| Intervista a Luciano Vasapollo Il
non pagamento del debito pubblico e la fuoriuscita dall’Eurozona
non sono più proposte velleitarie ma possono diventare soluzioni
da percorrere. In un libro di prossimo uscita – “Il
Risveglio dei maiali”, edizioni Jaca Book – tre economisti
marxisti, Arriola, Martufi, Vasapollo, analizzano la crisi in corso,
le micidiali conseguenze sui paesi Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda,
Grecai, Spagna) dell’Unione Europea e le possibile proposte
per non essere annientati dalla macelleria sociale imposta dalla
Banca Centrale Europea e dal governo unico delle banche che sta
determinando le sorti dei lavoratori, giovani, disoccupati, pensionati
nel nostro e negli altri paesi europei.
Abbiamo rivolto alcune domande a Luciano Vasapollo uno degli
autori del libro.
1) Tra i movimenti sociali e i sindacati di base del nostro
paese, sta emergendo la parola d’ordine del “non pagamento
del debito”. A tuo avviso è una campagna un po’
velleitaria o una soluzione che può diventare realista? Chi
verrebbe danneggiato e chi avvantaggiato da un congelamento o una
moratoria del pagamento del debito pubblico italiano?
Non chiediamo certo il non pagamento del debito pubblico in mano
alle famiglie, che ad esempio rappresenta in Italia solo il 14%
del totale. La moratoria richiesta è nel pagamento del debito
pubblico interno ed estero in mano alle banche, finanziarie, assicurazioni,
grandi fondi pensione ed investimento. Cerchiamo di capire perché
e come.
Il passaggio dall’Europa finanziaria ed economica alla costruzione
politica dello Stato sovranazionale europeo, crea un terrorismo
massmediatico attraverso un vero e proprio attacco politico e speculativo
dei mercati finanziari internazionali per screditare il ruolo degli
Stati-Nazione. E’ così che il debito pubblico si trasforma
in debito sovrano.
Quindi, oggi, creare nell’opinione pubblica l’idea
che gli Stati siano sull’orlo del fallimento, significa occultare
la crisi economica generale di accumulazione del sistema capitalistico,
il disastro dei mercati creditizi e finanziari, creando al contempo
la necessità della socializzazione delle perdite del sistema
bancario attraverso il denaro delle imposte e tasse dei lavoratori
e il taglio dello Stato sociale e del costo del lavoro.
Le rendite finanziarie, a cui vanno aggiunte quelle immobiliari
e di posizione, sottraggano le risorse alla produttività
reale, incanalandosi soltanto in processi di accelerazione speculativa
che necessariamente trovano poi il momento di esaurimento del ciclo
nel rappresentarsi dello scoppio delle bolle speculative stesse.
Si capisce chiaramente perché la campagna di terrorismo massmediatico,
sul debito pubblico e il debito sovrano ha semplicemente un obiettivo
politico che è ancora quello di indirizzare contro lo Stato,contro
l’economia pubblica, la critica feroce della gente comune
,e allo stesso tempo salvare il sistema di impresa e bancario con
la socializzazione delle perdite, a carico dello Stato e così
via, via liberalizzando, privatizzando, tagliando salari e Welfare,
e infliggendo un altro duro colpo al potere di acquisto di lavoratori
e pensionati.
E se qualche paese ,come l’Italia al momento si è
in parte salvata dal pieno disastro alla greca, non è grazie
all’operato delle tanto osannate politiche economico-finanziarie
del Governo attuale e precedenti, ma semplicemente perché
strutturalmente l’operatore famiglia italiano aveva una forte
propensione al risparmio che in piccola parte ancora incide; inoltre
risulta evidente che i titoli del debito pubblico italiano non si
trasformano in debito estero nella stessa percentuale degli altri
paesi europei, ma rimangono in Italia, realizzando quei grandi flussi
di riciclaggio di denaro sporco in mano alle organizzazioni mafiose
e criminali.
