1 Ottobre.
Relazione introduttiva e documento finale
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Gli interventi potete vederli e sentirli su www.liberatv
che ha trasmesso i lavori in diretta streaming
ß Perché siamo qui
In questo ultimo anno nel nostro paese c’è stato
un vasto e articolato movimento di lotta. Più di un anno
fa gli operai di Pomigliano hanno detto no in tanti al ricatto
di Marchionne. Il loro rifiuto si è incontrato con una
diffusa ribellione all’aggressione ai diritti, alle libertà,
alla democrazia.
Hanno lottato gli studenti e i giovani contro i tagli alla scuola
e il precariato. I migranti sono saliti sulla gru contro le truffe
di stato, la segregazione e la cancellazione dei diritti civili.
Hanno lottato i movimenti civili contro l’attacco alle libertà
costituzionali. Lottano, e siamo fino in fondo con loro, i No
Tav, contro l’occupazione militare di un intero territorio,
decisa con consenso bipartisan per realizzare un’opera tanto
devastante quanto inutile. Sono scese in piazza le donne, contro
l’ autoritarismo patriarcale che usa la crisi per riaffermarsi
e riorganizzarsi. E infine a giugno 27 milioni di cittadini hanno
detto no alla privatizzazione dei beni comuni, non solo dell’acqua,
ma di tutti i principali beni che sono alla base della nostra
vita.
Subito dopo, quando erano cresciute le nostre speranze di un
vero cambiamento, si è sviluppata una nuova fase della
crisi che ha portato al colpo di stato economico di questo agosto.
Tutti i principi, tutte le istanze, tutte le domande di un anno
e mezzo di lotte sono state cancellate nel nome dell’ emergenza
del debito. Il governo Berlusconi ha espresso tutto il suo degrado
reazionario e la sua impresentabilità. Ma l’opposizione
si è rivelata ancora più inconsistente e indisponibile
a un reale cambiamento. Lo scontro politico ufficiale è
su chi rassicura di più i mercati, cioè tra chi
è più disponibile a soddisfare gli interessi del
grande capitale finanziario nazionale e internazionale. Per questa
ragione di fondo abbiamo pensato di riunirci.
Noi lottiamo, noi ci battiamo con fatica ovunque per i diritti
e le libertà e poi la politica ufficiale ci interpreta,
ci giudica e si sovrappone a noi.
Non ne possiamo più. La crisi economica italiana è
anche una crisi della democrazia. E non solo perché la
sola permanenza al governo di Berlusconi dimostra che il nostro
non è un paese democratico come altri. Ma anche perché
oltre questo le scelte di fondo che riguardano le nostre vite
non sono più decise dalle nostre istituzioni democratiche,
ma vengono imposte con le terapie shock dell’emergenza economica,
dal grande padronato, dalla Banca Europea, dal Fondo Monetario
Internazionale.
Il Corriere della Sera ha pubblicato la lettera che Draghi e
Trichet hanno inviato ai primi di agosto al governo italiano.
E’ un testo clamoroso, un’ aggressione reazionaria
a tutti i diritti sociali e persino alle regole costituzionali.
In nome di quale potere, di quale diritto due privati cittadini,
due banchieri ci chiedono di modificare la Costituzione per imporre
il pareggio di bilancio? Ci saremmo aspettati il clamore di fronte
alla pubblicazione di quella lettera, invece silenzio pressoché
totale da parte del governo e dell’opposizione. Essi continuano
a litigare e a scontrarsi, senza però mai toccare i temi
di fondo dell’economia, sui quali alla fine dobbiamo solo
pensare che siano tutti d’accordo.
Per questo abbiamo deciso di provare a forzare il quadro delle
compatibilità politiche e culturali. Il nostro scopo è
di dare legittimità a tesi e a pensieri che oggi in Italia
subiscono una censura di regime che è sostanzialmente bipartisan.
La nostra scelta di partire dal rifiuto del debito nasce da qui.
Non vogliamo certo aiutare ricchi ed evasori fiscali a cavarsela,
né pensiamo che questo basti. Vogliamo però dire
che oggi la schiavitù del debito, cioè l’obbligo
di applicare in Italia le riforme strutturali imposte a suo tempo
in tutto il mondo con risultati criminali da parte del Fondo Monetario
internazionale, l’obbligo di rispettare il vincolo europeo
del patto di stabilità, degli accordi Europlus, dello statuto
antisalario della Banca Europea; questi vincoli che hanno commissariato
definitivamente la politica italiana devono essere respinti. E
per questo occorre in Italia un movimento sociale e politico,
che oggi non c’è, che ponga questa questione all’ordine
del giorno.
