È crack, dopo Lehman Brothers, per un altro colosso
della finanza americana.
Questa volta, però, non è stato scottato da scommesse
su derivati immobiliari a stelle e strisce.
È stato travolto dalla crisi europea: MF Global è
crollato – ieri mattina ha portato i libri in tribunale
chiedendo l'amministrazione controllata – sotto i colpi
di perdite provocate da un'esposizione a bond del Vecchio continente
gonfiatasi fino a 6,3 miliardi di dollari – più
di metà, il 51%, in titoli del debito italiani.
MF Global, broker dei derivati con ambizioni da investment bank,
è subito diventata la principale vittima, in America
e forse sul palcoscenico internazionale, della bufera sul debito
sovrano. Nei documenti depositati ai giudici di Manhattan ha
riportato asset per oltre 41 miliardi (accanto a passività
per 39,68 miliardi), abbastanza per strappare il titolo di ottavo
crack statunitense di tutti i tempi a Chrysler. Nononostante
i numeri non sembra avere, assicurano a Wall Street, il rilievo
sistemico di Lehman.
Ma non è neppure una società qualunque: mercati
del calibro del Cme, dell'Intercontinental Exchange e del Singapore
Exchange si sono affannati ieri a bloccare i trader di MF Global
per limitare i danni e verificare che le transazioni gestite
da MF Global siano trasferite ad altri protagonisti. La Federal
Reserve è stata costretta a sospendere la società
dal novero dei 22 primary dealer nei treasury, onore che le
aveva concesso solo quest'anno. Ancor più, il crollo
può rappresentare un segnale d'allarme sui rischi eccessivi
che l'alta finanza continua a correre sfidando le strette nelle
regole: l'esposizione a paesi europei in difficoltà di
MF Global aveva superato
quella della ben più solida Morgan Stanley – 4
miliardi, con liquidità 50 volte superiore – che
pur di recente ha innervosito gli investitori con le sue avventure
oltre Atlantico.
Segno del rilievo ormai conquistato dall'un tempo oscuro marchio
dei derivati, inoltre, l'elenco dei creditori non garantiti
è un invito nel salotto buono di Wall Street e non solo:
Jp Morgan (ufficialmente 1,2 miliardi, ma fonti bancarie hanno
precisato che sarebbe di 80 milioni), Deutsche Bank (forse un
miliardo tra diversi bond) per arrivare alla rete Tv Cnbc, a
studi legali quali Sullivan & Cromwell e Wachtell, Lipton,
Rosen & Katz, a Bloomberg Finance e American Express, a
società contabili come PricewaterhouseCoopers e Kpmg,
al gruppo hi-tech Oracle e al liquidatore di Lehman Alvarez
& Marsal. Tra gli stessi azionisti non mancano le «firme»
celebri che potrebbero rimanere bruciate: il fondo JC Flowers
controlla il 10 per cento.
L'odissea di MF Global – che opera in 12 paesi e 70 borse,
ha duemila dipendenti di cui 600 a Londra ed è attiva
in Italia senza filiali – ha travolto anche una delle
figure di maggior spicco a Wall Street, quel Jon Corzine già
presidente di Goldman Sachs e governatore del New Jersey, tornato
dalla politica alla finanza per guidare la società. Proprio
le mire del 64enne Corzine, però, sono state fatali:
il suo obiettivo, diventato amministratore delegato nel marzo
2010 una volta persa la campagna per la rielezione a primo cittadino
del New Jersey, è stato quello di trasformare una finanziaria
specializzata in servizi di esecuzione e clearing di derivati,
dove era fra i
leader, in una stella nel rarefatto firmamento delle banche
d'investimento, capace di aggressivi investimenti con i propri
capitali. Sempre più lontana, cioè, dalle radici
storiche: MF Global, scorporata nel 2007 dal fondo Man Group,
nasce nei panni di broker dello zucchero a Londra 230 anni or
sono.
Corzine, nel progetto di reinvenzione, ha coltivato esplicitamente
un desiderio di rivalsa nei confronti del suo ex gruppo, Goldman.
Aveva perso, pur uscendone miliardario, una battaglia al vertice
nel 1999. E di sicuro non gli è mai difettata la fiducia
in sé quando si tratta di obbligazioni: si era fatto
le ossa, già a inizio carriera, sul reddito fisso. Peccato
che il sogno di creare la «sua» mini-Goldman sia
passato attraverso un gioco spericolato sui bond europei, a
partire dalla fine dell'anno scorso. Lui era certo, ha raccontato
chi lo conosce, che i titoli di paesi come Italia e Spagna a
elevati rendimenti fossero l'affare del secolo. Non si aspettava
il protrarsi e
aggravarsi delle tensioni. Così autorizzò, incoraggiò
e spesso gestì in prima persona una scommessa dopo l'altra,
anche con qualche successo prima dell'estate. Ma nell'ultimo
bilancio trimestrale, a fine settembre e nel pieno della bufera
europea, il portafoglio del debito sovrano contava ben 3,13
miliardi di dollari in titoli italiani e 1,11 miliardi in bond
spagnoli, seguiti da titoli belgi, portoghesi e irlandesi. E
la società ha denunciato perdite per 186,6 milioni.
Ha sostenuto che si trattava di momentanei aumenti dei costi
e cali nel trading, non di operazioni sbagliate sul debito europeo.
Corzine ha provato a esprimere «soddisfazione» per
riposizionamenti nel credito e performance nelle commodities.
Nulla da fare. La crisi si è consumata in una settimana:
uno scivolone del titolo in poche ore del 50%, seguito da fughe
di clienti e controparti. Corzine ha tentato il savataggio in
extremis, orchestrando un passaggio al broker online Interactive
Brokers Group. Fallita una rapida vendita, tuttavia, è
rimasto solo il tribunale e il Chapter 11, la protezione dai
creditori, aspettando offerte per il gruppo o le sue attività.
da il sole 24 ore
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Mf Global non sarà l'unico caso, nelle prossime settimane.
Abbiamo spiegato fino alla noia che in un sistema globale interconnesso
nessuno può pensarsi "al
sicuro". E proprio i tentativi di salvare alcuni per condannare
altri, anche a livello di banche (si veda l'articolo di Halevi,
oggi), si trasforma in un attimo in destabilizzazione generale.
E' la metafora perfetta della situazione sociale, per certo
versi: i padroni pensano di potersi salvare licenziando i dipendenti
o abbassando i salari (alle pensioni ci pensa il governo). Ma
così facendo - visto che lo fanno tutti allo stesso tempo
- distruggono il potere d'acquisto dei potenziali compratori
delle merci che vanno producendo. Questo è la crisi sistemica:
la crisi di tutti.
Novembre 2011