15 Ottobre. Sei punti per dire NO al pagamento del debito
di Rete dei Comunisti
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E’ stata appena resa pubblica la lettera segreta della
Bce che già Unione Europea e Confindustria tornano alla
carica invocando nuove misure antipopopolari (su pensioni, lavoro
e privatizzazione dei servizi) e terapie d’urto “con
lubrificante” che portino l’Italia al di fuori dalla
“maledizione” che colpisce i paesi Piigs (Portogallo,
Italia, Irlanda, Grecia, Spagna).
Anche nel nostro paese sta crescendo un movimento di resistenza
popolare, sindacale e giovanile che intende opporsi in ogni modo
al fatto che siano ancora una volta i lavoratori, i giovani, le
donne, i pensionati, i malati, a pagare i costi di un debito pubblico
che sta arricchendo solo le banche e le società finanziarie.
Per consentire che cresca la mobilitazione nata con il giusto
obiettivo “Noi il debito non lo paghiamo”, occorre
conoscere alcune cose fondamentali.
1. Venti anni di tagli e sacrifici
non gli sono bastati
I lavoratori e i settori popolari nel nostro paese stanno ancora
pagando ancora le conseguenze delle terapie d’urto già
adottate negli anni Novanta (quelle dei governi Amato, Ciampi,
Prodi) per entrare nei parametri di Maastricht e poi nell’Unione
Economica Monetaria dei paesi europei che hanno adottato l’Euro.
In questi venti anni il debito pubblico, nonostante i sacrifici
imposti a lavoratori e famiglie, non è affatto diminuito
ma è sempre aumentato: nel 1991 era il 106% del Pil mentre
nel 2011 è salito al 120%. Le misure antisociali messe
in campo in questi venti anni hanno già devastato servizi
sociali strategici come sanità, istruzione, previdenza,
trasporti. L’adesione all’Euro ha visto ridursi del
37,9% in soli dieci anni il potere d’acquisto di salari
e pensioni. I governi Prodi e Berlusconi hanno continuato a trasferire
enormi risorse pubbliche e ricchezza dal lavoro e dal risparmio
delle famiglie alla rendita finanziaria rappresentata da banche,
società di assicurazione, fondi d’investimento italiane
e stranieri. In questi venti anni i lavoratori e le famiglie hanno
“già dato!”. Infatti dal 1992 a oggi sono stati
buttati nel secchio bucato del pagamento del debito e degli interessi
sul debito qualcosa come 430 miliardi di euro tra tagli ai servizi
sociali, nuove imposte, blocco dei salari e delle pensioni, riduzione
prestazioni previdenziali, privatizzazioni. Adesso chiedono nuovamente
di riprendere la giostra con nuovi tagli, sacrifici, rinunce a
diritti sociali e sindacali acquisiti, negazione di ogni vera
prospettiva di lavoro, di reddito, di salario, pensione e di servizi
sociali degni di questo nome.
2. Chi sono i proprietari del debito
pubblico italiano? Banche e speculatori!
La mappa del possesso dei titoli del debito pubblico italiano,
ci fa capire perfettamente l’immenso spostamento di ricchezza
sottratta ai lavoratori e al risparmio delle famiglie per essere
trasferita alle banche e alle società finanziarie.
Se nel 1991 il debito pubblico era in possesso per il 58,6% alle
famiglie – sia quelle più ricche sia quelle che avevano
investito liquidazioni, qualche risparmio e piccole eredità
nei Bot e nei titoli di stato - oggi questa quota è crollata
al 14%. Al contrario il possesso dei titoli del debito italiano
in possesso degli investitori stranieri (banche, fondi, assicurazioni)
è schizzato dal 6% del 1991 al 43% del 2010. Ma anche banche,
assicurazioni e fondi di investimento “italiani” (un
eufemismo nell’epoca della finanza globale) che nel 1991
possedevano il 25% dei titoli, oggi ne posseggono il 38%. La Banca
d’Italia infine possiede una piccola del 4% dei titoli del
debito pubblico italiano. Riassumendo: l’85% dei titoli
del debito pubblico italiano sono nelle mani di banche, assicurazioni
e fondi di investimento, siano essi stranieri o italiani. Praticamente
oggi solo una infima minoranza del debito pubblico è nelle
mani delle famiglie italiane.
