Barletta,
il lavoro senza coscienza di sè
di Dante Barontini - Luciano Gallino*
- Giorgio Cremaschi *
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di Dante Barontini
La tragedia di Barletta ha sollevato il velo su una realtà
molto scomoda sotto tutti i punti di vista. Ma soprattuto per
chi crede, spera, lavora per la trasformazione sociale.
Le reazioni dei vicini, della "gente" di Barletta,
della stessa donna sopravvissuta, sono delle penose genuflessioni
al ricatto. Omaggi "al benefattore" che faceva lavorare
quelle donne senza contratto e per quattro soldi, in uno scantinato
scricchiolante. Una complicità sociale con lo sfruttamento
asinino che arriva fino all'"imprenditore", tanto dissennato
da lasciare lì dentro persino sua figlia.
Tutti - ma proprio tutti - in quel luogo considerano tutto ciò
una "normale disgrazia", senza responsabilità
particolari, senza colpevoli. E' persino vero. La verità
dell'orrore. Se lo schiavo e il suo padrone sono d'accordo a tessere
in quel modo il proprio rapporto, quella è la "normalità".
Medioevale, ma "normale" per il senso comune sociale.
E' il punto zero della "coscienza di classe". Il punto
in cui il lavoratore non si percepisce come un essere umano dotato
di diritti e potere, ma come corpo bisognoso di nutrimento, quindi
di reddito da reperire mettendo se stesso volontariamente sotto
padrone. E' il punto zero della dignità, della capacità
di volere, di esprimere opinioni autonome, di pensare.
Ma questo è davanti ai nostri occhi. E' una realtà
sociale con dimensioni di massa. Quando si ragiona di "proletariato",
"classe", "lavoratori", bisogna tener presente
Barletta, iceberg di una condizione proletaria, di classe, di
lavoratori, che non arrivano a sentirsi "soggetto".
Serve tenere presente questa realtà quando si cerca di
calcolare la "reazione sociale" alla crisi, i rapporti
di forza, le possibilità di una politica radicale e indipendente.
Se si fa un'analisi che vede esistere le condizioni oggettive
e soggettive per "una base reazionaria di massa", bisogna
essere conseguenti. La sollevazione degli sfruttati non è
- non è mai stata - un atto repentino e spontaneo frutto
di una condizione invivibile. Ma il risultato di un enorme lavoro
sociale e politico che punta a "far riconoscere" l'invivibilità
di quella condzione a chi la vive. Se così non fosse, potremmo
tranquillamente aspettare sdraiati su un divano "la rivoluzione
mondiale".
L'attenta fotografia scattata da Luciano Gallino - sempre più
un corpo estraneo rispetto al mainstream di Repubblica - aiuta
a centrare l'ordine dei problemi. E a trasformare l'indignazione
in scienza della ribellione. L'intervento di Giorgio Cremaschi
su Liberazione aggiunge lucida rabbia, con l'esperienza del sindacalista
di lungo corso.
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Barletta. La nostra vergogna
Luciano Gallino
Nella tragedia di Barletta sono presenti i peggiori ingredienti
che un talento malvagio possa mettere insieme per farci provare
dolore e vergogna.
Un edificio pieno di crepe, uno scantinato mal illuminato, mal
aerato, senza uscite di sicurezza. Nel quale lavoravano una decina
di donne, faticando fino a dieci ore al giorno. Però senza
contratto di lavoro, e pagate 4 euro l'ora. Di laboratori del
genere ce ne sono decine solo a Barletta, che diventano migliaia
se si guarda all'insieme del Mezzogiorno, e decine di migliaia
se lo sguardo si allargasse mai al Centro e al Nord.
Di laboratori e officine e cantieri in nero è piena tutta
l'Italia, lo era prima della crisi e lo è ancora di più
adesso che la crisi morde tutti e dovunque. Non tutti hanno sulla
testa mura che si sgretolano. Però le condizioni di lavoro
crudeli, il lavoro in nero e le paghe da quattro euro o meno sono
per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori l'esperienza
di ogni giorno. Il sindaco di Barletta ha detto che non se la
sente di attribuire alle persone alcuna responsabilità
per le condizioni in cui avevano accettato di lavorare in nero
entro quel laboratorio. E neanche alla famiglia dei titolari,
che non firmavano contratti in regola, ma nel crollo hanno perso
la giovanissima figlia.
