Contropiano rivista uscirà trimestralmente
andando a sostituire il giornale che abbiamo pubblicato ininterrottamente
dal 1993. Una rivista di approfondimento che affianca il quotidiano
online. Due punti di forza della formazione e dell'informazione
resistente.
Guarda il sommario. Per abbonarsi scrivete a: cpiano@tiscali.it,
tel.06 64012219
Il soggetto e la crisi
L'editoriale di questo numero di Contropiano
Contropiano rivista, affiancando il quotidiano on line, vuole
contribuire alla ricostruzione di un alfabeto comune della sinistra
marxista e alla promozione di un dibattito franco e rigoroso,
perché lo strumento dell’analisi teorica è
fondamentale non solo per la comprensione della fase ma anche
per la formazione (quindi la qualità) di una soggettività
organizzata che sia all’altezza dei punti che la realtà
pone all’ordine del giorno. Oggi con ancora più
forza. L’attuale caduta del saggio medio di profitto mostra
la correttezza scientifica dell’analisi marxiana e marxista
e fa comprendere le ragioni di un rinato interesse che da più
parti emerge verso i fondamenti teorici che ne costituiscono
l’ossatura. Questi segnali non vanno sottovalutati. Non
si tratta di dare insegnamenti su come dev’essere il mondo
(la realtà ha già compiuto il suo processo di
formazione) ma di contribuire alla conoscenza del momento oggettivo
dello sviluppo storico per dominarlo.
La crisi non è finita e, se ne abbiamo compreso la natura
strutturale e sistemica, non potrà che durare a lungo
dandoci modo d’intervenire su di essa e orientare il piano
inclinato dell’oggettività attraverso una nuova
soggettività. La riflessione sul partito e sulle forme
dell’organizzazione ne è una proposizione subordinata
ma anche, allo stesso tempo, una precondizione per l’incisività.
Siamo davanti a praterie sconfinate perché da qualche
tempo abbandonate: e, allora, pur senza eclettismo, che cento
fiori sboccino, che cento scuole competano.
Quest’obiettivo non è una novità assoluta:
Contropiano giornale nasce nel 1993 quando in Italia si susseguono
i ‘governi di Maastricht’ (quelli di Amato e Ciampi)
e le terapie d’urto antipopolari e antidemocratiche fondate
sia sulle privatizzazioni/flessibilità sia sulla modifica
del sistema elettorale in senso maggioritario. E in quella stagione
così nuova e tormentata, in Italia come nel mondo, il
giornale ha considerato asse privilegiato di ricerca e di dibattito
la difesa di un punto di vista comunista. Il comunismo, per
i marxisti però, non è una semplice opzione etica
o politica che affiora tra le maglie della realtà; non
è neanche un ideale regolativo. Esso è il movimento
reale che abolisce lo stato di cose presenti e, quindi, la difesa
di questo punto di vista coincide con la ripresa di alcune categorie
scientifiche e chiavi d’interpretazioni (che riteniamo
ancora oggi fondanti) quali l’imperialismo e la centralità
del conflitto capitale-lavoro nella nuova composizione di classe
che è emersa dalla grande ristrutturazione/destrutturazione
industriale degli anni Ottanta. Movimento reale è ciò
che accade oggi nella realtà sociale italiana e, più
in generale, europea: nel mondo del lavoro, nella scomposizione
di classe, nelle evoluzioni delle organizzazioni sindacali e
nelle differenti e diffuse vertenze in atto. Essere marxisti
e comunisti vuol dire prestare attenzione alle modificazioni
del reale ma anche cercarne le possibili prospettive di affermazione.
Contropiano giornale che, in tempi non sospetti ha anche denunciato
il nuovo ruolo internazionale dell’Italia nel processo
di formazione del polo imperialista europeo e nella competizione
interimperialista con gli Stati Uniti, dal 2002 è diventato
un sito internet. Oggi è un quotidiano telematico e in
poco tempo ha raggiunto un’ottima posizione in rete.
Torniamo alla rivista: perché centrare l’analisi
sull’Europa in questo primo numero?
Perché la generale crisi del modo di produzione capitalista
determina qui e ora domande particolari e prospetta scenari
inediti nella storia dell’umanità. Il conflitto
sociale, che da qualche anno attraversa l’intero continente,
ci interroga di continuo sulla relazione che intercorre tra
il suo divenire molteplice e le forme dell’agire politico.
L’esperienza storica insegna che non c’è
effettivo avanzamento senza un’organizzazione capace,
appunto, di dargli forma.
