Sovranità e ritorno alla "centralità"
della politica
di
Massimiliano Piccolo *
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La realtà ci
offre, come sempre, infiniti spunti. La globalizzazione priva
di aggettivazioni è stata smascherata dai fatti, si è rivelata
per quello che è: il tentativo di governo economico, politico
e ideologico del capitale nei modi possibili della sua attuazione.
Si tratta di
un tentativo fallito per le contraddizioni insanabili che questo
processo genera da sé. Fallimento riconosciuto da tutti. Parallelamente
anche la tesi storiografica e politologica sulla presunta estinzione
degli stati-nazionali mostra tutta la sua debolezza scientifica.
L’inferenza logica cercata e, da taluni, auspicata era, conseguentemente,
l’impossibilità e quindi l’inutilità della presa del potere. Mancando
il luogo, lo spazio, della direzione politica, l’inversione di
rotta è impossibile era affermato come Verbo, per cui meglio guardare
a soluzioni possibili (cioè compatibili col modo di produzione
capitalista). Qualcuno ringrazia per tanta grazia; certamente
non i lavoratori né tutti quelli che hanno a cuore margini più
ampi di partecipazione democratica e collettiva alle scelte politiche.
Crisi della sovranità si dice. E sia. Crisi, però, non significa
estinzione o annichilimento ma trasformazione possibile: nulla
è già scritto.
La costruzione
economica dell’Europa, sotto la spinta della globalizzazione capitalistica,
ha determinato un vuoto politico sempre più marcato ma
gli Stati europei, com’è sotto gli occhi di tutti, non si sono
disintegrati, hanno parzialmente alienato un surplus o
un residuo di sovranità: quelli che si candidano alla guida
del nuovo polo imperialistico europeo, infatti, alienano il surplus
funzionale alla creazione della nuova entità statale, mentre gli
altri, che ne costituiscono il serbatoio iniziale, alienano invece
il loro residuo di sovranità. La sovranità oggi in crisi, infatti,
è una ‘signoria’ che con l’affermazione dello stato moderno nella
storia dell’Europa occidentale aveva definito i contorni dello
stato; prima rappresentato (incarnato) dal monarca, quale unico
soggetto legittimato all’esercizio del potere durante la transizione
dal feudalesimo al capitalismo, poi, dopo l’Ottantanove, la stessa
sovranità dello stato non è più identificabile col corpo
del re ma anche con quella delle repubbliche sia borghesi sia
democratiche. Oggi, la contraddizione tra capitalismo e partecipazione
politica ‘democratica’ è ormai una vera emergenza, nel senso letterale
dell’emersione.
Fino a poco
tempo fa, il pensiero borghese aveva, nei fatti, sostenuto il
vincolo indissolubile tra democrazia e mercato capitalistico e
in forza di questo aveva anche ‘giustificato’ le guerre e il colonialismo.
La realtà della crisi della mondializzazione capitalistica sta
lacerando questa mistificazione ideologica e rimettendo la politica
al centro delle scelte; consentendo anche di parlare, con forza,
di una nuova transizione e di una nuova sovranità. Era il marzo
del 1843 quando la censura voleva chiudere la Gazzetta renana
e Marx, nel tentativo (vano) di evitarlo, si dimette da capo
redattore. Figura nuova, inedita nel panorama degli intellettuali
fino allora circolanti in Europa, Marx
si rituffa nello studio. Meno male. Nasce così il manoscritto
Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico
che sarà poi pubblicato a Mosca tra il 1927 e il ’32. Una sintesi,
in realtà, era già apparsa col titolo Per la critica della
filosofia del diritto di Hegel agli
inizi del 1844 in un doppio fascicolo degli Annali franco-tedeschi.
