Il non pagamento del debito è una battaglia credibile
e strategica
di
Carlos Valencia *
|
Il non pagamento del debito pubblico e la fuoriuscita
dall’Eurozona non sono più proposte velleitarie ma
possono diventare soluzioni alternative da percorrere anche in
Europa. Intervista all'economista italiano Luciano Vasapollo a
Ecolink.
Il direttore del Cestes (Centro Studi Trasformazioni Economiche
e Sociali), attivo in Italia da quasi quindici anni, affronta
in una sorta di istant book uscito proprio in questi giorni nelle
librerie – “Il Risveglio dei maiali”, edizioni
Jaca Book – la crisi in corso e le micidiali conseguenze
soprattutto sui paesi Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia,
Spagna) dell’Unione Europea. Ma nel libro scritto in collaborazione
con Joaquim Arriola e Rita Martufi, vengono anche avanzate le
possibile proposte per non essere annientati dalla macelleria
sociale imposta dalla Banca Centrale Europea e dal governo
unico delle banche che sta determinando le sorti dei lavoratori,
giovani, disoccupati, pensionati nel nostro e negli altri paesi
europei.
Una prima questione non secondaria e dalla quale non ci può
certo sottrarre.
Secondo te e secondo voi è possibile rimettere in discussione
il debito senza pensare in qualche modo a nazionalizzare le banche
o settori rilevanti del credito?
Il mercato non può disciplinare se stesso, necessita della
mediazione politica, di un intervento da parte dello Stato che
realizzi la trasparenza, l’ efficienza, salvaguardando però
l’interesse sociale generale, garantendo condizioni di parità
ai partecipanti e indirizzando le risorse finanziarie a chi è
in grado di coniugare redditività e giustizia sociale e
distributiva, creando ricchezza redistribuita socialmente e lavoro
vero a pieno salario e pieni diritti.
La nazionalizzazione delle banche è la parte più
importante del processo generale per uscire dalla finanziarizzazione
dell’economia globale, e finché non si sarà
realizzato questo obiettivo continuerà il deterioramento
della qualità della vita e del lavoro al sol fine di aumentare
il tasso di profitto.
Rompere la logica del capitale finanziario significa nazionalizzare
le decisioni d’investimento per favorire le attività
socialmente utili, sottoposte a un criterio di rendimento sociale
ed ecologico, che sono criteri di medio e lungo termine.
Il controllo sociale degli investimenti è imprescindibile
per dinamicizzare l’ attività produttiva, e per orientare
il credito in funzione di ottenere il massimo sviluppo dell’occupazione
e dell’utilità sociale, e tali funzioni sono fortemente
differenti da quelle che applica la banca privata che è
orientata al criterio del massimo profitto a breve termine.
La nazionalizzazione delle banche in una situazione di insolvenza
e di dipendenza dall’aiuto pubblico è anche un requisito
per evitare la fuga dei capitali e per eliminare la drammatica
e storica tradizione capitalistica di privatizzare i profitti
e socializzare le perdite.
Tutto ciò è quindi possibile solo con un serio
governo di indirizzo dello sviluppo che non può prescindere
dal fondamentale ed efficiente ruolo pubblico nei servizi essenziali
e nei settori strategici dell’economia.
Una parte del debito pubblico è il risultato dell’attuazione
dei governi per appoggiare capitali locali fortemente indebitati,
in primo luogo le banche però anche le imprese (a inizio
del 2011 dei 4,7 mila miliardi di euro di debito esterno di Portogallo,
Spagna, Italia e Grecia, circa il 32% era debito sovrano governativo,
4% delle autorità monetarie, 38% delle banche, 17% di altri
settori imprenditoriali e 8% debiti generati all’interno
dei gruppi multinazionali). Questo intento fallito di stabilizzazione
portato avanti dai governi con le risorse di tutti i cittadini
deve ottenere una compensazione. La nazionalizzazione dei settori
strategici delle comunicazioni, energia e trasporti non solo può
essere un prezzo giusto, ma allo stesso tempo potrà portare
le risorse per realizzare una strategia di rilancio produttivo
a breve termine che permetta di creare le condizioni affinché
milioni di disoccupati nei Paesi della periferia europea mediterranea
comincino a produrre ricchezza sociale nel minor tempo possibile.
