Rifiuti “Ce la faremo”. Note sul governo Monti
e la partita dei prossimi mesi
di
Cau - Clash City Workers, Napoli
|
ll mister Monti ha parlato per la prima volta alla Camera venerdì
scorso: “il nostro è un compito già quasi
impossibile, ma ci riusciremo”.
Come ogni buon allenatore ha galvanizzato con un po’ di
rischio spettatori e giocatori, poi, per fugare ogni dubbio su
chi riuscirà nella sfida, ha aggiunto: prenderemo “nel
breve periodo, decisioni non facili, non gradevoli verso i nostri
concittadini”.
Quali sarebbero queste decisioni Monti lo aveva chiarito il giorno
prima al Senato, parlando di rigore, di sacrifici, di attuazione
severa delle manovre, di riforma dei contratti e degli ammortizzatori
sociali… Così, ecco apparire lampante la partita
dei prossimi mesi e le squadre che si fronteggeranno: da un lato
un governo espressione della frazione di capitale più grande
e della parte della borghesia più “europea”,
sostenuto da tutte o quasi le forze politiche; dall’altro
la stragrande maggioranza della popolazione, studenti, lavoratori,
disoccupati, subalterni e “ceti medi” impoveriti,
a cui il nuovo Governo dice: per uscire da questa crisi vi estorceremo
denaro e diritti ma sarà per il vostro bene. E ce la faremo!
Ce la faranno? Be’, a sentire il plauso unanime della curva
mediatica, soprattutto quella “sinistra”, a vedere
l’assenza di qualsiasi opposizione, la stanchezza e la devastazione
sociale che c’è intorno a noi, la mancanza di schemi
e progetti credibili, la pochezza sia quantitativa che qualitativa
della mobilitazione, ci sarebbe da pensare che sì, purtroppo
ce la faranno anche stavolta. E quest’altro match se lo
aggiudicheranno loro, a tavolino.
Ma forse – se capissimo bene la portata di quello che sta
succedendo, se trovassimo il modo di svelare la loro tattica indicandone
i punti deboli, se riuscissimo a diffondere alcuni elementi nella
coscienza di chi sta pagando questa crisi, che sia studente, lavoratore
o disoccupato – potremmo invertire il corso ineluttabile
delle cose. Potremmo almeno iniziare a scendere in campo, a costruire
quell’opposizione sociale e politica di cui si sente sempre
più il bisogno. E pretendere addirittura, in un momento
in cui si ridiscute tutto e in cui questo sistema mostra i suoi
limiti, di riequilibrare i rapporti fra classi dominanti e subalterni,
uscendocene almeno con un pareggio… Non ci credete? Facciamo
un passo indietro e cerchiamo di leggere il quadro di insieme,
invece di fissarci sui dettagli.
1. Il mondo “nuovo”: dal corporativismo al neocorporativismo.
Sebbene la gran parte della popolazione stenti ancora ad accorgersene,
perché fra azioni di governo e ripercussioni concrete c’è
un po’ di delay, e di tutte le misure previste da luglio
è entrato in vigore ben poco, siamo davvero nel pieno di
una svolta epocale. La lunga transizione italiana, avviata con
la rottura del ’90-’93, è arrivata al suo punto
critico. Tutti i provvedimenti messi in cantiere a partire dalla
fine della Prima Repubblica (introduzione della “precarietà”,
smantellamento delle tutele e dei contratti, riforma delle pensioni,
privatizzazioni, federalismo, svendita del pubblico in tutte le
sue forme, tagli ai servizi sociali, a scuola e università,
alla sanità etc…), vengono ora riproposti in forme
ancora più esasperate, con l’obbiettivo di fare dell’Italia
un paese “moderno”, ovvero ultra-capitalistico, in
cui le uniche logiche che vigano siano quelle del profitto, della
merce, del privato.
In pochi mesi ci si vuole liberare così di ogni residua
forma di “tutela” che caratterizzava il vecchio sistema
corporativo italiano, rimasto sostanzialmente inalterato dall’epoca
fascista e intaccato solo dalla grande stagione di lotte 1968-80
che, conquistando spazi di agibilità dentro quella cornice,
era riuscita a metterlo in crisi (si pensi come esempio allo Statuto
dei lavoratori, alla contrattazione nazionale, alla scala mobile
etc). Questo sistema si reggeva su un ampio ceto impiegatizio
che garantiva stabilità e voti, un fitto sistema di clientele,
grossi sindacati che “controllavano” la forza lavoro,
contrattando (sempre più al ribasso) le sue condizioni
di vita con Governo e padronato, su una rappresentanza politica
più o meno stabile dei gruppi sociali, su una serie di
mediazioni sociali che permettevano di redistribuire un minimo
di risorse. Questo sistema, se nei decenni della crescita economica
ha permesso di contenere anche forti spinte rivoluzionarie, non
regge di fronte alle necessità del capitale, che si affermano
sempre più imperiose dopo la sconfitta dei movimenti degli
anni ’70 e del “socialismo reale”. Approfittando
della Caduta del Muro, anche il padronato italiano lancia il suo
affondo: in venti anni si verifica un enorme trasferimento di
ricchezza dal lavoro al capitale. Ma questa strategia di “rilancio”
capitalista è di corto respiro, perché cerca di
recuperare competitività solo ipersfruttando i lavoratori
(soprattutto i giovani e gli immigrati), senza fare ricerca, migliorare
le infrastrutture, semplificare la macchina burocratica, amministrativa
etc. Nel quadro della competizione internazionale, il sistema
italiano resta per la maggior parte poco produttivo, sprecone,
inefficiente, basato su ampio ricorso al nero ed all’evasione
(usata come vero e proprio strumento di coesione sociale, che
aggrava la questione del debito pubblico), e nel primo decennio
del duemila l’Italia si conferma un paese stagnante, quasi
immobile.
