E'
in uscita un nuovo numero dei quaderni dell'Associazione
Politica e Classe, gli atti del forum di discussione del
5 novembre 2011 organizzato dalla Rete dei Comunisti dal
titolo "La Mala Europa - quali alternative ai diktat
dell'Unione Euopea?"
Vi anticipiamo l'intervento di Giorgio Gattei.
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La grande crisi dei debiti sovrani (2011-2012)
Giorgio Gattei
1. Tutti
i debiti del mondo.
C’era
un tempo in cui si teorizzava (sto esagerando, ma non di molto)
che con il salario i lavoratori dovevano alimentare i consumi,
i capitalisti volgere tutto il profitto a risparmio per l’investimento,
le banche essere appena intermediarie tra l’investimento e il
risparmio e lo Stato intervenire al minimo (al limite zero) negli
affari economici, così che per:
(reddito)
Y = W (salari) + Sc (risparmio dei capitalisti)
W
= C (consumi)
Sc
= I (investimento)
(spesa
pubblica) G = 0
Nel
Novecento questa rappresentazione ideale è stata sconvolta dall’avvento
del credito bancario quale elemento nuovo di finanziamento delle imprese,
così che nell’ipotesi estrema che tutto l’investimento venisse
assicurato dalle banche, il profitto risparmiato poteva essere
intercettato dallo Stato per finanziare la spesa pubblica con
un proprio debito sovrano:
I
= Fi (finanziamento alle imprese)
Sc
= Ds (debito sovrano)
Ds
= G > 0
A fronte dei due nuovi “motori” della produzione del reddito: l’indebitamento delle imprese verso le banche
e l’indebitamento dello
Stato verso i capitalisti, nella seconda metà del secolo è
venuta a mutare anche la posizione finanziaria dei lavoratori
perchè da un lato gli alti salari della produzione “fordista”
hanno permesso di renderli anch’essi risparmiatori facendoli partecipare
all’indebitamento dello Stato:
Ds
= Sc + Sw (risparmio dei salariati)
mentre
dall’altro l’accesso all’indebitamento presso le banche ha consentito
loro di consumare anche al di là del salario guadagnato:
C
= W + Df (debito alle “famiglie”)
In
questa maniera lo Stato è diventato debitore
sia verso i capitalisti che verso i lavoratori per l’ammontare
del suo debito pubblico, mentre le banche si sono fatte creditrici
sia verso le imprese che verso i
lavoratori per l’ammontare
dei debiti privati.
Se questo è lo stato di fatto attuale diventano incomprensibili quanti oggi
inveiscono contro quei debiti sovrani
che sono stati l’effetto del salvataggio del sistema finanziario
da parte dei governi tra 2009 e 2010 (per un ammontare complessivo
di circa 15.000 miliardi di dollari: cfr. L. Gallino, Finanzcapitalismo,
Einaudi, 2011, p. 109) tacendo sul debito
delle “famiglie” e delle imprese che pure incombe e che, se
aggiunto al precedente, darebbe un livello d’indebitamento nel
mondo attorno ai 100.000 miliardi di dollari (a fronte di un PIL
planetario che non va oltre i 60.000 miliardi: L. Gallino, idem,
p. 264). Considerando l’intero debito anche la graduatoria della
pericolosità finanziaria delle diverse nazioni viene a cambiare
notevolmente, come risulta dal prospetto seguente (tratto da “L’Espresso”,
21.7.2011) messo a confronto con il rating
che l’agenzia Standard&Poor’s assegnava a luglio 2011 ai debiti
sovrani dei singoli Stati:
% PIL
Debito pubblico
Debito privato Debito totale Rating S&P
Gran
Bretagna 83
970 1153 AAA
Giappone
229
400
629 AA-
Spagna 64 408 472 AA
Francia
88
374 462 AAA
Area
euro 87 362 449 non esiste
Italia
120
268 388 A
Stati
Uniti 100 264 364 AA+
Germania
80
226 326 AAA
Grecia 152
160 312 CCC
Ci sarà comunque una ragione che giustifica l’accanimento contro il solo
debito pubblico, soprattutto europeo! E la ragione rimanda alla
natura dello scontro finanziario che si è aperto dal
2011 tra l’Unione Monetaria Europea ed i cosiddetti “mercati”.