E’così che in Italia continua l’effetto domino
del perverso intreccio politica-malaffare-criminalità, che
sostiene l’altra forma attuale del keynesismo, cioè
quello a carattere criminale; la messa a produzione dell’economia
criminale, che, insieme a tutta l’altra fetta dei economia
nera e sommersa, realizza in termini percentuali una quantità
pari a circa il 50% del PIL italiano. Si tenga inoltre conto che
nell’Eurozona complessivamente a fronte di un totale di debito
estero del 183 % del PIL solo il 44% è il debito sovrano
dei governi mentre l’83% è quello delle banche e il
51% quello delle imprese ( compreso quello intrafirm). E non è
assolutamente vero che la situazione peggiori nel computo dell’Europa
a 27, poiché su un totale debito estero del 152% del Pil
,solo il 37% è il debito sovrano governativo, mentre il 101%
è quello bancario, il 40% quello privato di impresa e il
20% quello intrafirm.
E’ evidente la diversificazione delle forme di debito e come
nella struttura del debito estero non sia certo la percentuale del
debito governativo o sovrano quella maggiormente preoccupante. Ciò
che è in atto è semplicemente lo spostamento dei debiti
dai bilanci da alcuni grandi mostri bancari, assicurativi, industriali
e finanziari a quelli pubblici. Si insiste sulla necessità
di tagliare la spesa sociale evocando il falso problema che l’Europa
in generale è un sistema in deficit mentre invece risulta
chiaro l’opposto cioè l’assenza di un debito
estero europeo, anche se ciò è il risultato di partite
compensatorie in cui il creditore per eccellenza, cioè la
Germania insieme a qualche paese del Nord Europa, è il detentore
dei titoli del debito dei PIIGS e di altri paesi fortemente indebitati.
Si consideri, inoltre, che continuerà la politica di spostare
risorse dei bilanci pubblici per sostenere imprese, banche e finanza,
in un contesto in cui la stessa crisi peggiorando le condizioni
sociali dovrebbe aumentare la quota di risorse destinate al welfare.
In realtà, le banche stanno approfittando dell’aumento
dell’offerta del debito pubblico per ristrutturare i loro
fondi di investimento verso altri con rischi assai minori, con l’obiettivo
di dare garanzie ai propri clienti, che non stanno assolutamente
continuando a scommettere sulla roulette russa rischio/redditività
alta, dopo la rovinosa caduta. Le banche hanno bisogno anche di
modificare la composizione del proprio attivo, caricato di titoli
e valori immobiliari in corso di svalutazione accelerata; i titoli
di debito pubblico diventano un valore copertura perfetto.
Sono le banche che realizzano la maggior parte delle transazioni
nei mercati dei prodotti finanziari derivati, sono le banche e i
fondi pensione e di investimento i maggiori speculatori, e la crisi
finanziaria non ha affatto rallentato le transazioni su questi mercati
ma le ha moltiplicate in maniera frenetica.
Con il non pagamento del debito pubblico è quindi il sistema
bancario-finanziario che bisogna aggredire e danneggiare, in tal
modo si possono di conseguenza favorire gli investimenti in beni
comuni, in servizi sociali, in nazionalizzazioni delle imprese dei
settori strategici, aumentando di conseguenza i salari diretti,
indiretti e differiti.
2) Nel libro si evocano esperienze come quelle di alcuni paesi
latinoamericani – mi vengono in mente Argentina o Ecuador
– che hanno visto la ripresa dello sviluppo economico interno
e il cambiamento politico prendere slancio proprio dalla decisione
di non pagare il debito. Sono episodi particolari e irripetibili
o possono indicare una possibile controtendenza generale in grado
di estendersi ad altre realtà?
Per capire ciò, bisogna ritornare alle modalità di
costruzione del polo imperialista europeo che si è realizzato
intorno all’asse franco-tedesco ma in funzione specifica degli
interessi della Germania ; non è un caso che i criteri di
stabilità facciano riferimento al deficit fiscale, al debito
pubblico, all’inflazione e ai tassi di interesse; cioè
tutte variabili che devono essere tenute sotto controllo per favorire
le esportazioni.