Questi limiti sono avvertiti soprattutto da un pezzo del padronato
italiano, non tanto rappresentativo sul piano sociale e quindi
elettorale, ma molto significativo dal punto dei vista dei flussi
economici, fortemente internazionalizzato e proiettato verso l’Europa
per costruire un polo imperialista che possa sostenere l’urto
con gli USA, i BRICS etc. Con l’onda lunga della crisi del
2007, vengono alla luce tutti i limiti delle economie più
“arretrate” ed anche in Italia si giunge ad una sorta
di “resa dei conti”. Così, si pone la necessità
di una nuova fase, in cui per rilanciare un ciclo di accumulazione
bisogna distruggere capitali, concentrarli, mercificare nuovi
ambiti sociali, aumentare l’estrazione di plusvalore, cioè
intensificare lo sfruttamento del lavoro. L’affondo padronale
si deve inasprire, riducendo al minimo l’intervento statale,
levando di mezzo ogni forma di mediazione sociale, tutta quella
selva di enti, di apparati istituzionali che in passato servivano
a moderare e integrare le spinte dal basso, ogni inutile rivolo
in cui si disperde il profitto. Per arrivare a questa meta, al
neocorporativismo, ovvero alla compatibilità massima del
lavoro al capitale, la frazione della borghesia imperialista ritiene
che non ci sia più spazio per tutto ciò che costituisce
inefficienza, per le sacche di “arretratezza” che
hanno contraddistinto il sistema delle vecchie corporazioni italiane.
Così possiamo leggere le iniziative di Marchionne, disposto
a rompere con la sua stessa organizzazione di riferimento pur
di portare avanti lo scontro, o quelle dei vari Montezemolo, Della
Valle, Draghi, Passera etc, che – presentandosi come “tecnici”
o membri della “società civile” – cercano
di costruire un consenso di massa (necessario per attuare progetti
di riforma così pesanti) non più passando attraverso
complesse mediazioni con partiti politici che dovrebbero rappresentare
gruppi sociali, ma distruggendo ogni forma organizzativa precedente,
e ricomponendo le forze intorno alle proprie proposte, che il
“politico” deve accettare perché ormai incapace
di agire.
2. Gli ultimi mesi: dalla crisi estiva al Governo Monti. Se era
dalle prime avvisaglie della crisi che questa frazione della borghesia
spingeva per far saltare il tappo del blocco sociale berlusconiano-leghista,
fatto di piccoli speculatori, palazzinari, commercianti, imprenditori,
evasori etc (si veda ad esempio le “Considerazioni finali”
di Draghi del maggio scorso, che di fatto disegnavano già
il programma delle riforme a venire (), la congiuntura estiva
ha permesso definitivamente di scalzare un Governo che aveva sì
voti e rappresentanza formale, grazie alla compravendita spudorata
dei parlamentari, ma assoluta incapacità d’azione.
Da luglio in poi, messa una pietra sull'affare greco con il default
selettivo, l’attenzione dei fondi speculativi inizia a puntare
sul nostro paese. Puntano su noi perché qui c’è
molto da spolpare (molto più che negli altri PIGS), e perché
non cresciamo, siamo un paese fermo da troppi punti di vista.
E noi iniziamo a ripercorrere, come se il nastro fosse stato messo
indietro e poi fatto ripartire, le stesse tappe della crisi greca,
con l’aggravante che ora l'attacco speculativo è
rivolto a tutta l'area euro, e si è fatto ben più
pesante. Dopo i primi “sondaggi” che determinano subito,
nei vari paesi dell’UE, delle risposte di austerity, inizia
un continuo logorio, fino all’ultima offensiva, partita
– a detta degli stessi economisti borghesi – dall'area
anglosassone.
Il Governo Berlusconi all’inizio temporeggia, poi mette
in campo una prima manovra, ma non basta: ad inizio agosto ci
arriva così una bella lettera dalla BCE che ci dice cosa
dobbiamo fare, si tenta una seconda manovra, ma si capisce subito
che non sarebbe bastata, infine c’è una terza manovra,
per una finanziaria complessiva che oscilla fra i 75 e i 90 miliardi…
ma il problema è ancora tutto lì. E non basta affatto
il contrappeso della BCE che inizia a comprare i nostri titoli
di Stato per arginare le impennate dello spread.