Noi non siamo d’accordo con la politica di patto sociale
e concertazione che propongono la grande maggioranza del Parlamento
italiano e lo stesso Presidente della Repubblica. Noi non siamo
d’accordo con gli appelli delle parti sociali, ove tutti
sono rappresentati dalla Presidente della Confindustria. Noi contestiamo
e contrastiamo l’accordo del 28 giugno, che la Banca Europea
giustamente esalta nella sua lettera come uno strumento per distruggere
il contratto nazionale e rendere ancora più flessibili
i nostri già magri salari. Noi vogliamo un’altra
politica economica e sociale, radicalmente alternativa a quella
del liberismo e non pensiamo che questa si possa avere nell’alternanza
tra schieramenti che, proprio sul piano economico, fanno sostanzialmente
le stesse scelte, obbediscono agli stessi comandi.
Questa è la questione che poniamo, senza infingimenti,
ben sapendo che questa è una cosa diversa dall’iniziativa
dei movimenti. Ogni movimento, ogni lotta, ha la sua sacrosanta
autonomia e i suoi valori e i suoi obiettivi. Nessuno di noi mette
in discussione questo. Non crediamo sia possibile inventarsi un
movimento dei movimenti, che rappresenti una sorta di sintesi
di tutte le domande e le lotte che ci sono. Noi poniamo un’altra
questione. Noi vogliamo scendere in campo contro il colpo di stato
economico che sta distruggendo la nostra democrazia. Su questo
ci caratterizziamo e su questo crediamo si debba costruire uno
spazio politico pubblico. Politico, perché vogliamo intervenire
direttamente e in modo indipendente nelle scelte della politica.
Pubblico, perché vogliamo affermare il diritto alla partecipazione
e alla trasparenza in queste scelte. Tranquillizziamo tutti: non
pensiamo a un cartello elettorale o a una minifusione di organizzazioni
politiche e sindacali. Abbiamo un’ambizione
più grande: quella di scardinare il regime bipartisan,
che litiga su tutto tranne che sulle scelte di fondo che riguardano
la nostra vita. La lettera della Bce ha avuto il pregio di chiarire
con precisione il programma dei nostri avversari. Chi non la contesta,
chi non intende rimandarla al mittente, non sta
con noi.
Per questo ci colleghiamo idealmente ai popoli europei che lottano.
Quando diciamo di non pagare il debito, alcuni interpretano che
vogliamo uscire dall’ Europa. A parte il fatto che la geografia
ci ha messo qui, noi pensiamo l’ esatto contrario. Sono
il sistema finanziario globalizzato, gli accordi di Maastricht,
il potere delle banche, della finanza e del grande capitale, che
devono uscire dall’Europa e dal dominio che oggi esercitano
sulle democrazie e sulle nostre vite. In altri paesi forse questo
è più chiaro. In Spagna e in Grecia si manifesta
contro la politica economica decisa da governi di sinistra. Da
noi l’inquinamento morale, culturale e politico prodotto
da Berlusconi e dalla sua cricca ha avuto anche l’effetto
di imporre il degrado di tutto il confronto politico. Ma sappiamo
che se oggi questo centrosinistra, con questa
classe dirigente, sostituisse Berlusconi, noi dovremmo scendere
in piazza come gli indignados spagnoli o i fratelli greci.
Il 15 ottobre saremo tutte e tutti in piazza sulla base dell’appello
lanciato dalla Spagna dal movimento 15M. In tutta Europa si manifesterà
contro il regime del Fondo Monetario Internazionale, della Banca
Europea, dei governi della tecnocrazia, che sta devastando diritti
e conquiste. Per questo vogliamo portare a quella manifestazione
un preciso indirizzo, una piattaforma, che vada oltre la pura
e semplice solidarietà e la pura e semplice protesta. Il
nostro avversario è prima di tutto il governo Berlusconi,
che dobbiamo cacciare. Ma assieme ad esso è nostro avversario
il governo unico delle banche e della finanza che ci sta aggredendo
in tutta Europa. Scendiamo in piazza contro entrambi e chiamiamo
tutte e tutti a costruire un grande movimento che abbia questa
direzione di marcia.
ß Distruggono tutto, bisogna fermarli
L’attacco sociale, civile e democratico che stanno subendo
il mondo del lavoro, contrattualizzato e precario, e la grande
maggioranza della popolazione, non ha precedenti nella storia
repubblicana. Ma tutto questo non tocca solo a noi. In tutta Europa
si sta scatenando un attacco senza precedenti contro la più
importante conquista sociale e civile del continente: lo stato
sociale. In tutta Europa la banca europea, la tecnocrazia, i governi
obbedienti alla globalizzazione e alla speculazione finanziaria,
si accordano per cancellare conquiste diritti sociali, libertà.
In tutta Europa c’è la stessa identica politica,
variano solo le sue gradazioni. In tutta Europa, nel nome del
capitalismo finanziario, si cancella la democrazia. La costruzione
dell’ Euro, il patto di stabilità, Maastricht hanno
affermato un mostro estraneo alla democrazia e alle costituzioni.
Questo mostro sta distruggendo l’Europa sociale, civile
e democratica.
Stanno distruggendo tutto e non sono neppure in grado di fermarsi.
Nel nome della crisi del debito si richiedono veri e propri sacrifici
umani, che dovrebbero servire a rassicurare i mercati. Così
come nel Medioevo o nelle società antiche si facevano sacrifici
per allontanare disgrazie o carestie.