Sintesi molto importante perché, come nell’altro scritto (Sulla
questione ebraica) che componeva il doppio fascicolo degli
Annali, si segna il progressivo affinamento della critica
nei confronti dell’alienazione politica: la francese rivoluzione
democratico-borghese è considerata sì
un grande passo avanti per l’umanità ma ancora parziale
perché non in grado di cogliere il nocciolo che impediva alla
democrazia liberale di tramutarsi in democrazia vera. La proprietà
non poteva essere aggredita. Lo stato – spiega Marx
– è l’esito della società civile borghese moderna (l’aggettivo
tedesco bürgerlich, infatti,
significa sia civile sia borghese). Nessun hegeliano superamento[1],
quindi, ma prolungamento: lo stato è sempre il luogo dove maturano
e si svolgono i rapporti materiali di esistenza. Vale la pena
lasciare la parola a Marx: «Su che cosa si fonda una rivoluzione parziale, una
rivoluzione soltanto politica? Sul fatto che una parte della
società civile si emancipa e perviene al dominio generale,
sul fatto che una determinata classe intraprende la emancipazione
generale della società partendo dalla propria situazione particolare»[2].
A Parigi, da
febbraio a giugno del 1848 e più in là fino al colpo di Stato
di Luigi Bonaparte del 2 dicembre 1851, la lotta tra due ‘frazioni’
della borghesia (quella industriale e quella finanziaria) e dei
loro alleati consente al più maturo movimento di classe europeo
di essere l’avanguardia dei moti che attraversavano l’intero continente
e, nonostante il tragico epilogo, di squarciare il velo che ammantava
la repubblica borghese[3]. Eppure, come scriverà Engels,
«il 1848 non fu che giuoco di ragazzi, in confronto con la furia
del 1871»[4]. All’idea e alla pratica parziale, con cui
la borghesia francese si era fatta Nazione nella rivoluzione
dell’ottantanove, il proletariato – classe generale – oppone
gli interessi concreti (non astratti, non parte del tutto
cioè) della nazione intera e quelli di un internazionalismo con
funzione d’emancipazione per l’umanità tutta. Così, davanti alla
guerra franco-prussiana, il movimento operaio non allontanerà
da se la responsabilità di una diversa sovranità nazionale: «E'
giusta questa guerra? No! E' nazionale questa guerra? No! Essa
è esclusivamente dinastica. In nome della giustizia, della democrazia
e dei veri interessi della Francia, noi aderiamo completamente
ed energicamente alla protesta dell'Internazionale contro la guerra»[5].
Lo Stato, dunque, non è mai un luogo pacificato: è sempre attraversato
dal conflitto (con sconfitte e vittorie) delle classi in lotta.
Il rapporto tra società civile e stato – come chiarirà Gramsci
– è, allora, sì un caso della relazione dialettica tra
struttura e sovrastruttura ma di una dialettica
vera, dove cioè il nesso non è meccanico e si aprono quindi tutti
gli scenari possibili dettati dalla battaglia per l’egemonia.
Ogni società è, infatti, organizzata e una o più d’una delle organizzazioni
di cui si compone «prevalgono relativamente o assolutamente, costituendo
l’apparato egemonico di un gruppo sociale sul resto della popolazione
(o società civile), base dello Stato inteso strettamente come
apparato governativo-coercitivo»[6].
Per Stato, allora, non possiamo intendere solo il consueto apparato
politico-rappresentativo, com’è dimostrabile dal fatto che buona
parte dei principali avvenimenti nella vita politica di un paese
non sono ascrivibili alle iniziative degli organismi politici
e istituzionali che derivano dal suffragio universale, ma da organismi
‘privati’ che vanno comunque intesi come apparato privato di egemonia
o società civile al fianco dell’apparato governativo strettamente
detto.
Se lo stato
borghese ancora oggi - nonostante quel che dice l’ideologia dominante
- non ha vinto la sua guerra, non l’ha vinta perché la parzialità
su cui si fonda non può averne la forza sufficiente e necessaria.
L’insanabile contraddizione del modo di produzione capitalista
ha, infatti, pure a livello sovrastrutturale, il suo riflesso
dialettico (e non deterministico) nello stato e nella politica.
L’oggettività dei rapporti di forza tra le classi non è da intendersi
nel senso che questi rapporti sono dati una volta
per sempre, ma nel senso che vanno ‘registrati’ di volta in volta
nel grado storico d’avanzamento dello stato di conflitto. Il materialismo
storico, d’altra parte, non è (e non voleva essere) la ‘metafisica
della materia’; per cui è solo metaforicamente che possiamo parlare
di storia naturale dell’umanità o paragonare i fatti umani ai
fatti naturali. Nella politica, inoltre, pur con tutte le cautele
con cui è necessario utilizzare il lessico delle strategie militari,
la ‘guerra di movimento’ è funzionale
solo a conquiste non decisive, al contrario è la ‘guerra di posizione’
quella che garantisce le vittorie decisive; perché è lì che si
mobilitano tutte le risorse dell’egemonia e dello Stato. Quando,
cioè, lo Stato borghese vede messo in forse il punto di equilibrio
diseguale raggiunto, passa all’assedio della ‘guerra di
posizione’.