Da ciò si capisce chiaramente perché la Germania
controlli tali variabili, in quanto la sua crescita è incentrata
sull’export e perché necessita il deficit dei paesi
europei dell’area mediterranea, i cosiddetti PIIGS (Portogallo,
Irlanda , Italia, Grecia , Spagna), compresa anche la Francia; infatti
l’acquisto da parte della Germania dei titoli del debito pubblico
di questi paesi rappresentano una forma di investimento dell’eccedente
tedesco accumulato. Insomma, il surplus della bilancia commerciale
tedesca è reso redditizio dall’investimento del debito
dei paesi europei con bilancia commerciale in deficit. Ed è
proprio il sistema bancario tedesco che gestisce tale eccedente
compreso quello di altri paesi del Nord Europa.
In pratica salvare l’Unione Europea e quindi salvare il modello
di export tedesco significa semplicemente distruggere le possibilità
autonome di sviluppo dei paesi europei dell’area mediterranea.
E’in questo senso che va interpretata l’azione dell’Unione
Europea, che non dotata ancora di una autonoma capacità politica,
impone ai paesi deficitari le stesse regole dei piani di aggiustamento
strutturale che l’FMI ha applicato in tutti gli ultimi 30
anni per fare “strozzinaggio” sui paesi dell’America
Latina e condizionarne le modalità di sviluppo, facendo così
giocare ora in Europa come allora in America Latina, un ruolo centrale
alle regole della Banca Mondiale oltre a quelle del Fondo Monetario
Internazionale.
E’ in questo senso e secondo le stesse regole neoliberiste
che si scatena la speculazione dei mercati finanziari internazionali
sui titoli dei paesi volgarmente chiamati PIIGS.
Per ribaltare tale logica economico-finanziaria imperialista è
assolutamente necessario un cambiamento radicale socioculturale
(quello che in termini gramsciani si chiama un cambio di egemonia
che modifichi il senso comune), che inverta le relazioni causali
tra l’economia e la politica, come già si sta sperimentando,
ad esempio nei paesi dell’area dell’ALBA. (Alleanza
Bolivariana per i popoli di Nuestra America), e in particolare in
Bolivia dove i movimenti sociali, di indios, i contadini, i minatori
hanno determinato nuove forme di economia plurale e solidale attraverso
lo strumento politico della democrazia partecipativa.
Ma da subito è possibile inceppare i meccanismi di potere
dei centri-polo, delle aree del sistema di dominio del modo di produzione
capitalista, come sta tenacemente realizzando l’alternativa
bolivariana dell’ALBA.
E per le organizzazioni sindacali conflittuali e i movimenti sociali
anticapitalisti che agiscono in Europa si tratta di acutizzare le
contraddizioni contrapponendosi direttamente alle regole dei potentati
dell’Europolo.Pertanto risulta imprescindibile per l’affermazione
di una nuova moneta e di una politica orientata in favore dei lavoratori,
contare su uno spazio produttivo nel quale si possa stabilire una
nuova divisione del lavoro basata sui principi di uno sviluppo sociale
collettivo solidale e un benessere qualitativo per l’insieme
della popolazione della nuova area monetaria ALIAS, di cui parleremo
di seguito .
3) Ma è possibile rimettere in discussione il debito
senza pensare in qualche modo a nazionalizzare le banche o settori
rilevanti del credito?
Il mercato non può disciplinare se stesso, necessita della
mediazione politica, di un intervento da parte dello Stato che realizzi
la trasparenza, l’efficienza, salvaguardando però l’interesse
sociale generale, garantendo condizioni di parità ai partecipanti
e indirizzando le risorse finanziarie a chi è in grado di
coniugare redditività e giustizia sociale e distributiva,
creando ricchezza redistribuita socialmente e lavoro vero a pieno
salario e pieni diritti.