In molte manifestazioni e meeting nel tuo paese ma anche in altri,
aleggia lo slogan “Noi il debito non paghiamo“ oppure
“It's not our debt”. Non ti sembra una campagna un
po’ velleitaria che diventa difficile tradurre in obiettivi
realisti? Il non pagamento del debito danneggerebbe solo il sistema
bancario o avrebbe effetti economici e sociali più ampi
e sicuramente anche più contraddittori?
Non chiediamo certo il non pagamento del debito pubblico in mano
alle famiglie, che ad esempio rappresenta in Italia solo il 14%
del totale. La moratoria richiesta è nel pagamento del
debito pubblico interno ed estero in mano alle banche, finanziarie,
assicurazioni, grandi fondi pensione ed investimento. Cerchiamo
di capire perché e come.
Il passaggio dall’Europa finanziaria ed economica alla
costruzione politica dello Stato sovranazionale europeo, crea
un terrorismo massmediatico attraverso un vero e proprio attacco
politico e speculativo dei mercati finanziari internazionali per
screditare il ruolo degli Stati-Nazione. E’ così
che il debito pubblico si trasforma in debito sovrano.
Quindi, oggi, creare nell’opinione pubblica l’idea
che gli Stati siano sull’ orlo del fallimento, significa
occultare la crisi economica generale di accumulazione del sistema
capitalistico, il disastro dei mercati creditizi e finanziari,
creando al contempo la necessità della socializzazione
delle perdite del sistema bancario attraverso il denaro delle
imposte e tasse dei lavoratori e il taglio dello Stato sociale
e del costo del lavoro.
Le rendite finanziarie, a cui vanno aggiunte quelle immobiliari
e di posizione, sottraggano le risorse alla produttività
reale, incanalandosi soltanto in processi di accelerazione speculativa
che necessariamente trovano poi il momento di esaurimento del
ciclo nel rappresentarsi dello scoppio delle bolle speculative
stesse. Si capisce chiaramente perché la campagna di terrorismo
massmediatico, sul debito pubblico e il debito sovrano ha semplicemente
un obiettivo politico che è ancora quello di indirizzare
contro lo Stato,contro l’economia pubblica, la critica feroce
della gente comune ,e allo stesso tempo salvare il sistema di
impresa e bancario con la socializzazione delle perdite, a carico
dello Stato e così via, via liberalizzando, privatizzando,
tagliando salari e Welfare, e infliggendo un altro duro colpo
al potere di acquisto di lavoratori e pensionati.
E se qualche paese ,come l’Italia al momento si è
in parte salvata dal pieno disastro alla greca, non è grazie
all’operato delle tanto osannate politiche economico-finanziarie
del Governo attuale e precedenti, ma semplicemente perché
strutturalmente l’operatore famiglia italiano aveva una
forte propensione al risparmio che in piccola parte ancora incide;
inoltre risulta evidente che i titoli del debito pubblico italiano
non si trasformano in debito estero nella stessa percentuale degli
altri paesi europei, ma rimangono in Italia, realizzando quei
grandi flussi di riciclaggio di denaro sporco in mano alle
organizzazioni mafiose e criminali.
E’così che in Italia continua l’effetto domino
del perverso intreccio politica- malaffare-criminalità,
che sostiene l’altra forma attuale del keynesismo, cioè
quello a carattere criminale; la messa a produzione dell’economia
criminale, che, insieme a tutta l’altra fetta dei economia
nera e sommersa, realizza in termini percentuali una quantità
pari a circa il 50% del PIL italiano. Si tenga inoltre conto che
nell’Eurozona complessivamente a fronte di un totale di
debito estero del 183 % del PIL solo il 44% è il debito
sovrano dei governi mentre l’83% è quello delle banche
e il 51% quello delle imprese ( compreso quello intrafirm). E
non è assolutamente vero che la situazione peggiori nel
computo dell’Europa a 27, poiché su un totale debito
estero del 152% del Pil , solo il 37% è il debito sovrano
governativo, mentre il 101% è quello bancario, il 40% quello
privato di impresa e il 20% quello intrafirm.
E’ evidente la diversificazione delle forme di debito e
come nella struttura del debito estero non sia certo la percentuale
del debito governativo o sovrano quella maggiormente preoccupante.
Ciò che è in atto è semplicemente lo spostamento
dei debiti dai bilanci da alcuni grandi mostri bancari, assicurativi,
industriali e finanziari a quelli pubblici. Si insiste sulla necessità
di tagliare la spesa sociale evocando il falso problema che l’Europa
in generale è un sistema in deficit mentre invece risulta
chiaro l’opposto cioè l’assenza di un debito
estero europeo, anche se ciò è il risultato di partite
compensatorie in cui il creditore per eccellenza, cioè
la Germania insieme a qualche paese del Nord Europa, è
il detentore dei titoli del debito dei PIIGS e di altri paesi
fortemente indebitati.