Il caso della Grecia è, da questo punto di vista, una
vera cartina di tornasole: la lunga catena di agitazioni, scioperi
e lotte guidate da organizzazioni sindacali risolute (come il
Pame) e politiche (tra cui un partito comunista forte perché
non ha aderito a suo tempo all’eurocomunismo), il KKE,
non hanno comunque realizzato nessuna svolta nel paese. E questo
non solo per il potere di ricatto dell’Unione Europea
o per gli evidenti interessi tedeschi sul debito pubblico greco,
ma anche a causa dell’irrisolto nodo politico di come
dare sbocco ai movimenti sociali: non siamo prossimi a un salto
rivoluzionario e, quindi, bisogna attrezzarsi per capire come
fare.
Già nell’irrazionalismo del periodo imperialistico
classico si esprimeva la lotta di classe (dall’alto) di
quel tempo. La borghesia reazionaria europea si apprestava così,
sul piano del pensiero del mondo, ad affrontare i principali
problemi posti dopo la vittoria del proletariato parigino con
la Comune del 1871. Il pensiero del mondo è sempre stato
un campo di battaglia: lotta di classe nella teoria. Nietzsche
che esaltava l’estetica dell’«eroe»
pensava, infatti, alla realtà come a una «scena»:
un palcoscenico dove rappresentare la tragedia immutabile dell’esistenza.
E invece, non è dell’«autentica produttività»
(cioè di una presunta novità con cui liquidare
il patrimonio storico delle lotte come fossero ferri vecchi)
che egli auspica di cui abbiamo bisogno, ma della tenacia e
della pazienza per riannodare e attualizzare le fila di un pensiero
irriducibile a forme addomesticate. Solo così –
infatti - sarà ben scavato, vecchia talpa. Si: perché
i tempi dell’oggi (come quelli di ieri e di domani) non
sono quelli dell’immediatezza ma quelli mediati dalla
ragione nei processi reali. Il conflitto sociale, come mostra
la storia, quando non è mediato evoca la fascinazione
dello scontro, ma si risolve in un’estetica incapace di
conseguire la vittoria nella contesa in atto. «Senza teoria
rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario»–
sosteneva Lenin - e questo non può che essere il nostro
punto di partenza. Ecco perché da una corretta analisi
del ruolo dell’Unione Europea deriva un discrimine non
secondario rispetto alle scelte che ci attendono.
All’indomani della prima guerra mondiale maturava, in
Europa, una “filosofia della crisi” derivata dal
fallimento dell’ambizione di realizzare, attraverso il
supposto telos della propria razionalità, la felicità
umana. Dopo la seconda guerra mondiale, l’Europa si trova
privata ancor più chiaramente del suo tradizionale ruolo
di motore propulsivo della storia. Negli anni Cinquanta, attraverso
il Mec e poi la Cee, prende avvio un’Europa che aggregava
man mano le nazioni del blocco occidentale in base ad interessi
economici e geostrategici dipendenti dall’imperialismo
USA: si trattava di organismi sovranazionali che configuravano,
però, niente più che un’Europa dei governi
nazionali. L’elezione del parlamento di Strasburgo attenuava
solo parzialmente tale costruzione fittizia; furono l’integrazione
monetaria e del mercato del lavoro, l’unificazione della
Germania e l’Euro a porre le fondamenta di una nuova (e
diversa) rivendicazione di unità e identità europea
funzionali al nuovo ruolo (anche imperialista) che il mutato
scenario internazionale rendeva possibile dopo il crollo del
campo socialista e la consequenziale fine dell’ipoteca
di subalternità agli Stati Uniti d’America.
La contemporanea ‘unificazione’ europea attorno
alle politiche monetarie ha, adesso, reso evidente il doppio
binario sul quale si sta viaggiando. Due binari che non supportano
la stessa velocità. La costruzione economica dell’Europa,
sotto la spinta della globalizzazione capitalistica, ha determinato
un vuoto politico sempre più marcato che sembra aver
invertito il senso di marcia della storia moderna. Gli Stati-territoriali
(spesso nella forma ambigua dello Stato-nazione) sono cresciuti
nel loro ruolo e, quindi nel loro peso politico, quasi incessantemente
fin tutto il Novecento; questo non vuol dire, però, che
abbiano poi perso potere. Oggi, infatti, la loro capacità
di controllare (quasi avessero realizzato il Panopticon di J.