La nazionalizzazione delle banche è la parte più
importante del processo generale per uscire dalla finanziarizzazione
dell’economia globale, e finché non si sarà
realizzato questo obiettivo continuerà il deterioramento
della qualità della vita e del lavoro al sol fine di aumentare
il tasso di profitto. Rompere la logica del capitale finanziario
significa nazionalizzare le decisioni d’investimento per favorire
le attività socialmente utili, sottoposte a un criterio di
rendimento sociale ed ecologico, che sono criteri di medio e lungo
termine.
Il controllo sociale degli investimenti è imprescindibile
per dinamicizzare l’attività produttiva, e per orientare
il credito in funzione di ottenere il massimo sviluppo dell’occupazione
e dell’utilità sociale, e tali funzioni sono fortemente
differenti da quelle che applica la banca privata che è orientata
al criterio del massimo profitto a breve termine.
La nazionalizzazione delle banche in una situazione di insolvenza
e di dipendenza dall’aiuto pubblico è anche un requisito
per evitare la fuga dei capitali e per eliminare la drammatica e
storica tradizione capitalistica di privatizzare i profitti e socializzare
le perdite.
Tutto ciò è quindi possibile solo con un serio governo
di indirizzo dello sviluppo che non può prescindere dal fondamentale
ed efficiente ruolo pubblico nei servizi essenziali e nei settori
strategici dell’economia.
Una parte del debito pubblico è il risultato dell’attuazione
dei governi per appoggiare capitali locali fortemente indebitati,
in primo luogo le banche però anche le imprese (a inizio
del 2011 dei 4,7 mila miliardi di euro di debito esterno di Portogallo,
Spagna, Italia e Grecia, circa il 32% era debito sovrano governativo,
4% delle autorità monetarie, 38% delle banche, 17% di altri
settori imprenditoriali e 8% debiti generati all’interno dei
gruppi multinazionali). Questo intento fallito di stabilizzazione
portato avanti dai governi con le risorse di tutti i cittadini deve
ottenere una compensazione. La nazionalizzazione dei settori strategici
delle comunicazioni, energia e trasporti non solo può essere
un prezzo giusto, ma allo stesso tempo potrà portare le risorse
per realizzare una strategia di rilancio produttivo a breve termine
che permetta di creare le condizioni affinché milioni di
disoccupati nei Paesi della periferia europea mediterranea comincino
a produrre ricchezza sociale nel minor tempo possibile.
4) Perché criticate in maniera così forte e decisa
la proposta di Prodi e Quadrio Curzio che rappresenta una variante
che sembrerebbe più a “connotato social-riformista”
nell’ambito delle diverse ipotesi sulle emissioni degli Eurobond?
Anche recentemente in questi ultimi mesi si sono susseguite anche
e soprattutto da sinistra ipotesi e proposte per risolvere la crisi
per rilanciare la crescita e rafforzare l’Europolo, insomma
per un capitalismo riformato e dal “volto umano”, nel
cuore di un polo imperialista. Ma nel capitalismo attuale non vi
è spazio per una politica istituzionale di riforme. La crisi
strutturale e sistemica del capitalismo di oggi è definitiva.
L’errore di tali keynesiani di sinistra che si prestano al
servizio degli interessi del capitale europeo, sta non solo nell’identificare
questa crisi come da sottoconsumo, senza intenderne il carattere
sistemico e negando qualsiasi impostazione teorica di origine marxista,
ma la loro ipotesi dell’”euro buono” si scontra
con la loro stessa impostazione di crescita nella compatibilità
capitalista. Infatti ecco che si moltiplica in questo senso l’idea
di alzare il denominatore del rapporto debito pubblico-PIL per ridurre
l’impatto di tale indice attraverso stravaganti idee dei keynesiani
di sinistra per stimoli alla crescita: green economy e progetti
ambientali, e progetti infrastrutturali tanto fantascientifici quanto
inutili; e per tutto ciò le soluzioni di finanziamento potrebbero
derivare da l’emissione di nuovi strumenti finanziari, come
gli eurobond per attrarre liquidità dal resto del mondo e
sostenere tale modalità di investimenti in una nuova crescita
che porterebbe come conseguenza anche alla messa a privatizzazione
della stessa spesa sociale (ospedali privati , università
private, fondi pensione, ecc.). Tra tali proposte quella dell’emissione
degli eurobond per finanziare i debiti dei singoli Stati e di cui
si farebbe garante l’intera Eurozona; proposta che ovviamente
trova in pieno disaccordo la Germania che non si vuol far carico
delle crisi e debiti altrui.