Si consideri, inoltre, che continuerà la politica di spostare
risorse dei bilanci pubblici per sostenere imprese, banche e finanza,
in un contesto in cui la stessa crisi peggiorando le condizioni
sociali dovrebbe aumentare la quota di risorse destinate al welfare.
In realtà, le banche stanno approfittando dell’aumento
dell’offerta del debito pubblico per ristrutturare i loro
fondi di investimento verso altri con rischi assai minori, con
l’obiettivo di dare garanzie ai propri clienti, che non
stanno assolutamente continuando a scommettere sulla roulette
russa rischio/redditività alta, dopo la rovinosa caduta.
Le banche hanno bisogno anche di modificare la composizione del
proprio attivo, caricato di titoli e valori immobiliari in corso
di svalutazione accelerata; i titoli di debito pubblico diventano
un valore copertura perfetto.
Sono le banche che realizzano la maggior parte delle transazioni
nei mercati dei prodotti finanziari derivati, sono le banche e
i fondi pensione e di investimento i maggiori speculatori, e la
crisi finanziaria non ha affatto rallentato le transazioni su
questi mercati ma le ha moltiplicate in maniera frenetica.
Con il non pagamento del debito pubblico è quindi il sistema
bancario- finanziario che bisogna aggredire e danneggiare, in
tal modo si possono di conseguenza favorire gli investimenti in
beni comuni, in servizi sociali, in nazionalizzazioni delle imprese
dei settori strategici, aumentando di conseguenza i salari diretti,
indiretti e differiti.
Nel libro viene evocato un “polo imperialista europeo”,
una categoria che molta parte della sinistra europea non ha mai
evocato. Come si manifesterebbe secondo questo polo imperialista?
Per capire molti aspetti di questa crisi, bisogna ritornare alle
modalità di costruzione del polo imperialista europeo che
si è realizzato intorno all’asse franco-tedesco ma
in funzione specifica degli interessi della Germania ; non è
un caso che i criteri di stabilità facciano riferimento
al deficit fiscale, al debito pubblico, all’inflazione e
ai tassi di interesse; cioè tutte variabili che devono
essere tenute sotto controllo per favorire le esportazioni.
Da ciò si capisce chiaramente perché la Germania
controlli tali variabili, in quanto la sua crescita è incentrata
sull’export e perché necessita il deficit dei paesi
europei dell’area mediterranea, i cosiddetti PIIGS (Portogallo,
Irlanda , Italia, Grecia , Spagna), compresa anche la Francia;
infatti l’ acquisto da parte della Germania dei titoli del
debito pubblico di questi paesi rappresentano una forma di investimento
dell’eccedente tedesco accumulato. Insomma, il surplus della
bilancia commerciale tedesca è reso redditizio dall’
investimento del debito dei paesi europei con bilancia commerciale
in deficit.
Ed è proprio il sistema bancario tedesco che gestisce tale
eccedente compreso quello di altri paesi del Nord Europa.
In pratica salvare l’Unione Europea e quindi salvare il
modello di export tedesco significa semplicemente distruggere
le possibilità autonome di sviluppo dei paesi europei dell’area
mediterranea.
E’in questo senso che va interpretata l’azione dell’Unione
Europea, che non dotata ancora di una autonoma capacità
politica, impone ai paesi deficitari le stesse regole dei piani
di aggiustamento strutturale che l’FMI ha applicato in tutti
gli ultimi 30 anni per fare “strozzinaggio” sui paesi
dell’America Latina e condizionarne le modalità di
sviluppo, facendo così giocare ora in Europa come allora
in America Latina, un ruolo centrale alle regole della Banca Mondiale
oltre a quelle del Fondo Monetario Internazionale.
E’ in questo senso e secondo le stesse regole neoliberiste
che si scatena la speculazione dei mercati finanziari internazionali
sui titoli dei paesi volgarmente chiamati PIIGS.
Ma voi evocate esperienze come quelle di alcuni paesi latinoamericani
che hanno deciso di non pagare il debito estero e si sganciarsi
dalla dollarizzazione e che sono riusciti ad uscire dalla recessione
e povertà provocate dai diktat del Fmi e della Banca Mondiale.