Così a fine ottobre dall’UE ci arriva un vero e proprio
ultimatum, e di lì in poi il destino del Governo Berlusconi
è segnato. L’ultimo suo gesto sarà il maxi-emendamento,
che analizzeremo fra poco, un provvedimento che riesce allo stesso
tempo ad essere aggressivo ed inefficace. L’esito della
crisi è noto, ed ancora una volta analogo a quello che
è successo in Grecia con la nomina di Papademos, economista
e vice-presidente della Banca Centrale Europea, messo a capo del
Governo dalla troika. L’asse franco-tedesco (ma sarebbe
meglio dire: quella componente del capitale francese e tedesca
che ha ambizioni continentali, e che intorno a sé riesce
a mobilitare strati analoghi della borghesia degli altri paesi
dell’UE) impone un suo uomo. Il Presidente Napolitano chiama
uno che non sta nemmeno in Parlamento per dirigere il paese insieme
ad una squadra di gente sconosciuta e mai votata da nessuno, godendo
però del consenso di tutte le forze politiche. È
un commissariamento di fatto, per ricomporre velocemente il quadro
del padronato intorno a nuovi equilibri. Insomma, senza nemmeno
un passaggio “formale” come le elezioni, una frazione
della borghesia italiana, con l’appoggio della borghesia
europea e facendo leva sullo “stato di emergenza”
che questa stessa borghesia ha proclamato, riesce a mettere lì
un suo uomo, e si aggiudica pienamente uno degli ultimi round
contro il blocco berlusconiano-leghista, che ormai punta solo
a “tenere” più posizioni possibili ed a limitare
i danni.
Vale la pena di approfondire almeno un attimo questo discorso
della “sovranità”, proprio per far capire quanto
epocale sia questo passaggio, e con quanta forza quindi ci dobbiamo
mobilitare per affrontarlo.
3. La “rivoluzione passiva” e la democrazia a fondo.
La storia ci dimostra che ogni crisi, economica o politica, viene
sbloccata con atti di decisione anche imperiosi, che “saltano”
molti dei passaggi che i tempi normali consentono, e riconfigurano
rapidamente il panorama politico e sociale, al punto che la forza
che si afferma venga vista come l’unica soluzione possibile
per evitare il peggio. In breve tempo la collegialità che
contraddistingue le forme di governo liberali viene soppressa,
e la sovranità, fino a nuovo ordine, viene accentrata nei
luoghi e nei gruppi che sembrano avere più capacità
di uscire dallo stallo. Le esigenze della crisi economica hanno,
ad esempio, riconfigurato bruscamente i rapporti interni alla
UE, cancellando anni e anni di confronti apparentemente egualitari
fra i suoi paesi, gerarchizzando la catena del comando verso l’asse
franco-tedesco.
Questa logica decisionista, improntata ad un “realismo politico”
che non tollera i “tempi morti” del confronto parlamentare
e delle altre forme, per quanto ridicole e insufficienti, della
“democrazia”, procede spedita da almeno vent’anni.
Attraverso la retorica “antiburocratica” e presidenzialista,
usando come grimaldello la necessità di “essere veloci”,
assistiamo ad un rafforzamento del potere esecutivo, con annesso
rafforzamento delle strutture di controllo. Così sempre
più spesso la norma viene sospesa a tempo indeterminato,
e la sospensione stessa della norma, motivata dall’emergenza,
diventa una nuova norma. Come ha scritto Alberto Burgio qualche
giorno fa, “il governo delle società e delle economie
si allinea agli standard del comando militare. Su quel terreno
da sempre la democrazia è una finzione […] Oggi è
così ormai anche per l’uso del denaro, per il governo
della forza-lavoro, per la gestione della ricchezza sociale [...]
Stiamo assistendo – da anni, ma in questi giorni con un’accelerazione
micidiale – alla regressione oligarchica delle nostre democrazie”.
D’altronde questa è la “logica di governo delle
cose” più propria al capitalismo. Guardate come si
era espresso Guy Debord già nell’88: “Una legge
generale del funzionamento dello spettacolo integrato, almeno
per coloro che ne gestiscono la direzione, è che, in questo
ambito, tutto ciò che si può fare deve essere fatto.
In altre parole ogni nuovo strumento deve essere utilizzato, a
qualsiasi costo […] Questa legge si applica anche ai servizi
che proteggono il dominio. Lo strumento messo a punto deve essere
usato, e il suo uso rafforzerà le condizioni stesse che
favorivano l’uso. I procedimenti d’emergenza diventano
così procedure di sempre” (Commentari alla società
dello spettacolo, tesi XXIX).
Ora, riconosciamo quello che sta accadendo in quanto è
già accaduto, proprio in Italia, ed è stato ben
studiato da Gramsci, che ci ha fornito una mirabile descrizione
di questi processi. Riflettendo sulle fasi di crisi, Gramsci scrive:
“classe tradizionale dirigente, che ha un numeroso personale
addestrato, muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che
le andava sfuggendo con una celerità maggiore di quanto
avvenga nelle classi subalterne; fa magari dei sacrifizi, si espone
a un avvenire oscuro con promesse demagogiche, ma mantiene il
potere [...] Il passaggio delle truppe di molti partiti sotto
la bandiera di un partito unico [...] rappresenta la fusione di
un intero gruppo sociale sotto un'unica direzione ritenuta la
sola capace di risolvere un problema dominante esistenziale e
allontanare un pericolo mortale” (Quaderni del carcere,
ed. Einaudi, quaderno 13, pp. 1603-4).