Sui 1.900 miliardi di euro del debito pubblico italiano, le banche
e le società finanziarie francesi possiedono titoli del
debito pubblico italiano per 511 miliardi di euro; quelle tedesche
per 190 miliardi; quelle anglo-sassoni per 77 miliardi, quelle
spagnole per 31 miliardi. Dunque quasi la metà del totale
del debito pubblico italiano è nelle mani dei cosiddetti
“investitori esteri”, ma ben i quattro/quinti del
debito sono nelle mani di banche e soggetti finanziari privati.
3. Chi verrebbe danneggiato dal
mancato pagamento del debito pubblico?
Se in Italia venisse congelato il pagamento del debito pubblico,
a doversi preoccupare sarebbero soprattutto le banche, le compagni
assicurative e i fondi di investimento in gran parte stranieri
e in misura minore italiane e la criminalità organizzata
che ricicla molti capitali sporchi attraverso l’acquisto
dei titoli del debito pubblico. In misura meno rilevante sarebbero
poi le famiglie più ricche o le poche famiglie che in questi
anni di crollo del risparmio sono riuscite a mantenere quote di
patrimonio più o meno consistenti investite in titoli del
debito pubblico italiano (il cosiddetto Bot people oggi ridotto
a poca cosa rispetto al passato).
Tutti questi soggetti, non solo incassano i soldi della cedola
sui titoli di stato italiano alla loro scadenza, ma incassano
ogni anno una media di 70/80 miliardi di euro di interessi che
lo Stato paga annualmente ai possessori dei titoli indipendentemente
dalla loro scadenza. Quindi già solo congelando il pagamento
degli interessi, si avrebbero a disposizione ogni anno risorse
finanziarie rilevanti per avviare piani straordinari per l’occupazione,
per risanare scuola e sanità, per veri investimenti produttivi
e infrastrutturali, e per la prima volta lo si farebbe con risorse
sottratte alle banche e alle entità finanziarie private
e restituite agli interessi collettivi.
Facendosi due semplici calcoli, è ormai evidente come
i quaranta o cinquanta miliardi di euro in tagli alle spese e
nuove imposte imposti dalla Bce e dal governo, pesino enormemente
sulle condizioni di vita dei settori popolari ma sono del tutto
insignificanti nella porta girevole dei mercati finanziari internazionali
dove girano ogni giorno migliaia di miliardi. Ad esempio la Borsa
di Milano nel 2007 aveva una valore delle aziende quotate pari
a 801 miliardi di euro, oggi ne vale solo 400.
4. Il non pagamento del debito
pubblico aiuta la democrazia
. Ritenere che la soluzione alla questione del debito pubblico
possa passare attraverso ripetute manovre “lacrime e sangue”
dei vari governi, è una sanguinosa menzogna che occorre
demolire agli occhi della società. A questa sanguinosa
menzogna si può e si deve contrapporre una soluzione diversa
e alternativa fondata sul non pagamento del debito, la nazionalizzazione
delle banche e la irrinunciabilità della democrazia. Il
nesso tra non pagamento del debito e questione democratica è
infatti strettissimo e torna ad essere materia che porta direttamente
al nodo del cambiamento politico di sistema. Il problema fondamentale
infatti non è il “come o quando pagare il debito”,
il problema decisico è che “il debito non va pagato”
per imporre un nuovo ordine di priorità all’uso delle
risorse disponibili nel nostro e negli altri paesi sottoposti
al massacro sociale imposto dalla Bce o dall’Ecofin dell’Unione
Europea.