Sono esperienze e irripetibili o possono indicare una possibile
controtendenza generale in grado di estendersi ad altre realtà?
Per ribaltare tale logica economico-finanziaria imperialista
è assolutamente necessario un cambiamento radicale socioculturale
(quello che in termini gramsciani si chiama un cambio di egemonia
che modifichi il senso comune), che inverta le relazioni causali
tra l’economia e la politica, come già si sta sperimentando,
ad esempio nei paesi dell’area dell’ALBA. (Alleanza
Bolivariana per i popoli di Nuestra America), e in particolare
in Bolivia dove i movimenti sociali, di indios, i contadini, i
minatori hanno determinato nuove forme di economia plurale e solidale
attraverso lo strumento politico della democrazia partecipativa.
Ma da subito è possibile inceppare i meccanismi di potere
dei centri-polo, delle aree del sistema di dominio del modo di
produzione capitalista, come sta tenacemente realizzando l’alternativa
bolivariana dell’ ALBA.
Ti interrompo. Ad un certo punto avanzate la proposta di un'area
economica- commerciale europea sganciata dall'euro. E' una ipotesi
meramente accademica utile a stimolare la discussione o si basa
su dati e possibilità reali?
Ti ringrazio per questa domanda perchè il punto che ha
scatenato più discussioni. Mi scuso ma la risposta non
potrà essere né breve né per slogan.
Per le organizzazioni sindacali conflittuali e i movimenti sociali
anticapitalisti che agiscono in Europa si tratta di acutizzare
le contraddizioni contrapponendosi direttamente alle regole dei
potentati dell’
Europolo.Pertanto risulta imprescindibile per l’affermazione
di una nuova moneta e di una politica orientata in favore dei
lavoratori, contare su uno spazio produttivo nel quale si possa
stabilire una nuova divisione del lavoro basata sui principi di
uno sviluppo sociale collettivo solidale e un benessere qualitativo
per l’insieme della popolazione della nuova area monetaria
ALIAS, di cui parleremo di seguito. La Germania continua a mantenere
prezzi e salari moderati in termini relativi per favorire il proprio
modello di sviluppo basato sull’export tentando di aggredire
i partner con un rilancio delle esportazioni
extraeuropee. Ma Cina e USA non stanno certo lì ad aspettare
in un ruolo passivo di osservatori; la guerra continua! In questo
quadro di accentuata competizione globale sembrano prevalere tre
strategie europee di uscita dalla crisi.
La prima è la ricetta tedesca, verso quella che considerano
la periferia europea, che punta alla destrutturazione del mercato
del lavoro a maggiore austerità e maggiore liberalizzazione
riducendo le forme anche di protezione sociale. In questo senso
le politiche di aggiustamento strutturale in chiave europea hanno
come unico obiettivo quello di salvare banche, imprese private
e mercato, attraverso un indebitamento pubblico sempre crescente
che vede poi come sua cura la privatizzazione dei servizi pubblici
di base per creare un nuovo spazio di accumulazione attraverso
la nuova catena del valore che si realizza proprio sulle privatizzazioni
dei servizi sociali profitti e rendite finanziarie e di posizione.
Quindi un’idea di stabilità dentro i rigidi parametri
europei imposti dalla Germania favorendo i processi recessivi
con un forte condizionamento negativo sul mondo del lavoro, in
termini di costi di specializzazione e di diritti.
Una seconda ipotesi è quella più a guida britannica
e di settori di una parte dei potentati della cosiddetta sinistra
euroscettica che auspicano la creazione di un “secondo euro”,
puntando a svalutare e a ristrutturare il debito pubblico complessivo,
cercando di attuare anche politiche di nazionalizzazione di alcune
imprese e politiche industriali di miglioramento della produttività.
La ultima ipotesi è quella della sinistra europea, anche
di quella cosiddetta radicale e di alternativa, che partendo da
una ipotesi di analisi della crisi come sottoconsumistica, ripropone
una nuova stagione per le illusioni dei keynesiani di sinistra
di superamento della crisi attraverso il sostenimento della domanda
e un impossibile rafforzamento delle spese di carattere sociale
e di investimento in infrastrutture pubbliche, tecnologie, educazione,
ecc.
Tale ipotesi necessariamente indebolirebbe fortemente l’euro
sui mercati internazionali innescando una competizione internazionale
che potrebbe risultare mortale per l’Unione Monetaria Europea
e per il futuro dell’area valutaria dell’euro.