Dalle nostre parti, intendeva dire il sindaco, l'alternativa
al lavoro nero è la disoccupazione e la fame (o l'ingresso
nella truppa della criminalità). L'affermazione è
politicamente poco opportuna. Il guaio – che è un
guaio di tutti noi – è che il sindaco ha ragione.
Fotografa una situazione. Il mercato del lavoro è stato
lasciato marcire dai governi e dalle imprese in tutte le regioni
d'Italia. La crisi ha accelerato il degrado, ma esso viene dall'interno
del paese, non dall'esterno. Una intera generazione oppressa dalla
precarietà lavora quando può, quando riesce a trovare
uno straccio di occupazione. Stiamo uccidendo in essa la speranza.
Adesso milioni di italiani guarderanno i funerali di Barletta
in tv, e molti proveranno una stretta al petto, e il giorno dopo
torneranno al loro lavoro precario per legge, grazie alle riforme
del mercato del lavoro, o precario perché del tutto in
nero. Tuttavia qualcuno un po' di vergogna potrebbe o dovrebbe
pur provarla. Come può un paese in cui si vendono centinaia
di migliaia di auto di lusso l'anno, in cui ci sono più
negozi di moda che lampioni stradali, e milioni di famiglie hanno
almeno due cellulari pro capite, permettere a sé stesso
di lasciar morire sotto una casa malandata che crolla un gruppo
di giovani donne che faticavano senza contratto per 4 euro l'ora?
Le abbiamo costruite tutte noi, queste trappole fisicamente e
giuridicamente infami, con le nostre scelte di vita, i nostri
consumi, con lo squallore della nostra cultura politica e morale.
Da La Repubblica del 5 ottobre
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Crimini contro l'umanità
di Giorgio Cremaschi
Cinque operaie assassinate a Barletta. Come alla ThyssenKrupp,
una strage sul lavoro che nasce da una lunga catena di violazione
delle leggi, dei diritti, dei contratti, delle norme di sicurezza
ambientali e per le persone e, soprattutto, dalla ricerca del
profitto a tutti i costi.
A differenza che alla ThyssenKrupp, però, questa strage
non è stata al centro del confronto mediatico. Anzi, dopo
che si è appreso che il crollo della palazzina diventava
una strage di operaie il fatto è stato quasi derubricato.
Che dire, infatti, di operaie che in Italia prendono 3,95 euro
all’ora per 12 ore di lavoro al giorno medie? Il che dà
diritto a quei 500/600 euro mensili che per una famiglia del Mezzogiorno
in crisi possono voler dire la sopravvivenza.
Sentiremo le solite litanie sulla lotta al lavoro nero e sul rispetto
delle leggi. Ma la realtà è che a pochi anni dalla
strage della ThyssenKrupp dobbiamo solo dire che quella che doveva
essere un’estrema deformazione del sistema è diventata
il sistema. Un sistema fondato sul supersfruttamento del lavoro
fino alle condizioni di paesi lontani, quelli di cui si parlava
qualche anno fa come ultimi siti della delocalizzazione e della
globalizzazione. Ora la globalizzazione l’abbiamo in casa
e il supersfruttamento del lavoro dilaga aggredendo come un cancro
prima di tutto e in modo devastante i soggetti e le aree più
deboli. Le donne, l’intero Mezzogiorno, i migranti.
Quelle operaie lavoravano in nero sicuramente come ultimo anello
di una catena che arriva all’emersione, alle firme, alla
legalità. Così come la mafia ricicla i suoi soldi
sporchi nelle banche di Milano, così il sistema della produzione
ufficiale ricicla il supersfruttamento di Barletta.
In questi trent’anni periodicamente si sono ridimensionati
i diritti del lavoro contrattualizzato. Si è spiegato che
lo si faceva anche per ragioni di eguaglianza, per ridurre il
privilegio dei lavoratori garantiti, in modo da distribuire più
equamente i diritti tra tutti. Si sono fatti accordi per far “emergere”
il lavoro nero, garantendo agli emersi un sottosalario strutturale
e legale. Infine, il 28 giugno si è sottoscritta un’intesa
che garantisce alle imprese il diritto di derogare al contratto
nazionale. Il governo, non contento di questo e per rispondere
alle richieste di Marchionne, Draghi e Trichet, ha varato l’articolo
8 della manovra. Un articolo che estende il diritto alla deroga
dai contratti alle leggi, anche a quelle che tutelano contro il
licenziamento.