In tutti i paesi ipotecati dal debito (quello estero negli anni
ottanta e novanta nei paesi in via di sviluppo, quello pubblico
nei paesi europei nel XXI Secolo), la popolazione è stata
non solo vessata dalle manovre lacrime e sangue e dalle terapie
d’urto – ieri quelle del Fmi e della Banca Mondiale,
oggi quelle della Banca Centrale Europea – ma è stata
sistematicamente espropriata di ogni sovranità o possibilità
di decidere sulle soluzioni adottate. Sistemi elettorali maggioritari,
autoritarismo dei governi e sedi decisionali sopranazionali, hanno
impedito con ogni mezzo che la società potesse esprimersi
sulle scelte decisive, magari anche scegliendo di fare i sacrifici
ma solo dopo essere stata consultata, informata e messa nelle
condizioni di decidere. Nell’Unione Europea oggi questo
tema è stato posto all’ordine del giorno sulla base
di una divaricazione incompatibile tra democrazia e capitalismo.
I governi delle banche, veri e propri governi unici ormai e indipendentemente
dal partito/coalizione al governo, decidono nelle sedi europee
i provvedimenti che dovranno essere adottati e certificati nei
singoli paesi. E la discussione stessa si sintetizza in quelle
sedi privando di decisionalità sia i parlamenti sia le
istanze sociali che possono solo ricorrere agli scioperi e agli
scontri di piazza per segnalare la loro opposizione alle misure
lacrime e sangue. La stragrande maggioranza dei partiti parlamentari
votano poi i provvedimenti o ne agevolano l’approvazione
in nome dell’obbedienza alla superiore istanza europea che
viene sbandierata ancora come baluardo rispetto all’instabilità
e garanzia di un assetto democratico che occorre salvaguardare
anche a costo di misure antipopolari. La rappresentanza politica
istituzionale subisce così un ulteriore arretramento che
ne svuota ogni contenuto democratico e di rappresentanza sociale.
5. Referendum obbligatorio contro
i diktat della Unione Europea
Questa contraddizione tra democrazia e governabilità dei
paesi aderenti all’Unione Europea, appare ormai dirimente
in un paese-limite come l’Italia. Infatti se in altri paesi
si sono potuti tenere dei referendum sui vari aspetti dell’integrazione
nell’Unione Europea (adozione dell’Euro, Costituzione
Europea etc.), nel nostro paese questa possibilità democratica
ci è stata sempre sistematicamente negata con effetti molto
gravi. In Francia e in Olanda, la società ha potuto discutere
e votare sulla Costituzione Europea, in Danimarca, Svezia, Irlanda,
Norvegia si sono potuti tenere referendum sull’adesione
o meno all’Eurozona o alla stessa Unione Europea. In Islanda
addirittura c’è stato il recente referendum che ha
sancito il non pagamento dei debiti delle banche. In Spagna, gli
Indignados e i movimenti della sinistra e repubblicani hanno chiesto
un referendum contro l’introduzione del vincolo di bilancio
nella Costituzione Queste sono state tutte occasioni in cui la
gente ha dovuto/potuto informarsi ed esprimere la propria volontà.
Il problema per l’establishment europeo, semmai, è
che ogni volta che la società dei vari paesi si è
potuta esprimere democraticamente, ha votato contro i progetti
dell’oligarchia istituzionale e finanziaria bocciandoli
sonoramente. In Italia niente di tutto questo è stato fino
ad oggi possibile perché la Costituzione vieta i referendum
in materia di bilancio e di trattati internazionali. Questo limite
“oggettivo” ha permesso da un lato a tutti i partiti,
inclusi purtroppo anche quelli della sinistra radicale, di marginalizzare
l’analisi e il dibattito sulla natura imperialista dell’Unione
Europea, dall’altro ha impedito che le questioni europee
trovassero interesse e attenzione in vasti strati della società.
Il sistema bipartizan, approfittando di entrambe le condizioni,
ha sempre veicolato un europeismo enfatico ed acritico come un
dogma che abbiamo visto operare in sede di approvazione della
manovra finanziaria imposta dalla “lettera della Bce”.
In realtà questa è ormai una foglia di fico, sia
perché nel 2001 il centro-sinistra promosse il referendum
confermativo su materia costituzionale come il titolo V della
Costituzione (sul federalismo), sia perché è inaccettabile
che venga introdotto il pareggio di bilancio nella Costituzione
ma si impedisca – trincerandosi dietro la Costituzione –
un referendum su questa modifica così rilevante (e del
tutto assurda da ogni punto di vista, NdR).