Ma l’assedio
da parte delle classi in lotta è reciproco e in quest’assedio,
che è lo spazio della politica, bisogna usare tutte le armi
della critica. Perché, come scriveva Marx,
«la forza materiale dev’essere abbattuta dalla forza materiale, ma anche la teoria
diviene una forza materiale non appena s’impadronisce delle masse»[7].
Mobilitare tutte le risorse dell’egemonia e dello Stato, infatti,
è funzionale alla lotta di classe, della borghesia quanto del
proletariato. Il tema delle alleanze, come anche quello delle
riforme, sono dunque un altro aspetto della lotta di classe tanto
nel lavoro teorico quanto nella battaglia politica. Un adeguato
criterio storico-politico, relativo al rapporto tra politica e
lotta di classe, ci obbliga a distinguere tra classe ‘dirigente’
e classe ‘dominante’. Una classe è dirigente rispetto alle altre
classi con cui si allea, è dominante, invece, nei confronti di
quella cui si oppone. Infatti, prima di diventare dominante, una
classe può (deve) essere dirigente. Per questo la capacità di
esercitare egemonia politica ed essere attrezzati ad alleanze
per dirigere la lotta è una necessità che il complessivo movimento
di classe dei lavoratori non può trascurare; tanto meno durante
una crisi, qual è quella attuale, sistemica.
La posta in
gioco della contesa in atto dentro lo stato moderno e contemporaneo
è quindi, ancora una volta, la presa del potere: qual è la soggettività,
cioè, che deve esercitare la sovranità. La conquista del potere
e l’affermazione di un nuovo mondo produttivo sono, infatti, inscindibili:
abbattere il potere politico della borghesia è un passaggio obbligato
per la successiva trasformazione del modo di produzione. Nessun
estremismo, come ammoniva Lenin può, però, aggirare questo nodo,
nessuna scorciatoia e nessuna intransigenza dogmatica. Prendere
tatticamente in considerazione ipotesi di riforma serve sia ad
accrescere la massa critica dell’insieme delle forze che vanno
dirette nella lotta per un mondo migliore, sia a distinguere il
senso di una riforma progressiva e democratica (perché
dentro una possibilità realmente alternativa) dal riformismo di
maniera o conservatore insito in tutte le concezioni liberali
riformistiche che Gramsci considerava sottoposte a una storia
a disegno. Perché lì, nel riformismo dei liberali, è chiesto
che le forze in lotta si moderino entro i limiti della conservazione
dello Stato liberale, mentre, nella realtà della lotta, «i colpi
non si danno a patti» e ogni antitesi deve necessariamente porsi
come radicale negazione della tesi: vero motore del cambiamento.
Abbiamo individuato un metodo e una prospettiva: la politica,
così, è tornata al centro e l’alternativa all’orizzonte.
[1] Hegel aveva individuato
nello Stato il superamento necessario della contraddizione
dialettica tra famiglia e società civile. Un complesso sistema
dei bisogni che questa rappresentava ma che non riusciva a
soddisfare pienamente in conseguenza della generazione, avvenuta
al proprio interno, della plebe. È su questa parzialità
della società civile e sul suo presunto superamento nello Stato
che riflette Marx.
[2] K. Marx, Per la critica
della filosofia del diritto di Hegel.
[3] Cfr.: K.
Marx, Le lotte di classe in Francia
dal 1848 al 1850 e Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte.
[4] Introduzione (nell’edizione tedesca del 1891)
alla Guerra civile in Francia (1871) di Marx.
[5] Primo indirizzo del Consiglio generale sulla guerra
franco-prussiana in K. Marx, La
guerra civile in Francia.
[6] A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Volume secondo,
Quaderno sei, § (136).
[7] K. Marx, Per la critica
della filosofia del diritto di Hegel.
* Rete dei
Comunisti
Novembre 2011