A fine di agosto 2011 l’ex presidente della Commissione Europea
ed ex Presidente del Consiglio in Italia, Romano Prodi, e l’economista
Quadrio Curzio sono tornati ad insistere per creare un sistema di
eurobond emessi attraverso un nuovo Fondo Finanziario Europeo (FFE),
denominati Euro Union Bond (EUB). Questo Fondo potrebbe garantire
con un suo capitale di mille miliardi, l’emissione di almeno
3000 miliardi di EUB decennali al 3%, in modo da acquistare quote
dei debiti di quegli Stati che eccedono il limite del 60% del PIL
previsto dal Trattato di Maastricht .
L’emissione dell’EUB a queste condizioni riguarderebbe
proprio tale 60% del debito pubblico rispetto al PIL , mentre la
restante quota resterebbe sotto la responsabilità degli Stati;
il capitale del FFE verrebbe conferito dagli Stati dell’Unione
Economica Monetaria in proporzione alle quote da essi detenuti alla
Banca Centrale Europea. Per riportare l’attuale livello medio
dell’indebitamento dell’Unione Economica Monetaria che
è dell’85% al 60% previsto si dovrebbero impiegare
2.300 miliardi di euro; in tal modo per esempio per l’Italia
la riduzione del rapporto debito pubblico-PIL passerebbe dall’attuale
120% al 95%. I restanti 700 miliardi di EUB che rimarrebbero rispetto
ai 3.000 miliardi di euro previsti andrebbero ad investimenti europei
per far crescere le imprese europee dei settori di energia, telecomunicazioni
e trasporti.
La proposta di Prodi e Quadrio Curzio suppone che gli EUB a dieci
anni abbiano un tasso di rendimento a dir poco eccezionale, cioè
del 3%; l’eccezionalità sta nel fatto sorprendente
che oggi solo la Germania riesce ad emettere titoli a lungo termine
ad un rendimento del 2,75% poiché la media europea del giugno
2011 era del 4,7%, e nessuno ha spiegato per quale miracolosa ragione
l’emissione di EUB possa essere inferiore di quasi due punti
dalla media ponderata delle emissioni statali attuali, né
perché la Germania dovrebbe essere disposta a finanziarsi
ad uno 0,25% in più di quello che offre il mercato; e si
dà per scontato inoltre che gli Stati che attualmente finanziano
il proprio debito a lungo termine ad un tasso di interesse poco
maggiore del 3% annuo, come Francia, Lussemburgo, Olanda, Austria,
Finlandia sarebbero disposti a intaccare le proprie riserve auree
in cambio di finanziare una parte del proprio debito ad un prezzo
uguale o poco inferiore di pochi decimi di centesimo di quello che
oggi gli propone il mercato.
Inoltre il problema non è se i mercati finanziari fissano
un tasso di interesse al 4,7% medio o al 3%, poiché entrambe
le percentuali sono sicuramente molto superiori al tasso di crescita
previsto del Prodotto Interno Lordo dei prossimi anni, e ciò
significa trasferimenti sempre più crescenti di valore verso
i settori della rendita attraverso il servizio del debito. Il problema
vero è che il costo sociale di finanziare la spesa pubblica
attraverso il capitale privato è molto superiore di quello
che per esempio si potrebbe realizzare monetizzando il debito.
