Il nuovo Patto Fiscale europeo: fine della democrazia
di Franco Russo
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Una analisi del Trattato su stabilità, coordinamento
e governance nell’Unione economica e monetaria, firmato
da 25 capi di Stato e di governo il 30 gennaio a Bruxelles. "Su
esso va formulato subito un giudizio: dà un ulteriore colpo
di piccone alla democrazia, anche a quella rappresentativa"
sostiene l'autore, Franco Russo.
Il senso del Trattato è espresso dal Titolo III, che porta
a sua intestazione Fiscal Compact (‘Patto fiscale’),
chiesto esplicitamente dal Presidente della BCE, Mario Draghi,
nel suo discorso al Parlamento Europeo il 1° dicembre 2011.
Le modalità autoritarie non sono dovute solo al fatto che
una banca centrale, la BCE, chieda e ottenga dai governi la definizione
di un nuovo patto fiscale; è che, a differenza delle stesse
rivoluzioni borghesi del 1688-89, del 1776 e del 1789, i governi
siglano un patto fra di loro al posto dei cittadini.
Nelle rivoluzioni borghesi si conveniva un patto tra cittadini
e monarchi affinché il potere fiscale fosse di competenza
dei parlamenti, della rappresentanza. Ora i governi si auto-conferiscono
il potere fiscale per imporre, per gli anni a venire, le politiche
di austerità in modo da scaricare i costi della crisi economico-finanziaria
sui popoli europei.
Il secondo fatto, che colpisce al cuore i principi democratici,
è l’obbligo di inserire in Costituzione il ‘pareggio
di bilancio’, ciò che impone una nuova ‘costituzione
economica’ comportando la cancellazione della possibilità
da parte delle istituzioni pubbliche di intervenire nella gestione
dell’economia con provvedimenti anticiclici, che hanno caratterizzato
i paesi capitalistici del Secondo dopoguerra dove si è
accettato il ‘compromesso keynesiano’ con la gestione
della domanda pubblica e la costruzione del Welfare State. Si
afferma all’art. 3, comma 2, che le regole del pareggio
di bilancio: «devono avere effetto nelle leggi nazionali
delle Parti contraenti al massimo entro un anno dall’entrata
in vigore del Trattato attraverso previsioni con forza vincolante
e di carattere permanente, preferibilmente costituzionale».
Con un Trattato di carattere internazionale si interviene per
modificare le Costituzioni così da legittimare nella legge
fondamentale, la prima nella gerarchia delle fonti, il liberismo
con le sue politiche dell’offerta tese all’espansione
del mercato e dell’impresa privata. Il Parlamento italiano
ha già votato, in prima lettura, la modifica dell’articolo
81 per imporre una camicia di forza alle politiche di bilancio.
Sarà la Corte di Giustizia dell’UE a verificare l’avvenuto
inserimento e a comminare eventuali sanzioni (art. 8).: la Costituzione
è resa vassalla delle esigenze di bilancio dettate dai
mercati finanziari.
Il terzo fatto, che mina alla radice la stessa democrazia rappresentativa,
è che a decidere le politiche fiscali non saranno più
le rappresentanze elette ma la tecnocrazia della BCE e dei governi
riuniti nel Consiglio europeo con la collaborazione della Commissione
e del Vertice Euro. Infatti saranno questi organismi, seguendo
le procedure definite dal Patto Euro Plus e i parametri indicati
dal Six Pack, a decidere ‘la sostenibilità delle
finanze pubbliche’ dei paesi membri per garantire anno dopo
anno il consolidamento fiscale.
Siamo oltre il Trattato di Maastricht perché questo prevedeva
il limite del 3% del deficit annuale e il 60% del PIL come limite
massimo del debito; prevedeva sì le procedure di disavanzo
eccessivo, ma non l’accentramento delle decisioni delle
politiche fiscali, che ora si è creato. Entrate e spese
sono sottoposte al vaglio del Consiglio Europeo, della Commissione
e del Vertice Euro, con l’attiva partecipazione della BCE,
in modo che il deficit annuale strutturale non oltrepassi lo 0.5%
del PIL. Nel caso si oltrepassi questo limite, afferma sempre
l’art. 3, interviene la Commissione per imporre un’azione
correttiva. Azione correttiva che viene letteralmente imposta
altrimenti scattano non solo pressioni ma sanzioni come previsto
dalle procedure del ‘semestre europeo’.
Intanto, per spingere gli Stati a ratificare questo nuovo Trattato
si afferma, in un ‘considerando’, che il sostegno
finanziario previsto dal Meccanismo europeo di Stabilità
(noto con la sigla inglese ESM) scatterà solo se sarà
approvato dai rispettivi Parlamenti.
L’articolo 4 impone l’abbattimento del debito pubblico,
per la quota che eccede il 60% del PIL, un ventesimo all’anno.