2. Una scadenza micidiale.
Ciò
che chiamiamo “mercati” è un’entità complessa ed elementare al
tempo stesso costituita alla base da un ristretto gruppo di decisori
finanziari che perseguono obiettivi di guadagno con una “potenza
di fuoco” straordinaria. Ad ogni loro decisione pro o contro i
titoli di debito o le monete concordata in incontri riservati
di cui alle volte si ha perfino notizia dai giornali finanziari
(Wall Street, le cene del “club dei derivati”: così i banchieri decidono
la speculazione, “La Repubblica”, 13.12.2010), seguono in
Borsa comportamenti “da gregge” da parte degli altri investitori,
a cui si aggiungono anche programmi automatici di compravendita
così che quando una quotazione di titoli o monete viene indotta
a crescere/calare, s’innescano acquisti/vendite a catena (in Borsa,
a differenza dei mercati tradizionali, quando il prezzo aumenta
si compra, mentre si vende quando diminuisce). E’ così che «alcune
migliaia di operatori della finanza negli Stati Uniti e in Europa,
e inoltre alcune agenzie di rating, hanno preso in ostaggio in
Europa i governi politicamente responsabili... e dal 2010 questo
branco di manager della finanza super-intelligenti e
allo stesso tempo inclini alla psicosi, ha ripreso il suo
gioco sui profitti. Un pericolo mortale» (Schmidt:
i leader mettano il cuore per salvare l’Unione, “La Repubblica”,
23.12. 2011).
Prendere allora sul serio i movimenti erratici di titoli o monete come fossero
rappresentativi dello “stato di salute” dell’economia degli Stati
non ha quindi alcun senso (sarebbe come misurarsi la temperatura
ad ogni ora ed agitarsi per le alterazioni che avvengono nel corso
della giornata). Eppure è così che giocano i “mercati” che dal
2010 sono davanti alla prospettiva di una micidiale coincidenza di scadenze di debito
pubblico e privato che si materializzerà nel 2012 (2012, l’Armageddon delle borse: in scadenza miliardi di junk bond,
“La Repubblica”, 20.3.2010) quando arriveranno in pagamento simultaneo
11.550 miliardi di euro di titoli pubblici, obbligazioni private
e junk bonds, di cui il 70% di origine americana e giapponese
(2012. L’anno Maya della
finanza globale, “Il Manifesto”, 1.12.2011).
Ciò però potrebbe non fare problema se alle scadenze debitorie corrispondessero
rinnovi di pari ammontare da parte dei risparmiatori, in un gioco
a somma zero che lascerebbe il tutto invariato. Però, per l’incertezza
finanziaria dominante, si teme che diversi creditori, incassato
quanto a loro dovuto, non lo reinvestirebbero più in titoli ma
in beni-rifugio come l’oro (come peraltro sta già succedendo),
così da provocare una insufficienza
di risparmio per il rinnovo dei debiti che costringerà Stati
e privati a farsi una concorrenza spietata a colpi di più alti
tassi d’interesse da pagare. Tutto questo si potrebbe comunque
evitare se alle scadenze del 2012 una parte del debito venisse
rimborsata definitivamente così da non richiedere ulteriore finanziamento.
Ma quali debitori dovrebbero sacrificarsi ad «onorare i propri
impegni»» (come si dice), così togliersi dal mercato? Escluso
che lo siano i debitori privati, soprattutto le banche e le imprese
che reggono le redini del gioco, è ovvio che a tanto sacrificio
non possa essere destinato che il debito degli Stati.