Chiudere definitivamente con il dominio del capitale è l’unica
soluzione reale che Prodi, i keynesiani e tutta la compagnia degli
economisti di centro-sinistra e sinistra, vicini e graditi ai poteri
forti europei si negano di considerare poiché sono invece
consapevoli che volendo sarebbe una possibilità reale
5) 5) Parliamo di Alias. Nel vostro libro sostenete che uscire
dall’Unione Economica e Monetaria – cioè il blocco
dei paesi dell’Unione Europea che hanno adottato l’Euro
come moneta – può essere una soluzione da perseguire.
Su questa ipotesi viene fatto molto terrorismo psicologico sia da
parte dell’establishment italiano (vedi Napolitano) sia da
parte di settori oltranzisti tedeschi ed europei che vorrebbero
espellere dall’Eurozona i paesi Piigs che non riescono a rispettare
il pareggio di bilancio. La vostra proposta di un’area economica
euro-mediterranea (l’Alias appunto) a quali esigenze corrisponde?
La Germania continua a mantenere prezzi e salari moderati in termini
relativi per favorire il proprio modello di sviluppo basato sull’export
tentando di aggredire i partner con un rilancio delle esportazioni
extraeuropee. Ma Cina e USA non stanno certo lì ad aspettare
in un ruolo passivo di osservatori; la guerra continua!
In questo quadro di accentuata competizione globale sembrano prevalere
tre strategie europee di uscita dalla crisi.
La prima è la ricetta tedesca, verso quella che considerano
la periferia europea, che punta alla destrutturazione del mercato
del lavoro a maggiore austerità e maggiore liberalizzazione
riducendo le forme anche di protezione sociale. In questo senso
le politiche di aggiustamento strutturale in chiave europea hanno
come unico obiettivo quello di salvare banche, imprese private e
mercato, attraverso un indebitamento pubblico sempre crescente che
vede poi come sua cura la privatizzazione dei servizi pubblici di
base per creare un nuovo spazio di accumulazione attraverso la nuova
catena del valore che si realizza proprio sulle privatizzazioni
dei servizi sociali profitti e rendite finanziarie e di posizione.
Quindi un’idea di stabilità dentro i rigidi parametri
europei imposti dalla Germania favorendo i processi recessivi con
un forte condizionamento negativo sul mondo del lavoro, in termini
di costi di specializzazione e di diritti.
Una seconda ipotesi è quella più a guida britannica
e di settori di una parte dei potentati della cosiddetta sinistra
euroscettica che auspicano la creazione di un “secondo euro”,
puntando a svalutare e a ristrutturare il debito pubblico complessivo,
cercando di attuare anche politiche di nazionalizzazione di alcune
imprese e politiche industriali di miglioramento della produttività.
La ultima ipotesi è quella della sinistra europea, anche
di quella cosiddetta radicale e di alternativa, che partendo da
una ipotesi di analisi della crisi come sottoconsumistica, ripropone
una nuova stagione per le illusioni dei keynesiani di sinistra di
superamento della crisi attraverso il sostenimento della domanda
e un impossibile rafforzamento delle spese di carattere sociale
e di investimento in infrastrutture pubbliche, tecnologie, educazione,
ecc.
Tale ipotesi necessariamente indebolirebbe fortemente l’euro
sui mercati internazionali innescando una competizione internazionale
che potrebbe risultare mortale per l’Unione Monetaria Europea
e per il futuro dell’area valutaria dell’euro.
Se i Paesi della periferia europea desiderano ritornare al controllo
sull’attività produttiva questo lo possono realizzare
soltanto in maniera congiunta e mediante un processo di rottura
con il modello della finanza privata e dello spazio monetario asimmetrico
vigente.
L’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata,
in primo luogo tra i paesi della periferia mediterranea con quattro
momenti intimamente relazionati senza i quali tale processo potrebbe
risultare un disastro per tutti.