È evidente che Gramsci parla di noi, e potremmo impiegare
la sua categoria di “rivoluzione passiva” per capire
meglio quello che sta succedendo. “Rivoluzione passiva”
indica un movimento delle classi dominanti che, per sbloccare
una situazione di impasse che potrebbe portarle al tracollo, sono
disposte a compiere delle “rotture” che hanno qualcosa
di “rivoluzionario” – nella retorica, nelle
forme, nello scarto con un passato anche recente – ma sono
“passive”, volte cioè a scompaginare ogni tentativo
davvero rivoluzionario, a passivizzare le masse, a privarle di
ogni iniziativa indipendente. Gramsci pensa come esempio al Risorgimento,
alla maniera in cui la storia italiana fu determinata dalle grandi
potenze europee (mutatis mutandis quello che sta succedendo ora)
e soprattutto al fatto che un “partito”, quello di
Cavour, seppe compattare intorno a sé gran parte della
destra e della sinistra (tagliando le ali “estreme”),
per controllare esiti “sgraditi” del processo unitario,
e lo fece anche appoggiandosi alle altre borghesie europee...
In modo un po’ forzato, potremmo dire che quello che sta
accadendo ora è una specie di “rivoluzione senza
rivoluzione”, resa necessaria sia dal bisogno di “uniformare”
il comportamento italiano rispetto alle richieste dei capitalismi
più “avanzati” che stanno ridefinendo gerarchicamente
l'UE, sia dalla necessità di anticipare e sedare qualsiasi
tipo di opposizione delle classi subalterne. Certo, si potrebbe
dire che questa opposizione e questo conflitto non ci sono, ma
si può altrettanto facilmente obbiettare che “noi”,
ovvero l’altra squadra che dovrebbe disputare la partita,
non li sappiamo vedere. Chi dirige in questa fase l’economia
sa benissimo che la situazione non è affatto rosea: se
la Merkel sostiene che ci vuole un decennio per uscire dalla crisi,
e nessuno degli economisti borghesi scommette su meno di 4-5 anni,
ci si può legittimamente attendere l’emergere di
qualche movimento sociale… Fra l’altro un conflitto
“dal basso” c'è già in diverse forme,
da una prima “resistenza” sotterranea della classe,
che si esprime in una sua sostanziale indifferenza rispetto ai
meccanismi di comando, ad una fibrillazione che nel mondo del
lavoro in Italia è altissima, se non altro perché
gli operai, i lavoratori precari, i lavoratori immigrati sono
stati portati davvero allo stremo, ed in molti casi hanno ben
poco da perdere.
Ma la citazione di Gramsci ci serve anche per sottolineare un
altro aspetto del problema. La peculiarità di questa fase,
che ricalca molti passaggi della storia italiana (si pensi alla
“rivoluzione” fascista, che si instaurò anche
usando come leva il disgusto popolare per la democrazia liberale
e la polemica contro i parlamentari; o alla già citata
fase del '91-'93, in cui la “rivoluzione” berlusconiana/leghista
si affermò usando la retorica antipolitica che aveva infiammato
le masse durante Tangentopoli),anche nel fatto che gli stessi
apparati economici si facciano carico di accogliere, rilanciare
e persino rappresentare una serie di “rivendicazioni ideologiche”
che in modo confuso provengono dai subalterni. Basta pensare a
come sia stato “usato” il discorso anti-casta in questi
mesi, e come venga ripreso dallo stesso ceto tecnocratico; si
pensi anche al dibattito intorno alla patrimoniale ed alla posizione
assunta da Montezemolo, o ai discorsi contro la precarietà
dei giovani, battaglia di cui si fanno alfieri Draghi, Della Valle
etc.
Insomma, siamo di fronte, come sempre accade in tempo di crisi,
ad una simultanea precipitazione di diversi ambiti di vita: economico,
sociale, morale, politico. In questo senso è una democrazia,
quella italiana, che ha toccato il fondo, o meglio, che ha rivelato
il suo fondo: quello di una decisione sempre imposta da chi detiene
le chiavi del potere e che, ogni volta che teme che le cose si
possano mettere male per lui – per insubordinazione del
popolo o per attacco esterno, o più probabilmente per una
combinazione delle due cose –, è pronto a scavalcare
persino le forme minime della democrazia procedurale.
In questo senso lo Stato si conferma “comitato d’affari
della borghesia”, come diceva Marx: solo che ora la borghesia
si prende direttamente il posto di Governo ed impone i suoi uomini
e provvedimenti. Certo, l'ha sempre fatto: ma basta vedere la
lista dei ministri scelti da Monti per capire che non siamo di
fronte a “specialisti della politica”, a soggetti
semplicemente provenienti dalla classe borghese e quindi partecipi
dei suoi interessi e della sua ideologia, meri esecutori di chi
nel Paese mira a fare soldi, ma quando leggiamo la biografia di
un Passera o di un Profumo, capiamo che sono “intellettuali
organici” (cioè pienamente interni e consapevoli
della propria provenienza di classe e del proprio ruolo, gente
che pensa e progetta come far avanzare gli obbiettivi della propria
parte) e veri e propri “militanti” della borghesia,
perché sono espressione diretta della sua punta più
“avanzata” e “radicale”, quella più
attrezzata per combattere la lotta di classe dall’alto.
Insomma, non c’è nulla di “tecnico” in
questo Governo, la sua tecnica non è affatto neutra.