6. Proposte e alternative per la
mobilitazione popolare, sindacale, politica contro il debito
Di fronte all’annodarsi della crisi sistemica del capitalismo
che sta colpendo soprattutto gli Stati Uniti e l’Unione
Europea (gli altri grandi paesi al contrario non vanno affatto
male), si vanno affacciando analisi e proposte che in qualche
modo indicano delle alternative rispetto alla subordinazione ai
diktat della Banca Centrale Europea, delle istituzioni finanziarie
internazionali e dei governi unici delle banche.
La campagna sul non pagamento del debito e la democrazia lanciata
il 1 ottobre scorso da una grande assemblea popolare al Teatro
Ambra Jovinelli di Roma, va nella direzione giusta. E’ chiaro
che se dobbiamo indicare una alternativa al massacro sociale e
all’autoritarismo crescente, non possiamo sottrarci dall’indicare
delle soluzioni. Una campagna politica e di massa contro il pagamento
del debito non deve alimentare illusioni velleitarie ma deve collocarsi
ben dentro il senso comune della gente e il conflitto di classe
nei vari settori sociali.
a) Il non pagamento del debito è una
delle soluzioni che possiamo mettere in campo, consapevoli però
che questa battaglia implica un cambio radicale nelle priorità
del sistema politico ed economico in cui operiamo. Non è
infatti possibile disgiungere dal non pagamento del debito la
questione della nazionalizzazione delle banche, perché
è soprattutto il debito “pubblico” verso le
banche quello che va eliminato (e che metterebbe in crisi le banche).
Non pagamento del debito e nazionalizzazione delle banche sono
due misure complementari che rimettono al centro l’interesse
collettivo a scapito degli interessi privati che si sono rivelati
antagonisti proprio verso gli interessi della collettività.
I governi hanno costretto le popolazioni e le casse pubbliche
a dissanguarsi per riempire i bilanci delle banche, per evitare
che fallissero e regalandogli addirittura la possibilità
di lucrare sui titoli del debito pubblico.
b) Una via d’uscita all’implosione
politica e sociale che si sta abbattendo sui paesi più
deboli dell’Unione Europea, può essere quella di
fuoriuscire dall’UEM (Unione Economica Monetaria europea
in pratica la zona Euro) e di dotarsi anche di una propria moneta
diversa dall’Euro e di una nuova e comune area economica
e commerciale. L’Euro ha imposto ai paesi aderenti un regime
di cambi fissi sulla moneta, una fuoriuscita dall’area euro
consentirebbe di utilizzare una banda di oscillazione tra il 10
e il 20% su una nuova moneta e quindi avrere maggiore libertà
di manovra.
Per combattere gli effetti antipopolari della crisi e i diktat
delle istituzioni finanziarie e politiche dell’Unione Europea,
dobbiamo guardare al di fuori di una logica meramente nazionalista
o eurocentrista, facendo tesoro delle esperienze di altre aree
del mondo. E’ decisivo coordinare l’azione politica,
sindacale e sociale con i movimenti negli altri paesi e soprattutto
con i paesi Piigs (Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna) e con
i movimenti dei paesi del Mediterraneo Sud che sono strettamente
collegati con questi paesi europei. Ma diventa straordinariamente
utile anche il confronto con i movimenti sociali e le forze intellettuali
che in questi trenta anni hanno condotto e vinto la battaglia
contro il pagamento del debito nei paesi dell’America Latina.
In diversi di questi paesi, la ripresa dello sviluppo economico
interno e il significativo cambiamento politico dai dogmi e dai
provvedimenti liberisti, ha coinciso proprio con la mobilitazione
dei movimenti sociali e poi con la decisione di alcuni governi
di non pagare il debito e di sganciarsi dal cambio fisso con il
dollaro. Oggi la fuoriuscita dalla gabbia dell’Unione Monetaria
Europea marcia di pari passo con la fuoriuscita dal capitalismo
che sta trascinando l’umanità nell’abisso.
