Relazione introduttiva al Convegno
CRISI E ALTERNATIVE
Collasso finanziario e Socialismo del XXI secolo
Promuovere un Convegno sull’Ambiente, come ha fatto l’Associazione nel febbraio 2008 (in piena crisi rifiuti a Napoli), dandogli un taglio generale, con approfondimenti sullo stato di salute dell’intero pianeta, considerato dal modo di produzione capitalista come una merce da consumare, trasformare e vendere, non curante dei limiti delle risorse, dei mutamenti climatici in atto, nelle sua logica esclusivamente legata al presente che non considera il futuro, è stata una scelta tutta interna al metodo marxista di affrontare le analisi dei fenomeni sociali economici e ambientali che si producono. Convinti che il lavoro teorico è necessario e funzionale a qualsiasi pratica. Non si ha costruzione senza un progetto.
Nell’affrontare le tematiche relative al mondo del lavoro abbiamo promosso il convegno che si è tenuto a Bologna, giugno 2008, che ha percepito nella questione sindacale un’altra dinamica socio-economica rilevante in una fase di attacco ai diritti del mondo del lavoro, individuando nel sindacalismo di base l’unico soggetto organizzato in grado di sostenere la tutela del lavoro e la resistenza all’attacco ai diritti, al salario, alla sicurezza dei luoghi di produzione. Sostenendo, anche in via teorica, quel processo reale di unità d’intenti delle organizzazioni sindacali di base: CUB, Cobas e SdL che stava maturando e che, dopo le assemblee nazionali di Milano e di Roma (Maggio ’08 e Febbraio ’09), ha avviato, con un ulteriore spinta unitaria, un Patto di Base e indetto unitariamente, oltre lo sciopero del 17 ottobre 2008, la manifestazione nazionale del 28 marzo 2009 contro il vertice del G14 e la politica economica del governo Berlusconi.
Quello di oggi è con ogni probabilità il convegno più impegnativo che l’Associazione “Politica e Classe” ha organizzato. Un incontro internazionale che speriamo sia utile ad aprire una discussione a 360 gradi sulla crisi strutturale del modello capitalista e sulle possibili alternative politico-sociali. Quando si affrontano problemi complessivi di trasformazione sociale viene naturale fare riferimento ad esperienze storiche e attuali per verificare le condizioni date e i modelli di una possibile alternativa al capitalismo.
Nell’attuale fase storica i modelli di riferimento internazionali e di chiara “natura sociale”, socialisti o comunisti, non sono certo numerosi, ma, ciò nonostante, non si può fare a meno di rivolgere la nostra attenzione teorico-pratica alle attuali esperienze di transizione al socialismo oggi in campo a livello internazionale anche se la soggettività politica è in questa fase debole e non ancora in condizione di dare risposte significative alla costruzione delle alternative.
La crisi, con le sue dirompenti manifestazioni per l’intero sistema produttivo capitalistico mondiale, mette sempre più in luce il suo carattere strutturale. Con la fine della crescita determinata dal secondo conflitto mondiale si è assistito ad un susseguirsi di crisi che hanno investito il capitalismo, alcune si sono distinte per localismo altre si sono palesate a livello internazionale. Possiamo affermare che dagli anni ’70 ad oggi le crisi, con diverse forme, sono state continue, numerose e sempre più difficili da risolvere. Il principio concorrenziale, essenziale per il capitalismo, produce effetti contrari allo scopo fondamentale: anziché incrementare il saggio di profitto storicamente ne determina la riduzione. Il limite intrinseco dell'avidità egoistica dei capitalisti, come afferma Marx ne Il Capitale: «attesta il carattere ristretto, semplicemente storico, passeggero, del modo capitalistico di produzione; prova che esso non rappresenta affatto l'unico modo di produzione che possa produrre la ricchezza, ma al contrario, giunto ad una certa fase, entra in conflitto con il suo stesso ulteriore sviluppo.» (K. Marx, Il Capitale, libro III).
Oggi ci troviamo di fronte allo stesso problema: il modo di produzione capitalista mostra, con le continue crisi che lo attraversano, tutte le contraddizioni per un suo ulteriore sviluppo. Le risposte messe in campo negli anni hanno di fatto consentito al modello capitalista di crescere seppur passando da una crisi all’altra, ma non sono state in grado di rispondere in via definitiva alla contraddizione della caduta del saggio di profitto.
Negli anni ’70 il “decentramento produttivo” attuato nel nostro paese è stato il tentativo per risolvere la crisi delle esportazioni, la mancanza di governabilità della grande impresa e la contestuale riduzione dell’occupazione per la cosiddetta rigidità dell’uso della forza lavoro. Si punta così ad un criterio organizzativo della produzione, che passa dalla concentrazione in grandi fabbriche alla produzione in piccole unità, specializzate e sparse in un ampio territorio, fino ad arrivare alla diffusione del “lavoro a domicilio”. Tale ristrutturazione tendente al recupero dei margini di profitto della grande impresa ed alla frammentazione dei luoghi di produzione determina l’indebolimento della classe lavoratrice ed introduce forti differenze salariali. In sostanza la prima grande ristrutturazione dal dopoguerra si cala in un quadro internazionale complesso e in crisi emerso nel 1973 con il primo shock petrolifero, con il conseguente aumento del prezzo del petrolio e la fluttuazione del sistema monetario determinato dalla fine del trattato di Bretton Woods.
