
17. Su cui Draghi dice: “Il federalismo fiscale può
aiutare, responsabilizzando tutti i livelli di governo, imponendo
rigidi vincoli di bilancio, avvicinando i cittadini alla gestione
degli affari pubblici. Due condizioni sono cruciali: che i nuovi
tributi locali siano compensati da tagli di quelli decisi centralmente
e non vi si sommino; che si preveda un serrato controllo di legalità
sugli enti a cui il decentramento affida ampie responsabilità
di spesa”.
18. Addirittura, per polemizzare contro i giolittiani, che dicevano
di essere gli eredi di Cavour mentre facevano una politica corporativa,
che si proclamavano liberali mentre vivevano ancora nel “feudalismo
economico” e nel parassitismo statale, Gramsci arrivò
a pubblicare sull’“Avanti!” il celebre discorso
cavourriano in favore del libero scambio!
http://www.clashcityworkers.org