3. Guerra al debito sovrano americano.
In
un libro famoso, Guerra
senza limiti (Libreria Editrice Goriziana, 2001, p. 67), due
colonnelli cinesi Qiao Ling e Wang Xiangsui hanno descritto il
nuovo «volto del dio della guerra», che è diventato sempre più
«indistinto» potendo assumere anche le forme del terrorismo, degli
attacchi mass-mediatici, delle speculazioni finanziarie. Soprattutto
è la guerra finanziaria, una «forma di guerra
non militare il cui potere distruttivo è almeno pari a quello
di una guerra cruenta, ma nella quale, di fatto, non si versa
alcuna goccia di sangue», ad essere «venuta ufficialmente alla
ribalta sulla scena della guerra per millenni unicamente occupata
da soldati ed armi, con sangue e morte ovunque» (idem, p. 81).
Ora è propria questo tipo di guerra che nel 2011 è stata scatenata
dai “mercati” utilizzando quelle “divisioni corazzate” che sono
le agenzie di rating che assegnano pagelle
di qualità al debito di questa o quella nazione allo scopo di
assoggettarla alla propria volontà (che è poi tutta la sostanza
del «fenomeno guerra»). Di questa guerra, peraltro ancora in corso,
si proverà nel seguito di dare una lettura non tanto cronologica,
quanto logicamente coerente.
Ora il primo ad essere messo sotto attacco dai “mercati” è stato il debito sovrano americano. Ringalluzziti
dalla vittoria repubblicana alla Camera dei deputati che indeboliva
il governo Obama, all’inizio del 2011 i “mercati” hanno preso
ad accusare l’eccessivo indebitamento federale (L’allarme
debiti sovrani arriva in America, “La Repubblica”, 15.1.2011),
mentre le agenzie di rating minacciavano di togliere la tripla
A ai titoli pubblici emessi da Washington (Debito
Usa, prima bocciatura. S&P: senza misure sarete declassati,
“La Repubblica”, 19.4.2011). Si voleva impedire che si superasse
il limite di debito, già raggiunto, imposto dalla legge ed oltre
il quale è necessaria l’autorizzazione parlamentare (Guerra totale alla spesa: il nuovo Congresso
lancia la sfida a Obama, “La Repubblica”, 5.1.2011) e Obama
ha dovuto veramente sudare le proverbiali sette camicie per giungere
al compromesso di poter sforare il tetto costituzionale del debito
ma alla sola condizione di tagliare di altrettanto la spesa pubblica
(e quindi senza aumenti di tasse). Però «le agenzie di rating
avevano chiesto sforbiciate per 4mila miliardi di dollari per
evitare il declassamento e l’accordo ne prevede poco più di 2mila»
(Wall Street boccia l’accordo sul debito,
“La Repubblica”, 3.8.2011), così che puntualmente è arrivata la
punizione di Standard&Poor’s che ha tolto la tripla A alla
valutazione del debito sovrano americano portandolo «ad AA+, lo
stesso livello del Belgio e della Nuova Zelanda e per giunta con
outlook negativo» (S&P
declassa gli Stati Uniti, “La Repubblica”, 7.8.2011), a prova
che sono i creditori dello Stato, attraverso le agenzie di rating,
a tenere sotto scacco i governi e non viceversa.
Però questa vittoria dei “mercati” ha comportato il rischio che i risparmiatori
del mondo abbandonino alle scadenze del 2012 il debito sovrano
americano declassato, come peraltro ha subito avvertito la Cina
(Pechino adesso teme il contagio: Sganciamoci
dal biglietto verde, “La Repubblica”, 7.8.2011). E per rivolgersi
verso quali titoli sovrani a tripla A se non quelli del debito
europeo che mantengono la massima valutazione?
