Dalla Rigore contabile, quindi recessione economica
di Martin Wolf
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Martin Wolf non ha bisogno di presentazioni ormai. Ma la lucidità
(pessimistica) dell'articolo di oggi è difficilmente superabile
anche per uno del suo livello. Una lettura fortemente consigliata.
Quasi a confermare la sua fosca analisi, parlando alla radio
tedesca Ndr, il presidente dell'Eurogruppo Juncker ha dichiarato
che la zona dell'euro è sull'orlo di una recessione la
cui ampiezza potenziale resta sconosciuta. «Deve essere
ancora determinata», ha detto. Nella stessa intervista,
il presidente dell'Eurogruppo ha escluso che la Grecia possa uscire
dall'euro. La Grecia «non sta contemplando il ritorno alla
Dracma», ha affermato Juncker, secondo il quale il ritorno
alla moneta greca «non è un'opzione».
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Troppo rigore uccide la ripresa
di Martin Wolf
Che cosa ha in serbo il 2012 per l'economia mondiale? Cominciamo
dando un'occhiata ai malandati Paesi ad alto reddito. C'è
qualche buona ragione per prevedere una ripresa solida? Nessuna.
La crisi dell'eurozona potrebbe sfociare in un disastro che avrebbe
ripercussioni sul mondo intero, e anche la ripresa Usa probabilmente
sarà fragile. L'ombra di tutto quello che è successo
prima del 2007 è lenta a dissolversi.
Le previsioni di dicembre sono molto negative. I dati più
recenti sulle prospettive di crescita per l'anno appena iniziato
sono molto più bassi di quello che ci si aspettava un anno
fa, in particolare per l'eurozona, destinata, secondo le previsioni,
a cadere in recessione: Italia e Spagna probabilmente vedranno
contrarsi il Pil, mentre Francia e Germania dovrebbero registrare
una crescita trascurabile; il Regno Unito si troverà nella
stessa situazione dei due Paesi più importanti dell'area
euro.
Solo il Giappone e gli Stati Uniti potranno sfoggiare qualcosa
di vicino a una crescita economica ragionevole; nel caso degli
Stati Uniti a dicembre era prevista una crescita del 2,1%, in
rialzo rispetto all'1,9% di novembre.
Contestualizziamo questi dati: nel terzo trimestre del 2011 il
Canada è stato l'unico dei Paesi del G-7 a poter vantare
un livello di prodotto interno lordo nettamente superiore al tetto
massimo raggiunto prima della crisi; l'economia americana e quella
tedesca erano leggermente al di sopra dei massimi pre-crisi e
la Francia lievemente al di sotto; il Regno Unito, il Giappone
e l'Italia invece restano largamente al di sotto. Ripresa? Quale
ripresa?
Eppure, il tasso di interesse più alto applicato dalle
quattro banche centrali più importanti in questo momento
è il misero 1% della Bce, e tutte e quattro hanno incrementato
notevolmente il loro stato patrimoniale. Tra il 2006 e il 2013
il rapporto fra debito pubblico e Pil crescerà di 56 punti
percentuali nel Regno Unito, 55 in Giappone, 48 negli Stati Uniti
e 33 punti in Francia. Perché politiche tanto drastiche
hanno prodotto risultati tanto modesti?
Su questo argomento infuriano dibattiti ideologici. Il modello
teorico dominante sostiene che una crisi finanziaria non può
verificarsi, e che anche se si verifica non ha alcuna importanza,
a patto di non lasciar crollare l'offerta di moneta intesa in
senso lato. Secondo questa lettura degli eventi, le economie attualmente
sono frenate soltanto da rigidità strutturali e incertezze
generate dalle misure politiche. A mio parere è una favola
per bambini, basata su teorie che riducono il capitalismo a un'economia
di baratto occultata da un sottile velo monetario.
Trovo assai più convincenti quelle teorie che accettano
il fatto che le persone possano commettere grossi sbagli. La grande
divisione è fra quelli - i seguaci della scuola austriaca
- che ritengono che chi sbaglia sono i Governi e la soluzione
consiste nel lasciare che tutto l'edificio finanziario venga giù,
e quelli - i post-keynesiani - che sono del parere che un'economia
moderna sia instabile di per sé e che lasciar crollare
tutto quanto ci riporterebbe agli anni 30. Io sono decisamente
dalla parte di questi ultimi.
Nel suo lungimirante capolavoro del 1986, "Governare la
crisi: l'equilibrio in un'economia instabile", Hyman Minsky
esponeva la sua ipotesi dell'instabilità finanziaria. Janet
Yellen, vicepresidente della Federal Reserve, ha osservato nel
2009 che «con il mondo finanziario in piena turbolenza,
l'opera di Minsky è diventata una lettura obbligata».
