Cgil.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio
di Mauro Casadio * |
Mai è stato firmato un accordo così pesante e carico
di significati politici contro il movimento dei lavoratori. Ma
davvero era così imprevedibile?
La fine di fatto del contratto nazionale ridotto al lumicino,
le RSU che mantengono la riserva di un terzo alle organizzazioni
firmatarie rendendo così impossibile ogni pronunciamento
democratico, la discrezionalità delle aziende sulla certificazione
delle deleghe, l’innalzamento di fatto nel Pubblico Impiego
della soglia di rappresentanza a ben oltre il 5 % sono solo alcuni
elementi sui quali non ci soffermiamo ma che, peraltro, vengono
ben analizzati negli altri articoli pubblicati sul nostro giornale
in questi giorni.
Questo esito, per quanto negativo e foriero dell’incrudimento
della lotta di classe “dall’alto”, era prevedibile
ed, anzi, da qualcuno era stato previsto. Non era infatti credibile
pensare ad una CGIL che ritornasse su i suoi passi ritrovando
una funzione di lotta e di rilancio della democrazia nei posti
di lavoro. Quanti lo hanno fatto, ancora una volta, dovranno rivedere
le proprie valutazioni a meno che non siano stati già avvolti
dalle “spire” concertative che qualche briciola comunque
la distribuiscono.
Nella lettura delle vicende sindacali di questo ultimo decennio
c’è una distorsione che impedisce di capire le dinamiche
reali. Si continua, infatti, a dare attenzione politica ad un
pendolo che va verso l’unità sindacale di CGIL, CISL,UIL
quando c’è la crisi di Berlusconi ma poi si sposta
verso la rottura di questa unità, quando il centrodestra
riacquista forza. Il problema è il non vedere, o voler
vedere, che questo segna l’ora sempre sullo stesso orologio.
Fuor di metafora il dibattito a sinistra e nel movimento sindacale
si concentra sulla contingenza e non guarda mai ai processi reali
che si chiamano costituzione della superpotenza europea (diffidate
sempre di chi si lamenta dell’assenza dell’Europa
politica), ai processi di concentrazione delle multinazionali
europee, alla gerarchizzazione tra gli Stati ed alla ingerenza
sistematica negli affari degli Stati più deboli a cominciare
dalle politiche di bilancio con il ricatto dei debiti sovrani.
E’ questa l’Unione Europea reale e non quella che
viene vagheggiata spesso anche a sinistra.
La Grecia, La Spagna, il Portogallo, l’Irlanda sono lì
a testimoniarlo non possiamo che aspettarci altri “esempi”
di questo tipo nei prossimi mesi a partire dall’Italia,
dove con il trucco della manovra a scoppio ritardato di Berlusconi,
il paese continua ad essere una preda possibile delle speculazioni
finanziarie, belve mai sazie nella dimensione finanziaria e globalizzata
dell’ odierno capitalismo. Confindustria, CGIL,CISL, UIL
non sono naturalmente “cattivi” ma sanno bene che
la crisi economica e una rappresentanza addomesticata sono le
due facce della stessa medaglia se vogliono controllare il conflitto
di classe che in un modo o nell’altro si farà strada
nei posti di lavoro e nella società.
Non possiamo comunque negare che l’ondeggiare di quel pendolo
qualche confusione l’abbia prodotta tra chi in questi ultimi
mesi pensava che si stessero creando le condizioni soggettive,
con la copertura più o meno aperta della Cgil, per rilanciare
il conflitto di classe e sociale in Italia. La Fiom in questo
caso ha certamente condotto una battaglia dura e per certi versi
inevitabile cercando di evocare un conflitto diffuso che rivedesse
un protagonismo della classe operaia di fabbrica dentro uno scontro
più generale. Questo dato va indubbiamente riconosciuto,
ma ci sono elementi che non possono essere rimossi dalla valutazione
complessiva.
Alcuni di questi hanno un carattere tattico. Infatti come ha
potuto la Fiom inserire nel suo disegno di legge di iniziativa
popolare sulla democrazia sindacale il criterio dei firmatari
di contratto? Perché si è messa attorno al collo
quel cappio che poi Marchionne ha stretto? Inoltre come poteva
pensare di fare un gioco spericolato come quello che è
stato fatto alla Bertone dove i delegati Fiom della RSU davano
indicazione di votare Si al referendum mentre il nazionale diceva
il contrario, addirittura rivendicando questo fatto come sintomo
di intelligenza politica e non valutandolo per quello che è
stato ovvero un preoccupante segno di debolezza?
Essendo questi elementi tattici hanno certamente un valore relativo,
ma ce ne sono di più strutturali che sono stati politicamente
e culturalmente rimossi dai settori di classe presenti nella Cgil.
Come si può oggi ipotizzare una ripresa del conflitto di
classe senza analizzare e capire quello che è realmente
il ruolo della classe operaia di fabbrica in un paese come l’Italia,
parte organica di un polo imperialista come quello europeo? La
modifica quantitativa ma soprattutto qualitativa della composizione
di classe del mondo del lavoro quali problemi comporta sul piano
politico e del progetto sindacale? Di fronte alla radicale trasformazione
dei modi in cui si utilizza la forza
lavoro - la quale rimane sfruttata e subordinata in questa società
al di là di ogni illusione politica - come si deve modificare
la struttura e la forma di un sindacato di classe moderno? Come
incide la dimensione disgregata e metropolitana della forza lavoro
in questo progetto di ricostruzione del sindacato di classe? Purtroppo
ci sembra che si sia fuori tempo massimo per dare risposte concrete
alle modifiche strutturali avute e le forze come la Fiom hanno
oggi a disposizione solo spazi tattici, i quali inevitabilmente
verranno sempre più ridotti come dimostra “l’avviso
comune”, al di là dei possibili ma contingenti ritorni
di fiamma del conflitto.
Quello che vale per la Fiom ha ancora più valore per quelle
parti di movimento che hanno ricercato un rapporto diretto con
la Cgil, trovandosi così oggi nuovamente spiazzati e in
modo ancora più evidente, a meno che non decidano essi
stessi di seguire la strada indicata dalla Camusso. Se va detto
che l’ esito di questo scontro era prevedibile, non era
invece scontato, almeno sul piano della ricostruzione di un fronte
di lotta più solido e strategico. Invece ancora una volta
è intervenuto il “tic” storico della sinistra:
quello del politicismo, del tatticismo, del movimento a “schiuma
frenata” come è stato lo sciopero generale del 6
Maggio, richiesto a gran voce per molti mesi e fatto quando chi
lo chiedeva era rimasto senza voce. Dal 6 maggio al 28 giugno
sono passati solo 53 giorni, uno schizzo temporale nel quale si
è guardato altrove
mentre la Cgil preparava pubblicamente il patto sociale che cercherà
di imbrigliare il conflitto sociale e di sotterrare la democrazia
sindacale.
* Rete dei Comunisti
giugno 2011