Per l’Italia ciò significa un abbattimento di circa
47 miliardi l’anno, quasi il 3% del PIL!
L’articolo 5 prevede l’attuazione, in partnership
con l’UE, di un programma relativo sia al bilancio sia alla
politica economica che ‘includa una descrizione dettagliata
di riforme strutturali’. Intendendo con ‘riforme strutturali’
quelle del mercato del lavoro, dei servizi pubblici, della previdenza.
È il programma che sta realizzando il governo Monti: prima
il taglio alla previdenza con l’allungamento della stessa
età pensionabile, poi le liberalizzazioni e privatizzazione
dei servizi partire da quelli a rete, poi il mercato del lavoro,
per facilitare ancor di più licenziamenti e flessibilità.
L’articolo 6 prevede che la stessa programmazione della
collocazione dei titoli di debito pubblico deve essere comunicata
ex ante all’UE per coordinarla a livello europeo. Inutile
ricordare che l’emissione dei titoli è una delle
‘prerogative’ più incisive dei ministeri del
Tesoro, che ora di fatto viene spostata a Bruxelles.
Le procedure di governance previste dal Titolo V del Trattato
sono la razionalizzazione di quelle già assunte con il
‘semestre europeo’, che voglio rapidamente ricordare.
Il Consiglio ECOFIN del 7 settembre 2010, ha modificato il Codice
di condotta per l’attuazione del Patto di stabilità
e crescita mediante le procedure del ‘semestre europeo’,
avviato nel gennaio 2011. La loro novità è nella
discussione e nell’indicazione ex ante delle politiche di
bilancio, le cui fasi principali sono: a metà aprile quando
gli Stati membri sottopongono i Piani nazionali di riforma (PNR,
elaborati nell’ambito della nuova Strategia UE 2020) e contestualmente
i Piani di stabilità e convergenza (PSC, elaborati nell’ambito
del Patto di stabilità e crescita), tenendo conto delle
linee-guida dettate dal Consiglio europeo; a inizio giugno quando,
sulla base dei PNR e dei PSC, la Commissione europea elabora le
Raccomandazioni di politica economica e di bilancio rivolte ai
singoli Stati membri; nella seconda metà dell’anno
quando gli Stati membri approvano le rispettive leggi di bilancio,
sulla base delle Raccomandazioni ricevute. In un’indagine
annuale la Commissione dà conto dei progressi conseguiti
dai paesi membri nell’attuazione delle Raccomandazioni stesse.
L’impianto procedurale del semestre europeo ha, dunque,
già prodotto scelte operative e atti legislativi costituendo
il modus operandi della governance economica europea. Questa,
con il Consiglio europeo del 24-25 marzo 2011, si è arricchita
del Patto Euro Plus, che lo stesso governo italiano ha riconosciuto
essere un ‘momento di innovazione costituzionale’:
«Gli effetti del Patto non sono e non saranno limitati alla
dimensione economica […] ma esteso alla dimensione politica.
Effetti destinati a prendere la forma di una sistematica e sempre
più intensa devoluzione di potere dagli Stati-nazione ad
una comune nuova e sempre più politica entità europea»
.
Approvato il 4 ottobre 2011, il Six pack prevede un deposito dello
0.2% del PIL per lo Stato che infrange le regole del limite del
deficit annuale del 3% trasformabile in una multa, prescrivendo
altresì il rientro del debito nel limite del 60% del PIL
nell’ordine di un ventesimo ogni tre anni (previsione ripresa
dal nuovo Trattato).
Se messe insieme queste regole - inserimento in Costituzione del
pareggio di bilancio, deficit annuale allo 0.5% del PIL, abbattimento
dello stock del debito per riportarlo al 60% del PIL, ‘riforme
strutturali’ per ampliare il ruolo del mercato -, ci accorgiamo
che l’altro pilastro che mancava all’euro, la gestione
delle politiche fiscal ed economiche, è stato costruito.
I bilanci dei paesi membri saranno definiti e gestiti dall’oligarchia
di Bruxelles e la moneta dalla BCE, con l’obiettivo della
stabilità finanziaria per rendere certi e promuovere gli
scambi di mercato e gli investimenti privati a livello continentale
.
Abbattimento della rappresentanza politica e distruzione dei diritti
sociali sono i figli gemelli del nuovo ‘patto fiscale’,
per questo l’opposizione alla sua ratifica fino alla richiesta
di un referendum di indirizzo per sottoporlo al giudizio popolare,
come quello tenutosi nel 1989, è un passaggio cruciale
per dare forza alla resistenza contro le misure di austerità
e per porre le basi di un’altra Europa - l’Europa
democratica dei/delle cittadini/e.
* Comitato No Debito e animatore del Forum Diritti/Lavoro
Febbraio 2012