L'aspetto più affascinante delle tesi minskyane è
il fatto di collegare decisioni di investimento orientate su un
futuro di per sé incerto ai patrimoni che finanziano tali
decisioni, e dunque al sistema finanziario. Secondo la visione
di Minsky, la leva finanziaria - e dunque la fragilità
- è determinata dal ciclo economico. Un lungo periodo di
tranquillità accrescerà la fragilità: la
gente sottovaluterà i pericoli e sopravvaluterà
le opportunità. Minsky avrebbe ammonito che la «grande
moderazione» conteneva i semi della sua stessa distruzione.
Gli anni prima del 2007 sono stati teatro di un ciclo del credito
privato fuori dall'ordinario, specialmente negli Stati Uniti,
in Gran Bretagna e in Spagna, sostenuto dall'aumento dei prezzi
delle case. Lo scoppio di queste bolle ha portato a un'esplosione,
in gran parte automatica, dei deficit di bilancio, come Minsky
aveva previsto. Questo è stato uno dei tre meccanismi politici
che hanno impedito all'economia di precipitare in una grande depressione;
gli altri due sono stati gli interventi finanziari e monetari.
Le economie sono ancora alle prese con l'aggiustamento del dopo-crisi.
Con tassi di interesse prossimi allo zero, i deficit di Stati
sovrani affidabili sono utili da tre punti di vista: aiutano la
domanda, aiutano la riduzione della leva finanziaria e aiutano
ad accrescere la qualità delle attività private.
Quanta strada ha fatto il processo di "deleveraging"?
In America parecchia: nel terzo trimestre del 2011 il rapporto
tra debito lordo del settore finanziario e Pil era ai livelli
del 2001 e il rapporto tra debito delle famiglie e Pil ai livelli
del 2003. Inoltre, come fa notare la Goldman Sachs, «a nostro
parere, il numero di permessi di costruzione di nuove case probabilmente
ha già toccato il fondo, mentre i prezzi nominali delle
case verosimilmente toccheranno il fondo nel corso del 2012».
Gli Stati Uniti ormai sono avviati verso la ripresa, anche se
sarà una ripresa limitata dal prematuro risanamento dei
conti pubblici, dal deleveraging in corso, dai rischi provenienti
dall'area euro e, forse, da un aumento del prezzo del petrolio.
La ripresa si costruirà su un'economia che continua a essere
sbilanciata.
Ma Eurolandia è ancora più fragile. L'Ocse prevede
una riduzione del deficit ciclicamente aggiustato dell'eurozona
dell'1,4% tra il 2011 e il 2012, contro appena lo 0,2% negli Stati
Uniti. Ma il grande pericolo per le economie più deboli
dell'eurozona viene dal simultaneo taglio delle spese nel settore
pubblico e nel settore privato: è la ricetta ideale per
una recessione grave e prolungata. Gli Stati sovrani inaffidabili
sono intrappolati in sforzi probabilmente vani per risanare il
bilancio statale in assenza di adeguate compensazioni da parte
del settore privato e degli altri Paesi. Per questi Stati, una
recessione in tutta l'eurozona è una calamità, che
ostacolerà enormemente l'aggiustamento esterno di cui hanno
bisogno. In questo contesto, l'offerta della Bce di finanziamenti
triennali a buon mercato alle banche, che potrebbero prestare
soldi a loro volta agli Stati in difficoltà, è poco
più di un palliativo: ingegnoso, ma inadeguato.
I Paesi ad alto reddito hanno condotto una serie di esperimenti
allettanti. Uno è stato la deregolamentazione del settore
finanziario e la crescita trainata dal settore immobiliare, ed
è fallito. Un altro è stato la risposta fortemente
interventista alla crisi finanziaria del 2008, e ha funzionato,
più o meno. Un altro ancora è la riduzione della
leva finanziaria dopo la crisi e un ritorno a un contesto monetario
e di bilancio più normale, e su questo esperimento il giudizio
è ancora sospeso. Ma nell'eurozona la virata verso il rigore
di bilancio corre fianco a fianco con un esperimento ancora più
importante, la costruzione di un'unione monetaria intorno a un
nocciolo duro strutturalmente mercantilista, fra Paesi con scarsa
solidarietà reciproca dal punto di vista finanziario, sistemi
bancari fragili, economie poco flessibili e gradi di competitività
divergenti. Buona fortuna per il 2012. Ne avranno tutti bisogno.
(Traduzione di Fabio Galimberti)
da Il Sole 24 Ore
Dicembre 2012