L'Italia è ormai “una espressione geografica”?
di
Sergio Cararo
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La battaglia in Val di Susa contro il devastante progetto europeo
della Tav, è rivelatrice del rapporto ineluttabilmente
conflittuale tra società e poteri forti. La brutale valutazione
con cui il cancelliere austriaco Metternich liquidava l'Italia
nella prima metà dell'Ottocento, sembra rinnovarsi davanti
ai nostri occhi.
Da un lato vediamo una concentrazione di poteri che mettono in
fila l'Unione Europea come potere decisòre ormai indiscutibile,
la convergenza pienamente bipartizan tra PdL e Pd nell'obbedienza
ai diktat europei e la legittimazione di questa subalternità
da parte del Presidente della Repubblica Napolitano.
Dall'altra ci sono crescenti settori sociali fortemente colpiti
dalle misure economico-sociali adottate e che si vorrebbe rendere
inerti e subalterni in nome degli “interessi generali”,
determinati però ed esclusivamente dai poteri forti.
Il progetto della Tav così come la manovra finanziaria
del governo, vengono imposte alla collettività in nome
delle priorità dell'Unione Europea, siano esse la stabilità
monetaria e delle banche private o i corridoi strategici di una
logistica decisiva per il solo mercato delle merci. E, a quanto
pare, i diktat dell'Unione Europea non possono mai essere messi
in discussione, pena una criminalizzazione politica, mediatica,
giudiziaria che rende criminalizzabili e non conformi anche i
tranquilli ma determinati abitanti della Val di Susa o i lavoratori
che si oppongono al patto sociale.
I costi di questa pretesa subalternità sono diventati
ormai enormi sia sul piano sociale che sul piano democratico,
ragione per cui ovunque e comunque sia possibile prima o poi si
producono rotture sociali, rivolte, proteste. L'esempio di indignazione
e resistenza di massa della Val di Susa, così come lo sono
i lavoratori, i precari, i sindacati di base, gli attivisti sociali
che per quasi dieci giorni hanno assediato Montecitorio e Palazzo
Chigi con blocchi stradali, cortei spontanei, contestazioni clamorose.
Colpisce, che di fronte a questo malessere diffuso che inevitabilmente
cerca di dare espressione politica e organizzata alla rabbia crescente
di una società in via di proletarizzazione, le risposte
del ceto politico siano univoche:
nessuna mediazione o concessione. La Tav si farà a tutti
i costi; gli interessi alle banche e ai rentier che prosperano
sul debito pubblico verranno pagati senza discussioni; le missioni
di guerra in Afghanistan e in Libia proseguiranno; gli accordi
tra sindacati, Confindustria e Fiat non si discutono; le discariche
e gli inceneritori si faranno anche dentro le aree metropolitane;
le privatizzazioni dei servizi pubblici andranno avanti nonostante
l'esito dei referendum.
E' impressionante come su questa tabella di marcia e su questa
scala di priorità siano perfettamente convergenti sia il
governo “di destra” che l'opposizione di “centro-sinistra”.
A benedire questa trionfo della politica bipartizan c'è
lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che
ormai sta assumendo il ruolo e i poteri di premier e di presidente
con una puntualità sistematica nel dare garanzie più
alle scelte strategiche dei poteri forti (dalla Ue alla Nato,
alla Fiat) che alle aspettative costituzionali della società
“di sotto”.
In questo clima di esclusione sistematica dalle decisioni vitali
e di coercizione statale sui destini della gente, è inevitabile
che prima o poi si producano reazioni come quelle in Val di Susa.
Militarizzare un territorio per devastarlo e spendere quasi venti
miliardi di euro per acquisire la credibilità per ricevere
solo 608 milioni dall'Unione Europea, è un orrore politico,
economico, sociale, democratico inaccettabile. E lo è ancora
di più se avviene in un contesto in cui ai settori popolari
e proletarizzati della società viene chiesto – dopo
diciannove anni di manovre lacrime e sangue giù pagate
– di stringere ancora la cinghia, i diritti, le proprie
aspettative.
Le dichiarazioni bipartizan contro la resistenza in Val di Susa
e la criminalizzazione di chi lotta seriamente appaiono oggi inaccettabili.
Ritirare fuori la storiella dei black bloc appare decisamente
ridicolo e strumentale per non discutere nel merito i problemi
la realtà. La Val di Susa ormai è dilagata nelle
aspettative di ampia parte della società che non intende
accettare di essere liquidata, come fece Metternich, a mera espressione
geografica o elettorale.
Luglio 2011