Si promette che i sacrifici porteranno prima o poi alla ripresa,
ma in realtà anche chi li decide non ci crede. In poco
più di un anno così l’Italia ha visto distruggere
la scuola pubblica, la sanità, i servizi pubblici e sociali.
Il contratto nazionale non esiste più e lo statuto dei
lavoratori è stato sottoposto alla deregolazione degli
accordi tra le parti complici.
I migranti sono ormai in una condizione di apartheid permanente
e di supersfruttamento totale. L’affermarsi per la prima
volta, in particolare in Italia, ma non solo da noi, verso una
parte rilevante del mondo del lavoro della negazione della cittadinanza
assieme alla privazione dei diritti politici e civili fondamentali.
L’estendersi, con leggi xenofobe come la Bossi-Fini e più
in generale con le persecuzioni dei migranti, di un sistema nel
quale una parte rilevante della popolazione non gode dei diritti
costituzionali fondamentali, è un segno della regressione
totale dell’Italia e dell’Europa.
Non è un caso che questa regressione si accompagni al ritorno
in campo di ideologie razziste, xenofobe, di comunitarismi secessionistici
reazionari.
Tutto questo è parte dell’aggressione alla democrazia
e ai diritti sociali.
Ovunque si vuole distruggere la possibilità stessa delle
persone di organizzarsi e difendersi. Eppure c’è
ancora chi pensa che i sacrifici debbano essere accettati purché
equi e che si debbano accettare le “riforme”. Ora
l’ obiettivo centrale è diventata la riforma delle
pensioni. Essa risanerebbe l’ economia. E così si
dimentica che una riforma delle pensioni terribile c’è
già stata, anche attraverso l’istituzione della previdenza
complementare e i giovani non andranno più in pensione
e che la rendita media pensionistica attuale dei lavoratori è
inferiore ai 1.000 euro mensili. Si allunga l’età
pensionabile, ultima vergogna quella delle donne, mentre dopo
cinquant’anni si
viene cacciati dai posti di lavoro. Oramai i contratti a chiamata,
di supersfruttamento, con la messa a disposizione totale delle
persone agli arbitri del comando aziendale si diffondo ovunque.
Siamo alla catastrofe sociale che uccide il presente e mangia
il futuro: la casa, la scuola, il lavoro, la salute, i diritti,
tutto. Per questo non abbiamo più spazio ove ritirarci,
non c’è un meno peggio da contrattare, possiamo solo
rinunciare a difenderci e accettare il massacro sociale, pensando
che qualcuno si salvi sulle spalle degli altri, oppure possiamo
lottare per un cambiamento radicale. Come mostra la Grecia, non
c’è fine ai programmi di ristrutturazione sociale
determinati dalla schiavitù del debito e dalla speculazione
finanziaria, se li si accetta, ci si mette in mano a usurai internazionali,
che non sono mai sazi. Per questo è giunto il momento di
rifiutarli.
Respingiamo il ricatto del default finanziario. Ci sono altri
default che invece vogliamo subito affrontare. Quello della natura
e dell’ambiente, che non riesce più a ripristinare
le risorse naturali assorbite dal supersfruttamento. Il default
delle persone e delle famiglie che non arrivano più alla
fine del mese. Il default del Mezzogiorno del nostro paese, che
si avvicina al collasso demografico per i milioni di giovani costretti
ad emigrare per trovarsi da vivere. Il default di diritti e di
libertà che, a partire dai migranti, sta distruggendo le
basi stesse della nostra democrazia. Questi sono i default che
combattiamo.
ß Non pagare il debito
Tutto il dibattito politico ed economico italiano dà per
scontato che il debito debba essere pagato. Al massimo si propone
l’equità nei sacrifici, cioè che accanto alla
distruzione dei diritti sociali e civili stia una patrimoniale
che faccia pagare qualcosa ai ricchi. Ma noi non possiamo più
accettare questa “equità”, perché non
siamo più in grado di essere debitori, siamo solo creditori
di futuro, di giustizia, di diritti. Per questo vogliamo portare
nel confronto politico la questione del debito ponendo la domanda
che il palazzo non vuole vuole porsi: “perché si
deve pagare il debito?”.
L’Italia paga oggi 80 miliardi di euro all’anno di
interessi sul debito.
Questo vuol dire che le manovre da 60-70 miliardi di euro all’anno
sinora decise dal governo non riescono neppure a pagare gli interessi,
mentre lasciano intatto il debito che continua a crescere. Anzi,
creando una situazione di depressione economica, aumentano il
peso del debito sul prodotto lordo e creano quella spirale a cui
è già giunta la Grecia. Per pagare il debito si
taglia, ma tagliare crea depressione economica e quindi fa ancora
aumentare il debito. La politica e i poteri forti italiani sono
tutti subordinati alle grandi scelte del capitalismo europeo e
internazionale. Per questo non propongono nulla di alternativo
rispetto alle ricette neoliberiste della Banca europea e del Fondo
Monetario Internazionale. Eppure sono proprio queste ricette che
aggravano la crisi e che colpiscono drammaticamente la nostra
vita sociale e civile.
