"Dalla crisi si esce con la politica, non col ricatto
della finanza"
di Luciano
Vasapollo
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"Il centrosinistra dice 'rilancio della crescita'. Ma
come si fa a pensare che (...) ci siano i margini economici per
rilanciare il modello keynesiano? Significa stare fuori dal contesto
storico-economico, costruirsi un mondo secondo le proprie illusioni,
che significano ingannare i lavoratori".
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Proprio in questi giorni il dibattito a sinistra
sulle questioni economiche e sulle possibili uscite dalla
sta arrivando a punti qualificanti. Non credi ci sia stato
troppo ritardo?
Il ritardo è ancora di più di quello che
sembra, soprattutto se letto alla luce di alcuni spunti
di analisi che alcuni analisti marxisti che sottolineammo
alcuni anni fa quando già negli anni ?90 parlammo
di crisi sistemica. Adesso dalle continue dichiarazioni
degli organismi internazionali del capitale , o con ad esempio
con quelle di Draghi e Trichet, abbiamo la prova che la
crisi non ècongiunturale. Mentre le crisi cicliche
servono a distruggere forze produttive in eccesso, le crisi
strutturali come quella del 1929 mettono in discussione
il modello di accumulazione per rilanciare il sistema con
un nuovo modello di accumulazione. Non a caso, allora se
ne uscì con il fordismo, il keynesismo, il sostegno
alla domanda, e la seconda guerra mondiale. Questa crisi
è peggio di quella del 1929, poiché non si
va configurando un nuovo processo di accumulazione e di
valorizzazione compatibile con lo sviluppo delle forze produttive.
Sempre in quel filone di ricerca marxista, al quale mi richiamo,
facciamo risalire l’inizio della crisi sistemica attuale
agli anni ’70, quando nei paesi a capitalismo maturo
entrò in crisi il modello del consumo di massa e
il fordismo, che non rispondeva più allo sviluppo
delle forze produttive che richiedeva un nuovo modello di
accumulazione. A fronte della terza rivoluzione industriale
non c’è una nuova energia capitalisticamente
conveniente e socialmente gestibile che la sostenga. Nel
1929 l’economia non era globalizzata. Oggi con l’effetto
domino non si salva più nessuno, poichè c’è
appunto un passaggio che si instaura a partire dal 1971
quando si chiudono gli accordi di Bretton-Woods; ciò
di fatto vuol dire la sopravvivenza sopra le proprie possibilità
dei soli Usa che emettono dollari senza avere il corrispondente
in oro. In pratica gli Usa da quel momento cominciano a
vivere di debito esterno, interno, pubblico e privato.
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Comunque l’Europa ha trovato una strada,
la supremazia della Germania…
La verità è che il capitalismo sta nascondendo la
polvere sotto il tappeto. Non è stato sufficiente delocalizzare
ovvero esportare il fordismo in altre aree del mondo. Il risultato
è che aumenta la massa complessiva del profitto ma diminuisce
il saggio di profitto. Da qui nasce la supremazia della finanza,
l’esplosione delle rendite immobiliari, finanziarie , di
posizione. Oggi il modello che si afferma è quello del
paese esportatore ovvero la Germania. Il marco ha bisogno di crearsi
un’area che sostenga questa impostazione di creditore internazionale.
E’ su questa ipotesi che si comincia a costruire l’Europa.
L’area dell’euro serve a sorreggere quel modello economico-
produttivo diretto dall’export e credito della locomotiva
tedesca. L’euro è una nuova area monetaria competitiva
con il dollaro che esprime la forza e soddisfa le necessità
competitive di un marco generalizzato. Una supremazia effimera,
certo non comparabile a quella degli Usa. La Germania ha una doppia
convenienza. Primo, perché ci possono essere dei ”maiali”,
i PIGS (Portogallo, Italia e Irlanda, Grecia, Spagna) ovvero aree
sub-colonizzate, o di colonizzazione interna, a cui imporre la
deindustrializzazione, le privatizzazioni, con il corollario di
smantellamenti e legami più forti con il mercato internazionale,
abbassamento del costo del lavoro, con continue contrazioni su
salario diretto e welfare. Risultato, abbiamo l’Unione Economica
Monetaria e commerciale in cui i Pigs risultano essere ”importatori
ideali”, ovviamente asserviti allo strapotere della Germania.
Il debito pubblico corrispondente alla funzione di import e alla
cattiva gestione interna viene acquistato dai paesi con il surplus,
ovvero da Germania e Cina. Il passaggio che si sta attuando ora
è che dopo l’Unione economica oggi serve l’Unione
politica, cioè lo Stato sovranazionale dell’Europa
dei potentati guidati dai tedeschi. La lettera di Trichet e Draghi
a Berlusconi, ad esempio, in pratica impone il passaggio di sovranità
e le decisioni di politica economica dagli Stati nazionali ad
una entità sovranazionale. Questo non è poco. Non
è poco se il Fmi impone i suoi ispettori pur in assenza
di un prestito. Nessuno si sta rendendo conto che di fatto è
stata dichiarata una guerra. A fianco a quella militare dichiarata
dalla Francia alla Libia attraverso la quale si cerca di mettere
in discussione la supremazia della Germania, c’è
una guerra alle istituzioni degli Stati nazionali come in Grecia.