4. Il programma Monti e cosa succederà. Il paradosso, in
tutto questo, è che nemmeno tali misure estreme, questa
forma di “fascismo democratico” (che ha come suo supplemento
sia il fascismo old school delle forze dell’ordine, degli
apparati repressivi, di Casa Pound&co. per scompaginare eventuali
fronti di lotta, sia il becero populismo/complottismo di gruppi
pensati per stornare ogni possibile opposizione reale, dalla Lega
a Beppe Grillo passando per i centinaia di gruppettini e siti
che ostentano di cospirare contro il nuovo ordine mondiale), questa
“democrazia oligarchica” non riesce a risolvere i
suoi problemi nemmeno sul breve periodo. Si legga quanto ha affermato
Draghi all’indomani del suo insediamento alla BCE: “Ci
aspettiamo che l'attività economica s'indebolisca in gran
parte delle economie avanzate” e “nell'area euro i
rischi sono aumentati”. Così per la stabilità
finanziaria dell'area euro è essenziale “una governance
economica molto più robusta” ed il commissariamento
in questo senso è l’arma per eccellenza, attraverso
ispettori anche loro presuntamente “tecnici” e l’imposizione
di una “vigilanza rafforzata”.
Tornando all’Italia, il Governo Monti promette di durare
sino al 2013, anche per la mancanza di alternative. Per resistere
alle pressioni dell’UE e dei mercati, dovrà intraprendere
cure drastiche, come ha già candidamente ammesso. Ora,
gli unici margini di recupero che non riguardano direttamente
le classi subalterne sono le misure sull’evasione e l'eventuale
patrimoniale. Va da sé che non c’è la volontà
di intervenire massicciamente sul primo punto (anche se è
sempre bene ricordare che il sommerso in Italia supera i 120 miliardi,
ma è chiaro che non si può minare così alla
base il “sistema Italia” e che ogni “rivoluzione
passiva” ha come suo doppio anche pesanti spinte alla conservazione).
Quanto alla patrimoniale, si sta litigando da mesi intorno ad
una vera e propria inezia: il pagamento una tantum di un cinque
per mille sui patrimoni superiori al milione, milione e mezzo
di euro all’anno (in soldoni: fra i 5.000 e i 7.000€
per gente che ha conti in banca a sei cifre!). A dimostrazione
che la borghesia di questo paese è stata abituata troppo
bene, è insolente ed aggressiva e non è disposta
a cedere nulla.
Per questi motivi, il Governo andrà a prendere i soldi
in un modo o nell’altro dai lavoratori, dal risparmio delle
famiglie e dai “ceti medi” che si stanno rapidamente
proletarizzando. Il primo pacchetto di misure, che dovrà
essere approvato entro il 9 dicembre, quando ci sarà il
primo vero vertice europeo che valuterà la credibilità
della “svolta Monti”, dovrebbe prevedere la riforma
delle pensioni e persino il ritorno dell'Ici sulla prima casa,
accompagnato da una rivalutazione dei valori catastali. E se non
dovesse bastare ci potrebbe essere un nuovo aumento dell'Iva.
Tutte misure che vanno ad attaccare esattamente chi negli anni
ha messo qualcosa da parte, comprando spesso attraverso il mutuo
una casa di proprietà, sperando di godersi dopo tanti anni
un po’ di riposo. Certo, questi soggetti non sono gli ultimi
fra gli ultimi, ma dagli ultimi, dagli immigrati e dai giovani
senza né tutele né reddito, cosa prendere più?
Inoltre attaccare i “genitori tutelati” che in questa
fase riescono ancora a sostenere i propri figli all’università,
per un master o uno stage non retribuito, per uno spostamento
di “formazione” o per intraprendere qualsiasi attività,
vuol dire attaccare di nuovo le condizioni di vita dei giovani.
Altro che retorica dello scontro generazionale!
Ovviamente nel primo pacchetto rientrerà anche l’attuazione
delle misure già annunciate dal Governo Berlusconi. Monti
ha già detto che le integrerà tutte. Vale allora
la pena tornare un attimo sul maxiemendamento alla legge di stabilità,
che non ha avuto l’attenzione che meritava né sui
media borghesi né su quelli di movimento. Ora, se è
vero che il maxiemendamento di per sé non risolve molto,
perché mancano ancora gli affondi più pesanti e
tutto è demandato ai decreti attuativi, è anche
vero che è un bell’antipasto, un provvedimento che
dà indicazioni nette sulla direzione che il Governo Monti
intraprenderà.
Nelle misure previste dal maxiemendamento ci sono soldi dati alle
scuole ed università private, accorpamento e dismissione
delle scuole pubbliche, finanziamento della mini-naja, sostegno
alla TAV, i cui cantieri sono equiparati alle zone militari, ma
soprattutto: innalzamento della pensione a 67 anni, attacco al
mondo del lavoro ed agevolazioni alle aziende, defiscalizzazione
per le imprese di costruzione, tentativi di scaricare sugli enti
pubblici parte del debito (invitandoli a fare cassa su una parte
del patrimonio degli enti locali), dismissione del patrimonio
pubblico e liberalizzazione dei servizi pubblici. Proprio le liberalizzazioni
saranno un nodo importante: perché se il capitale è
in crisi e non riesce a fare profitti, cerca di valorizzarsi in
tutte le nicchie possibili, di estendere la logica della merce
ad altri ambiti. Anche per questo la vittoria del referendum contro
la privatizzazione dell’acqua è stata letta malissimo
dai mercati, perché fa capire che in Italia c'è
un problema di opposizione sociale, che un tessuto popolare fa
ancora resistenza alla penetrazione totale del capitale in ogni
ambito di vita.