Ebbene tutto questo percorso non ha ridotto di un solo millimetro
la dimensione del lavoro nero. Anzi, man mano che il lavoro contrattualizzato
sprofondava nel supersfruttamento, il lavoro nero cadeva ancora
più in basso e si estendeva.
Quanto avvenuto a Barletta dimostra la vacuità delle tesi
dei vari Ichino. Il mondo del lavoro è come un convoglio,
se si fa arretrare la testa, quella che ha più potere e
diritti, arretra anche la coda, quella che non è in grado
di tutelarsi.
E così siamo arrivati alla fine. Quei salari cinesi che
erano auspicati da tanti economisti come condizione per la competitività,
sono arrivati nel Mezzogiorno. Certo oggi sono illegali, ma grazie
all’articolo 8 tra breve potranno essere resi perfettamente
coerenti con competitività e produttività. Del resto,
che cosa ha detto il sindaco di Barletta, di centrosinistra, di
fronte a questa tragedia? Non criminalizziamo, bisogna pur lavorare.
Ecco, nel degrado morale delle parole di questo sindaco c’è
la crisi della democrazia italiana. C’è un paese
che sprofonda nell’ingiustizia, perde la sua democrazia
e le sue libertà, mentre le sue classi dirigenti litigano
solo su chi è più bravo a rassicurare i mercati.
La borghesia italiana oggi è profondamente divisa, soprattutto
su una questione. Su se e come mandare via Berlusconi. Ma non
è divisa sulle scelte di fondo, cioè sul perseguire
una via alla competizione fondata sul dilagare del supersfruttamento
del lavoro. Su questo sono tutti d’accordo: litigano sui
mezzi, non sul fine. Litigano se sia più giusto, come dice
Marcegaglia, coinvolgere la Cgil e magari aspettare un po’,
oppure – come pretende Marchionne – tagliare subito
il nodo dei diritti perché una multinazionale americana
in perdita non aspetta. Litigano se sia più giusto dare
lo sfratto immediato a Berlusconi e insediare un governo tecnico
del grande capitale, oppure se non convenga più democristianamente
aspettare che le cose vadano a posto da sole.
Su tutto questo aleggia la crisi internazionale e la sua gestione
da parte della finanza internazionale. Pochi giorni fa la Troika
che governa la Grecia - Fondo monetario internazionale, Bce, Commissione
europea - ha chiesto al governo di quel paese di abbassare i salari
minimi per legge. Pare che il primo ministro greco abbia risposto
che il suo paese non può diventare come l’India.
Ma questo è proprio l’obiettivo del potere finanziario
che ci comanda. Questo è il contenuto reale della lettera
della Bce al governo italiano.
Ci auguriamo che ci sia un processo per i responsabili immediati
delle morti di Barletta. Ma quelli indiretti li conosciamo già:
sono i programmi di aggiustamento strutturale, le “riforme”
chieste e predicate dal Fondo monetario internazionale, dalla
Banca Europea, dal capitalismo finanziario. Da quelle politiche
imposte in giro per il mondo sono venute tragedie umane e sociali
terribili. Io penso che prima o poi i titolari dell’economia
mondiale di questi ultimi venti anni dovranno essere processati
per crimini contro l’umanità.
Cerchiamo di dare un senso a queste terribili morti, proviamo
a trasformare il nostro dolore in rabbia.
Per impedire che si muoia di lavoro per pochi euro di salario
bisogna prima di tutto dire no a Marchionne, Draghi e Trichet.
Bisogna fermare la distruzione dei diritti sociali e il supersfruttamento
del lavoro, bisogna rovesciare la filosofia e i poteri della globalizzazione.
Solo così si potranno costruire un’altra economia
e una società giusta dove non si muoia come a Barletta.
(Liberazione del 6 ottobre 2011)
Ottobre 2011