Noi il debito non lo paghiamo
Referendum contro i diktat dell’Unione
Europea
Nazionalizzare le banche
Rimettere in discussione l’adesione
dell’Italia all’Eurozona
Contro le manovre antipopopolari del governo
unico delle banche resistenza, conflitto, indipendenza e organizzazione
La Rete dei Comunisti- www.retedeicomunisti.org
Cosa opponiamo al governo unico europeo
della banche?
Sabato 29 ottobre a Roma una giornata di analisi e confronto sulla
crisi globale in Europa, il ricatto del debito, le alternative
ai diktat della BCE.
E' ormai evidente che la crisi economica in corso segni un passaggio
storico tra un prima e un dopo lo sviluppo capitalistico del dopoguerra.
La crisi agisce asimmetricamente colpendo con maggiore forza le
economie capitalistiche negli Stati Uniti e in Europa. La crescita
delle economie dei Brics pare destinate a cambiare significativamente
la mappa dei rapporti di forza a livello internazionale. Per il
processo che ha portato all'Unione Monetaria e all'Unione Europea
i cambiamenti si rivelano ancora più significativi; verso
l'alto indicando una gerarchizzazione brutale dei poteri decisionali,
verso il basso attaccando complessivamente le conquiste sociali
e i diritti acquisiti dei lavoratori e dei settori popolari.
La causa fondante della crisi attuale, cioè la finanziarizzazione
dell’economia capitalista avviata dagli Stati Uniti già
dagli anni ’80, spinge non solo ad accentuare la competizione
globale ma porta anche a processi di riorganizzazione complessiva
interna alle aree economiche che riguardano i paesi coinvolti.
Per l’Unione Europea questo è un passaggio ineludibile
per sostenere il proprio ruolo internazionale. La tenuta dell’euro,
la questione dei debiti sovrani (in realtà prodotti dal
sostegno alle imprese, alle banche ed anche ai sistemi politici),
il rafforzamento delle istituzioni finanziarie della Unione Europea,
la nascita e concentrazione di holding europee, l’accelerazione
sui processi di unificazione politica continentale ed infine il
controllo ferreo sulla forza lavoro e le privatizzazioni, sono
tutti aspetti complementari di un processo a carattere continentale.
A questa ristrutturazione sottintende anche una ricomposizione
delle classi dominanti e soprattutto dei poteri decisionali della
borghesia europea. Questa tendenza è emersa allo scoperto
con il ruolo che stanno avendo la Francia e soprattutto la Germania,
le cui classi dominanti dettano i tempi e i contenuti delle scelte
da fare, affermando una egemonia sull'Europa che non nasce tanto
dalla politica quanto dai caratteri dei sistemi produttivi e dalla
loro solidità, un aspetto questo su cui lo Stato non gioca
affatto un ruolo marginale. La Germania è tra i principali
esportatori ed ha mantenuto un ruolo centrale dello Stato, la
Francia vede lo Stato impegnato in molte grandi imprese e possiede
– diversamente dalla Germania - un apparato militare aggressivo
(vedi la vicenda libica). Si tratta di elementi materiali che
predispongono la nascita di una borghesia europea a prevalenza
“carolingia”. Attorno a questo asse della governance
sull'Europa, si vanno aggregando pezzi delle borghesie “nazionali”
in declino – come quella italiana - nelle quali alcuni settori
sono appunto destinati ad essere perdenti in questa ricomposizione
di classe dominante a livello europeo.
Adottare il metodo dell’analisi di classe sulla situazione
italiana rende ancora più chiaro il processo in atto. La
debolezza dell’apparato produttivo italiano, ancora forte
nell'export manifatturiero, fortemente frammentato ed ulteriormente
disgregato anche dai processi di privatizzazione delle imprese
e delle banche pubbliche prodotti dai passati governi del centro
sinistra, si è rappresentata politicamente con il blocco
sociale berlusconiano, blocco composto da settori sociali e produttivi
quantitativamente pesanti sul piano elettorale ma debolissimi
sul piano della progettualità. Le spregiudicate alleanze
internazionali assunte negli anni passati (che hanno irritato
sia gli Usa che l'Unione Europea), le posizioni demenziali della
Lega e le tattiche opportuniste della Confindustria pronta ad
accaparrarsi benefici senza mai pensare alle prospettive, sono
li a testimoniarlo, e la “variabile Marchionne” ne
è l’esempio più recente.