Un’altra misura prevista in precedenza e che meriterebbe
più attenzione è la riforma della delega assistenziale
e fiscale, che vale circa un terzo delle manovre estive. Stiamo
parlando della possibilità per i lavoratori di spuntare
dalla loro dichiarazione dei redditi diverse voci che alla fine
significano detrazioni cospicue. Parliamo di mille e più
euro all’anno su uno stipendio di 1200€ al mese, non
proprio bruscolini, soprattutto in questo periodo. Stando ai provvedimenti
presi dal Governo Berlusconi, se entro tre mesi non si procede
con una riforma organica, passeranno i tagli lineari. Monti al
momento non ha detto se e come intende intervenire: quindi o la
cosa resta così com’è, e dunque passeranno
i tagli, o si anticiperà un progetto più complessivo.
In ogni caso si cercherà di eliminare quante più
detrazioni possibili a scapito dei soliti contribuenti.
Un altro punto del maxiemendamento è destinato agli statali,
di cui viene prevista per la prima volta la mobilità. Anche
qui siamo di fronte ad un passaggio epocale e necessario: gli
statali sono state una delle categorie più colpite in questi
anni e non certo a caso: per smantellare il corporativismo bisogna
disarticolare una pubblica amministrazione ipertrofica ed un sistema
basato sul consenso passivo e sulla compravendita della piccola
borghesia. Questo è proprio quello che è successo
in Grecia, dove le diverse manovre hanno mandato a casa circa
150.000 statali.
Veniamo quindi allo sfoltimento della selva delle forme contrattuali
a tempo determinato, che viene fatto passare come un grande avanzamento
ed una misura di giustizia sociale. In realtà non cambia
molto per i “precari”: le forme contrattuali si ridurranno
alle quattro che già adesso sono le più utilizzate
– come quella “a progetto” che nei fatti si
rivela essere usata per coprire forme di lavoro subordinato. Insomma,
si tratta di una misura voluta solo da una parte del grande capitale
contro quella frazione del padronato più piccola che evade
in tutti modi, e non sono previsti cambiamenti per chi lavora
ad esempio nel settore turistico o nella ristorazione sul modello
job on call (questi sono comparti importanti, i primi del “terzo
settore”, e vedono impiegati per la maggior parte giovani).
Tanto più appare ridicola questa misura quanto si punta
a precarizzare tutto il mondo del lavoro con i “licenziamenti
facili”! Che importa infatti avere un contratto “in
regola” o anche a tempo indeterminato, se poi posso essere
licenziato in ogni momento? E qui arriviamo ad un punto che nessuno
ha evidenziato: la connessione fra innalzamento dell’età
pensionabile e spinta verso una maggiore libertà di licenziare.
Secondo le misure previste, le pensioni di anzianità dovrebbero
sparire lasciando solo quelle di vecchiaia: ovvero, indipendentemente
dagli anni di contributi, si resterebbe a lavoro sino ai 67 anni.
Sulle prime – a parte l’insensatezza del provvedimento,
visto che si trattiene a lavoro gente che sarebbe ben felice di
andarsene a casa e “lasciare il posto” ad una generazione
che ancora a 30-35 anni fa fatica ad inserirsi – la misura
sembra un regalo ai lavoratori, perché di questi tempi
garantisce quasi di conservare fino alla fine il proprio impiego.
Ora, a meno di pensare che Confindustria è impazzita, e
constatando invece che spesso le aziende si sbarazzano dei lavoratori
proprio attraverso i pre-pensionamenti e “scivoli”
vari (peraltro finanziati con i soldi dell’assistenza pubblica),
dobbiamo giocoforza legare questo provvedimento a quello dei “licenziamenti
facili”. Secondo tutti gli studi, intorno ai 55 anni un
lavoratore smette di essere produttivo, perché è
più stanco, soffre di patologie fisiche e psichiche, è
meno motivato, è meno disposto ad aggiornarsi e meno flessibile:
è dunque impensabile immaginare che si voglia tenere alla
catena di montaggio o a guidare camion gente di 67 anni…
Ma se il padronato avesse la possibilità di licenziare
liberamente, potrebbe tenersi il lavoratore sino ai 55-60 anni
e poi “lasciarlo andare”; il lavoratore ovviamente
sarebbe costretto a continuare a lavorare sino al raggiungimento
della pensione, e si sposterebbe verso mansioni più umili
e dequalificate. È qualcosa che nel resto del mondo già
succede: con persone ultrasessantenni che lavorano per anni nei
Mac Donald’s o nelle imprese di pulizie in attesa di arrivare
all’agognata pensione.