Lo stupido orgoglio nazionale, di cui si sono nutriti inizialmente
il governo Berlusconi e la stessa Lega, secondo il quale l’Italia
non sarebbe mai finita come i paesi di serie “B” quali
la Grecia o il Portogallo o, ancor peggio, come quelli dell’America
Latina o del Nord Africa, oggi viene totalmente smentito e ridicolizzato.
Le cavallette della speculazione finanziaria, che hanno aggredito
l’Asia, la Russia, l’America Latina, la Grecia, oggi
attaccano il nostro paese perché pensano di guadagnarci
nel farlo. Pensare di fermare questo rassicurando i mercati e
angosciando lavoratrici, lavoratori e cittadini è tanto
stupido e criminale quanto inutile.
La verità è che tutti i governi europei hanno accettato
la dittatura del potere finanziario e dell’accordo tra poteri
economici e casta politica. Tutti i governi europei mettono in
atto le stesse misure ed è solo la speculazione finanziaria
a decidere la durezza e la dimensione di esse. C’è
un governo unico delle banche e della finanza che domina le nostre
vite.
La politica democratica comincia quando viene messo in discussione
il costo sociale ed umano del debito e quando, come hanno fatto
altri paesi, la stessa schiavitù del debito finanziario
viene messa in discussione.
ß Abbiamo due avversari
Il primo avversario che abbiamo di fronte è sicuramente
il governo Berlusconi.
Il degrado della democrazia italiana nasce anche dal fatto che
un Presidente del Consiglio corruttore e corrotto, circondato
da una cricca impresentabile, governa uno dei paesi più
ricchi del mondo e resta lì nonostante tutto quello che
combina e nonostante il rifiuto che suscita nella grande maggioranza
del paese. Ogni giorno che Berlusconi resta lì segna un
arretramento della nostra democrazia. In nessun paese realmente
democratico un Presidente del Consiglio come Berlusconi resterebbe
al suo posto. Se ciò avviene è perché il
sistema istituzionale, la stessa opposizione, sono oramai parte
della crisi.
Come è avvenuto in tutti i paesi dove è esplosa
la crisi del debito, la corruzione e l’inettitudine della
classe politica sono diventate funzionali alla speculazione internazionale.
Governi privi di vero consenso sono molto più ricattabili
dal sistema finanziario e dal sistema delle banche, in un certo
senso fanno comodo. Per questo, noi non abbiamo solo come avversario
il governo Berlusconi ma, al pari di esso, ci mobilitiamo contro
il potere finanziario liberista che sta imponendo le sue ricette
e che pretenderebbe le stesse politiche da qualsiasi governo fosse
in carica. Noi siamo per respingere i ricatti di Draghi, Trichet
e Marchionne, siamo contro la Tav, siamo contro le politiche di
taglio dei servizi sociali, delle pensioni e dei trasporti, siamo
contro le politiche di privatizzazione e liberalizzazione, siamo
contro le spese militari e di guerra. Siamo cioè contrari
a tutte quelle politiche che, sappiamo perfettamente, adotterebbe
anche un governo di centrosinistra, almeno con l’attuale
sua classe dirigente. Il fallimento dell’Italia è
il fallimento di un’intera classe dirigente. Sono loro che
hanno costruito questo debito e noi non intendiamo più
pagarlo.
La questione della crisi economica è oramai anche una
questione centrale di democrazia. La disinformazione, la campagna
ideologica, la negazione del diritto a decidere si accompagnano
all’imposizione delle più brutali misure di sfruttamento
e distruzione dei diritti. E’ la shock-economy, è
l’emergenza continua che serve a imporre una logica di guerra
nella quale le vittime siamo noi.
La campagna ideologica e mediatica con cui Marchionne ha imposto
il suo modello autoritario a Pomigliano e in tutta la Fiat, pare
diventato il modello di governo del paese. Da un lato ci sono
la globalizzazione e il mercato, dall’ altro ci sono i sacrifici
da fare. In mezzo solo ideologia e mistificazione. I lavoratori,
i cittadini, non sono più messi nelle condizioni di sapere
e di conoscere per decidere. Come è formato il debito?
A cosa serve? Chi ci guadagna e chi ci perde? Non si sa nulla,
eppure da tempo è stata richiesta una vera e propria analisi
conoscitiva che ci faccia comprendere la struttura e le ragioni,
i guadagni e le perdite del debito pubblico. Su questo tutto tace.
Il dibattito ruota solo attorno alla pur indispensabile cacciata
di Berlusconi, ora chiesta anche dal capitale internazionale e
dalla Confindustria. Sul resto silenzio.
Allo stesso modo, il confronto sociale ruota tutto attorno all’ipocrisia
del patto sociale, all’ideologia della coesione nazionale,
dello stare tutti nella stessa barca, mentre i livelli di disuguaglianza
nel nostro paese sono tra i più acuti nell’Ocse.