Schematizzando possiamo dire che dopo l’insufficiente tentativo di soluzione basato sul decentramento produttivo si è passati all’allargamento su scala mondiale della produzione capitalistica. Questo fenomeno ha determinato lo sviluppo della delocalizzazione tramite la nascita delle filiere produttive su scala internazionale. La catena di montaggio non ha più una dimensione aziendale ma assume un carattere sopranazionale: è il momento delle holding. Si avvia in questo modo quel processo di finanziarizzazione dell’Economia che ha portato nel giro di pochi decenni il capitalismo alla crisi attuale.
Nella convinzione che fosse possibile attraverso la speculazione finanziaria e la delocalizzazione della produzione recuperare la caduta del saggio di profitto il capitalismo ha tentato una sua ulteriore carta. Gli ultimi decenni si sono distinti per flessibilità e precarietà del mercato del lavoro, per l’intenso sfruttamento della manodopera a basso costo e zero diritti dei paesi terzi, i quali hanno vissuto, con la delocalizzazione, la peggior stagione della divisione internazionale del lavoro. Si è pensato che la politica neoliberista, lasciando al mercato un ruolo taumaturgico, fosse la panacea alla crisi strutturale del sistema produttivo e finanziario.
La storia, però, è andata diversamente. Il mercato è imploso e si è tornati alla spesa pubblica come unica risorsa possibile per frenare gli effetti scellerati della crisi: profitti privati e debiti pubblici. La crisi apre invece una fase nuova, radicalmente diversa da quella della fine del XX secolo. Ci troviamo di fronte alle colonne d’Ercole del capitalismo oltre le quali non vi è più ritorno a fasi storiche precedenti ed ha comunque d’avanti l’ignoto. Nessuno è in grado di prevedere tempi e modalità per il superamento della crisi strutturale che sta stringendo il capitalismo in questo momento. Una cosa è certa, l’uscita da questa crisi non è cosa facile per l’attuale sistema di accumulazione del capitale, ma non possiamo certo farci prendere da una facile e attendista visione “crollista” del modo di produzione capitalista, anche in ragione della già accennata difficoltà delle soggettività politiche di classe in grado di organizzare e dirigere le contraddizioni sociali e politiche che la crisi attuale produce in campo nazionale ed internazionale.
La questione delle alternative al modo di produzione capitalista è pertanto oggi all’ordine del giorno nel dibattito tra marxisti e nel rapporto con i blocchi sociali di riferimento. L’America Latina, con le esperienze che si sono concretizzate in Venezuela, in Bolivia, la resistenza di Cuba agli uragani naturali e alle politiche di embargo, rappresenta l’elemento più vicino alla nostra cultura e tradizione storica e può essere un riferimento possibile. Coscienti che il processo avviato in questo continente, che passa da cortile statunitense, contraddistinto per decenni da governi fantoccio e reazionari al servizio della potenza occidentale per eccellenza, ad area geopolitica in cerca di una sua specifica forma sociale con forti elementi di transizione al socialismo, è ancora in embrione e sarà di lunga durata.
Una tendenza che è possibile rintracciare anche in altre aree geopolitiche del mondo. Asia, Africa e Est Europa dove la questione dell’alternativa socialista non si è conclusa con il crollo del blocco sovietico, o sta tentando, seppur in modo non lineare e contraddittorio, le forme di una graduale transizione al socialismo. Una transizione che è costretta a muovere i suoi passi all’interno del processo di internazionalizzazione della competizione capitalista messa in campo negli anni ’80 – ’90.
Marx mette in luce come il modo di produzione del capitale ha intrinseca la tendenza strutturale all’estorsione di plusvalore assoluto e relativo, ossia la necessità crescente allo sviluppo delle forze produttive. Per forze produttive si intendono gli individui che lavorano e costituiscono la forza-lavoro, i mezzi di produzione, ovvero tecniche e macchinari, le conoscenze tecniche e scientifiche. I rapporti di produzione stabiliscono le relazioni tra gli individui nella sfera della produzione, la loro espressione giuridica si esprime nei rapporti di proprietà.«... l'insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale.» […] « ... ad un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà. [...] Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.» (da Per la critica dell'economia politica) .
Oggi è evidente a tutti che il punto debole è quello dell’ assenza di una forte soggettività, di una coerente visione del mondo e di una conseguente organizzazione politica che sappia individuare una alternativa produttiva, sociale, politica e culturale al modo di produzione capitalista. Le cause di questo sono molteplici ma a noi sembra necessario riprendere una questione, senza alcuna velleità di trovare risposte certe, abbandonata da tempo nel dibattito teorico che è quella dello sviluppo delle forze produttive ed i problemi che questo ha posto nel passato e che ora pone ancora di più.
Per questo abbiamo pensato, come Associazione, di mettere in campo un nuovo incontro che terremo a Pisa il 30 maggio 2009, per approfondire questo secondo e forse ancor più delicato argomento legato al nodo delle forze produttive in relazione alla attuale crisi sistemica e rispetto alle ipotesi di transizione avute storicamente e quelle in essere nella presente fase storica come abbiamo cercato di spiegare nel documento di convocazione dei due incontri promossi dalla Associazione “Politica e Classe”. |