Se i Paesi della periferia europea desiderano ritornare al controllo
sull’ attività produttiva questo lo possono realizzare
soltanto in maniera congiunta e mediante un processo di rottura
con il modello della finanza privata e dello spazio monetario
asimmetrico vigente.
L’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma
concertata, in primo luogo tra i paesi della periferia mediterranea
con quattro momenti intimamente relazionati senza i quali tale
processo potrebbe risultare un disastro per tutti.
Scusa, fermati qui. L'uscita dall'euro e una nuova area monetaria
– escludendo per ora una rivoluzione sociale che cambierebbe
tutti i parametri - quali passaggi dovrebbe affrontare?
Nella nostra analisi e proposta quattro sono i momenti :
1) La determinazione di una nuova moneta comune per l’
Europa mediterranea (a titolo esemplificativo potremmo chiamare
questa moneta “LIBERA”), cioè una moneta appunto
libera dai vincoli monetari imposti nella costruzione dell’
euro);
2) La rideterminazione del debito nella nuova moneta dell’area
periferica (a titolo esemplificativo tale area la potremmo chiamare
ALIAS – Area Libera per l’ Interscambio Alternativo
Solidale) relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce;
3) Il rifiuto e azzeramento almeno di una parte consistente del
debito, a partire da quello con le banche e le istituzioni finanziarie,
e l’imposizione di una rinegoziazione dello stesso residuo;
4) La nazionalizzazione delle banche e la stretta regolazione
(incluso la proibizione momentanea) della fuoriuscita dei capitali
dall’area stessa, realizzando al contempo la nazionalizzazione
delle imprese dei settori strategici.
Tutti questi elementi si devono però realizzare simultaneamente,
per evitare la sottocapitalizzazione dell’intera regione
periferica e per assumere un controllo adeguato sulle risorse
disponibili per gli investimenti.
L’uscita dall’euro, quindi dall’Eurozona o
Europolo, è un’opzione e un passo verso la soluzione
dei gravi squilibri strutturali delle economie periferiche che
non sono semplicemente squilibri finanziari ma sono innanzitutto
di carattere produttivo: una struttura di base industriale in
declino, un uso eccessivo e inefficiente enorme della forza lavoro,
una concentrazione scandalosa di ricchezza e di patrimonio.
Però non esiste un procedimento fissato per uscire dalla
UE, e questo può facilitare la realizzazione della nostra
proposta per una nuova moneta per una gestione alternativa dell’economia
e della politica, innescata inizialmente all’ interno della
UE, per aprire uno spazio che faccia avanzare un’ipotesi
realmente caratterizzata da riforme strutturali , contraria al
neoliberismo e all’attuale struttura di dominio imperante.
Bisogna tener conto che la popolazione dei paesi periferici interni
vede in maggioranza in forma positiva il contributo effettivo
della Unione Europea allo sviluppo istituzionale delle infrastrutture
nelle regioni di minore sviluppo relativo ( vedi l’utilizzo
dei Fondi Strutturali o la Politica Agraria Comune –PAC),
reputandole capaci di raggiungere buoni risultati poiché
basate precisamente su criteri non proprio compatibili con quelli
del mercato, nonostante negli ultimi anni la PAC sia stata sottomessa
ad un processo di liberalizzazione.
Considerato che paesi con sistema politico-sociali differenti
come Gran Bretagna, Danimarca o Svezia possono rimanere all’interno
della UE però fuori dall’Unione Economica Monetaria,
quindi fuori dall’euro, di conseguenza risulterà
molto difficile poter impedire ad un blocco di paesi che vogliono
realizzare una politica di socializzazione delle risorse produttive
di base e degli investimenti.
Determinare quindi un processo di uscita dall’Europolo,
cioè dall’Unione Economica Monetaria, senza uscire
dall’Unione Europea, per ragioni tattiche, ci sembra politicamente
molto conveniente in modo da tener separata e centrale la decisione
di realizzare da subito un’altra area monetaria, appunto
ALIAS per una politica a favore dei lavoratori, dalla decisione
successiva e più a carattere strategico di abbandonare
la UE; e in tutti i casi la fuoriuscita rappresenterebbe un’opzione
di attacco al sistema del capitale europeo, confermando comunque
l’intenzione politica di mettere in discussione da subito
le istituzioni comunitarie con un progetto completamente alternativo
che è inevitabile si debba mantenere e anzi rafforzare
nel tempo inglobano i paesi dell’Africa Mediterranea e dell’Est
Europeo nella iniziale area alternativa che vede insieme i paesi
della periferia mediterranea. dell’Europa.