Decidere una politica economica alternativa è dunque anche
rivendicare una reale democrazia, una reale partecipazione con
il diritto dei cittadini di decidere sul serio.
ß Noi creditori, loro debitori
Noi siamo coloro che pagano tutto. Loro sono coloro che vogliono
farci pagare tutto. Noi abbiamo solo dei crediti da riscuotere,
loro invece devono pagare per il debito sociale che ci hanno imposto.
Questa è la prima distinzione che noi proponiamo, in alternativa
all’assuefazione, alla rinuncia e ai sacrifici. Per questo
diciamo no alle politiche di concertazione vecchie e nuove, agli
accordi sindacali come quello del 28 giugno, al mostruoso articolo
8 del decreto sulla manovra economica e alla ratifica di esso
firmata il 21 settembre scorso da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria.
Che, come dice il Sole 24 Ore, “lubrifica” la stessa
applicazione dell’articolo 8. Noi vogliamo ricostruire diritti
e libertà e sappiamo che ogni passo in questa direzione
si scontra con coloro che oggi guidano l’economia e il sistema
di potere, in Italia così come in Europa. Per questo noi
rivendichiamo di poter decidere.
Il popolo italiano raramente è stato chiamato a scegliere.
L’ultima volta che ciò è avvenuto, pochi mesi
fa con il referendum sull’acqua, il popolo si è espresso
chiaramente contro il liberismo e per i beni pubblici. In alternativa
cioè a tutta l’impostazione economica liberista che
oggi viene prepotentemente affermata con le manovre e con i dicktat
della Bce. Per questo noi vogliamo rivendicare il diritto a decidere.
Sono così sicuri, governanti, banchieri, politici di centrodestra
e di centrosinistra, che i cittadini siano con loro? Allora perché
negare al popolo italiano quel diritto al referendum che invece
è stato esercitato in molti altri paesi? Noi non vogliamo
più pagare la speculazione finanziaria, il debito, i patti
europei che sacrificano lo stato sociale alla stabilità
dei guadagni delle banche. Potremmo essere in minoranza, può
darsi che la popolazione italiana in maggioranza sia disposta
a sacrificare il proprio futuro per pagare il debito, però
deve poter decidere. Come ha fatto
il popolo Islandese.
Noi, quindi, rivendichiamo un referendum sul debito, sul patto
di stabilità e sul vincolo europeo, che permetta il confronto
tra alternative reali e tra diverse ipotesi economiche e sociali
per affrontare la crisi. Chi ha paura della democrazia? Chi vuole
ridurre il sistema democratico e la Costituzione italiana a un
simulacro ottocentesco, nel quale restano solo le libertà
borghesi e di mercato, mentre vengono soppresse le libertà
sociali? Questo è in discussione oggi in Italia. Siamo
un paese che rischia di perdere la sua democrazia di fronte alle
malefatte di Berlusconi e al potere autoritario dell’ Europa
delle banche. Diciamo un grande no alla costituzionalizzazione
del pareggio di bilancio. E’ una scelta che cancella tutti
gli altri articoli della Costituzione. Contro di essa bisogna
fare le barricate. Eppure questa scelta liberticida viene tranquillamente
accettata anche da chi dice di opporsi a Berlusconi.
Per questo vogliamo ripristinare la democrazia e il diritto a
decidere. Chi ha paura di questo diritto evidentemente appoggia
un altro potere.
ß Cinque punti per una vera alternativa
1/ Non pagare il debito, far pagare i ricchi e gli evasori fiscali,
nazionalizzare le banche. Approfondiremo la proposta precisa.
Qui vogliamo affermare il principio. Questo debito non può
essere pagato, così come non possiamo più accettare
i vincoli economico-sociali dei patti europei. Non solo l’Italia
ma tutta l’Europa non li può e non li deve più
accettare. Siamo per la lotta all’evasione e per una grande
patrimoniale che colpisca le ricchezze. Ma questi soldi devono
servire a finanziare il nostro presente il nostro futuro, non
a risanare i bilanci delle banche. Già 4.600 miliardi di
euro, secondo il presidente della Commissione Europea, sono stati
elargiti dai governi alle banche e alla finanza per salvare i
loro bilanci. Altri 3.000 sono annunciati. Questi soldi li vogliamo
noi, devono andare ai cittadini, agli investimenti,
alla sicurezza sociale e del futuro e non a garantire i profitti
alle banche che controllano il debito pubblico. Per questo noi
diciamo che le banche vanno nazionalizzate e tutto il sistema
finanziario deve essere riportato sotto il controllo del potere
pubblico, contro la speculazione. Questa scelta di fondo richiede
la sconfitta totale delle forze liberiste che governano l’Italia
e l’ Europa. Questa nostra rivendicazione va dunque accompagnata
alla messa in discussione di tutta la struttura europea, oggi
unificata solo dalla moneta e dal liberismo. Senza un’Europa
democratica, con diritti sociali e civili comuni, senza un’Europa
dei popoli non c’è più Europa. L’Europa
delle banche è fallita.
