“Sono finite le possibilità di una gestione
ordinata della crisi”
di
Maurizio Donato *
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Se per caso qualcuno di noi avesse nutrito qualche dubbio su
che cosa ci si debba aspettare nei prossimi mesi sul fronte interno
della guerra di classe, la pubblicazione della lettera-diktat
della BCE da parte del Corriere della sera ha provveduto a dissiparli.
Il programma delle forze del capitale sta scritto lì,
nero su bianco, e il vice-segretario del PD ha chiarito, in un
modo che più chiaro non si può, che il prossimo
governo da lì dovrà ripartire.
E allora, dal momento che non mi sembra opportuno intervenire
a distanza, cioè prendere posizioni con cui non è
possibile interloquire dal vivo, faccio volentieri una cosa che
pure mi viene richiesta, e cioè indicare - questo si può
fare anche a distanza - una possibile pista di letture sui temi
oggetto della discussione che avete organizzato.
Il primo documento di cui consiglio la lettura è proprio
la lettera-ricatto dalla quale estrapoliamo alcuni punti tradotti
dal testo originale in lingua inglese e reperibili sul sito del
Corriere della Sera.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile
strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi
pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi
in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni
su larga scala.
b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema
di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al
livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni
di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi
accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione.
L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le
associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme
che regolano
l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un
sistema di
assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive
per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la
riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori
più competitivi. Il Governo ha l'esigenza di assumere misure
immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle
finanze pubbliche
d) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie.
Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare
di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure
adottate nel pacchetto del luglio 2011. L'obiettivo dovrebbe essere
un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno
netto dell'1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente
attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente
nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri
di
idoneità per le pensioni di anzianità e riportando
l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente
in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così
ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo
dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico
impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr)
e, se necessario, riducendo gli stipendi.
e) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del
deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi
di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali
sulle spese discrezionali. Come è per noi chiaro, che sia
la BCE a dettare fin nei dettagli il programma al governo italiano
non sorprende, trattandosi solo dello svelamento definitivo di
quel progetto neo-corporativo di trasformazione autoritaria degli
istituti classici della obsoleta democrazia rappresentativa, che
i tecnocrati della UE definiscono da tempo in termini di governance.
Per chi volesse approfondire questo tema, suggerisco di dare uno
sguardo ai
diversi saggi pubblicati da un giovane studioso napoletano che
si chiama Alessandro Arienzo.Tuttavia, non mi sfugge che il tema
centrale del dibattito di stasera riguardi la dimensione economica
della crisi, e particolarmente il tema
dell'indebitamento pubblico e della strategia più adeguata
ad affrontare questa (non completamente inedita) fase di depressione
economica in presenza di elevati disavanzi di bilancio.Qui le
questioni sono ovviamente tante e complesse, e non mi sento -
come dicevo prima - di parlarne senza che ci sia la possibilità
di dibattito.
Giusto per indicare quelli che a me sembrano alcuni temi, direi
che, dal punto di vista economico-capitalistico, le possibilità
di gestione "normale e ordinata" della crisi appaiono
al momento assai scarse. Storicamente, quando il capitalismo si
è trovato in depressione, è toccato al settore pubblico
dell'economia, cioè agli Stati, intervenire per sostenere
la domanda
insufficiente: questo, in estrema sintesi, il nocciolo del keynesismo.Stante
il livello dei debiti degli Stati - si dice - questo oggi sembra
molto problematico, ma sicuramente quello che stanno facendo,
e cioè l'esatto contrario del keynesismo, i tagli al settore
pubblico e la riduzione della spesa sociale, non solo non funziona,
ma è palese (l'esempio della Grecia è
lampante) che aggrava i problemi, anziché semplicemente
rimandarli come accade se adotti politiche keynesiane. Quello
che non si dice, se non da parte marxista, è che la vera
differenza rispetto ad altri periodi di crisi (tipicamente il
'29) è che allora la dinamica generale dell'accumulazione
era in fase crescente, adesso è declinante o - nella più
rosea delle interpretazioni - stagnante, sicché hai voglia
a pompare denaro: se le imprese non investono (perché la
profittabilità è in media bassa) non puoi "invogliarle"
nemmeno a tassi di interesse bassissimi.
Questo mi sembra il punto, colto con molta lucidità -
tra gli altri, non tantissimi, ma nemmeno
quattro gatti - da Mino Carchedi a Gianfranco Pala a Paolo Giussani
a Luciano Vasapollo dei cui testi raccomando la lettura. In conclusione,
quello che credo valga la pena di sottolineare è che, dopo
trent'anni di privatizzazioni e di propaganda ideologica a favore
del liberismo, il risultato che ci troviamo davanti agli occhi
(risultato che dipende fondamentalmente dallo svolgersi della
crisi da sovrapproduzione e dalla caduta del saggio di profitto
nelle attività industriali delle aree dominanti del pianeta)
è l'esplosione della più grave ed estesa crisi del
debito pubblico dei paesi imperialisti. Per superare questa fase,
le indicazioni sul piano della politica economica non possono
essere più divergenti: le forze del capitale, quelle economiche
e le loro proiezioni politiche, sostengono che non si sia privatizzato
abbastanza; le forze indipendenti del lavoro dovrebbero sostenere
la strada opposta, quella dell'estensione dei beni comuni, della
difesa del salario, della fine della precarietà con l'esproprio
della ricchezza privata.Una formazione economico-sociale va in
crisi, il capitalismo va in crisi quando la dinamica delle forze
produttive non riesce ad esprimersi, anzi viene imbrigliata dalla
vigenza dei rapporti sociali di produzione. Questa contraddizione
va tenuta aperta e approfondita fino a che settori sempre più
estesi della società non ne facciano il punto principale
della propria esistenza.
Buon lavoro a tutti noi
* Economista dell'università di Teramo. Intervento al seminario
di Pisa sulla crisi
Ottobre 2011