4. L’assalto ai paesi “maiiali”.
Qui
vale però una osservazione. Quando si arriva al debito sovrano
europeo va ricordato che non esiste un tale debito sovrano perchè
ogni Stato europeo emette titoli pubblici che, anche se espressi
nella medesima moneta, ricevono dai “mercati” una diversa valutazione
finanziaria, e quindi pagano interessi differenti, a seconda dello
Stato che li ha emessi. E’ per questo che al posto del debito
sovrano europeo ci sono i debiti sovrani, tutti in euro, di Germania,
Francia, Italia, Spagna e via seguitando, ciascuno con proprio
rating specifico (nel 2011) dal CCC della Grecia alla tripla A
di Francia e Germania (anche la Gran Bretagna ha la tripla A,
ma non aderisce all’euro ed esprime il proprio debito sovrano
in sterline). E’ questa anomalia a consentire ai “mercati” di
muoversi contro il debito sovrano europeo con una tattica di “sfogliamento
del carciofo” che, passando da nazione a nazione, ossia foglia
per foglia, ha l’obiettivo di giungere al “cuore” di quel debito
sovrano, ossia al debito a tripla A di Germania e Francia, per
deprezzarne il rating almeno al livello di quello americano e
ristabilire le condizioni di parità finanziarie nell’imminenza
delle scadenze del 2012.
Che l’indebolimento della zona-euro fosse l’obiettivo dei “mercati” era
stato chiaro fin dall’inizio dell’attacco ai debiti sovrani dei paesi “maiali” (PIGS = Portogallo, Irlanda, Grecia
e Spagna), che erano i più vulnerabili (Atene,
Lisbona e poi Eurolandia: tutti i bersagli della speculazione
(“La Repubblica”, 9.5.2010). Tuttavia è solo dopo il declassamento
degli Stati Uniti che la manovra si è allargata all’Italia trascinandola
tra i paesi diventati adesso “maiiali” (PIIGS). Ciò era necessario
perchè soltanto il debito sovrano italiano ha la qualità di essere
troppo grande per fallire (too big to fail) ma anche troppo grande
per salvarsi (too big to
save), così che tutti coloro che ne possiedono i titoli, soprattutto
europei, sarebbero coinvolti da un suo eventuale declassamento
(Il debito italiano zavorra per l’euro, “La Repubblica”, 18.8.2011).
Così è a metà del 2011 che parte l’ordine di attacco (Colpire l’Italia per far sparire l’euro: i fondi lanciano l’offensiva
finale (“La Repubblica”,12.7.2011) avendo alla testa Goldman Sachs regista anti-euro: “E’ il momento di speculare contro”
(“La Repubblica”,2.9.2011). Come al solito sono le agenzie di
rating, con le loro valutazioni opportunistiche al ribasso, ad
indirizzare il “gregge” dei risparmiatori contro il debito sovrano
italiano, affinché non lo acquistino oppure lo facciano ma a condizioni
sempre più onerose (da cui l’inesorabile aumento dello spread).
Ma per i “mercati” resta comunque l’obiettivo primario di cancellare
una fetta del debito sovrano europeo dalla necessità di rinnovo
nel 2012 e quale migliore “vittima sacrificale” se non proprio
quello italiano che è il quarto debito sovrano al mondo?
5. Scherzi “da prete”.
Il
rischio è però che l’Italia tiri fuori una qualche soluzione estemporanea
che finisca per danneggiare i creditori, visti i precedenti dell’Islanda
e della Grecia. Il governo della prima, alle prese con una crisi
finanziaria esagerata (il debito era arrivato al 1100% del PIL!),
aveva traslocato i risparmi dei connazionali in tre banche nuove
di zecca e poi sottoposto a referendum popolare che cosa fare
del debito estero, soprattutto inglese e olandese, incagliato
nelle vecchie banche finite in liquidazione. Nel marzo 2010, col
93% dei voti favorevoli, si era deciso di non restituire nulla
agli stranieri lasciandoli «a becco asciutto, appesi a procedure
fallimentari da cui, se tutto va bene, recupereranno il 30% del
capitale investito» (Così
l’Islanda cerca la felicità, “La Repubblica”, 3.10.2011).
Comunque era stato un danno da poco, vista la scarsa incidenza
quantitativa dell’indebitamento islandese.