Ma una nuova area economico-commerciale avrebbe necessità
anche di una propria moneta. Voi ne avete coniate il nome “Libera”.
Avete coniato anche le banconote? A parte gli scherzi. Questa
nuova moneta come potrebbe nascere e, soprattutto, su quali basi
potrebbe sopravvivere?
Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per Paesi
con strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica
alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere un
margine di negoziazione con le istituzione comunitarie e con la
Banca Centrale Europea sia di creare un nuovo blocco politico
istituzionale capace di realizzare un modello di accumulazione
favorevole ai lavoratori.
Una nuova moneta come LIBERA per la periferia europea confliggerebbe
inevitabilmente con la strutturazione vigente in materia di integrazione
europea.
In tutti i casi una nuova moneta per una gestione alternativa
dell’economia e della politica imposta all’interno
della UE, potrebbe essere un procedimento utile per offrire ai
lavoratori una possibilità di uscita dal disastro che presuppone
la stessa costruzione dell’Europa neoliberista (cambiare
le politiche porta con sé come esigenza quella di cambiare
le regole della stessa Unione Europea), e può servire anche
per limitare l’impatto della probabile reazione del capitale
e dei suoi rappresentanti politici, reazione che potrebbe essere
giustificata in caso di un’uscita volontaria e di un isolamento
economico e politico dei Paesi della periferia dell’Europolo.
Cambiare la moneta nei Paesi con un forte squilibrio fiscale
porta implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per
questo, il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo,
su questo non ci devono essere dilazioni, si rinomini il debito
esterno ed interno con la nuova moneta LIBERA, al tasso di cambio
che i governi considerano più appropriato. Ovviamente questo
rappresenta un’altra fonte di tensione politica con i creditori
in particolare con quelli interni alla stessa UE, dato che gli
agenti finanziari europei sono i proprietari della maggior parte
del debito della periferia mediterranea.
La nuova valutazione del debito con il rifiuto del pagamento
di gran parte di esso e la rinegoziazione del resto, è
un altro elemento necessario per ridurre il peso del debito passato
sul finanziamento di un piano di espansione futuro.
Questo processo di deve applicare con rapidità, poiché
ridurre il carico del debito è una condizione necessaria
per poter iniziare un processo di forte creazione di posti di
lavoro a caratterizzazione sociale.
E’ altresì importante che il cambiamento del sistema
monetario e finanziario sia una risposta congiunta, poiché
il peso della periferia europea mediterranea è molto superiore
a quello dei singoli paesi presi separatamente. Il debito esterno
pubblico e privato di quattro paesi portanti di ALIAS (Portogallo,
Italia, Spagna e Grecia) è il 23% dell’intero debito
dell’UM16: 2,1% il Portogallo; 2,2% Grecia; 9,1% Spagna
e 9,7% Italia (dati del debito esterno al primo semestre 2011).
La capacità di resistenza e negoziazione è molto
maggiore se realizzata congiuntamente, in particolare se ci si
è rafforzati strutturalmente con la nazionalizzazione delle
banche e dei settori strategici. La nazionalizzazione di tali
settori dovrebbe permettere di realizzare utilità attraverso
usi sociali così come l’ampliamento intenso dell’accesso
ai sistemi di comunicazione ed energia in particolare per quelle
fasce più povere della popolazione locale e per i Paesi
alleati della nuova area ALIAS in una pratica di una nuova strategia
di sviluppo globale solidale.
Con questa proposta dettagliatamente articolata nel libro vogliamo
quindi aprire una ipotesi di dibattito e un percorso di pratica
di lotte con un obiettivo diretto e raggiungibile, ma nello stesso
tempo realizzare una possibilità concreta per i Sud del
mondo che possano trovare nei PIIGS , e in generale nei paesi
dell’area mediterranea, l’esempio di un percorso capace
di sparigliare le carte dell’”azienda mondo”;
un’occasione per appassionarsi a creare una opportunità
di un altro mondo possibile “qui ed ora “ che dimostri
che si può realizzare concretamente un diverso vivere solidale
e autodeterminato attraverso percorsi di lotta di un movimento
di classe realmente indipendente che si pone strategicamente,
ma da subito, il fine del superamento del modo di produzione capitalista.
Grazie. Restiamo in attesa del risveglio dei Maiali... e speriamo
che avvenga presto.
* da Ecolink.org
Ottobre 2011