La borghesia italiana, che si conferma ancora volta come “stracciona”,
arriva all’appuntamento storico con la crisi sistemica -
che sta accelerando ed incrudendo i processi di unificazione europea
- debole, divisa e senza alcun rapporto di forza da giocare con
la Germania e con la Francia, anzi, pronta a dividersi e - per
chi ne ha ovviamente la possibilità - a salire sul carro
dei vincitori in posizione subordinata, In tal modo il nostro
paese accede ai processi di unificazione europea da una condizione
del tutto subalterna, da PIIGS appunto, collocando gli interessi
collettivi in secondo piano rispetto a quelli predominanti. In
termini più espliciti, e se ci è permesso anche
storici, la nostra classe dominante si appresta ancora una volta
a “tradire” non solo gli interessi dei lavoratori
e delle classi subalterne ma anche quelli del “popolo”
italiano, includendovi quindi i settori sociali che in questi
anni sono stati la base sociale del governo Lega – Berlusconi.
Che le cose stiano in questo modo lo verifichiamo tutti i giorni
con i diktat della Banca Centrale e dell'Unione Europea, con la
totale subalternità del duopolio Berlusconi-Bossi, con
il ruolo determinante del Presidente della Repubblica Napolitano
(sull'economia, ma anche nell'aggressione alla Libia), con le
posizioni del PD e di quella parte della borghesia, finanziaria
e produttiva da questo rappresentata, pronta a salire sul carro
del “governo unico delle banche” lasciando gli altri
a piedi. Quando si attuerà nuovamente il “tradimento”,
questo, paradossalmente, sarà realizzato da quel centrosinistra
e da quella parte della borghesia “progressista” pronti
a sacrificare gli interessi delle classi subalterne all’“interesse
generale” della costruzione di una Unione Europea ormai
gerarchizzata nei suoi ruoli di potere.
La crisi del blocco sociale berlusconiano ed il ruolo che il
centrosinistra dovrà per forza assumere per tenere testa
ai processi di centralizzazione europea, acutizzano il conflitto
sociale ma aprono uno spazio politico con caratteristiche di classe
che ha bisogno di una risposta. La risposta o dovrà venire
da una sinistra coerente ed anticapitalista oppure potranno emergere
tendenze più o meno reazionarie che non potranno che essere
il mero riflesso della disgregazione che si prospetta per le classi
lavoratrici e per il paese, e non solo per il nostro. Pensiamo
che questa sia la sfida politica che oggi ci si pone davanti in
modo chiaro. Dopo le sconfitte subite in questi anni, occorre
capire qui ed ora come rispondere avviando un processo virtuoso
di ricomposizione politica dei settori di classe.
Su questi temi la Rete dei Comunisti
promuove per sabato 29 Ottobre a Roma una giornata di analisi
e dibattito articolata in due momenti:
- Una prima tavola rotonda (la mattina) di analisi e approfondimento
sui meccanismi economici, politici e istituzionali della crisi
e della governance nei e sui paesi dell'Unione Europea. In queste
settimane sono state avanzate proposte di mobilitazione sul non
pagamento del debito, la nazionalizzazione delle banche, la fuoriuscita
dall'Unione Monetaria europea, che hanno la necessità di
essere approfondite e messe a confronto
- Una seconda tavola rotonda (il pomeriggio) sulle scelte politiche
e le indicazioni di lotta con cui movimenti sociali e sindacali
possono ingaggiare in Italia e in Europa la lotta aperta contro
il governo unico delle banche.
L'invito, come è nostra abitudine, è quello ad
un confronto di merito ed un dibattito che punti alla qualità
dell'analisi senza la presunzione di arrivare subito a conclusioni
da buttare nel mercato della politica.
La Rete dei Comunisti
www.retedeicomunisti.org
Ottobre 2011