Più pesante invece il danno di un default
della Grecia. Dopo un anno di reiterate richieste di rientrare
dal debito sovrano a colpi di manovre “lacrime e sangue”, anche
il governo Papandreou ha minacciato il referendum popolare, ma
questa volta per decidere se restare o meno nell’euro. Sarebbe
stata la catastrofe se mai avesse vinto l’uscita dall’euro (Bancarotta, contagio e rivolte sociali: ecco
quanto costerebbe il crac di Atene, “La Repubblica”, 14.9.2011)
e così le banche creditrici, questa volta in prevalenza francesi
e tedesche, in cambio della cacciata di Papandreou e della cancellazione
del referendum hanno accettato «volontariamente» una robusta «sforbiciata»
(haircut) dei loro averi (Accordo
sulla Grecia a un passo: taglio volontario ai bond del 40-50%,
“La Repubblica”, 25.10.2011), anche se adesso sembrano ripensarci,
così che la questione è tornata in alto mare (Salta
la trattativa con le banche. Atene a un passo dal default,
“La Repubblica”, 14.1.201). Ma qui i “mercati” stanno scherzando
col fuoco perchè in caso di default scattarebbero i micidiali credit default swaps (CDS), come aveva
subito spiegato Rainer Masera: «se ci sarà un credit event mettiamo in Grecia, i CDS cominceranno ad essere pagati.
Ma chi li paga? Chi li ha emessi?» (Soldi
al sistema finanziario, trovarli sarà un’impresa, “La Repubblica”,
26.9.2011). Prima di tutto c’è però da capire di che si tratta.
Nel mondo malsano della finanza a chi è preoccupato della solvibilità del
proprio credito è stata offerta anche la possibilità di assicurarsi
presso istituzioni finanziarie (come l’AIG americana, i Lloyds
di Londra e anche Goldman Sachs), così che pagando un premio gli
si garantisca, in caso d’insolvenza, il risarcimento da parte
degli assicuratori. E’ come per gli incidenti automobilistici,
con l’unica differenza che in questo caso non c’è un solo incidentato
da rimborsare, ma tutti i possessori di quel debito diventato
inesigibile. La perdita è quindi sempre colossale e a carico delle
incaute compagnie finanziarie che hanno assicurato debiti da loro
considerati «impossibili da fallire» e quindi assolutamente sicuri.
Ma se invece fallissero? E’ per questo che quando parte l’attacco
al debito sovrano italiano ciò che si deve escludere a priori
è anche la sola minaccia di un default
perché per la sua dimensione (come spiega un preoccupato commentatore
del “New York Times”) le prime a rimetterci sarebbero le banche
francesi che «hanno la massima esposizione verso il debito pubblico
italiano», ma poi verrebbe la volta degli Stati Uniti «perchè
chi lo sa quali istituzioni americane hanno a loro volta assicurato
le banche francesi contro il default dell’Italia?» (L’America teme il contagio, “La Repubblica”,
29.10.2011).
6. Un’Italia “goldman sachs”.
Ciò
spiega perchè, a partire da agosto, è stato il governo americano
ad agitarsi più di tutti perchè l’Italia non facesse scherzi (L’aut
aut di Usa e Bruxelles. “L’Italia va commissariata o può trascinare
tutti a picco”. Il Segretario al Teoro Geithner convince la Merkel
(“La Repubblica”, 6.8.2011), lasciando al presidente in scadenza
della Banca Centrale Europea, Jean Claude Trichet, e soprattutto
a quello entrante Mario Draghi, ex consulente Goldman Sachs, di
firmare il 5 agosto la lettera ultimativa al governo italiano
di «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo
impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali»
con misure d’austerità estrema (leggere per credere!) che riducessero
le necessità future d’indebitamento: «consideriamo cruciale che
tutte le azioni elencate siano prese il prima possibile per decreto
legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre
2011» (“Corriere della Sera”, 29.9.2011).
Qui però il governo Berlusconi tergiversa con rifacimenti continui della
manovra (tanto che si supera la scadenza di settembre), azzardandosi
perfino a «ricevere in via riservata una vasta delegazione del
CIC, ricchissimo fondo sovrano di Pechino, interessato a comprare
i nostri gioielli di famiglia (meglio se energetici) e disposto
ad acquistare (quasi fosse una contropartita) tanta parte dei
nostri titoli di Stato» (Tremonti
e la Cina: il signor dietrofront, “La Repubblica”, 14.9.2011).