Bentham) è più forte che mai. Gli Stati, com’è
sotto gli occhi di tutti, non si sono disintegrati, hanno parzialmente
alienato un surplus o un residuo di sovranità: quelli
che si candidano alla guida del nuovo polo imperialistico europeo,
infatti, alienano il surplus funzionale alla creazione della
nuova entità statale, mentre gli altri, che ne costituiscono
il serbatoio iniziale, alienano invece il loro residuo di sovranità.
In altri luoghi del pianeta, come in Afghanistan o in Iraq
e nell’attuale Libia, possiamo dire che l’istituzione
statale nell’accezione moderna del termine non esiste
più, avendo ceduto interamente la sovranità nazionale
o territoriale ad altri. Ma in Europa questa è una tendenza,
non è, cioè, un fatto. La domanda, dunque, può
essere la seguente: non è un fatto generalizzato perché
si tratta di un processo ancora da compiersi o perché
la sovranità (cioè la direzione politico-statale
dei processi anche economici) è ineliminabile? Molti
elementi possono confermare che sia formalmente che sostanzialmente
la sovranità politica della scelta non è aggirabile.
Un ipotetico governo nazionale, politicamente forte e con un
adeguato sostegno popolare, è automaticamente sovrano.
Tant’è che l’Unione Europea, per affrontare
la crisi sistemica in cui versa il modo di produzione capitalistico,
spinge l’acceleratore della costruzione politica dell’Europa,
affinché quel vuoto iniziale sia colmato al più
presto, acquisendo così piena sovranità in un
super-stato che, moderno Impero d’Occidente, possa reggere
la competizione interimperialista e le sfide lanciate da altri
Stati (i BRICS). L’alienazione di sovranità non
è, quindi, annichilimento della forma-stato: lascia agire
la contraddizione, cioè la dialettica del reale.
Ecco perché l’idea della fuoriuscita delle economie
nazionali degli Stati più deboli (i cosiddetti PIIGS)
dall’Euro e dai vincoli posti dall’Unione Economica
e Monetaria della UE, non può essere il semplice ritorno
alle monete preesistenti ma la creazione di un’area monetaria
concorrente alla nuova Europa carolingia (grazie al risveglio
dei maiali di cui parla L. Vasapollo), capace così di
tenere insieme una parte dell’Europa con la sponda sud
del Mediterraneo e di rilanciare necessariamente sul piano della
politica e anche delle istituzioni e dei governi. Solo stati-territoriali
governati da una politica che incarni questo disegno strategico
possono effettivamente sorreggere tale aspirazione. In un’ottica
internazionalista questo disegno deve anche poter contare, all’occasione,
su un consapevole movimento di classe capace di condizionare
qualsiasi governo e imprimere questa direzione al più
complessivo movimento sociale e guadagnare, così, un
più vantaggioso rapporto di forza.
Strettamente connesso alla definizione della sovranità
è, dunque, il nodo cruciale della transizione e della
presa del potere. È estranea sì alla tradizione
politica dei comunisti l’aprioristica esclusione delle
alleanze, ma è fondamentale l’orizzonte di senso
politico entro cui collocare eventuali convergenze con forze
riformiste. Nella chiarezza di una posizione distinta, perché
autonoma e indipendente, si può pensare a un percorso
comune per un progetto politico di governo della crisi come
primo momento di una transizione possibile a un diverso modo
di produzione. Non nel senso ovviamente della gestione della
crisi sotto i vincoli e le compatibilità dettati dall’Unione,
ma di governo come leva politica necessaria. Se questo spazio
politico esiste, va coltivato e non per costruire (almeno non
solo) la rappresentanza politica della sinistra, quanto invece
quella del blocco sociale.
Che cosa rende, però, riformista una forza politica?
Decenni di sbornia ideologica, somministrata all’intero
corpo sociale dal pensiero dominante della borghesia, hanno
fatto sì che riforma divenisse sinonimo di cambiamento
ma senza porre nessuna attenzione sulla rotta: il cambiamento,
al contrario, non è mai neutro, esso ha sempre un verso
e una direzione, dunque un contenuto di classe. Una riforma
invece è tale solo quando determina, sebbene gradualmente
e con guida anche non ferma, un effettivo passo avanti nella
partecipazione più vasta di masse popolari che divengono
così sempre più artefici del proprio destino.
