Crisi euro, l'ombra della guerra
di Alberto Tundo *
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Il ministro delle Finanze polacco ha evocato il
rischio di un ritorno dei conflitti sul continente nel caso in cui
la moneta comune venisse affondata.
In queste settimane di borse in altalena e panico generalizzato,
di parole sulla crisi che sta scuotendo l'area euro se ne sono spese
tante ma quelle del ministro delle Finanze polacco Jacek Rostowski
hanno fatto molto rumore.
Rostowski, parlando a Strasburgo mercoledì 14 settembre,
davanti ai membri del parlamento europeo, ha riferito una conversazione
avuta con "un vecchio amico
che ora dirige una grossa banca", nel corso della quale il
banchiere avrebbe commentato la crisi dell'eurozona dicendo: "Guarda,
dopo tutti questi shock politici ed economici, è davvero
difficile che riusciremo ad evitare una guerra". Probabilmente,
Rostowski stava parlando di un qualche pezzo grosso della svizzera
Ubs, dal cui quartier generale il 6 settembre era uscito un dossier
intitolato Euro Break Up: the Consequences, firmato dagli analisti
Stephane Deo, Paul Donovan e Larry Hathaway. Un documento snello,
appena 21 pagine, che dimostra che per risolvere la crisi dell'euro
non ci sono scorciatoie, che tutti i discorsi sull'espulsione di
un membro sull'orlo del crack o la defezione di uno stato che volesse
sfuggire alla crisi non hanno senso.
Lo studio sviluppa parallelamente due ipotesi:
la prima, che ad uscire dall'euro, consensualmente o per espulsione,
sia un Paese piccolo, per peso economico e popolazione, come la
Grecia o il Portogallo; la seconda, che al contrario "attraversi
la linea del Rubicone" un peso massimo, come la Germania, per
ragioni contrarie. Gli analisti calcolano che al primo l'uscita
dall'euro costerebbe una cifra compresa tra il 40 e il 50 per cento
del Pil soltanto nel primo anno; ogni cittadino dello stato in questione
pagherebbe tra i 9500 e gli 11500 euro nei primi 12 mesi, e tra
i tremila e i quattromila euro negli anni seguenti. Anche il secondo,
però, pagherebbe un conto piuttosto salato per sbarazzarsi
degli stati zavorra: tra un 20 e un 25 per cento del Pil nel primo
anno, tra i sei e gli ottomila euro a cittadino, e tra i tremila
e i 4500 in
quelli seguenti. Se invece le economie più forti si accollassero
il 50 per cento del debito complessivo di Grecia, Irlanda e Portogallo,
i tedeschi pagherebbero mille euro circa, una volta sola. Suicidare
l'euro - perché questo comporterebbe l'uscita di un membro,
non importa quanto grande - non è conveniente.
Se l'area euro perdesse un membro, l'Europa tutta
pagherebbe un costo politico enorme, sia per quanto riguarda le
ripercussioni sull'intero progetto europeo, il funzionamento delle
sue istituzioni che il peso nell'arena internazionale.
Ma altrettanto spaventosi sono gli effetti economici in senso stretto.
Cinque, quelli principali. Il primo è il default del debito
sovrano, che comporta una situazione di insolvibilità. Il
Paese si troverebbe ad avere un debito nominato in una valuta estera
ma senza potere raccogliere quella moneta con le tasse.
Dovrebbe quindi aumentare le esportazioni verso l'area euro per
incassare più valuta pesante o, in alternativa, dovrebbe
ricorrere ad una conversione forzosa del debito, il che costituirebbe
agli occhi di molti investitori internazionali una prova di default.
Gi analisti prendono anche in considerazione la probabilità
che possa seguire anche un "corporate default" ma passano
subito a considerare il secondo problema, quello del fallimento
del sistema bancario nazionale, un meccanismo di trasmissione perfetto
della crisi, a causa del panico che si diffonderebbe. Verosimilmente,
molti cittadini ritirerebbero depositi e risparmi in euro prima
della conversione nell'Nnc e li porterebbero all'estero o in caso
di chiusura delle frontiere li seppellirebbero in giardino, come
accadde con la fine dell'Unione monetaria degli Stati Uniti nel
1932-33. Il terzo e il quarto costo riguardano la rottura con l'Unione
– dal momento che, spiegano gli analisti, uscire dall'Euro
significa andare contro lo spirito dei Trattati ed equivale a essere
fuori dall'Ue – e il ripristino di tariffe e barriere e un
ritorno al protezionismo, scontato nel caso in cui la nuova moneta,
soprattutto nel caso di un Paese piccolo, si deprezzasse considerevolmente
e l'Unione reagisse proteggendo i propri mercati con l'imposiizone
di tariffe sulla merce proveniente dallo stato uscente.
In questo scenario, il rischio di svolte autoritarie,
disordine civile e guerra diventa estremamente reale. "La fine
delle unione monetarie storicamente si è quasi sempre accompagnato
a guerre civile e rivolte", si legge a pagina 10. Nel 1993,
quando Repubblica Ceca e Slovacchia si separarono, si arrivò
alla chiusura delle frontiere, al controllo dei movimenti di capitali
e a un limite sui prelievi. In Slovacchia in particolare per alcuni
anni si assistette alla restrizione dei diritti politici e delle
libertà civili. Anche il collasso dell'Unione Sovietica fu
seguito dalla nascita di alcuni stati autoritari, ma milizie, sommosse
e pistole spuntarono anche dopo il fallimento dell'Unione
monetaria degli Stati Uniti nel 1932. Con l'uscita di un Paese dall'area
euro, grande o piccolo non importa, il costo della membership per
quelli rimanenti aumenterebbe e s'innesterebbe una spinta centrifuga.
Ma il crollo dell'euro comporterebbe la fine dell'Ue e avrebbe dimensioni
e ripercussioni inimmaginabili, dal momento che l'Ue oscilla tra
il primo e il secondo posto per peso economico nel mondo. "I
costi economici dello scioglimento dell'euro sono molto alti ed
estremamente dannosi. Quelli politici sono talmente grandi da non
essere quantificabili in soldi", concludono gli analisti. La
fine dell'euro è un'ipotesi da non accarezzare troppo.
* PeaceReport*
Settembre 2011
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