Se mai questa operazione andasse in porto, invece di togliersi
dalla scadenze debitorie del 2012, l’Italia verrebbe a risucchiare
verso di sé una parte del risparmio cinese in circolazione sottraendolo
agli altri debitori. E’una intenzione tanto sconsiderata che merita
la massima punizione da parte delle agenzie di rating che declassano
a raffica l’Italia (il 20 settembre Standard & Poor’s: da
A+ ad A; il 4 ottobre Moody’s: da Aa2 ad A2; l’8 ottobre Fitch:
da AA- ad A+) per allontanare gli investitori da quel debito sovrano.
Ovviamente il colpo riesce: quella trattativa finsce e lo spread schizza alle stelle (Il
grande attacco all’Italia: titoli di Stato a picco, tassi oltre
il 7%, spread a 575, “La Repubblica”, 10.11.2011), ma come
fidarsi ormai di un governo così “maiiale”? Se è stata la Germania,
il 20 ottobre, a chiedere la testa di Berlusconi, a stare ai retroscena
rivelati dal “Wall Street Journal” (Merkel chiese: via Berlusconi, ma Napolitano
smentisce il WSJ, “La Repubblica”, 31.12.2011), comunque ne
arrivano il 12 novembre le dimissioni «volontarie» (cos che non
c’è bisogno di passare per la sfiducia in Parlamento!) che lasciano
il posto all’uomo di fiducia dei “mercati” Mario Monti, anche
lui già consulente Goldman Sachs.
Il compito che gli è stato assegnato è subito detto da un insospettabile
ma soddisfatto Nouriel Roubini: Ora
siete diventati credibili ma dovete tagliare il debito almeno
del 25 per cento (“La Repubblica”, 30.11.2011). Il che si
spiega: se alle scadenze del 2012 «l’Italia dovrà rinnovare quasi
un quarto dei suoi 1900 miliardi di euro di debito» (BTP, asta tiepida e lo spread risale, “La
Repubblica”, 30.12.2011), allora quell’ammontare deve essere ridimensionato.
Come poi Monti possa trovare i soldi anche per quella “crescita”
da tutti invocata, resta un mistero. Lo impedisce il doppio impegno
sottoscritto di raggiungere il pareggio di bilancio (una condizione
da scrivere addirittura in Costituzione) e di rientrare di un
ventesimo all’anno per la parte d’indebitamento che supera il
60% del PIL (che Monti sta cercando disperatamente di alleggerire),
così che i bilanci statali dei prossimi cinque anni partiranno
già gravati da un disavanzo soltanto per l’eccedenza di debito
da rimborsare.
7. Al cuore del “carciofo” europeo.
Assicurato
comunque dal governo “tecnico” italiano il ridimensionamento del
suo debito sovrano, per i “mercati” resta aperta la questione
di quei titoli europei che mantengono la tripla A rispetto a quelli
americani che invece l’hanno persa. Per distogliere il risparmio
internazionale dal reinvestirsi in Europa nel 2012 non resta che
declassare pure loro, a partire da quello francese. E’ per questo
che, insieme all’apertura della “guerra finanziaria” contro l’Italia,
erano già volati annunci che le agenzie di rating avevano messo
sotto osservazione anche la Francia (Rating
e PIL, ora a tremare è Parigi. Sarkozy: non finirò come Obama,
“La Repubblica”, 1.8.2011; Manovra da 10 miliardi: l’Eliseo scopre la
paura di una riduzione del rating, “La Repubblica”, 25.10.2011)
e a novembre, ma per sole due ore, Standard&Poor’s ha provato
anche a toglierle una A, ma giustificandolo come un «errore del
sistema automatico con l’invio non autorizzato da nessun essere
umano (sic)» (Anche la SEC
processa S&P. Dietro l’errore sulla Francia il sospetto di
insider trading, “La Repubblica”, 12.11.2011). Ma quale errore!