Furono riforme vere, in Italia, l’istituzione dell’Enel
e della Scuola Media Unificata nel 1962 o lo Statuto dei lavoratori
nel 1970 e, poi sino al ’78, i Decreti Delegati e la nuova
Sanità pubblica. Non si può, allora, considerare
riforme l’attuale smantellamento del livello di garanzie
e di civiltà raggiunto nel suo complesso. Dietro il paravento
di ‘riforme necessarie’ si è perpetrata una
profonda ristrutturazione (controriforma) che ha lentamente
ma costantemente eroso, nel corso degli ultimi vent’anni,
le condizioni materiali e intellettuali d’esistenza dei
lavoratori. Come le guerre sono preparate e anticipate dall’offensiva
culturale volta a dipingere come pericoloso nemico l’obiettivo
stabilito in precedenza, allo stesso modo si è tentato
di far introiettare le parole d’ordine della necessità
delle ‘riforme’.
La formazione di un pensiero critico e militante, che è
il prodotto più salutare e lungimirante di un dibattito
innescato dall’approfondimento dell’analisi, si
conferma quindi l’unico strumento attraverso cui smascherare
il falso riformismo dei conservatori e, a volte, dei reazionari.
Ancora: dopo cento anni la Libia è stata oggetto di
una nuova aggressione coloniale ma proprio davanti ad uno dei
casi in cui la guerra è più sfacciatamente volta
all’accaparramento di risorse e a riposizionamenti geostrategici,
il movimento contro la guerra ha segnato il passo e si è
mostrato permeabile all’ideologia neocoloniale francese
e inglese. Anche questo è un esempio di come la mancanza
di una forza comunista organizzata e di un pensiero marxista
capace di fare egemonia coincida con il generale arretramento
delle più profonde aspirazioni di progresso dell’umanità.
Per leggere adeguatamente la realtà bisogna però
essere attrezzati e il ruolo principale di una rivista che vuole
essere anche strumento di formazione non è quello di
prospettare un campionario di risposte già pronte, ma
quello di fornire la ‘cassetta degli attrezzi’,
di mettere, cioè, tutta l’organizzazione in condizione
di rispondere alle sfide che deve affrontare. Sapere è
potere. Un potere d’intervento sulla realtà che
va recuperato.
Contropiano, rivista promossa dalla Rete dei Comunisti, non
deve e non può essere strumento di propaganda di una
linea; deve invece mostrare lo sforzo di elaborazione di una
linea e anche il frutto di questo lavoro. Un lavoro che consenta
di guardare dall’alto quei singoli accadimenti che sono,
però, inseriti in una totalità concreta, la cui
interezza è irriducibile alle parti che la compongono.
Come raggiungere quest’obiettivo? Le pagine che animeranno
la rivista non possono essere il ricettacolo di qualsiasi punto
di vista, devono al contrario essere intese come un mezzo per
comporre una sintesi alta: il chiarimento puntuale dell’uso
scientifico di una categoria o l’esplicitazione dello
spazio semantico del lessico utilizzato costituiscono la malta
di questa edificazione. Gramsci era convinto che nell’operare
pratico di ogni uomo fosse implicitamente contenuta una concezione
del mondo e che quindi attività pratica e intellettuale
fossero inseparabili. Non solo: che proprio questa condizione
chiede un’elaborazione teorica sempre più consapevole.
Temi, questi, dall’importanza degli intellettuali organici
e di quello collettivo alla battaglia delle idee per la conquista
dell’egemonia, che sono ancora tutti qui davanti a noi.
È questa la battaglia cui vogliamo garantire il nostro
apporto.
Il sommario di questo numero
Condizioni dell'agire e forme dell'organizzazione politica
(di Mauro Casadio)
Contributo inviato in occasione del congresso del PdCI.
(…) Il punto da cui vorrei partire per dare un contributo
di merito è quello centrale della questione del Partito,
anche perché nel documento congressuale ci sono affermazioni
interessanti che vanno riprese e sviluppate. Tentativo che abbiamo
fatto nei mesi scorsi anche come Rete dei Comunisti e che intendiamo
riprendere in modo organico poiché la questione dell’organizzazione
dei comunisti diviene sempre più impellente per quanto
riguarda la necessità ed il merito della ricostruzione
di una forza comunista, ricostruzione che non può essere
il prodotto di una sola sommatoria delle attuali realtà
organizzate....
Altri articoli:
Dietro e oltre la crisi (di Guglielmo Carchedi)
Movimento Internazionale dei lavoratori e crisi sistemica
del capitale (di Luciano Vasapollo)
Medio Oriente.”Evolution but not revolution”
(di Sergio Cararo)
Sovranità e critica politica (di Massimiliano
Piccolo)
La Mala Europa. Note sul forum organizzato dalla Rete
dei Comunisti
Meno male che c'è il sindacato di classe, anche
in Europa
Recensioni:
Uscire dalla fattoria degli animali. Il “risveglio
dei maiali”
Globalmafia (di Salvatore Distefano)