La ricchezza privata italiana è di circa 9 mila miliardi
di euro. Il 10% delle famiglie detiene quasi la metà di
questa ricchezza. Per questo chiediamo che questo 10% si accolli,
attraverso una patrimoniale vera, i costi della crisi. Mentre
almeno il 50% del paese, che detiene solo il 10% della ricchezza,
non solo non dovrà pagare nulla, ma dovrà ricevere
i risultati di una forte redistribuzione del reddito. Pensiamo
di sottrarre al 10% più ricco il 10% del suo patrimonio
con circa 450 miliardi da spendere per redistribuzione della ricchezza
e piani di investimento su case, scuole, ospedali, servizi.
La lotta all’evasione fiscale deve partire da una scelta
di giustizia a favore del lavoro dipendente e delle pensioni,
del reddito fisso, che oggi contribuiscono alla stragrande maggioranza
delle entrate fiscali del paese, in misura ben superiore alla
quota di reddito percepita. E’ necessario un forte irrigidimento
delle pene, civili e penali, per i grandi evasori, a partire dalle
grandi imprese che operano attraverso i paradisi fiscali, che
dovrebbero essere chiusi. La lotta alla corruzione e alla criminalità,
la persecuzione dell’economia criminale, che nasce dalle
mafie così come dalla grande evasione fiscale, deve essere
un punto centrale del programma di uscita dalla crisi.
Su tutte queste basi va costruita una politica economica alternativa
a quella liberista, che abbia come punto di partenza la riduzione
delle disuguaglianza sociali e territoriali del nostro paese,
a partire da quelle che colpiscono il Mezzogiorno.
2/ No alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra,
no alla corruzione e ai privilegi di casta. Vanno abbattute del
70% le spese militari, cancellando tutte le missioni di guerra
e tutte le principali commesse militari. Va cancellata ogni forma
di finanziamento alla scuola privata, convertendo tutti i fondi
recuperati al finanziamento di quella pubblica. Vanno liquidate
tutte le consulenze private nell’amministrazione pubblica
e vanno reinternalizzati servizi e attività oggi affidati
alla speculazione e al supersfruttamento. Vanno soppresse le spese
per le grandi opere, dalla Tav al ponte sullo Stretto. Va ricostruita
la trasparenza del bilancio pubblico, con la chiarezza sull’utilizzo
di tutte le voci. Vanno drasticamente ridotti i costi che alimentano
la casta politica. Vanno ridimensionati tutti gli stipendi del
personale politico istituzionale.
Va abolito il patto di stabilità che vincola tutte le
spese degli enti locali e delle regioni. Tutte le amministrazioni
elettive che hanno contratto derivati a copertura del debito devono
essere sciolte.
3/ Giustizia per il mondo del lavoro. Basta con la precarietà.
Tutto il mondo del lavoro, sia quello contrattualizzato sia quello
totalmente precario, subisce oggi una drammatica oppressione autoritaria.
Un moderno fascismo aziendalistico e padronale, che produce una
generalizzata condizione di supersfruttamento, la lesione della
libertà e della dignità della persona. Per questo
occorre un cambiamento radicale nelle condizioni di lavoro, che
deve partire dalle lotte e da una vasta mobilitazione, dagli scioperi
precari e contrattuali, ma deve anche portare a cambiamenti radicali.
Bisogna bloccare i licenziamenti e le delocalizzazioni. Vanno
abolite tutte le leggi che hanno, dagli anni Novanta in poi, distrutto
il rapporto di lavoro stabile. Va esteso a tutto il mondo del
lavoro l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Va in
ogni caso istituito un reddito sociale di cittadinanza, accompagnato
a una battaglia a livello Europeo per la riduzione generalizzata
dell’orario di lavoro a parità di salario. Va rafforzata
la funzione unificatrice e di garanzia del contratto nazionale,
ripristinando l’indicizzazione dei salari. Vogliamo anche
noi una riforma delle pensioni, di segno opposto a quella che
chiede la finanza nazionale e internazionale. Vogliamo la completa
ripubblicizzazione del sistema pensionistico, portando nel sistema
pubblico i
fondi privati. Bisogna garantire la pensione a tutte le nuove
generazioni ripristinando il sistema di solidarietà oggi
distrutto.
4/ Per l’ambiente, i beni comuni, lo stato sociale. Per
il diritto allo studio nella scuola pubblica. Il 27 settembre
è stata una data decisiva per il pianeta terra. La terra
è andata in default. Cioè da quel giorno l’economia
del pianeta consuma più risorse naturali di quelle che
la natura è in grado di reintegrare. Questo, assieme a
quello delle famiglie, è il solo default di cui siamo davvero
preoccupati e che vogliamo impedire. Per questo occorre un drastico
cambiamento nelle scelte e nelle strutture portanti della nostra
economica. Una profonda riconversione industriale e delle produzioni,
un altro modello sociale.
