Gallino:
“Così si va a destra”
di Francesco Paterno' |
Il sociologo Luciano Gallino non ha dubbi: l'intesa sul lavoro
firmata dalla Cgil il 28 giugno scorso «rappresenta uno
spostamento a destra». E continua a pensare anche che alla
Fiat non dispiacerebbe avere un «pretesto per ridurre o
rinunciare agli investimenti in Italia».
L'accordo interconfederale con la Confindustria riavvia
un processo di contrattazione unitario che pare però preoccupante.
Il contratto nazionale non diventa così sempre derogabile?
In effetti il secondo comma dell'art. 7 dell'accordo prevede
che in presenza di «situazioni di crisi» o di «investimenti
significativi» si possono modificare gli istituti del CCNL.
Sia le une che gli altri possono venire definiti in cento modi
diversi, in specie nelle piccole e medie imprese.
Perciò, di fatto, in tema di prestazioni lavorative, orari
e organizzazione del lavoro, il CCNL è derogabile praticamente
senza limiti.
L'accordo non toglie quasi definitivamente la possibilità
per i lavoratori di votare intese firmate dai vertici sindacali?
Non mi pare vi siano dubbi. Quando un accordo aziendale è
firmato da una rappresentanza certificata, i lavoratori non hanno
più la possibilità di esprimere il loro consenso
o dissenso in merito ad esso. In astratto, potrebbero anche organizzarsi
per esprimerlo, ma stando all'accordo interconfederale esso non
avrebbe alcun valore. Paradossalmente, il principio per cui i
lavoratori hanno comunque il diritto di esprimersi mediante il
voto è ribadito con particolare forza dallo statuto della
stessa Cgil.
Secondo lei, perché la Cgil oggi ha firmato
quel che nella sostanza è la stessa cosa che non ha firmato
nel 2009?
Da anni la Cgil ha tutti contro: le altre due confederazioni,
il governo, il 90 per cento degli accademici che si occupano di
lavoro, i media, perfino gran parte dei politici del centro-sinistra.
L'accordo in parola rappresenta senza dubbio uno spostamento verso
destra, ma in un contesto politico e culturale che nonostante
la crisi, o meglio proprio per sfruttare la crisi, appare sempre
più virare a destra, un'organizzazione così vasta
e complessa non può non avvertire anche al proprio interno
spinte per portarsi su posizioni meno distanti da quelle dominanti.
Quale è il suo giudizio sulle Rsa?
I membri delle Rsu sono eletti dai lavoratori. I membri delle
Rsa sono designati dai sindacati, anche se minoritari. In altre
parole le Rsu sono una forma, imperfetta quanto si vuole, di democrazia
diretta o partecipativa. Le Rsa sono un'ennesima forma di democrazia
per delega dall'alto. Sono per la prima forma di democrazia.
La centralità che assume sempre di più
la contrattazione aziendale non rischia di accentuare la tendenza
alla frammentazione del sistema industriale italiano?
Su questo non c'è il minimo dubbio. Un sistema che è
già di per sé il più frammentato della Unione
europea a 17 ed è molto meno organizzato, ad onta delle
infinite discussioni su distretti in forme di cooperazione interaziendali
come avviene invece con i «poli di competitività»
in Francia, le «reti di competenza» in Germania, ecc.
Come valuta la «tregua», in sostanza
la sospensione del diritto di sciopero?
E' un altro colpo inferto alla libertà di associazione
e di azione sindacale.
Cosa prevede nelle relazioni fra Fiat e Fiom, se
il prossimo 18 luglio il tribunale desse ragione al sindacato
sul contratto di Pomigliano?
Ho l'impressione che alla Fiat non spiacerebbe avere un pretesto
per ridurre o rinunciare agli investimenti in Italia. Il suo centro
produttivo è ormai in Brasile e in Messico, dove a Toluca
vengono costruite sia la 500 che i macchinoni Chrysler da vendere
in Italia e in Europa con la placchetta Lancia o Alfa Romeo. Nel
2010 la Fiat ha prodotto in Italia meno auto di quante non ne
abbiano prodotte al loro interno Germania, Francia, Regno Unito,
Spagna, Polonia, Repubblica Ceca e Serbia. Ritornare ad essere,
dall'ottavo, anche solo uno dei primi tre costruttori è
un impegno di enorme portata. Se ai lavoratori italiani e alla
Fiom potesse venire appioppata definitivamente l'accusa di essere
inaffidabili, poco produttivi, renitenti alle forme moderne di
organizzazione del lavoro, il disegno americanocentrico del Lingotto
ne sarebbe facilitato.
Da Il Manifesto del 6 luglio
LUGLIO 2011