Era l’anticipazione di quello che doveva necessariamente succedere.
E’ il venerdì 13 del gennaio 2012 quando Standar&Poor’s lancia l’offensiva
finale all’Europa declassando in un colpo solo Francia, Italia,
Spagna, Austria e Portogallo (S&P
declassa mezza Eurolandia, “La Repubblica”,14.1.2012). In
tripla A restano soltanto Germania, Olanda, Finlandia e Lussemburgo
(con Gran Bretagna, Svezia e Danimarca che però non sono nell’euro).
E’ una «sberla» colossale che, se indebolisce il debito sovrano
degli Stati interessati, pegiudica il portafoglio di tutte le
banche europee che lo posseggono, a rischio di vedersi declassare
“a cascata” anche le proprie obbligazioni nei futuri rinnovi.
Era quanto già successo alle banche francesi che avevano “in pancia”
i titoli pubblici italiani (Le Borse ci credono, ma Moody’s declassa tre
banche francesi, “La Repubblica”, 10.12.2011), ma dopo il
downgrading di massa e con in gioco il
debito di Parigi quali banche europee possono mai dirsi “al di
sopra di ogni sospetto”?
Per resistere al colpo che si temeva, a dicembre la Francia aveva coinvolto
la Germania in un accordo, da firmarsi a marzo 2012, per rendere
più severe le regole di bilancio dell’Unione Monetaria (L’asse
Sarkozy-Merkel sul debito, “La Repubblica”, 6.12.2011). Con
questa «fiscalità compatta» (fiscal
compact) si sperava di calmare la speculazione, ma intanto
la data d’avvio era troppo lontana e comunque la Gran Bretagna
(il cui debito pubblico, in sterline, conserva la tripla A) non
c’è stata a farsi coinvolgere nel sostegno di una moneta, come
l’euro, a cui non aderisce (E’
un trattato contro i nostri interessi, “La Repubblica”, 10.12.2011)
e nemmeno ha voluto impegnarsi verso quel fondo salva-Stati, che
dovrebbe diventare operativo da luglio 2012, fortemente sostenuto
dalla BCE e dal Fondo Monetario Internazionale diretto dalla francese
Christine Lagarde (Londra
si sfila dal fondo salva-euro, “La Repubblica”, 20.12.2011).
L’abbandono della “nave monetaria europea” da parte degli inglesi è un brutto
segnale per tutti gli investitori che non può che rafforzare la
loro tendenza, già in atto, ad allontanarsi «progressivamente
dall’area euro, puntando sul dollaro, sulla sterlina e sul franco
svizzero, insomma sulle valute le cui banche centrali possono
battere moneta nell’occasione» (Paura per le prossime scadenze, “La Repubblica”, 26.11.2011). Per
statuto la BCE invece non può farlo, e comunque dopo il declassamento
generale quella fuga non potrà che accelerarsi, complici anche
alcune procedure finanziarie per cui «i grandi fondi pensione
americani e gli investitori internazionali che comperano titoli
di Stato hanno vincoli severi e per statuto devono rispettare
dei parametri prudenziali. Tra questi c’è spesso il divieto di
acquistare debito pubblico da paesi senza la A» (Monti
in allarme: ma senza di noi altre bocciature, “La Repubblica”,1.1.2012).
E’ allora forse un caso che all’Italia sia stata assegnata la
valutazione di BBB+, ossia senza alcuna A?
8. Brutte notizie dal futuro.
A
questo punto cosa potrebbe ancora succedere? Pur non avendo alcuna
capacità di divinazione, qualcosa si può dire sulla base dello
stato delle cose. Intanto la palla passa alla Germania che conserva
ancora la tripla A. Ma se, per salvare l’Unione Monetaria Europea,
si facesse coinvolgere maggiormente in quel fondo salva-Stati
a cui, secondo gli analisti, ben difficilmente le agenzie di rating
assegnaranno la tripla A, allora potrebbe indebolire la “qualità”
del proprio debito sovrano proprio mentre sta entrando in un rallentamento
economico (Ora anche a Germania teme la recessione, “La Repubblica”, 12.1.2012)
e vedersi così tolta la tripla A (Fitoussi: Germania prossima vittima, “La Repubblica”, 14.1.2012).