Nella nostra analisi e proposta quattro sono i momenti :
a) La determinazione di una nuova moneta comune per l’ Europa
mediterranea (a titolo esemplificativo potremmo chiamare questa
moneta “LIBERA”), cioè una moneta appunto libera
dai vincoli monetari imposti nella costruzione dell’euro);
b) La rideterminazione del debito nella nuova moneta dell’area
periferica (a titolo esemplificativo tale area la potremmo chiamare
ALIAS – Area Libera per l’Interscambio Alternativo Solidale)
relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce; c) Il rifiuto
e azzeramento almeno di una parte consistente del debito, a partire
da quello con le banche e le istituzioni finanziarie, e l’imposizione
di una rinegoziazione dello stesso residuo; d) La nazionalizzazione
delle banche e la stretta regolazione (incluso la proibizione momentanea)
della fuoriuscita dei capitali dall’area stessa,realizzando
al contempo la nazionalizzazione delle imprese dei settori strategici.
Tutti questi elementi si devono però realizzare simultaneamente,
per evitare la sottocapitalizzazione dell’intera regione periferica
e per assumere un controllo adeguato sulle risorse disponibili per
gli investimenti.
L’uscita dall’euro, quindi dall’Eurozona o Europolo,
è un’opzione e un passo verso la soluzione dei gravi
squilibri strutturali delle economie periferiche che non sono semplicemente
squilibri finanziari ma sono innanzitutto di carattere produttivo:
una struttura di base industriale in declino, un uso eccessivo e
inefficiente enorme della forza lavoro, una concentrazione scandalosa
di ricchezza e di patrimonio.
Però non esiste un procedimento fissato per uscire dalla
UE, e questo può facilitare la realizzazione della nostra
proposta per una nuova moneta per una gestione alternativa dell’economia
e della politica, innescata inizialmente all’interno della
UE, per aprire uno spazio che faccia avanzare un’ipotesi realmente
caratterizzata da riforme strutturali , contraria al neoliberismo
e all’attuale struttura di dominio imperante. Bisogna tener
conto che la popolazione dei paesi periferici interni vede in maggioranza
in forma positiva il contributo effettivo della Unione Europea allo
sviluppo istituzionale delle infrastrutture nelle regioni di minore
sviluppo relativo ( vedi l’utilizzo dei Fondi Strutturali
o la Politica Agraria Comune –PAC), reputandole capaci di
raggiungere buoni risultati poiché basate precisamente su
criteri non proprio compatibili con quelli del mercato, nonostante
negli ultimi anni la PAC sia stata sottomessa ad un processo di
liberalizzazione.
Considerato che paesi con sistema politico-sociali differenti come
Gran Bretagna, Danimarca o Svezia possono rimanere all’interno
della UE però fuori dall’Unione Economica Monetaria,
quindi fuori dall’euro, di conseguenza risulterà molto
difficile poter impedire ad un blocco di paesi che vogliono realizzare
una politica di socializzazione delle risorse produttive di base
e degli investimenti.
Determinare quindi un processo di uscita dall’Europolo, cioè
dall’Unione Economica Monetaria, senza uscire dall’Unione
Europea, per ragioni tattiche, ci sembra politicamente molto conveniente
in modo da tener separata e centrale la decisione di realizzare
da subito un’altra area monetaria, appunto ALIAS per una politica
a favore dei lavoratori, dalla decisione successiva e più
a carattere strategico di abbandonare la UE; e in tutti i casi la
fuoriuscita rappresenterebbe un’opzione di attacco al sistema
del capitale europeo, confermando comunque l’intenzione politica
di mettere in discussione da subito le istituzioni comunitarie con
un progetto completamente alternativo che è inevitabile si
debba mantenere e anzi rafforzare nel tempo inglobano i paesi dell’Africa
Mediterranea e dell’Est Europeo nella iniziale area alternativa
che vede insieme i paesi della periferia mediterranea. dell’Europa.
6) Ma l’Alias avrebbe bisogno di una propria moneta che
voi chiamate “Libera”. E’ solo un buon auspicio
o ha delle basi materiali e scientifiche per diventare un progetto?
Uscire dall’euro proponendo una nuova moneta per Paesi con
strutture produttive più o meno simili sarebbe l’unica
alternativa realizzabile, che permetterebbe sia di mantenere un
margine di negoziazione con le istituzione comunitarie e con la
Banca Centrale Europea sia di creare un nuovo blocco politico istituzionale
capace di realizzare un modello di accumulazione favorevole ai lavoratori.