Rivendichiamo un piano nel quale far convergere le risorse recuperate
con la patrimoniale, con l’evasione fiscale, con il cambiamento
di struttura della spesa pubblica, per un piano che, per i prossimi
anni, finanzi ricerca, innovazione, diffusione della conoscenza,
energie rinnovabili e risparmio energetico, milioni di piccole
opere necessarie a mettere in sicurezza l’ ambiente e il
patrimonio culturale, la scuola, le case, gli ospedali. Un piano
che abbia al centro la costruzione di posti di lavoro dignitoso
e sicuro e il drastico abbattimento delle disoccupazione, a partire
dal Mezzogiorno. Sono i questi beni comuni che devono diventare
il centro di un cambiamento dei punti di riferimento e delle scelte
di fondo dell’economia. Tutto questo richiede il ripristino
del controllo pubblico e politico sull’economia, politiche
industriali, nazionalizzazioni dei grandi gruppi, vincoli rigorosissimi
all’ operare delle multinazionali. O è questa la
strada, oppure diventiamo solo una colonia.
Vogliamo un programma di grandi investimenti per garantire il
diritto allo studio in un’istruzione pubblica, laica e di
massa, fino all’Università. Per i nativi così
come per i migranti. Occorre riconvertire una parte determinante
delle risorse del paese verso la conoscenza.
5/ Una rivoluzione per la democrazia. Parità di diritti
per i migranti. Il vincolo europeo deve essere sottoposto al nostro
voto. Vogliamo decidere sul nostro futuro, il vincolo europeo
deve essere sottoposto al nostro voto. Prima di tutto bisogna
garantire eguaglianza e cittadinanza a tutte e a tutti. I migranti
devono avere il diritto al voto e alla cittadinanza, gli stessi
diritti e gli stessi poteri di tutti i cittadini. Questa condizione
di libertà e di cittadinanza universale è la premessa
per garantire a tutte e a tutti i diritti sociali e per imporre
una radicale riaffermazione della democrazia. Per questo rivendichiamo
il referendum sul debito e un cambiamento generale della
classe dirigente del paese. Non è con il sistema delle
alternanze della seconda Repubblica berlusconiana, che si esce
dalla crisi. Occorre una nuova classe dirigente, perché
nessuno di quelli che oggi governa o aspira a governare è
davvero credibile. Per questo rivendichiamo il ritorno a un sistema
elettorale proporzionale che dia spazio a tutte le voci e le richieste
del nostro paese. Rivendichiamo il diritto alla partecipazione
e all’autorganizzazione, affermando ed estendendo la democrazia
diretta e il diritto alla consultazione.
Il finanziamento pubblico ai partiti, va abolito e sostituito
dal finanziamento alle libere attività politiche dei cittadini.
Bisogna garantire una vera libertà di stampa, di informazione,
di opinione. Vogliamo la totale libertà della e nella rete
e il massimo di accesso al servizio pubblico televisivo. Rivendichiamo
una legge sulla democrazia sindacale che garantisca ai lavoratori
la libertà di scelta sulle proprie rappresentanze, dal
livello aziendale a quello nazionale, senza quote garantite per
nessuno, e il voto su piattaforme e accordi, in alternativa al
modello neocorporativo dell’accordo del 28 giugno 2011.
Rivendichiamo in fine il principio di trasparenza e partecipazione
su
tutte le scelte di fondo delle istituzioni sul piano economico
e sociale.
ß Uno spazio politico pubblico.
Con questa iniziativa abbiamo l’ambizione di cominciare
a costruire in Italia uno spazio politico e pubblico che oggi
non esiste. Quello dell’alternativa al liberismo autoritario
della Banca europea e del Fondo Monetario Internazionale e quello
per una reale partecipazione democratica. Nello scontro con il
governo Berlusconi e i suoi disastri, rischia di riproporsi un’alternanza
con le politiche del centrosinistra del passato, anch’esse
corresponsabili di questo disastro. Noi siamo perché si
crei uno spazio politico pubblico nel quale una democrazia radicale
anticapitalista trovi cittadinanza e possa far valere le sue ragioni.
E’ la crisi che lo impone. O costruiamo questo spazio oppure
la privatizzazione contaminerà anche i più elementari
diritti civili e democratici, e la logica di mercato travolgerà
anche i principi fondamentali
della nostra Costituzione.
Proponiamo quindi di organizzare una campagna diffusa in tutto
il paese contro il debito e per un’altra politica economica
sociale raccogliendo ovunque le firme per chiedere il diritto
al referendum, il diritto a decidere e un cambiamento radicale
nella classe politica.
Vogliamo proseguire con la nostra iniziativa costruendo centri
di elaborazione e proposta, nazionali e diffusi nel territorio.
I cinque punti della nostra piattaforma sono qui solo abbozzati.
Proponiamo che diano origine ad assemblee specifiche per l’elaborazione
di un programma dettagliato.
Con questa assemblea iniziamo un percorso difficile e non scontato.