Onde evitare la cancellazione potrebbe decidersi di abbandonare
al suo destino una Unione Monetaria fallimentare allo scopo di
riprendersi una piena sovranità monetaria indipendente da quella
della BCE che tutti stanno tirando per la giacchetta perchè acquisti,
contrariamente al proprio statuto, quel debito pubblico dei paesi
europei che viene rifiutato dai “mercati”. Separandosi dai paesi
“maiiali” e anche dalla Francia, potrebbe così esprimere il proprio
debito sovrano in marchi o in altra moneta (come il neuro
ossia l’euro del Nord) che è una ipotesi di cui s’è già preso
a parlare: ovviamente «Berlino & C [Olanda e Finlandia] manderebbero
giù il boccone amaro della perdita di competitività sul fronte
dell’export, ma con la soddisfazione di non doversi far più carico
del salvataggio dei brutti anatroccoli dell’Unione» (I falchi vogliono sdoppiarlo in due monete,
una per il Nord virtuoso, l’altra per i Piigs, “La Repubblica”,
17.11.2011). Mantenendo la valutazione “a tripla A”, potrebbe
competere da posizione di forza con gli Stati Uniti nell’accaparramento
del risparmio alle diverse scadenze debitorie del 2012. Ma questa
fuoriuscita della Germania dall’euro potrebbe tornar comoda anche
ai “mercati”, come insinua Federico Rampini: «escludendo dai suoi
downgrading Germania, Olanda, Belgio e
Lussemburgo, la più potente delle agenzie di rating rafforza l’impressione
che ci sia vasto mondo di interessi e di poteri (prevalentemente
angloamericani) che ormai ragionano sull’ipotesi di ricostituzione
di una piccola Europa omogenea, un mini-euro o neo-marco centrato
sul nocciolo duro della Germania più i suoi satelliti di sempre.
Questo non significa evocare teorie del complotto, ma constatare
che quello scenario è incluso nelle previsioni. E S&P può
accelerare “l’auto-realizzazione delle profezie”, se il declassamento
della Francia finisce per ripercuotersi sul rating del fondo salva-Stati»
(Ultimo avviso alla Merkel, “La Repubblica”,
14.1.2012).
E tuttavia non è sicuro che il grande colpo dei “mercati” contro il debito
sovrano europeo possa finire in bellezza, a leggere una notiziola
apparsa sul finire del 2011. Sembra che in un incontro a Pechino
tra i primi ministri giapponese e cinese, Tokio si sia impegnato
ad acquistare nel 2012 i titoli del debito
sovrano cinese aumentando la quota di renmimbi detenuta nella
propria riserva valutaria. E’ «una mossa che dovrebbe indebolire
le altre monete globali: l’euro, ma soprattutto il dollaro, e
consolidare la guida cino-giapponese nel commercio mondiale e
nell’area del Pacifico» (Cina
e Giappone, alleanza sulle valute, “La Repubblica”, 27.12.2011).
Si capisca bene. La Cina entrerebbe di prepotenza sul mercato
dei debiti sovrani richiamando il risparmio verso i propri titoli
garantiti da una riserva valutaria imponente e valutati da una
sua agenzia di rating (la Dagong) concorrente con quelle anglo-americane.
E il Giappone, finora il massimo acquirente dei titoli pubblici
americani, trasferirebbe i propri fondi da Washington a Pechino.
Sarebbe una fuga del risparmio dal debito sovrano degli Stati
Uniti che annullerebbe la grande fatica compiuta nel 2011 per
allontanarlo invece dal debito sovrano europeo. E sarebbe altresì
la conferma del detto che il
delitto non paga mai.
Gennaio 2012