Una nuova moneta come LIBERA per la periferia europea confliggerebbe
inevitabilmente con la strutturazione vigente in materia di integrazione
europea.
In tutti i casi una nuova moneta per una gestione alternativa dell’economia
e della politica imposta all’interno della UE, potrebbe essere
un procedimento utile per offrire ai lavoratori una possibilità
di uscita dal disastro che presuppone la stessa costruzione dell’Europa
neoliberista (cambiare le politiche porta con sé come esigenza
quella di cambiare le regole della stessa Unione Europea), e può
servire anche per limitare l’impatto della probabile reazione
del capitale e dei suoi rappresentanti politici, reazione che potrebbe
essere giustificata in caso di un’uscita volontaria e di un
isolamento economico e politico dei Paesi della periferia dell’Europolo.
Cambiare la moneta nei Paesi con un forte squilibrio fiscale porta
implicitamente ad una svalutazione quasi immediata. Per questo,
il cambio della moneta richiede che allo stesso tempo, su questo
non ci devono essere dilazioni, si rinomini il debito esterno ed
interno con la nuova moneta LIBERA, al tasso di cambio che i governi
considerano più appropriato. Ovviamente questo rappresenta
un’altra fonte di tensione politica con i creditori in particolare
con quelli interni alla stessa UE, dato che gli agenti finanziari
europei sono i proprietari della maggior parte del debito della
periferia mediterranea.
La nuova valutazione del debito con il rifiuto del pagamento di
gran parte di esso e la rinegoziazione del resto, è un altro
elemento necessario per ridurre il peso del debito passato sul finanziamento
di un piano di espansione futuro. Questo processo di deve applicare
con rapidità, poiché ridurre il carico del debito
è una condizione necessaria per poter iniziare un processo
di forte creazione di posti di lavoro a caratterizzazione sociale.
E’ altresì importante che il cambiamento del sistema
monetario e finanziario sia una risposta congiunta, poiché
il peso della periferia europea mediterranea è molto superiore
a quello dei singoli paesi presi separatamente. Il debito esterno
pubblico e privato di quattro paesi portanti di ALIAS (Portogallo,
Italia, Spagna e Grecia) è il 23% dell’intero debito
dell’UM16: 2,1% il Portogallo; 2,2% Grecia; 9,1% Spagna e
9,7% Italia (dati del debito esterno al primo semestre 2011).
La capacità di resistenza e negoziazione è molto
maggiore se realizzata congiuntamente, in particolare se ci si è
rafforzati strutturalmente con la nazionalizzazione delle banche
e dei settori strategici. La nazionalizzazione di tali settori dovrebbe
permettere di realizzare utilità attraverso usi sociali così
come l’ampliamento intenso dell’accesso ai sistemi di
comunicazione ed energia in particolare per quelle fasce più
povere della popolazione locale e per i Paesi alleati della nuova
area ALIAS in una pratica di una nuova strategia di sviluppo globale
solidale.
Con questa proposta dettagliatamente articolata nel libro vogliamo
quindi aprire una ipotesi di dibattito e un percorso di pratica
di lotte con un obiettivo diretto e raggiungibile, ma nello stesso
tempo realizzare una possibilità concreta per i Sud del mondo
che possano trovare nei PIIGS , e in generale nei paesi dell’area
mediterranea, l’esempio di un percorso capace di sparigliare
le carte dell’”azienda mondo”; un’occasione
per appassionarsi a creare una opportunità di un altro mondo
possibile “qui ed ora “ che dimostri che si può
realizzare concretamente un diverso vivere solidale e autodeterminato
attraverso percorsi di lotta di un movimento di classe realmente
indipendente che si pone strategicamente, ma da subito, il fine
del superamento del modo di produzione capitalista.
http://www.contropiano.org/it/cultura/item/3463-debito-pubblico-perché-e-come-si-può-non-pagarlo
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