Questo punto si collega anche alla riforma del welfare, che è
un'altra cosa che farà il Governo Monti, sia abbassando
i coefficienti delle pensioni, sia strutturando un sistema di
welfare più leggero ed europeo. Anche qui l’obbiettivo
è scardinare un’assistenza che genera forme trasversali
di solidarietà, ed anche qui abbiamo degli esempi: le riforme
operate in Germania negli anni 2000, che costituiscono la base
del successo del capitale tedesco e la ragione della fame dei
suoi operai. Da questo punto di vista si interverrà soprattutto
sulla cassa integrazione: quest’eccezione italiana ha degli
evidenti vantaggi per i lavoratori che, invece di essere direttamente
licenziati, rimangono comunque legati al posto di lavoro. Così
i padroni sono costretti a reintegrarli una volta passata la crisi
dell’impresa. Proprio per questo, per scardinare la “rigidità”
operaia, si proverà a far passare il sussidio di disoccupazione,
che rende il lavoratore più isolato, e sganciato dalla
possibilità di ritornare in fabbrica. Inoltre la cassa
integrazione dà diritto ai contributi, il sussidio di disoccupazione
no; e questo permette di risparmiare altri soldi, mentre dal punto
di vista propagandistico si può dire che bisogna contenere
la spesa di pensioni ed ammortizzatori sociali dei “garantiti”
per dare reddito ai giovani.
Da questo punto di vista chi oggi rivendica un reddito di cittadinanza
o misure affini, finisce per muoversi nella stessa direzione del
padronato “illuminato”, e fa quindi il gioco di chi
vuole attaccare i diritti invece di estenderli. Dare un reddito
(ovviamente minimo) è qualcosa che può certamente
essere concesso, a patto che si tolga qualcosa da un’altra
parte; un’elargizione del genere, a fronte di nessuna mobilitazione
del movimento, che non potrebbe certo ascrivere a sé questa
“vittoria”, fungerebbe anche da consolidamento ideologico
e spot del “nuovo ordine”. Come sempre invece, per
essere efficaci e realmente alternativi, bisognerebbe affrontare
quello che non può proprio essere concesso dalle classi
dominanti, ed accumulare forza su quelle battaglie lì,
che mostrano l’inconciliabilità di interessi fra
lavoro e capitale. E quello che oggi si configura come impossibile
è esattamente:
a) il mantenimento e l’allargamento di certi diritti;
b) la tenuta del potere d’acquisto attraverso un principio
fortemente progressivo e classista nelle tassazioni e nei servizi;
c) misure di ordine sociale ottenute dal basso, tramite la lotta,
e volte a reimpadronirsi, anche a livello locale, della ricchezza...
In ogni caso, se mettiamo insieme tutte le misure previste, non
ci deve sorprendere che Sacconi guardi “con molto favore”
al programma del nuovo governo per quanto riguarda il lavoro,
e si schieri con Monti al 100%. Pure secondo l’ex ministro
di Berlusconi “oggi inizia una fase nuova della vita”.
5. Che fare? Guardiamoci il nostro... Questo programma del nuovo
Governo sarà, almeno in una prima fase, parzialmente concordato
con le parti sociali: già ora le pressioni più forti,
dentro e fuori la CGIL, sono orientate a farla rientrare al tavolo
delle trattative. D’altronde questo cambio di fase ad un
modello completamente diverso di relazioni sindacali, industriali,
sarebbe meglio che si attuasse senza troppe sfrangiature, sarebbe
meglio che procedesse confondendo, sotto la bandiera della responsabilità,
della coesione sociale, la linea di separazione fra “noi”
e “loro”. Ovviamente la CGIL e chiunque altro può
sedersi a trattare solo sotto le condizioni capestro che la situazione,
l’offensiva padronale, e la storica debolezza e complicità
sindacale hanno prodotto. Se poi guardiamo a tutto l’arco
delle forze istituzionali, capiamo che da lì non potrà
venirci alcun aiuto, anzi: la sinistra sta ricominciando tutti
i suoi vizi, ed è ormai totalmente subordinata al quadro
disegnato dall’avversario.
Ci resta una sola strada: ripartire da noi, da quello che siamo
realmente. E quale deve essere il comportamento di ogni forza
realmente di opposizione? Proviamo a dare qualche spunto, anche
se è ovvio che solo “andando a scuola dalle masse”
possiamo imparare qualcosa e non imporre – peraltro senza
riuscirci – la nostra visione delle cose.
Innanzitutto dobbiamo affermare continuamente che, mentre vogliono
far passare le misure una alla volta, per discuterle separatamente,
il progetto di riforma del sistema è unico. Dobbiamo essere
in grado di mostrare – nei fatti, con esempi concreti –
a chi sta pagando questa crisi il quadro d’insieme. Mentre
ogni provvedimento sarà fatto vivere come percorso a sé,
suscitando volta per volta schieramenti trasversali, noi dobbiamo
ricomporre i tasselli e rendere chiaro una volta per tutte che
quando si parla di provvedimenti per la “crescita”
si intende “crescita dello sfruttamento”. Vuol dire
che bisogna fare maggiori profitti, e per farli si deve rendere
l’investimento in Italia profittevole, addolcendo la resistenza
di una grossa parte della popolazione che non ci sta a diventare
variabile dipendente dell’arbitrio capitalista.
In secondo luogo, dobbiamo affermare, sempre e comunque, che di
questo debito non vogliamo sapere niente, che non va pagato, che
non possono pretendere nulla da chi in questi anni ha dato tutto
ed anche di più. Rivendicare il non pagamento del debito
vuol dire unirsi al movimento greco, spagnolo, portoghese etc
che hanno lanciato questa battaglia e vuol dire anche indicare
il livello vero dello scontro, che è perlomeno europeo.