Lo stesso stanno facendo da noi. Una guerra anche massmediatica
in cui fa la comparsa la funzione terroristica della parola ”debito
sovrano”e non più debito pubblico. Che poi vuol dire
che se non si accettano sacrifici il singolo cittadino, il lavoratore
precario, il pensionato al minimo, può mettere in forse
la sovranità del suo paese. E’ assurdo no?
Davanti alla crisi quali soluzioni?
Il centrosinistra dice ”rilancio della crescita”.
Ma come si fa pensare che in un momento in cui c’è
questa guerra in corso ci siano i margini economici per rilanciare
il modello keynesiano, significa stare fuori dal contesto storico-economico,
costruirsi un mondo secondo le proprie illusioni , che significano
ingannare i lavoratori. La soluzione non è economica ma
politica, questo sostengo nell’ultimo libro “Il risveglio
dei maiali” , che vuole essere un manifesto politico per
il non pagamento del debito , l’uscita dall’euro,
le nazionalizzazioni. L’atto di nuova conflittualità
da parte del movimento dei lavoratori deve essere di pari livello
di quello formulato dal capitale. Riprendiamo un percorso di lotte
che mettano al centro le rivendicazioni salariali, il lavoro vero
a pieni diritti e pieno salario, la riforma fiscale, la tassazione
incisiva di tutti i capitali; si il riformismo strutturale ma
che dia le gambe, l’accumulazione di forze nuove, spazio
al protagonismo dei soggetti sociali e del sindacalismo conflittuale
di classe. Bisogna sedimentare le forze attraverso percorsi di
lotta e di democrazia partecipativa e non pensare a ricette di
vertice. Ridare fiato alle lotte di potere a partire da quelle
di redistribuzione del reddito e poi della ricchezza sociale.
Due fasi, prima la rivendicazione e la lotta, per cambiare l’agenda
dettata dalle cosiddette regole dell’economia. E poi la
creazione di una piattaforma politica forte per la costruzione
di una nuova area fuori dall’euro, con al centro un modello
solidale come l’area dell’ALBA in America Latina.
Prima che loro decidano i buoni e i cattivi perché non
mettere in moto un sistema eco-socio compatibile fuori dai dettami
del FMI come hanno fatto nella Nuestra America i paesi dell’Alba.
Ma in America Latina sono partiti dalla conquista del
potere…
Lì hanno rimesso in marcia milioni di lavoratori su lotte
rivendicative, come la battaglia contro la privatizzazione dell’acqua,
lotte che hanno creato l’humus politico per portare al potere
formazioni di sinistra attraverso le elezioni. L’Fmi si
comportava con loro come gli strozzini con i i debitori. E loro
si sono sottratti a questo gioco creando un’area alternativa.
Qui potremmo chiamarla Alleanza libera per l’interscambio
alternativo e solidale (Alias), che adotta una nuova moneta Libera,
cioè libera dai vincoli delkl’usura istituzionalizzata
imposta dalla BCE.
Qual è lo schema?
Questa area si stacca dall’Euro con una moneta che ha il
tasso di cambio flessibile misurata su un cambio che rappresenta
un paniere misuratore della ricchezza reale dell’ insieme
dei paesi partecipanti. In questo modo si svaluta automaticamente
il debito non più misurato in l’euro. Il vantaggio
è anche politico e consiste nel proporsi a livello internazionale
come interlocutore politico ed economico dei paesi tipo l’Africa
mediterranea e poi con i paesi dell’Est. Questa è
una proposta che oggi circola nei movimenti internazionali, proposte
vive e patrimonio delle lotte del Pame in Grecia e di tanti movimenti
sociali e sindacali di classe in Europa. In Italia il ripudio
del debito , le nazionalizzazioni sono parte del programma dei
movimenti del 15 ottobre 2011. Appunto, ripeto l’obiezione
di prima, bisogna partire da una posizione istituzionale…
Per far questo occorre nazionalizzare le banche e i settori strategici.
Venerdì sull’Unità un grande filosofo italiano
Luciano Canfora metteva in evidenza proprio questo deficit di
sovranità dell’Unione Europea. Le soluzioni non sono
economiche ma politiche, ha risposto anche Canfora. ” I
paesi dell’Europa Mediterranea devono avere il coraggio
di uscire dall’euro”, aggiungeva, cioè quella
stessa proposta politica prima che economica che noi proponiamo
nel libro “Il risveglio dei maiali” .
Che ne pensi del dibattito sviluppato su sbilanciamo.info?
Comunque è in atto un processo di dissoluzione dell’euro.
Dissoluzione che sta anche nei piani di Francia e Germania, dal
quale i lavoratori devono difendersi contrattaccando , muovendo
proposte che vadano al di là del singolo paese. Gnesutta
ha ragione nel momento in cui si è parlato di uscita dall’euro
del singolo paese. Ma la proposta nostra su Alias è quella
di uscire come gruppo di paesi, con una nuova moneta , nazionalizzando
in primis le banche e di attuare un blocco dei capitali in uscita
e una tendenza al pareggio e poi al surplus nella bilancia dei
pagamenti. Se non si parte da quello che ho detto, ovvero dalla
centralità della politica e il suo dominio sull’economia,
da una nuova stagione di protagonismo delle lotte del movimento
di classe non si riuscirà a spuntarla.
Novembre 2011