Sappiamo che altri tentativi in questa direzione sono completamente
falliti. Quello che forse è mancato a tutti quei tentativi
è stata quella necessaria iniezione di partecipazione e
democrazia confronto aperto tra varie ipotesi, senza le quali
non si costruisce mai qualcosa di veramente nuovo. In Italia siamo
capacissimi di fare enormi manifestazioni, grandi movimenti di
lotta, ma poi lasciamo sempre alle stesse persone, allo stesso
sistema politico istituzionale, il compito di amministrarle e
gestirle. Questo perché da anni non siamo in grado di costruire
una reale nuova partecipazione. Per questo vogliamo iniziare da
qui e provare a diffondere in tutto il paese, attraverso assemblee
territoriali, la nostra proposta, costruendo comitati e assemblee
ovunque. A conclusione di questo percorso, nel mese di dicembre,
pensiamo di ritrovarci in una grande nuova assemblea, nella quale
fare il punto sui contenuti della piattaforma ma anche definire
pratiche, sedi, strumenti per dare forza organizzata e democratica
a questo fronte comune che vogliamo costruire.
*************
Il documento finale dell’assemblea
Noi partecipanti all’assemblea del 1° ottobre a Roma:
“Noi il debito non lo paghiamo. Dobbiamo fermarli”
ci assumiamo l’impegno di costruire un percorso comune.
Tale percorso ha lo scopo di affermare nel nostro paese uno spazio
politico pubblico, che oggi viene negato dalla sostanziale convergenza,
sia del governo sia delle principali forze di opposizione, nell’accettare
i diktat della Banca Europea, del Fondo Monetario Internazionale,
della Confindustria e della speculazione finanziaria. Vogliamo
costruire uno spazio politico pubblico, che rifiuti le politiche
e gli accordi di concertazione e patto sociale, che distruggono
i diritti sociali e del lavoro. Vogliamo costruire uno spazio
politico pubblico nel quale si riconoscono tutte e tutti coloro
che non vogliono più pagare i costi di una crisi provocata
e gestita dai ricchi e dal grande capitale finanziario e vogliono
invece rivendicare sicurezza, futuro, diritti, reddito, lavoro,
uguaglianza e democrazia.
Vogliamo partire dai cinque punti attorno ai quali è stata
convocata questa assemblea
1. Non pagare il debito, far pagare i ricchi e gli evasori fiscali,
nazionalizzare le banche
2. No alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra,
no alla corruzione e ai privilegi di casta
3. Giustizia per il mondo del lavoro. Basta con la precarietà.
Siamo contro l'accordo del 28 giugno e l'articolo 8 della manovra
finanziaria.
4. Per l’ambiente, i beni comuni, lo stato sociale. Per
il diritto allo studio nella scuola pubblica.
5. Una rivoluzione per la democrazia. Uguale libertà per
le donne. Parità di diritti per i migranti. Nessun limite
alla libertà della rete. Il vincolo europeo deve essere
sottoposto al nostro voto.
Ci impegniamo a portare i temi affrontati in questa assemblea
diffusamente in tutto il territorio nazionale, costruendo un movimento
radicato e partecipato.
Così pure vogliamo approfondire i singoli punti della piattaforma
con apposite iniziative e con la costruzione di comitati locali
aperti alle firmatarie e ai firmatari e a chi condivide il nostro
appello. Intendiamo organizzare una petizione di massa sul diritto
a votare sul vincolo europeo.
Nel mese di dicembre, a conclusione di questo percorso a cui
siamo tutti impegnati a dare il massimo di diffusione e partecipazione,
verrà convocata una nuova assemblea nazionale, che raccoglierà
tutti i risultati e le proposte del percorso e che definirà
la piattaforma, le modalità di continuità dell’
iniziativa, le mobilitazioni e anche eventuali proposte di mobilitazione
e di lotta.
Intendiamo costruire un fronte comune di tutte e tutti coloro
che oggi rifiutano sia le politiche del governo Berlusconi, sia
i diktat del governo unico delle banche. Diciamo no al vincolo
europeo che uccide la nostra democrazia. Chi non è disposto
a rinviare al mittente la lettera della Banca Europea non sta
con noi. Questo fronte comune non ha scopo elettorale, ma vuole
intervenire in maniera indipendente nella vita sociale e politica
del paese, per rivendicare una reale alternativa alle politiche
del liberismo e del capitalismo finanziario. Questo fronte comune
vuole favorire tutte le iniziative di mobilitazione, di lotta,
di autorganizzazione che contrastano le politiche economiche liberiste.
Questo percorso si inserisce nel contesto dei movimenti che, in
diversi paesi europei e con differenti modalità e percorsi,
contestano le politiche di austerità e la legittimità
del pagamento debito a banche e imprese.
Su queste basi i partecipanti all’assemblea saranno presenti
attivamente anche alla grande manifestazione del 15 ottobre a
Roma sotto lo striscione “Noi il debito non lo paghiamo”.
Ottobre 2011