Però, e questo è il problema di una battaglia contro
il pagamento del debito, questa rivendicazione avrebbe senso pieno
solo se si potesse rompere con le compatibilità capitalistiche,
per cui dire “non pagare il debito” vorrebbe anche
dire redistribuire la ricchezza, socializzare i mezzi di produzione,
controllare dal basso cosa si produce e perché… È
evidente che oggi non esistono movimenti rivoluzionari che possano
assumere in pieno questa rivendicazione, è evidente che
non abbiamo la forza di andare oltre lo slogan. È per questo
motivo che la giustissima lotta contro il pagamento del debito
rischia di essere tutta ideologica, di spostare il problema della
crisi così in alto da renderlo inaffrontabile e mettere
su, nel migliore dei casi, un movimento di opinione, che nel peggiore
dei casi diventerebbe l’ennesima via di fuga opportunista.
Invece bisogna cercare, ferma restando la prospettiva generale,
di costruire dentro ai nostri percorsi quotidiani questo tipo
di opzione, di riappropriarci da subito di quanto ci vogliono
togliere, strutturando una resistenza proletaria contro queste
misure e osando addirittura rilanciare, forzando al massimo la
retorica dell’equità.
Dovremmo cioè provare a irrompere nel dibattito pubblico
più largo e sostenere: “voi dite che i sacrifici
devono essere equamente distribuiti? Allora noi diciamo: non toccate
nulla di nostro, prendete i 120 miliardi di evasione, fate una
patrimoniale seria, liberalizzate gli ordini professionali, tagliate
le spese militari, recuperate i soldi della Chieda Cattolica che
non paga nulla, smettete di finanziare scuole e università
private, intervenite sulle dispersioni di denaro pubblico, sui
finanziamenti ai soliti amici degli amici. Ce n’è
abbastanza per fare almeno quattro finanziarie di guerra!”…
Lo stesso tipo di discorso lo si può fare sul piano locale,
intervenendo sulle tassazioni e sui servizi, come abbiamo cercato
di dimostrare qui. Insomma, si tratta di far capire, contro lo
scoramento e la passività prodotte dalle leggi “naturali”
e “vincolanti” del mercato, che invece non esistono
vie obbligate, che tutto si può mettere in discussione,
che un altro modo di gestire la vita associata è possibile,
ed anche sempre più necessario.
È vero, il senso di liberazione che ha attraversato una
parte della popolazione italiana alla caduta di Berlusconi si
è trasformato in un’attesa vagamente speranzosa nei
confronti di Monti. Forse si pensa che una volta scesi così
in basso non si possa che risalire. Alle prime bastonate che arriveranno
il risveglio sarà brusco. Ma c’è anche da
dire che il sostegno a Monti è pompato da tutti i media
come una profezia autoavverantesi e non rispecchia il paese reale.
La maggior parte dei lavoratori è indifferente a quelli
che sembrano ancora giochi di palazzo, pensa alla propria vertenza,
a sfangare la propria esistenza, e soprattutto – secondo
gli stessi sondaggi – teme gli esiti della crisi. “Il
96% degli italiani non pensa che la fine del tunnel sia vicina,
il peggio anzi deve ancora venire, secondo il 71%. Il pessimismo
trionfa al Sud (77%), la sfiducia sfonda tra i giovani di 18-24
anni (88%)... Quattro italiani su dieci (42%) sono molto preoccupati
per il proprio lavoro”. Insomma, la reazione al momento
è ancora di sconforto e di ansia, ma quanto ci può
mettere il malcontento ad esplodere?
Per questo oggi si apre un ciclo importante: o ci muoviamo ora,
cioè nei prossimi mesi, e costruiamo un livello maggiore
di relazioni, connettendo i fili della classe, rafforzandone la
coscienza, impedendone l’assorbimento dentro l’ideologia
dominante, ed organizzando momenti di incontro larghi e comitati
di resistenza, spingendo i lavoratori all’autorganizzazione,
come hanno capito anche gli “indignados” o gli occupanti
di Wall Street, o perderemo un’occasione storica. Fra qualche
anno, a crisi ormai “superata” (per quanto il capitalismo
possa superare le sue crisi), a ciclo di accumulazione ripartito,
rischiamo di trovarci in un nuovo mondo, di tipo anglosassone,
in cui anche proclamare uno sciopero sarà impossibile e
saremo tutti schedati e relegati ai margini.
Monti&co. ci promettono: “ce la faremo”. Ma forse
quest’esito – una volta che comprendiamo di essere
in mezzo ad un guado, con la crisi davanti e dietro, impossibilitati
a tornare al “vecchio mondo”, e con la riva di fronte
ancora lontana – non è affatto scontato. Il fiume
è torbido e scorre, il fondo è scivoloso e si potrebbe
sempre alzare la corrente. Sta a noi rovesciare la sicumera di
Monti almeno in un interrogativo, in una domanda mobilitante:
noi, ce la faremo?
Eat the Rich – Magnammece o’ padrone!
Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli
Collettivo lavoratori della metropoli in lotta CLASH CITY WORKERS
Novembre 2011